Bacoli, mura di epoca romana riafforano durante uno scavo

Interessanti reperti archeologici affiorano in località Scalandrone. Lavori di sbancamento in un terreno privato, hanno riportato alla luce mura di epoca romana...

Imbrattato reperto romano alla Pietrasanta di Napoli

Rovinato il «ludus lastrunculorum» inciso sull'opera, alla base del campanile della Pietrasanta.

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05/12/2014 Paestum (SA), saccheggiata una tomba nell'area archeologica (La città di Salerno)

Tombaroli in azione nelle vicinanze dei maestosi templi di Paestum. L'immenso patrimonio archeologico dell'antica città di Poseidonia ancora una volta nel mirino dei ladri, che hanno depredato dei reperti una delle tombe della necropoli presente in un campo coltivato a "Laghetto", un'area a poche centinaia di metri dall'area archeologica. Probabilmente la tomba, risalente al IV secolo a. C. era stata individuata già da tempo e i malviventi aspettavano solo il momento opportuno per estrarre gli antichi reperti, in genere piazzati sul mercato e venduti a qualche facoltoso acquirente. A scoprire l'ennesimo saccheggio, ieri mattina, è stato il proprietario del terreno dove è avvenuto lo scavo, che ha subito allertato gli uomini delle forze dell'ordine. Sul posto anche l'assessore all'Identità culturale, Eustachio Voza. «Hanno scavato in mezzo a un campo coltivato – spiega Voza – Ad agire, considerata la dinamica, sono state delle mani esperte. I ladri hanno effettuato un grosso fosso del diametro di un paio di metri riuscendo a entrare nella tomba, dopo aver rotto la lastra. Si tratta di episodi che danneggiano fortemente un importante patrimonio archeologico quale quello di Paestum». In prossimità dello scavo, i carabinieri della locale caserma, durante il sopralluogo, hanno rinvenuto diversi attrezzi utilizzati per il recupero dei reperti e un grosso telone nero in plastica collocato su dei paletti, che i tombaroli hanno usato per occultare il loro raid. Tutti i materiali rinvenuti sono stati posti sequestrati, nella speranza che possano essere utili alle indagini. Quello di Laghetto è solo l'ultimo saccheggio messo a segno ai danni dell'antina necropoli di Paestum. Gli scavi clandestini, infatti, rappresentano un vero e proprio incubo per l'antica città di Poseidonia. Non a caso, i controlli delle forze dell'ordine sono sempre molto serrati per contrastare il fenomeno e tutelare il patrimonio storico e artistico. La metodologia utilizzata, in genere, è quella di effettuare un foro sul lastricato della tomba, dal quale viene prelevato il corredo funerario. Come più volte è stato sottolineato dalla direttrice del Museo archeologico, Marina Cipriani, non ci sono i fondi per scavare nella necropoli pestana, che spesso diventa oggetto di saccheggio. «In questo modo ci privano di una parte della nostra storia – afferma rammaricata la Cipriani - I clandestini arrecano una danno inestimabile al patrimonio dello Stato e non ci consentano di conoscere il contesto storico complessivo di un ritrovamento archeologico. È un danno incalcolabile ».

16/11/2014 Pompei (NA), il mistero degli affreschi buttati (Il Corriere del Mezzogiorno)

In una intervista rilasciata al «Giornale dell'Arte» un archeologo di fama mondiale, Mario Torelli, racconta come a Pompei un alto dirigente del ministero buttò degli affreschi. Per il Grande Progetto venerdì la Dia negli uffici.
Un grande archeologo che denuncia, in una intervista concessa a un prestigioso giornale di cultura, che alcuni affreschi del soffitto di una domus di Pompei sono stati buttati via per accelerare i lavori di realizzazione di un ristorante. Potrebbe essere smentito, querelato o oggetto di un'inchiesta. Ma nulla di tutto questo. Quanto detto da Mario Torelli al «Giornale dell'Arte» del novembre 2014 (numero 347), in un articolo a firma di Edek Osser, uscito qualche giorno fa e pubblicato sul sito www. ilgiornaledellarte.com, è passato totalmente sotto silenzio. Un mistero. Eppure, se vera, è una cosa gravissima. Il racconto riguarda un alto dirigente del ministero durante il suo mandato, al vertice dell'ufficio per la Valorizzazione, durato quattro anni (nomina nel 2008).
Mario Torelli è uno dei più grandi e stimati archeologi del pianeta. Classe 1937, accademico dei Lincei, il 20 novembre riceverà il premio Balzan per l'archeologia classica, massimo riconoscimento mondiale. Ha deciso di destinare la metà del premio (62omila euro) alla pubblicazione degli ultimi volumi della collana da lui diretta e dedicata al Santuario greco di Gravisca, e ad altri progetti di ricerca. E cosa racconta su Pompei? La domanda di Edek Osser è sulla imminente riforma delle Soprintendenze e Mario Torelli, senza alcun timore risponde: «Alla cerimonia del premio Balzan mi è data la possibilità di parlare per tre minuti davanti al presidente Napolitano. Gli raccomanderò di salvaguardare la valenza scientifica degli organismi di tutela. Perché c'è un delirio economicista: tutti devono essere manager. Ricordo che abbiamo avuto la meravigliosa prova di Mario Resca alla direzione della Valorizzazione, il management del Ministero. Di lui posso raccontare una storia che non molti conoscono. Al limite degli scavi di Pompei c'è un piccolo edificio borbonico, la palazzina delle Aquile, su una parte non scavata. Quando arrivò, il nostro manager decise: "Qui faremo il ristorante". Senza dire nulla al soprintendente ha chiamato i muratori. Nella palazzina, sopra dei tavolati erano distesi, in attesa di restauro, i frammenti di due soffitti pompeiani. Solo il soprintendente sapeva della loro esistenza, quindi sono stati distrutti e buttati! Insomma, prima è indispensabile che tu sia un archeologo e poi, eventualmente, un manager». Immediate e molto dure le reazioni. «E' assurdo, sconcertante e clamoroso apprendere da un autorevolissimo archeologo di fama internazionale spiega Antonio Irlando, presidente dell'Osservatorio Patrimonio culturale - che sono stati distrutti e buttati i frammenti di due soffitti pompeiani in attesa di restauro e che a disporne l'azione, penalmente rilevante, sarebbe stato il dirigente della valorizzazione del Ministero per favorire la realizzazione di un ristorante. E' urgente fare chiarezza su questo ennesimo presunto scandalo pompeiano per individuare le eventuali responsabilità, anche giudiziarie». E venerdì pomeriggio, a testimonianza che Pompei è sempre sotto la massima attenzione dei magistrati, è scattata una nuova ispezione della Direzione investigativa antimafia. Ma stavolta, e questa è la particolarità, non si è trattato di un controllo di routine nei cantieri. Gli uomini della Dia sono entrati negli uffici della Soprintendenza archeologica alla ricerca di una precisa documentazione. Dal 2013 c'è la massima attenzione su alcune ditte impegnate nel Grande Progetto Pompei, che si avvale di 105 milioni di euro stanziati dall'Ue. D blitz di venerdì, e forse non è una coincidenza, è venuto due giorni dopo l'audizione del il generale Giovanni Nistri, direttore generale del Grande progetto Pompei, in Commissione parlamentare. Nistri, nell'occasione, ha confermato quanto contenuto in un dossier inviato a questore e prefetto nei mesi scorsi. E cioè che «un numero ristretto di aziende si siano aggiudicate un numero rilevante di lavori del Progetto» ma sottolineava che rispetto a questa situazione, non era il caso di lanciare alcun allarme circa «la paventata infiltrazione di società vicine ad associazioni malavitose negli appalti dei lavori nel sito archeologico». «Sono aziende da tempo operanti all'interno del sito e che fanno riferimento ad un consorzio. Tutti dati desumibili anche dalla stazione appaltante o dal Portale della trasparenza». E ha anche confermato che gli appalti del Grande progetto sono stati aggiudicati con ribassi che arrivano fino al 60 per cento.

07/11/2014 Napoli, dallo scavo della metropolitana spunta un'altra barca (Giornale dell'arte)

Nel fango del cantiere di piazza Municipio per il metrò napoletano, gli archeologi della Soprintendenza partenopea hanno individuato i resti di una imbarcazione risalente, presumibilmente, all'epoca imperiale. La barca, di cui è stato riportata alla luce una parte del ponte, appare a una prima analisi ben conservata.
Il rinvenimento è avvenuto nell'ambito delle ricerche preventive alla realizzazione della stazione «Municipio» e segue di circa dieci anni l'analoga scoperta di tre relitti, databili tra il I e il III secolo d.C. «Scavo e recupero sono appena iniziati, sottolinea la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro. Potremo dire di più sul tipo d'imbarcazione e sul suo utilizzo solo quando sarà del tutto liberata dal fango».

28/10/2014 Pompei (NA), trovati vasi di argilla cruda pronti per essere infornati (Repubblica)

Decine di vasi in argilla cruda, pronti per essere infornati nella fornace della bottega di un vasaio e bloccati dall'eruzione del Vesuvio. Il ritrovamento negli scavi di Pompei, nel corso delle recenti indagini di studio condotte dalla Soprintendenza con la collaborazione del Centre Jean Bérard e dell'Ecole Française de Rome e dedicate all'"Artigianato e all'Economia a Pompei".
Un vasto programma di ricerca, avviato da ormai 10 anni e che, negli ultimi tempi, ha interessato un'area nei pressi della necropoli Porta Ercolano, immediatamente fuori le mura della città, con studi specifici dedicati alla "Organizzazione, gestione e trasformazione di una zona suburbana: tra spazio funerario e spazio commerciale". Gli obiettivi di questa ricerca sono diretti a documentare l'attività artigianale dei ceramisti dell'epoca.
Elementi finora mai documentati e fondamentali per la conoscenza della lavorazione della ceramica e delle tecniche usate degli antichi nell'ars figulina (della ceramica) durante il I sec d.C.
In una seconda bottega sono state ritrovate altre due fornaci, anche esse utilizzate per la produzione di ceramica a pareti sottili. Una di più piccola dimensione, di cui rimangono soprattutto i livelli inferiori della camera di combustione e dove tra le cenere sono stati rinvenuti alcuni frammenti di ceramica scoperti.
L'altra, e dunque la terza nel quartiere, sembra essere leggermente più antica e anche qui vi si cuocevano boccalini e ciotoline a pareti sottili. Lo scavo di ricerca è stato condotto sotto la direzione di Laëtitia Cavassa (Cnrs, Centre Camille Jullian di Aix-en-Provence, Umr 7299 e il Centre Jean Bérard di Napoli, Usr 3133) con la collaborazione di Bastien Lemaire ed è stato finanziato dal Ministero degli Affari Esteri francese tramite il Centre Jean Bérard di Napoli, con il finanziamento di mecenati francesi privati (Cmd2 e Neptunia)

20/10/2014 Foce Garigliano (CE), dal fiume la prua di un'antica nave (Il Corriere del Mezzogiorno)

Al confine tra Lazio e Campania, lì dove il fiume Garigliano si getta nel Tirreno, spuntano i resti di una nave romana. È accaduto circa un mese fa, quando alcuni ricercatori hanno ritrovato i resti della prua di una antica nave da carico d’epoca romana. Il ritrovamento segue uno analogo avvenuto lo scorso agosto nella stessa zona.
PRUA ROMANA - Il fiume, dunque, continua a restituire interessanti testimonianze archeologiche. Presso la foce del Garigliano, il corso d’acqua che segna il confine tra la Campania e il Lazio, due ricercatori hanno ritrovato i resti in legno di un’antica prua appartenuta a una probabile nave da carico d’epoca romana; una delle tante che solcavano il Mediterraneo per trasportate i prodotti della Campania Felix in tutto l’impero, in particolare olio e vino ma non solo.
ARCHEO-FIUME - «Il ritrovamento lo si deve alle piene del fiume Garigliano» fa sapere il custode dell’antiquarium di Minturnae, l’interessante museo allestito all’interno dell’area archeologica dove sono conservati antichi reperti, tra i quali proprio pezzi di antiche navi romane ritrovate sulla spiaggia. La prua, scoperta da due giovani appassionati di archeologia sulle sponde del fiume segue un ritrovamento analogo accaduto ad agosto. «Il primo rinvenimento è avvenuto nei pressi della foce del fiume, sulla sponda ricadente nella regione Lazio – precisa il nostro interlocutore - l’ultimo in ordine di tempo, invece sull’argine sinistro, ricadente nel comune di Cellole in Campania». Entrambi i reperti, sono stati collocati momentaneamente nell’antiquarium degli scavi in attesa di essere studiati dagli archeologi.
IL PRECENDENTE SULLA SPIAGGIA - A marzo 2010, una ruota di prua di una nave d’epoca romana riemerse sulla spiaggia di Minturno, nei pressi della foce del fiume Garigliano, stavolta a seguito delle intense mareggiate che colpirono il litorale. A segnalarla alla guardia costiera di Formia fu un passante.

21/09/2014 Ascea (SA), Soprintendenza flop per le erbacce di Velia (Il Corriere del Mezzogiorno)

«Stiamo per sottoscrivere un protocollo d’intesa attraverso il quale saranno stanziati i fondi necessari alla pulizia delle rovine di Elea-Velia». Dopo che ieri Il Corriere della Sera ha acceso ancora una volta i riflettori sulle condizioni tutt’altro che ottimali in cui versano le rovine di quella che fu la patria dei filosofi greci Parmenide e Zenone, il sindaco di Ascea, Pietro D’Angiolillo, annuncia novità. «Il Comune – premette - ha contribuito quest’anno alla pulizia dell’area con seimila euro, poiché la soprintendenza archeologica di Salerno non ha fondi disponibili». E aggiunge: «Presto firmeremo un protocollo d’intesa con i Comuni limitrofi e la soprintendenza per istituire un fondo destinato esclusivamente alla pulizia delle rovine di Velia. Ci auguriamo che anche il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e le Comunità montane vogliano contribuire alla spesa».
Interviene da New York, dove si trova in questi giorni, anche la soprintendente di Salerno, Adele Campanelli. «Erbacce a Velia? Certo che ci sono. I problemi di gestione dell’area sono noti. Vanno affrontati con uno sforzo straordinario in termini di risorse». Aspettando i soldi, però, potrebbe essere una buona idea valorizzare almeno le disponibilità e le competenze di chi frequenta l’area. Il Corriere della Sera ha raccontato, per esempio, la paradossale vicenda dell’allevatore di cavalli che tagliava le erbacce del sito per nutrire i suoi animali, ma è stato incredibilmente bloccato dalla soprintendenza. L’ente ministeriale, scrive il quotidiano, pretendeva che l’allevatore pagasse. Si fanno ora avanti, confidando in una miglior sorte, gli agricoltori del territorio. Tra essi, anche i coltivatori dei prodotti tipici del Cilento, come il fico bianco cilentano Dop.
«Potremmo curare la manutenzione del sito coltivando il fico bianco all’interno dell’area archeologica, - propone Raffaele D’Angiolillo, produttore da tempo impegnato nella valorizzazione del millenario fico bianco del Cilento». Aggiunge. «Alla soprintendenza non costerebbe nulla e farebbe bene all’intera produzione delle eccellenze del nostro territorio. Nulla vieta, infatti, che accanto al fico bianco, nel sito di Velia possano sorgere `microlaboratori´ di altre specialità agricole cilentane. Quella del cece nostrano, per esempio, tanto famoso già tra i romani». Conclude: «Ho avanzato questa idea alla soprintendenza qualche tempo fa. Purtroppo, dopo una prima reazione positiva che mi aveva fatto ben sperare, non ho ricevuto più alcuna risposta». Una occasione sprecata, anche perché proprio il connubio tra scavi archeologici, macchia mediterranea ed uliveti suggerì nel 2005 l’istituzione del parco archeologico di Velia. E’ stato finanziato, da allora, con risorse nazionali ed europee che hanno permesso significativi interventi di restauro, ma non sono servite a risolvere tutte le criticità dell’area. L’antica Elea fu fondata intorno al 540 a.C. da Focei, Greci provenienti dalle coste dell’attuale Turchia. In epoca romana divenne Velia. Ad oggi, è stato portato alla luce circa il 15% della città antica.

19/09/2014 Napoli, Tra torri e navi antiche la metropolitana diventa un museo archeologico (Repubblica)

DUEMILA anni di storia. Centinaia di reperti archeologici ritrovati in 11 anni di scavo della stazione della metropolitana che hanno rivelato almeno 3 città verticali. Il sottosuolo di piazza Municipio ha restituito di tutto alla Napoli moderna. Ed è diventato lo scavo archeologico urbano (cioè al centro di una città) più grande degli ultimi 40 anni.

Con quello che è risalito dalla sabbia profonda del sottosuolo si potrebbero riempire pagine di un libro d'archeologia. Strutture del porto romano, il molo Angioino, torri aragonesi e vicereali, la torre dell'Incoronata, i resti del palazzetto del Balzo, perfino un ponte levatoio, due navi di epoca romana. Il porto dell'antica Neapolis ospitava 4 barche che trasportavano ogzare getti di varia natura. Gioielli, scarpe, anfore e ceramiche sono solo alcuni dei reperti ritrovati durante lo scavo, probabilmente provenienti proprio dalle navi riemerse. E poi una miriade di statue, tra cui un busto dell'imperatore Claudio. Sotto la linea 1 sono riapparsi una scuderia e cannoni di epoca borbonica. Al di sotto della Linea 6 è venuto alla luce un impianto termale romano, con i segni del fondo marino. Sotto la parte angioina sono stati ritrovati blocchi di tufo di epoca ellenistica e romana. Sono talmente tanti i reperti che si è dovuto organizscavare un vero e proprio museo, con la consulenza di archeologi esperti che metteranno in sequenza i ritrovamenti all'interno della stazione.

Dall'età greca e fino al periodo vicereale, sotto i piedi dei napoletani si nascondevano 3 città, sommerse dal mare e dalla sabbia. Non è stato facile proseguire negli scavi e conciliare le esigenze del trasporto con quelle della conservazione degli scavi. Il ritrovamento dei reperti ha richiesto la massima cautela per il trasporto, la cura e la tutela dei pezzi. Si è dovuto a mano, prelevare i reperti con carriole, in qualche caso trasportarli a mano, conservarli nei depositi e infine restaurarli. Accorgimenti che hanno costi elevati. «I costi sono lievitati anche per questi motivi — spiega Serena Riccio, dirigente di servizio della Linea 1 e 6 — in questo sito lavorano almeno 40 archeologi». Uno degli esempi è quello delle due navi romane ritrovate. Ci sono voluti due anni per dissalarle all'interno di capannoni climatizzati speciali e ora sono pronte per il restauro. «La nostra intenzione è quella di esporle all'interno della stazione - spiega l'ingegnere Antonello De Risi coordinatore della progettazione della metropolitana - anche il progetto lo prevede. Stiamo cercando di giungere ad un accordo con la Soprintendenza».

Con le scoperte fatte durante i lavori, è stato possibile ricostruire la linea di costa di epoca romana. Anche un pezzo di quell'antica spiaggia sarà recuperata e portata alla vista dei viaggiatori. Uno degli elementi importanti per ricucire un pezzo della storia della città, è stato il ritrovamento di una parte del tempio dei giochi olimpici, sotterrato nella sabbia dell'antico golfo di Neapolis. È riemersa la pista atletica e la tribuna, assieme al porto romano con le navi affondate. Sono venuti alla luce 2 archi di trionfo in marmo dove, probabilmente si portavano in trionfo i vincitori, in direzione del porto. Una sorpresa è stata anche la scoperta del palazzo Del Balzo, di epoca angioina, appartenente ad una famiglia nobile che viveva intorno al Castel nuovo. Dagli scavi sono riemersi frammenti di pareti, in qualche caso affrescate che ora saranno messe in mostra nel museo della stazione. «Alvaro Siza aveva ideato sin dall'inizio la stazione con un sottopassaggio dal centro della città verso il porto - spiega De Risi - l'idea di base è rimasta la stessa ma ha dovuto cambiare in corsa più di una volta, man mano che trovavamo reperti così imponenti ». Prima il progetto prevedeva 2 piazze, una fieristicocommerciale, l'altra di camminamento pedonale. «Quell'idea è rimasta solo per la pedonalizzazione - conclude De Risi perché ora la stazione prevede una parte pedonale illuminata da una feritoia di luce naturale. Tutto il resto è stato accantonato. Si è privilegiata la componente archeologica. Vale a dire la maggioranza dei reperti resteranno nel luogo dove sono rimasti per migliaia di anni.

12/09/2014 Castellammare di Stabia (NA), Gli Scavi di Stabia set pubblicitari stop soprintendenza (Repubblica)

GLI Scavi di Stabia utilizzati come set fotografico per campagne pubblicitarie, matrimoni e book di modelle. I cittadini di Castellammare hanno dato avvio a una mobilitazione su web, creando un "evento" su Facebook dal titolo: «Invadiamo il Ministero e la Soprintendenza con e-mail di protesta ».
In poche ore sono giunte le risposte da parte delle istituzioni chiamate in causa. All'indignazione per una campagna pubblicitaria pagata da un parrucchiere di Castellammare cui modella appoggiava la schiena e i tacchi a spillo contro l'intonaco del prezioso rosso pompeiano di Villa San Marco, ha risposto il soprintendente Massimo Osanna. Con una e-mail, postata su Facebook dall'ideatore della mobilitazione on-line, Osanna ha vietato che l'antica Stabiae venga trasformata in set, senza autorizzazioni e controlli.

20/08/2014 Torre Annunziata (NA), Oplontis può salvare Torre Annunziata. Un museo e una scuola di formazione: i progetti del neo assessore alla cultura Antonio Irlando (Il Corriere del Mezzogiorno)

L’Archeologia industriale al servizio dell’archeologia classica in un unico grande sistema di tutela e valorizzazione. Torre Annunziata tenterà la strada del recupero sociale attraverso le proprie ricchezze storiche, a cominciare dai reperti dell’antica Oplonti che per troppi anni sono rimasti chiusi in depositi e scantinati. Un patrimonio enorme da sfruttare. E allora cosa fare? Il progetto è facilmente realizzabile e l’idea è venuta al nuovo assessore alla Cultura di Torre Annunziata, Antonio Irlando. Prendere un bene dismesso e mettervi dentro beni nascosti. Per la rinascita di una città che troppo spesso è stata lasciata sola e in balia delle cronache criminali.

Le meraviglie di Oplonti

«Recupereremo - spiega Irlando - il complesso settecentesco della “Real Fabbrica d’Armi” che si trova proprio di fronte agli scavi di Oplontis». L’architetto, che da poco ha la delega alla Cultura ha già illustrato la sua idea al soprintendente Massimo Osanna che ha dato il suo totale sostegno. Così il complesso monumentale da fabbrica d’armi sarà trasformato a «fabbrica della conservazione e della conoscenza dell’archeologia vesuviana». «In un recente e lungo incontro con Osanna, alla presenza del sindaco Starita - racconta Irlando - passeggiando tra gli scavi di Oplontis, nella imponente “villa di Poppea” e le strade cittadine, tra gli scavi e l’ex edificio d’armi si è discusso dell’utilizzo della Real Fabbrica d’Armi come sede d’eccezione per una Scuola di Alta Formazione per professionisti, tecnici e operai della conservazione, da impiegare all’interno dei siti archeologici vesuviani, per attivare il tanto necessario sistema della manutenzione continua». La “Real Fabbrica d’Armi”, fondata per volere di Carlo di Borbone nel 1758, è stata la più grande fabbrica d’armamenti del Regno delle Due Sicilie. Dagli anni ’80 dello scorso secolo è stata trasformata in Stabilimento militare Spolette, attività oggi dismessa dalla Difesa, con cui il Comune di Torre Annunziata ha un protocollo d’intesa per l’uso della parte storica. «Il vasto complesso dello spolettificio include diverse aree ed edifici monumentali - spiega Irlando, già responsabile dell’Osservatorio Patrimonio Culturale - ed in quanto tale va tutelato e valorizzato per il suo potenziale. È un luogo che deve anche essere funzionale alla rinascita della città, all’ampliamento degli scavi di Oplontis e alla creazione di un museo degli straordinari reperti archeologici». L’istituzione della scuola di alta formazione «è un’iniziativa strategica nell’ambito della conservazione e valorizzazione dei siti vesuviani patrimonio Unesco e del Grande Progetto Pompei – conclude Irlando - in quanto permetterà di avere lo sguardo puntato al futuro, a quando il Grande Progetto sarà terminato e si passerà necessariamente dagli interventi straordinari di restauro alle attività fondamentali di manutenzione ordinaria». Un’occasione per i giovani. Concreta.

20/08/2014 Bacoli (NA), fate qualcosa per la mamma di Nerone (Il Corriere del Mezzogiorno)

Un po’ emarginato dai grandi flussi turistici eppure tesoro inestimabile. È l’odeion di un’antica villa di nababbi romani che la tradizione riconosce come la Tomba di Agrippina, madre di Nerone, fatta assassinare dall’imperatore incendiario proprio a Bacoli. Un sito di enorme suggestione oggi nel degrado che attende una seria riqualificazione e che quindi saluta con soddisfazione l’iniziativa di rilancio dell’associazione Freebacoli, che punta a valorizzare diverse location del Mito flegreo ed in particolare il monumento ad Agrippina.

PERCORSO TURISTICO - Il progetto, sottoposto all’amministrazione comunale, prevede un percorso turistico che unisce marina Grande con il borgo antico, il centro storico e la villa comunale di Bacoli. «Un percorso turistico che potrebbe dare visibilità ad altri siti storici del territorio - sostengono i responsabili dell’associazione - attraverso cui arricchire la sete di conoscenza dei turisti e, al tempo stesso, individuare soluzioni occupazionali per i giovani, che favorirebbero la cultura non soltanto per il piacere di farlo ma anche per lavoro». La tomba di Agrippina, e secondo quanto riferisce Freebacoli, rientra nel Circuito Informativo Regionale della Campania per i Beni Culturali, ed attualmente, come altre aree archeologiche dei Campi Flegrei, è abbandonata a se stessa tra sterpaglie e rifiuti che la rendono inaccessibile ai visitatori.

GIOIELLI CONCENTRATI IN UN PICCOLO TERRITORIO - Si parla spesso di «petrolio culturale», anzi va proprio di moda indicare come oro colato (non sfruttato a dovere) i beni che i millenni e la Storia hanno donato alla Magna Grecia e quindi alle regioni del Sud. E il territorio Bacoli rappresenta un giacimento unico, nel senso che concentra in un territorio relativamente ristretto gioielli assoluti, e in gran numero. Tra Baia e Miseno. L’elenco, bello corposo, fa impressione: il tempio di Venere, il tempio di Mercurio, la grotta della Dragonara, la Piscina Mirabilis, il teatro romano, le Cento camerelle, la Tomba di Agrippina, il Sacello degli Augustali e dulcis in fundo il castello di Baia che ospita il museo archeologico dei Campi flegrei con reperti, sublimi, provenienti da Cuma, Rione Terra e Pozzuoli. Per riprendere la metafora del petrolio, Bacoli per la Campania sarebbe come il bacino dell’Orinoco. Sarebbe.

20/08/2014 Paestum (SA), staccionate rotte. Si scavalca per un selfie nel tempio (Il Corriere del Mezzogiorno)

Erba alta, balaustre spezzate e foto ricordo nel pronao del tempio di Nettuno. È l’amara istantanea circa l’area archeologica degli scavi di Paestum. Il sito archeologico in provincia di Salerno, visibilmente in sofferenza, è considerato dall’Unesco, e a ben ragione, patrimonio dell’umanità.

SCARSA MANUTENZIONE - Basta farsi un giro attorno ai templi di Nettuno, di Atena, di Hera - tra i migliori conservati della Magna Grecia - per comprendere, a malincuore, le attuali condizioni circa la scarsa manutenzione del sito archeologico più visitato del sud Italia, dopo Pompei. L’area degli scavi di Paestum da diverso tempo, infatti, è in sofferenza.

ARCHEO-SELFIE” - Le balaustre in legno che circoscrivono il perimetro degli antichi templi impedendone l’accesso sono in gran parte spezzate e divelte, e in barba al regolamento che vieta l’ingresso nei santuari, c’è chi approfitta della scarsa sorveglianza per scattare foto ricordo nell’area sacra del tempio di Nettuno.


ERBACCE E FICHI - Non va meglio per il quartiere romano poco distante. Di un cartello informativo, nei pressi della basilica, è rimasto solo il supporto in ferro e le antiche rovine giacciono infestate della malerba; piante di fico crescono nelle domus e le erbacce negli impluvium, le vasche quadrangolari progettate per raccogliere l’acqua piovana. Secondo la classifica stilata dal Mibac nel 2013, il circuito archeologico di Paestum, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, è al ventiquattresimo posto tra i musei e i siti archeologici più visitati in Italia. Si potrebbe mantenerlo meglio, molto meglio. Non avendo nulla, ma proprio nulla, da invidiare ad altri siti pregiati, magari arriva in top ten.

14/08/2014 Santa Maria Capua Vetere (CE), Anfiteatro campano, spunta lo sponsor. Harmont & Blane interessato al rilancio (Il Corriere del Mezzogiorno)

Così come per i monumenti di Roma, Colosseo in testa, si fa spazio l’ipotesi del concorso di uno sponsor per il rilancio anche dell’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, finito negli ultimi giorni al centro di nuove polemiche per lo stato di abbandono di alcune sue parti e per le ridotte risorse che vi impiega la Soprintendenza per renderlo fruibile ai visitatori. Il sindaco Biagio Di Muro ha infatti preso contatti con Domenico Minniti, l’imprenditore campano patron del marchio Harmont & Blaine, per valutare iniziative comuni per l’«adozione» del monumento simbolo della città e secondo anfiteatro di epoca romana più grande d’Italia dopo il Circo Massimo.

C’E’ LA DISPONIBILITA’ - L’imprenditore, fondatore della casa che come simbolo ha un bassotto, stando a quanto trapela si sarebbe già informalmente dichiarato disponibile a valutare l’idea e nelle prossime settimane ci sarà un confronto per valutare i termini della questione. «Si tratta – spiega Di Muro – di una ipotesi di lavoro per la quale abbiamo preso spunto da quanto è stato fatto a Napoli in relazione ad alcuni monumenti e sopratutto a Roma, con Della Valle per il Colosseo, Fendi per la Fontana di Trevi o Bulgari per Trinità dei Monti. In un momento in cui lo Stato non riesce a trovare risorse sufficienti per tutelare e valorizzare l’immenso patrimonio di storia del nostro Paese, è necessario ingegnarsi e aprire le porte all’intervento di privati volenterosi».

«IMPEGNO COSTANTE» - Di Muro ricorda anche il costante impegno dell’amministrazione comunale per la valorizzazione delle risorse archeologiche di Santa Maria Capua Vetere: «È stata una nostra priorità fin dall’inizio e i risultati non sono contestabili. Quello che è stato ottenuto negli ultimi tre anni non è stato neanche lontanamente immaginabile in passato. E quindi va bene la critica, ma la denigrazione fine a se stessa non ha senso ed è fondata solo su motivazioni politiche che nulla hanno a che vedere con la valorizzazione dell’anfiteatro e del patrimonio storico sammaritano».

14/08/2014 Ercolano (NA), PACKARD PAGA 300 ESPROPRI PER I NUOVI SCAVI. Parco di 5mila metri quadri coinvolti palazzi e terreni. Il Comune farà la piazza (Il Mattino)

Gli Scavi di Ercolano si espandono e per farlo sarà necessario espropriare un'area di circa 5mila metri quadrati della città moderna, tra cui abitazioni dove attualmente vivono una cinquantina di persone. È ufficialmente partito ieri l'iter di una delle più importanti procedure di esproprio degli ultimi 50 anni a ridosso del patrimonio archeologico delle antiche città di epoca romana sepolte dalla catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C. L’avviso del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo è stato pubblicato ieri nell'albo pretorio del Comune di Ercolano e sul sito internet della Regione Campania. Le aree interessate sono comprese tra via Corti – la via Mare, dove sono sepolte la Basilica di Nonio Balbo e, poco distante, la celebre Villa dei Papiri. Per l'ampliamento del Parco archeologico di Ercolano a nord-ovest degli Scavi, sarà necessario espropriare circa trecento proprietà che - tra passaggi, eredità e successioni - appartengono ad oltre duecento diversi proprietari che nelle prossime settimane riceveranno una proposta d'indennizzo. La parte più grande riguarda tre palazzine di due piani, tuttora abitate da una decina di famiglie, mentre peri il resto si tratta di terreni sui cui sorgevano vecchi fabbricati demoliti nel 2008. L'operazione è sostenuta economicamente dalla Fondazione Istituto Packard per i Beni Culturali, l'ente del magnate americano David Woodley Packard, erede del colosso informatico Hp che, negli ultimi anni ha destinato oltre venti milioni di dollari al recupero e alla salvaguardia dell'antica Herculaneum. La Fondazione finanzierà gli indennizzi per i proprietari e i costi per la demolizione di tutti i fabbricati per creare un'area sulla quale sorgerà una piazza pubblica con vista Scavi. L'avvio delle procedure per gli espropri in via Cortili e via Mare è il passaggio decisivo del protocollo d'intesa sottoscritto gennaio tra l'allora ministro dei Beni Culturali, Massimo Bray, e David Packard. La Fondazione del mecenate statunitense realizzerà anche le opere necessarie ad assicurare alla parte pubblica la liberazione e la messa in sicurezza delle aree a nord-ovest del sito. La Fondazione poi collaborerà con gli enti istituzionali coinvolti nell'iniziativa e - come specificato nell'accordo stipulato con il Mibact - anche con il coinvolgimento della comunità locale con propri contributi e suggerimenti. Oltre a ridefinire il perimetro degli Scavi e la «buffer zone» intorno al parco archeologico, l'esproprio e le successive demolizioni dei fabbricati del tratto tra via Cortili e via Mare consentiranno la realizzazione di un parco con vista Scavi da parte del Comune di Ercolano. In questo senso, è già stato approvato dal Consiglio comunale, un progetto che vedrà avario titolo coinvolti l'Unione Europea, i ministeri dei Beni Culturali e della Coesione Territoriale, le soprintendenze archeologica di Pompei e architettonica di Napoli, il Comune di Ercolano e la Fondazione Packard. L'area a ridosso della scarpata di nord ovest degli Scavi, sulla quale oggi sorgono le tre palazzine ed alcuni terreni che vengono prevalentemente utilizzati come parcheggio per le automobili del popoloso caseggiato di via Mare, sarà trasformata in una piazza con un moderno parco urbano gestito da Soprintendenza archeologica e Comune di Ercolano. Una piazza aperta a tutti con un panorama unico: secondo le intenzioni, infatti, il parco dovrebbe affacciarsi proprio sui resti fino ad ora riemersi alla luce della Basilica fatta costruire da Marco Nonio Balbo, partigiano dell’imperatore Augusto, che finanziò numerose opere realizzate nell’antica Herculaneum.

12/08/2014 Torre Annunziata (NA), Nel vesuviano. Scava in giardino e trova due anfore romane (Il Corriere del Mezzogiorno)

Si era messo alla ricerca di reperti archeologici nel giardino di casa, scavando un grande tunnel e ritrovando due anfore. L’arrivo dei carabinieri, però, ha interrotto la sua ricerca. I militari dell’Arma della compagnia di Torre Annunziata, insieme ai colleghi del nucleo Tutela patrimonio culturale di Napoli, hanno denunciato a piede libero un 60enne, del quale non sono state fornite altre generalità, con l’accusa di ricettazione e per aver effettuato ricerche archeologiche senza autorizzazione.

In particolare i carabinieri, durante una perquisizione domiciliare, hanno rinvenuto in un fondo agricolo di pertinenza dell’abitazione dell’uomo uno scavo profondo otto metri e lungo oltre 50 metri con tanto di impianto d’illuminazione collegato alla rete elettrica dell’appartamento. Lo scavo, utilizzato per la ricerca di materiale di interesse archeologico, è stato esplorato con l’ausilio dei vigili del fuoco, messo in sicurezza e posto sotto sequestro. Nel corso della perquisizione, nascoste nel terreno circostante, sono state trovate due anfore, verosimilmente di epoca romana, la cui autenticità è in corso di verifica da parte dei carabinieri.

08/08/2014 Nocera Superiore (SA), demoliscono parte dell'anfiteatro romano per parcheggiare (Il Mattino)

Ha dell’incredibile quanto avvenuto a Nocera Superiore dove un cittadino, non ancora identificato, ha danneggiato un montante in tufo nocerino dell'anfiteatro e uno degli archi della struttura romana. Motivo? Creare un varco per accedere al cortile del palazzo storico recentemente acquisito al patrimonio comunale. L'assessore Teobaldo Fortunato, afferma: “abbiamo informato le soprintendenze e sarà sistemato un dissuasore carrabile”.

04/08/2014 Pompei (NA), crollo «mai visto» nella Casa di Ganimede: ha ceduto un intero solaio (Il Sole 24 ore)

La segnalazione all'autorità giudiziaria c'è stata, quella agli organi di informazione pure, attraverso un comunicato datato 21 marzo 2014. Che recitava così: «È in corso un censimento delle aree più a rischio del sito archeologico di Pompei. Le prime ispezioni di questa mattina si sono concentrate nell'area interdetta al pubblico della Regio VII dove sono presenti diverse strutture in cemento risalenti ai restauri degli anni Ottanta. I funzionari della soprintendenza hanno constatato il cedimento di un solaio latero-cementizio estremamente degradato che è stato immediatamente comunicato alle autorità competenti».


Non ci sono riferimenti precisi alla domus oggetto del cedimento, ma l'episodio in questione è avvenuto nella Casa di Ganimede, nota anche come Casa delle Quattro Stagioni, al civico 4 dell'Insula 13, Regio VII, edificio scavato tra il 1839 e il 1863, noto agli archeologi soprattutto per le pubblicazioni dello studioso tedesco Hans Eschebach. Il solaio dell'oecus, il soggiorno delle antiche case romane, è completamente crollato, i resti insieme con le tracce di un restauro in cemento armato che risale presumibilmente agli anni Ottanta giacciono ancora oggi accumulati al suolo. Con una certa «discrezione», tuttavia: la casa, tradizionalmente chiusa al pubblico, ha infatti il cancello d'ingresso coperto da un telone di tessuto non tessuto bianco. La stessa discrezione di quello che fu il comunicato stampa. Pochi i dipendenti degli scavi a conoscenza di dettagli sull'accaduto. Qualcuno, per vezzo, lo chiama «il crollo mai visto». La domus è stata subito inserita nell'elenco dei monumenti dell'area archeologica che necessitano di interventi di somma urgenza, ma sfortunatamente sorge nella regio VII: il bando per lavori di messa in sicurezza dell'area, a valere sui fondi del Grande progetto da 105 milioni, è uno dei due che fino a questo momento sono stati impugnati davanti al Tar. Sono insomma più dei 30 finora raccontati dalla stampa i crolli verificatisi a Pompei negli ultimi cinque anni, nessuno per fortuna dell'entità di quello della Schola Armatorum, venuta giù nel dicembre del 2010. Tra gli ultimi episodi, i cedimenti al Tempio di Venere, alla Tomba di Lucius Publicius Syneros e a una bottega di via di Nola, accertati a marzo scorso. Casi dopo i quali qualcuno ipotizzò addirittura una regia occulta, atta a screditare agli occhi dei media internazionali l'immagine del sito archeologico meglio noto e peggio conservato del mondo. Non sempre però, come testimonia il caso della domus di Ganimede, il crollo arriva con il clamore dei media sottobraccio.

13/07/2014 Torre Annunziata (NA), La Villa di Poppea concessa per feste private, scoppia la rivolta (Il Mattino)

Una festa privata in giardino sponsorizzata da una nota azienda con tanto di catering di un famoso ristorante di Pompei, e oltre duemila invitati in rigoroso abito da sera. In attesa di un serio piano di rilancio e di promozione del sito, mortificato da degrado e da abbandono, la villa di Poppea, esclusa dalle visite serali, si trasforma con la benedizione del direttore Lorenzo Fergola e della Soprintendenza di Pompei, per una sera, in una location elegante e suggestiva.

Per l'affitto del locale, nelle casse della Soprintendenza vanno cinquemila euro. La goccia che fa traboccare il vaso già colmo. La miccia che innesca la deflagrazione della rabbia di cittadini, associazioni, commercianti, che ieri fin dal tardo pomeriggio si sono dati appuntamento all'esterno della villa con tanto di striscioni per manifestare tutto il proprio dissenso: «Non è possibile una cosa del genere – attacca Ciro Maresca presidente della Pro-loco Oplonti – si deve fare qualcosa per fermare assolutamente questo scempio. Ridiamo dignità al nostro sito archeologico oppure provocatoriamente chiudiamolo! Non si può affittare un patrimonio dell'umanità per feste private. È assurdo. È una vergogna».

A dar man forte il presidente del centro studi culturale «Nicolò D'Alagno» Vincenzo Marasco, che tra l'altro, è anche uno studioso della villa: “Non ho parole – attacca Marasco - Il sito archeologico di Torre Annunziata si trasforma in un ristorante chic ad uso esclusivo della Soprintendenza. Siamo oltre i limiti di sopportazione. Oplontis è trattata come uno oggetto d'asta, vittima di politiche affaristiche poco accorte ai bisogni e al bene di Torre Annunziata. Non lo permetteremo mai. Siamo stanchi. Oplontis deve essere valorizzata e restaurata e non affittata come una casa d'appuntamenti. Oplontis è nostra, Oplontis è Torre Annunziata, Oplontis è dell'umanità intera».

Sul piede di guerra anche i commercianti: «Ormai questo luogo – dice Antonio Balzano titolare di una vera e propria salumeria turistica a pochi passi dagli scavi – è deserto. Stiamo ore ad aspettare che passi qualche turista. Contavamo sulle aperture serali e neanche è stato possibile. Se poi invece di valorizzare, si organizzano feste private nel sito, allora è davvero la fine».

«Sicuramente - dice il sindaco Giosuè Starita – anche se si può fare, eticamente non è una bella cosa, ma quello che a noi deve interessare non è la singola festa o il singolo evento. È un problema complesso che comprende la valorizzazione degli scavi di Oplonti. Ho scritto una lettera al ministero e mi sono fatto sentire nei piani alti delle istituzioni. Preferisco lavorare sotto traccia».

Il soprintendente Massimo Osanna, spegne le polemiche: «Il codice dei beni culturali – dice il soprintendente - dà la possibilità agli Istituti del Ministero di concedere l'uso temporaneo, dietro versamento di un canone, di alcuni spazi appositamente individuati all'interno delle aree archeologiche di competenza della Soprintendenza, per attività che sono valutate compatibili con il decoro del monumento. Nel caso specifico della Villa di Poppea – continua - l'area concessa in uso in forma privata e temporanea, previo parere positivo dal direttore degli scavi di Oplontis Lorenzo Fergola, è unicamente il giardino. Si sottolinea, infine che la Soprintendenza, come di norma, garantisce e assicura l'adeguata vigilanza e tutela del sito e soprattutto che le royalties provenienti da tali concessioni sono di estrema importanza al fine di accrescere le disponibilità economiche da destinare a interventi di restauro e manutenzione, di cui il sito ha continuo bisogno».

23/06/2014 Cuma (NA), Un antico sepolcro romano ridotto a discarica rifiuti A Cuma nell’area archeologica (Corriere del Mezzogiorno)

L’intonaco bianco che ricopriva le pareti del vano ipogeo è ancora distinguibile, purtroppo ostruito da bombole di gas arrugginite, sacchetti ricolmi di rifiuti, materiali di risulta e persino un water. E’ l’amara istantanea delle condizioni di un antico sepolcreto d’epoca romana, adibito a deposito prima e a discarica poi nell’area della necropoli di via Licola-Cuma, in una zona esterna al sito archeologico. Una cattiva abitudine dei privati che in passato hanno impiegato i resti di antichi mausolei come deposito, col tempo trasformati in vere e proprie discariche.

LA NECROPOLI DI CUMA - Nei pressi della struttura insistono importanti sepolcreti d’epoca romana, in particolare la Tomba a Tholos, di eccezionale fattura, scavata nel 1902 e nuovamente riportata alla luce di recente e il cosiddetto "Mausoleo delle teste cerate", situato a pochi metri di distanza, il cui nome deriva dal ritrovamento di quattro scheletri, la cui testa era stata tagliata e sostituita da maschere funerarie di cera.

22/06/2014 Torre Annunziata (NA), Archeologia, il paradosso. Manca il museo e i tesori di Oplonti partono per gli Stati Uniti (Il Mattino)

Sono rimasti per anni a prendere polvere nel deposito magazzino degli scavi di Oplonti in attesa della realizzazione di un museo archeologico, che ancora oggi, malgrado i continui proclami del politico di turno, rappresenta una sorta di chimera per la città.

Un immenso patrimonio composto da pezzi di grande valore: un intero gruppo marmoreo, sculture, pezzi di anfore, vasi, pezzi di intonaco delle ville A e B e una buona parte dei famosi ori di oplonti, attualmente ancora in giro per il mondo lascerà presto la città oplontina.

Oggetti preziosi che sono stati “nascosti” al pubblico per decenni, a causa della mancanza di un luogo idoneo per l’esposizione, sono pronti per lasciare Torre Annunziata. Una operazione che rientra nel progetto “The Oplontis Projetct” il cui responsabile è il professore americano John Robert Clarke che con il suo staff sta conducendo gli scavi nella villa B. Se nella città oplontina non sono stati degnati della benché minima considerazione da parte del comune e della stessa Soprintendenza archeologica, negli Stati Uniti, rappresenteranno alla fine del 2015, il pezzo pregiato di una mostra itinerante che toccherà le università di quattro stati.

Una mostra che “racconterà” agli americani la vita della antica oplontis tra tempo libero e lusso ai tempi dell’imperatore Nerone e di sua moglie Poppea. La mostra denominata “Leisure and luxury in age of Nero. The villas of Oplontis Near Pompei” toccherà quattro musei in altrettanti stati: “The Kelsey museum of Archaeology dell’università del Michigan, Il “Montana State University, Museum of the Rockes” nello stato del Montana, lo “Snet college Massachusetts, ed infine il “Museum di Sant’Antonio nello stato del Texas”. Per circa due anni, questi tesori mortificati da indifferenza e abbandono, potranno essere visti da migliaia di americani con la speranza che possano rientrare a Torre.

“Si tratta – dice il professore Clarke - di reperti molto importanti, che saranno esposti con alcuni degli ori di Oplonti. Sarà realizzato anche un catalogo. Le possibilità che questi pezzi una volta partiti possano restare fuori? Non credo che possa accadere. A Torre manca un museo- attacca Clarke- per colpa della indifferenza, della città del sindaco e delle istituzioni”. In visita ieri tra le rovine della villa di Poppea, la presidentessa dell’Università del Montana che si è intrattenuta a colloquio con lo scienziato americano: “Per la nostra università questa mostra dice la presidente del Montana Wated Cruzado – rappresenta una incredibile ed imperdibile opportunità. Sarà per noi un grandissimo privilegio poter presentare questi oggetti unici ad un pubblico ampio di tutta la regione, non solo del Montana. L’aspetto che più ci onora – continua la Cruzado – è che possiamo grazie a questa mostra, dare visibilità ad oggetti preziosi che non sono mai stati visti. Un aggettivo per definire la villa di Poppea? Magnifica! Non riusciamo a capire come sia possibile tanto disinteresse”. Disinteresse che non sfiora però gli americani, che non hanno badato a spese per l’operazione: quasi un milione di dollari investiti per le spese di assicurazione, imballaggi e costi di trasporto: “Una vergogna – attacca il presidente del centro studi storici Nicolò D’Alagno Vincenzo Marasco che sta collaborando agli scavi della villa B – i torresi non hanno l’opportunità di vedere il loro patrimonio culturale, se non tramite le mostre all’estero e quando arriverà l’ennesimo catalogo”. Non manca la polemica. Il sindaco di Torre Annunziata Giosuè Starita, risponde per le rime allo scienziato americano Clarke: “Voglio ricordare al professore Clarke – dice Starita - che grazie al lavoro dell’amministrazione comunale in sinergia con la Soprintendenza, e con i comuni, è nato il nuovo piano di gestione per le aree archeologiche unesco. E’ stato fatto un lavoro straordinario tra ministero, soprintendenza e comuni, per mettere a regime tutta la situazione scavi. Si sta lavorando per la definitiva risoluzione, il sindaco perlatro non ha competenze dirette”.

06/06/2014 Terzigno (NA), Cava Ranieri, interviene il Comune: «Pronti progetti di bonifica e di sviluppo archeologico» (Il fatto vesuviano)

Dopo le polemiche sollevate dai comitati civici su Cava Ranieri attraverso un servizio su “Striscia la Notizia”, il Comune interviene precisando le iniziative messe in campo: «In riferimento alla bonifica del sito di stoccaggio provvisorio a Cava Ranieri, abbiamo ottemperato alla formulazione di tutti gli atti amministrativi indispensabili per la realizzazione del progetto di bonifica. In particolare, l’atto deliberativo numero 13 di gennaio ha per proprio oggetto la Convenzione Sogesid - Mattm sull’accordo di “Programma strategico per le Compensazioni Ambientali”. Con tale atto, l’Amministrazione Comunale di Terzigno ha approvato, per quanto di propria competenza, il progetto della “Bonifica della cava-Ranieri” della società Sogesid.
«Si è in attesa dell’inizio dei lavori - continua il Comune - non appena la società responsabile del progetto, in qualità di ente attuatore del succitato programma, abbia espletato tutte le procedure di gara necessarie. L’approvazione della delibera, per la bonifica in un luogo d’importanza straordinaria per la presenza di ville d’epoca romana e di preziosi reperti archeologici, dimostra come l’Amministrazione Comunale di Terzigno abbia sempre avuto la piena consapevolezza di conservare, tutelare e valorizzare l’inestimabile patrimonio archeologico presente nel nostro territorio, ed in particolare nel sito di cava Ranieri».
«La prova è nell’atto deliberativo numero 79 del settembre 2012 - scrive ancora l’Amministrazione - riguardante la “Istituzione di un’Area museale”, per l’esposizione dei nostri numerosi reperti archeologici, e le linee d’indirizzo con le seguenti fasi d’intervento: creazione di un’Area museale; acquisizione di cava-Ranieri a Patrimonio Comunale, continuazione degli scavi archeologici e conservazione e restauro delle ville romane; realizzazione di un Parco archeologico-naturalistico a Cava Ranieri».
«In seguito, l’Amministrazione Comunale di Terzigno si è attivata per la redazione del progetto di “Allestimento di un’Area funzionale” - conclude il Comune - da realizzarsi all’interno dell’ex mattatoio comunale, tramite i fondi Por Campania 2007/2013, approvato con atto deliberativo. Il progetto risulta essere stato ammesso al finanziamento dalla Giunta Regionale della Campania per una cifra complessiva di euro 980mila euro».

01/06/2014 Pozzuoli (NA), spuntano mura romane vicino al cimitero (Il Mattino)

Strutture murarie romane riemergono durante i lavori di realizzazione del nuovo sistema viario tra lo svincolo di via Campana e la variante della Solfatara.
L’interesse archeologico in quell’area è noto da sempre. Alle spalle dell’attuale zona cimiteriale infatti, a pochi metri dall’area del cantiere, si conoscono i resti di ville – in alcuni casi anche dotate di ambienti termali – che testimoniano della ricchezza di questa particolare porzione di territorio.
Le strutture riaffiorate solo pochi giorni fa, sono realizzate con la tecnica dell’opus reticulatum e potrebbero appartenere alla fase repubblicana della città.
Le indagini – attualmente in corso – chiariranno anche grazie alla catalogazione dei materiali ceramici le diverse fasi di costruzione. Il piccolo lembo di terreno, in cui si stanno svolgendo le azioni di ricerca e di scavo, in epoca antica era ben distante dalle principali vie di collegamento e quindi le strutture riaffioranti potrebbero appartenere ad una villa rustica con altre strutture adiacenti.
Solo l’attento studio degli archeologi e degli esperti della soprintendenza potranno far chiarezza su quanto riemerso dallo scrigno del tempo. A quanto pare, il territorio puteolano non smette mai di sorprendere studiosi e semplici appassionati di storia ed archeologia.

26/05/2014 Nola (NA), sotterrato il villaggio preistorico in attesa della copia (Il fatto quotidiano)

“Pompei. Catastrofi sotto il Vesuvio” era il titolo della mostra allestita dal 6 dicembre 2012 al 5 maggio 2013 presso la Fondazione Canal de Isabel II, a Madrid. Oltre 350 reperti in esposizione, provenienti dai siti preistorici di Nola e Poggiomarino, oltre che da Pompei e dai più noti siti vesuviani. Un evento culturale di riconosciuto livello. Preceduto dall’appuntamento, dal 9 dicembre 2011 all’8 giugno 2012, al Museo Nazionale di Storia di Halle, in Germania.
Il sito dell’Età del Bronzo ritrovato in località Croce del Papa, al confine tra i Comuni di Nola e Saviano, è stato pubblicizzato in Europa attraverso alcuni dei materiali scoperti nel corso delle indagini. I documenti materiali di quella straordinaria scoperta sono stati esposti con orgoglio. La cosiddetta Pompei della Preistoria. Sembrava una favola italiana. Che invece si è dissolta appena pochi giorni fa. A poco più di decennio dalla sua scoperta.
Con il reinterro dell’area archeologica. L’ennesimo seppellimento. Dopo quello provocato dall’eruzione del Vesuvio, nell’antichità. La storia non molto dissimile da molte altre. Prima celebrate poi dimenticate, sostanzialmente abbandonate. La scoperta nel 2001 è stata casuale, durante i lavori per la realizzazione di un edificio commerciale. Quindi le indagini con il rinvenimento di tre grosse capanne, all’esterno delle quali si trovavano alcuni forni e degli spazi per animali e la possibilità di osservare nella loro interezza strutture quasi sempre note a livello di fondazione. Finalmente poi l’apertura alle visite, garantite dall’Associazione Meridies. In seguito è stato possibile realizzare coperture e creare un percorso all’interno dell’area. Soltanto nel dicembre 2004 arriva l’acquisto dell’area di 5.395 mq da parte della Regione Campania, con un impegno finanziario pari a 785.949 euro. Nelle intenzioni, tutt’altro che un intervento isolato, dal momento che l’acquisizione avrebbe dovuto costituire il primo passo verso la costituzione di un Parco archeologico.
Uno degli otto Itinerari culturali dei Progetti integrati del Por Campania 2000-2006 era denominato “Valle dell’Antico Clanis” per il quale si prevedeva un investimento di 20.108.249,32 euro (tra risorse Por pari a 13.394.309,63 euro e risorse private pari a 6.713.939,69). Trionfanti le affermazioni dell’Assessore regionale alla tutela dei beni paesistico-ambientali, Marco Di Lello per il quale il complesso di Nola era “destinato a diventare un’interessante attrazione turistica così da arricchire il patrimonio culturale della nostra regione. Questa ennesima procedura di acquisto vuole evitare che sui suoli dove insistono le testimonianze archeologiche vengano realizzati progetti incompatibili con la tutela e la valorizzazione dei beni culturali”. Nell’agosto 2006 arriva l’esito finale, che precisa la determinazione del dicembre 2004. Con la Regione che restringe l’area acquisita e porta il prezzo dell’operazione, abbassandolo, a 715.000 euro.
Ma intanto, all’inizio del 2005 si da il via i lavori per il Parco. Contando sul finanziamento della Regione di 1 milione e 600 mila euro. Tra il 2006 e il 2008 si susseguono vicende alterne. Fatte di chiusure e riaperture. La causa principale, l’innalzamento della falda acquifera, la vegetazione infestante, la scarsa manutenzione ad un sito, al contrario necessitante di continue cure. Assicurate quasi per intero dai volontari dell’associazione Meridies, che nel 2008 provvedono ad accrescere la comprensione del sito con una serie di pannelli didattici. Fatica sprecata, verrebbe da dire. Dal momento che dal giugno 2009 al giugno 2011 l’ingresso all’area é rimasto sbarrato su decisione della Soprintendenza archeologica. Il motivo? La portata della falda acquifera sottostante l’area era diventata “ingestibile” e le capanne erano state completamente sommerse. Nell’agosto 2012, il destino dell’area archeologica era segnato. Già alla fine del successivo settembre previsto il seppellimento. Rimandato, più volte. Considerando anche gli strenui tentativi di associazioni e comitati locali.
Della questione è stato costretto ad occuparsene anche il ministro Franceschini, dopo un’interrogazione parlamentare a firma della Vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, nella quale si chiedeva quali iniziative si volessero prendere affinché fosse “avviata una programmazione di interventi atti a scongiurare l’interramento definitivo del villaggio preistorico nolano, a conservare e restaurare le strutture e a valorizzare il sito nel suo complesso …”. La risposta, il 12 marzo scorso, nella quale si sottolineava come la Soprintendenza “nell’ambito delle proprie competenze di tutela e preservazione dei beni archeologici, ha elaborato un progetto per un importo di 650.000 euro, che prevede un intervento immediato di tutela e salvaguardia delle strutture archeologiche e la ricostruzione sul sito in scala 1:1 delle capanne. Comunica quindi che l’intervento è stato approvato dal consiglio di amministrazione della competente Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Napoli e Pompei, che ne ha anche disposto il finanziamento, che i lavori sono stati affidati e che sono in corso le prime opere di rilevamento e messa in sicurezza dei reperti archeologici”. Dulcis in fundo si spiegava quale fosse l’obiettivo: trasformare il sito in un piccolo parco archeologico, all’interno del quale sarebbero state realizzate strutture di tipo didattico, scientifico e di servizio al pubblico.
A Nola vince il modello del copia-incolla. Si preferisce riprodurre quel che si era scoperto. Decidendo di sotterrare il villaggio “vero”. La stessa operazione tentata, e non riuscita, rimanendo all’ambito regionale, a Napoli Est con la “Pompeiworld-Pompei Universal Studios” e a Pompei con la “Pompei rivive”. Con una sostanziale differenza. Quei progetti erano sostenuti da politici locali e da alcuni imprenditori. Le Disneyland dell’archeologia erano una loro idea. Invece nel caso di Nola il copyright è della Soprintendenza archeologica, come si affermava nella risposta all’interrogazione parlamentare, “nell’ambito delle proprie competenze di tutela e preservazione dei beni archeologici ”. Il sito nel quale sorgerà la “riproduzione” sarebbe proprio quello nel quale è sotterrato l’ “originale”. La fedeltà con la quale si provvederà a ricostruire le forme antiche, indubitabile. Il dubbio che non sia solo una questione di risorse insufficienti, s’insinua. Il timore che il nostro modello siano diventati i Paesi che ci copiano, esiste. In Costa D’Avorio si può ammirare una stupefacente Basilica di San Pietro. Nel distretto dello Chouf, in Libano, splendidi Palazzi toscani. Tra poco a Nola il villaggio dell’età del Bronzo. Quello nuovo di zecca.

11/05/2014 Nola (NA), sotterrato il villaggio preistorico che stupì il mondo (Corriere.it)

Cinque anni sott’acqua e poi lo Stato si è arreso.
Troppo complicato e troppo costoso tenere aperto lo scavo di quella che gli archeologi chiamano la Pompei dell’Età del Bronzo, ovvero il Villaggio preistorico di Nola: una porzione di una città di quasi quattromila anni fa, perfettamente conservata sotto le ceneri del Vesuvio che l’ha spazzata via quasi duemila anni prima di Cristo. Quando fu scoperta, in molti speravano di portare alla luce le decine d’abitazioni individuate dai rilievi scientifici, e di aprire in pochi anni un parco archeologico unico al mondo. Da pochi giorni invece lo scavo giace nuovamente sepolto sotto quattro metri di terra che hanno il compito di conservare i resti dall’azione dell’acqua della falda acquifera che l’ha sommerso nel 2009 e degli agenti atmosferici.
Non solo. Perché ora a rischio è anche uno dei resti più importanti dell’area: l’anfiteatro Laterizio di Nola, fra i pochissimi teatri romani ad aver mantenuto fino a noi le decorazioni in marmo. La sua arena ora giace sotto un metro della stessa acqua della falda e il sito è chiuso al pubblico.
Fondi appena sufficienti alla conservazione del patrimonio artistico (ma non alla sua valorizzazione) e carenza di personale fanno di Nola un esempio lampante di un tesoro archeologico immenso che – oltre a essere vissuto dal territorio – potrebbe essere l’esempio di quel volano turistico ed economico di cui da anni si parla. E che poi si infrange con le difficoltà quotidiane delle Soprintendenze.

La scoperta dei resti dell’Età del Bronzo.
E’ il Duemila quando gli archeologi portano alla luce i primi resti del villaggio preistorico di Croce del Papa. Sepolto dalla cenere del Vesuvio nel 1800 circa a.C. e conservato come una fotografia intatta a quasi quattromila anni di distanza. Un sito unico, secondo gli esperti che in pochi anni arrivano da tutto il mondo.
Il ritrovamento ha consentito di capire molto sulla vita all’Età del Bronzo: da come venivano disposte le abitazioni alle abitudini quotidiane grazie agli oggetti ritrovati e per fortuna salvati e visibili nel museo archeologico locale. Ne vengono fuori quattro abitazioni, le prime di una lunghissima serie, sperano gli archeologi, che individuano negli anni un insediamento vastissimo, un’intera città della preistoria conservata come nell’istante in cui il vulcano l’ha congelata, quasi duemila anni prima dell’eruzione di Pompei.
Gli scavi però non proseguono in questa direzione e nel 2005 il sito di Croce del Papa apre al pubblico, seppur in forma ridotta. Passano pochi mesi e iniziano le prime infiltrazioni dalla falda acquifera che nel 2009 diventano ingestibili, sommergendo completamente lo scavo. Prima i metri d’acqua salgono a tre poi, con le piogge degli ultimi mesi, arrivano a quattro e mezzo.
Prima di interrare Croce del Papa un’equipe di archeologi subacquei ha preso un calco dell’abitato in modo da realizzarne una copia a grandezza naturale. Sarà visitabile a partire da quest’estate, una volta terminati i lavori.

L’anfiteatro allagato: manca un piano per fermare l’acqua e il sito resta chiuso.
Il villaggio preistorico di Nola è solo una delle ricchezze storico-archeologiche di un territorio dalla storia millenaria, crocevia commerciale tra mare e montagne, terra di ausoni, etruschi, sanniti e romani (qui morì Ottaviano Augusto esattamente duemila anni fa). Soprattutto, il sito archeologico appena interrato non è il solo ad aver subito gli allagamenti dovuti all’innalzamento della falda acquifera.
Oltre a seminterrati e scantinati dove si iniziano a contare i danni delle infiltrazioni, nel 2014 l’acqua ha investito anche l’anfiteatro Laterizio del I secolo a. C. – paragonabile per ampiezza a quello di Pozzuoli e di valore storico forse ancora superiore, secondo gli esperti della Soprintendenza – riportato alla luce solo nel 1997 grazie a una campagna di scavi, a cui non ne sono ancora seguite delle altre. A oggi l’anfiteatro è chiuso, perché la sua arena è completamente sommersa da circa un metro d’acqua. E non è possibile sapere quando verrà riaperto al pubblico.

Se i fondi non bastano neanche per tenere aperto.
Quanto avvenuto – e sta avvenendo – a Nola racconta una storia (al momento tutta italiana) di come un problema idrogeologico manifestatosi diversi anni fa sia stato capace di mettere in pericolo un patrimonio culturale e storico che rappresenta un bene comune. E racconta come sia difficile oggi in Italia tutelare – per non dire valorizzare – il nostro patrimonio storico.
Perché per quanto riguarda l’anfiteatro di Nola, il problema non è solo quello della falda: prima della chiusura, infatti, il sito era visitabile solo per appuntamento. Mancava il personale necessario. I progressivi tagli governativi ai fondi del ministero dei Beni culturali e del Turismo – insieme ai pensionamenti che solo in minima parte in questi anni sono stati accompagnati da nuove assunzioni – non aiutano. Il problema, però, secondo la Sovrintendente speciale per i Beni archeologici di Napoli, è ben più ampio: “Si sbaglierebbe a individuare il Mibact come unico referente – spiega Elena Teresa Cinquantaquattro – non basta semplicemente tenere aperto un teatro a Nola, bisogna ragionare sulla raggiungibilità, sulla qualità di quello che c’è intorno, sulla qualità del territorio, sui servizi che si offrono”. Bisogna, insomma, fare sistema per trasformare i beni artistici in un vero “un elemento di crescita per l’intero territorio”.

Scavi archeologici e opere pubbliche.
Ad oggi tre-quarti dell’anfiteatro di Nola sono ancora sotto terra: nei 17 anni trascorsi dagli scavi che lo portarono alla luce nessuno è mai riuscito a mettere sul tavolo le risorse necessarie a dissotterrarlo tutto. Di scavi archeologici in Italia ce ne sono sempre meno e i cantieri archeologici più rilevanti, come conferma la Cinquantaquattro, “sono legati alla realizzazione di opere pubbliche come metropolitane e infrastrutture urbane”. Per il resto rimangono solo alcuni cantieri di ricerca avviati grazie alle concessioni di scavo per le università. Anche perché “attualmente in tutta Italia – ricorda la Sovrintendente di Napoli – le risorse ministeriali sono devolute essenzialmente alla conservazione e al restauro”.

E la valorizzazione?
In tempi di spending review la valorizzazione si fa anche con qualche iniziativa inaspettata. E se a Nola l’anfiteatro attende sotto un metro d’acqua giorni migliori, a sette chilometri di distanza, ad Avella – alle pendici appenniniche, nella prima provincia di Avellino – un anfiteatro romano (sempre realizzato a partire dal I secolo a.C.) diventa un luogo di incontro, concerti ed eventi teatrali. E nel piccolo Comune immerso fra distese di noccioli (in latino abella significa nocciola) ci sono anche molti giovani che hanno deciso di puntare tutto sul patrimonio della propria terra, nonostante le difficoltà.

09/05/2014 Pozzuoli (NA), ecco i tesori del Rione Terra (Il Mattino)

È l’ultimo schiaffo al patrimonio sepolto per duemila anni nelle viscere di Pozzuoli. Riemerso dagli scavi e dai lavori, che hanno fatto riaprire la cattedrale dopo mezzo secolo.
Stamattina alle 11 nel Tempio-duomo augusteo poi divenuto basilica cristiana, il governatore Stefano Caldoro, il vescovo Gennaro Pascarella, il sindaco Vincenzo Figliolia e il soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro illustreranno i restauri. Dieci milioni di euro per far risorgere la cattedrale dalle ceneri dell’incendio del 1964. Centocinquanta milioni di euro spesi dalla Regione per ristrutturare la Rocca e scavare 4 chilometri di percorso archeologico sotterraneo.
Ma nemmeno duecento metri più avanti, c’è l’altra faccia del Rione Terra. Fotografia di un’altra (temuta) occasione sprecata: migliaia di reperti, tutti catalogati e schedati dalla soprintendenza. Abbandonati a loro stessi. Sotto ripari di fortuna. Non si sa ancora quale sarà la destinazione finale di quel patrimonio che farebbe la fortuna di tanti musei. Finora, come confermano i responsabili del Consorzio Rione Terra «non c’è alcun progetto» per il tesoro recuperato.
Stamani il governatore Caldoro indicherà il piano di rilancio. «Il Rione Terra è un patrimonio unico al mondo; sono legato a questo straordinario intervento di valorizzazione e mi considero uno dei padri di quest’opera, iniziata quand’ero consigliere regionale negli anni ’80 – dice Caldoro – Va creato un sistema ricettivo fondato sulla valorizzazione dei giacimenti culturali flegrei, inserendolo in circuiti turistici internazionali per creare lavoro e sviluppo. La Regione ha fatto la sua parte e sbloccato 30 milioni di euro. Ora gli sforzi sono concentrati per la riapertura anche parziale della Rocca, con percorsi di visita.
Non dobbiamo aspettare il completamento dei lavori. Il project financing per alberghi e botteghe di qualità può risultare utile per recuperare risorse private, essenziali per completare le strutture ricettive. C’è bisogno di un piano complessivo di gestione, ma non possiamo permetterci altre perdite di tempo».

29/04/2014 Agropoli (SA), rinvenuta colonna romana (Infoagropoli)

Importante ritrovamento, avvenuto per mera casualità, ad Agropoli. Durante le operazioni di pulizia, taglio dell'erba e realizzazione di un sentiero che dalla strada raggiunge il suggestivo scoglio di Trentova, gli operai della cooperativa sociale "Il Faro" hanno rinvenuto affiorante dal terreno i resti di una costruzione in pietra. Dopo un primo scavo la struttura si è rivelata una colonna di forma circolare e di circa mezzo metro di diametro.
Immediatamente è stata allertata la Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno che nei prossimi giorni effettuerà dei sondaggi per datare il ritrovamento. Stando ad una prima sommaria analisi la colonna risalirebbe al periodo medievale, non si esclude però possa avere origini ben più antiche. Nel territorio di Agropoli, infatti, sono stati rinvenuti diversi reperti di epoca greco-romana ma anche dei secoli precedenti. Tra questi il villaggio di Ercula nella località San Marco, una villa romana in località Sauco e un insediamento d'origine protostoica nei pressi del castello medievale, area in cui sarebbe sorto anche un tempio greco dedicato a Poseidone.

29/04/2014 Pompei (NA), un santuario extraurbano ed una nuova porta (Corriere del mezzogiorno)

L'esistenza di un santuario extraurbano in prossimità del vicus publicus, fuori dall'area del pomerium, e collegato al tratto occidentale delle mura urbane di Pompei, da un lato; dall'altro, la presenza di una Porta Occidentalis (posterula) di accesso alla città, in asse con via di Nola e Porta di Nola, ascrivibile tra III e II secolo avanti Cristo. Sono queste le ultime scoperte emerse dagli studi dei ricercatori dell'Università Suor Orsola Benincasa, coordinati dall'archeologo Mario Grimaldi e da Umberto Pappalardo, direttore del Centro internazionale per gli Studi pompeiani Amedeo Maiuri del Suor Orsola. Le due nuove scoperte saranno inserite in un progetto di restauro, valorizzazione e soprattutto di successiva fruizione della Casa di Marco Fabio Rufo che il Suor Orsola presenterà oggi (ore 15.30) nella sala consiliare del Comune di Pompei. Le attività d'indagine archeologica con scavi stratigrafici sono partite nel 2004 nell'area del giardino della Casa di Marco Fabio Rufo, con l'obiettivo di documentare e studiare quest'area del tratto occidentale di Pompei in tutti i suoi aspetti urbanistici, architettonici, decorativi e sociali.
Durante i dieci anni di campagne di scavo condotte fino ad oggi sono stati aperti 13 saggi, posizionati nell'area del giardino della Casa di Marco Fabio Rufo, dimostrando la presenza di particolari realtà di enorme valore, utili a una migliore comprensione delle fasi di vita della città di Pompei. Si pensi all'identificazione del vano d'apertura, presente e visibile nel corridoio, realizzato in fase con le mura in tufo grigio di una porta minore (posterula) occidentale nelle mura urbiche in asse con la via superiore delle Terme e via di Nola. L'esistenza di una Porta Occidentalis sarebbe da porre dunque in relazione alla realizzazione della seconda cortina interna delle mura in tufo grigio, adoperate e realizzate per ripristinare la precedente cortina in calcare, alla quale si congiungono in più tratti (Casa di Maius Castricius, Villa imperiale), in fase con la creazione di uno specus per la conduzione esterna dell'acqua reflua proveniente dal sistema di pendenze dell'incrocio di vie che proprio dinanzi l'ingresso della Casa di Marco Fabio Rufo, trovano il loro punto di espurgo. Gli studi e le ricerche condotte sinora in quest'area hanno così il duplice scopo di aggiungere un altro tassello alla storia di questa parte di città e di tentare di avviare un processo graduale che miri al restauro, alla valorizzazione e soprattutto alla successiva fruizione della casa in oggetto e di questo tratto delle mura rendendole per la prima volta visitabili ad un grande pubblico.

19/04/2014 Napoli, Spuntano i reperti e fermano il trasloco di fontana Medina (Repubblica)

NON ha ancora disfatto la valigia e la fontana Medina deve già spostarsi, e questa volta prima ancora di essere sistemata nella nuova sede pensata per lei dall'architetto portoghese Alvaro Siza. Forse l'architetto di Lisbona voleva prendersi una rivincita sui viceré spagnoli, discendenti di chi aveva strappato tanti territori di conquista al vicino Portogallo. Sia come sia, è stata una vera sorpresa per gli operai che stavano scavando la buca davanti a Palazzo San Giacomo per sistemarvi la vasca con il Nettuno, scoprire che le macchine si inceppavano. Le pale meccaniche hanno inciampato in una serie di reperti a pochi metri dal porto di Neapolis, che ha già restituito un pezzo di storia della città antica. Così la trincea è rimasta aperta ed è stata protetta dalla vista dei passanti, mentre gli stessi operai hanno cominciato a lavorare a un nuovo scavo possibilmente senza intoppi. Ma non si può dire. Pare infatti che la storia, quella con la S maiuscola, non voglia questo ennesimo spostamento della fontana. Neanche se a deciderlo è stato un archistar del calibro di Siza. In via Medina, intanto, i turisti sono stati catturati da una vicenda lunga quattro secoli e la bellezza di 9 traslochi, con perdita di pezzi e frammenti, tra cui uno stemma e la mano di Nettuno. Un professionista che ha lo studio in zona e che è titolato a dire la sua sui beni culturali perché si occupa da comproprietario della Cappella Sansevero, Carmine Masucci, ha organizzato un sit-in con gli abitanti e i negozianti di via Medina: «La fontana non si sposta da qui», hanno detto ai turisti, spiegando la vicenda. La vasca è stata tappezzata con due striscioni: uno con Nettuno che in un fumetto dice "Hic manebimus optime", citazione da Ab Urbe conditadi TitoLivio, pronunciata da un centurione perché i romani ricostruissero Roma dopo l'incendio dei Galli. Sulla parte anteriore un altro striscione recita: "La fontana Medina resti qui" e sul lato ci sono già centinaia di firme e di commenti. Nelle foto affisse si vede che la vasca è spostata di dieci metri rispetto alla collocazione voluta dal viceré Ramiro de Guzman duca di Medina di Las Torres: era il quarto spostamento, ma quel viceré diede il nome alla fontana e alla strada, e in quella via il Nettuno restò per il periodo più lungo della sua itinerante storia. Contraria al trasferimento anche l'associazione Progetto Napoli: «Ogni spostamento equivale a decontestualizzare la fontana e perderne altri pezzi. Perché non ricollocare invece in piazza Plebiscito la fontana originaria? A proposito, dov'è finita?», si chiede l'architetto Antonella Pane. Contrario e perplesso Aldo Capasso, ordinario di Tecnologia dell'architettura della Federico II: «Perché se era già previsto lo spostamento, da piazza Borsa la fontana non fu messa a deposito invece di montarla in via Medina? ».

16/04/2014 Pompei (NA), arriva Franceschini ed inaugura tre domus (Corriere del mezzogiorno)

La domus con l'affresco della Lupa che allatta Romolo e Remo, quella di un uomo pompeiano ritenuto parente del poeta Lucrezio, e quella sontuosissima con due atri, due peristili e un'ala di rappresentanza e giardini. Tre gioielli restaurati che saranno inaugurati domani, giovedì 17 aprile, dal ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini nella sua prima visita a Pompei. Aspettano il taglio del nastro le domus di Marco Lucrezio Frontone, Romolo e Remo e di Trittolemo.
BASTA RIBASSI - Appena ieri, il ministro aveva detto che sull'area archeologica di Pompei «non c'è un problema di risorse, ma di strutture, di capacità di fare le gare, di mantenere trasparenza e legalità per andare avanti nell'utilizzo dei fondi europei». E lo aveva fatto nel corso della sua audizione in commissione cultura della Camera rispondendo alle domande dei deputati preoccupati di quanto sta accadendo nei cantieri dei restauri. Soprattutto dopo aver visto le foto pubblicate dal Corriere del Mezzogiorno della Casa del Criptoportico. Domani constaterà in prima persona.
DOMUS DI FRONTONE – In base ad iscrizioni elettorali trovate sulle mura di vincolo si è ipotizzato che il proprietario di questa domus sia stato l’edile Marco Lucretius Fronto, ritenuto da alcuni parente del poeta Lucrezio. Si tratta di una casa ad atrio con la consueta sequenza di ingresso atrio tablino. A sinistra dell’entrata vi era la stanza dello schiavo portinaio; a destra si accede al triclinio invernale, decorato in IV stile con quadri raffiguranti Teseo con Arianna e Venere che fa la toilette. Alle spalle del tablino, le cui pareti presentano una esuberante decorazione tra i più bei esempi di tardo terzo stile, con al centro quadri con soggetti mitologici (il trionfo di Bacco e Arianna da un lato e Venere e Marte dall’altro), s'apre un cortile che introduce al giardino ed al portico con altri ambienti tra i quali un triclinio estivo.
DOMUS DI ROMOLO E REMO - La domus Di Romolo e Remo si trova in uno dei quartieri prestigiosi della città antica, nei pressi di una delle porte urbiche e vicino al foro e ad importanti santuari. Presenta un impianto tipico delle case aristocratiche dell’epoca e il nome deriva da un affresco ritrovato in uno degli ambienti della dimora in cui è raffigurata la Lupa che allatta Romolo e Remo, poi distrutto nel bombardamento degli Alleati del 1943. Il peristilio (giardino colonnato) presente un bell’affresco con scene di giardino esotico ricco di animali e cosiddetto “Paràdeisos”.
DOMUS DI TRITTOLEMO - Situata di fronte alla Basilica e confinante col Santuario di Apollo, la casa di Trittolemo già nel II sec. a.C. era una sontuosa domus a due atri e due peristili, composta da un settore di rappresentanza e da uno privato. Presenta atrio tuscanico pavimentato da un battuto di scaglie di marmo con al centro l’impluvio; tramite due gradini si passa direttamente nel peristilio con dodici colone rivestite di stucco rosso e bianco. Sul portico del peristilio si aprono gli ambienti di rappresentanza, di cui uno si presenta come un’ampia sala con affreschi di IV stile con quadretti di amorini intenti in varie occupazioni, posti al di sopra di uno zoccolo a finto marmo. Della decorazione del triclinio faceva parte il celebre affresco di Trittolemo che dà il nome alla casa. L’esedra rappresenta l’ambiente più importante della casa.

12/04/2014 Pompei (NA), è un restauro o una pizzeria? (Corriere del mezzogiorno)

La scorsa settimana è andato in onda sulla tv svizzera uno speciale. Il grande progetto Pompei, quello che dovrebbe spendere 105 milioni di euro dell’Unione europea per evitare il crollo delle domus che stanno cadendo a pezzi. Le telecamere hanno inquadrato la Casa del Criptoportico, il primo restauro terminato mentre il giornalista commentava: «…chiusa. Forse perché il risultato finale non è molto convincente».
Soltanto il 26 febbraio, dopo un anno di lavori, la Soprintendenza aveva inviato un comunicato in cui annunciava la fine dei lavori, diretti dall’architetto Maria Previti e costati 304 mila euro. «Hanno riguardato il consolidamento delle strutture antiche; la restituzione della volumetria originaria attraverso la ricostruzione spaziale con strutture in legno di ciò che era andato perduto anche a seguito del bombardamento alleato del 1943. In particolare si è proceduto alla riconfigurazione spaziale con centine (strutture in legno) sia della volta a botte del forno (praefurnium) sia dell'unica volta a crociera documentata nell'antica città di Pompei, presente nell’ambiente caldo delle terme (calidarium)». Con la realizzazione di «una passerella in legno che consentirà la visione dall’alto degli ambienti termali ipogei e delle rispettive superfici decorate». «I lavori conclusisi nei tempi previsti, nonostante il ribasso del prezzo su base d’asta, sono stati realizzati nel pieno rispetto degli standard di qualità», dichiarò il soprintendente di Pompei, Luigi Malnati. Bene, da allora la Casa del Criptoportico è rimasta chiusa. Non solo. E’ stato vietato a molti giornalisti stranieri che ne hanno fatto richiesta, di visitarla. Qualcuno dei custodi, scherzandoci su, la chiama «la pizzeria».
Insomma sembra che la tv svizzera non abbia sbagliato a definire il primo restauro del Grande Progetto non proprio riuscito. E anche il presidente dell’Osservatorio Patrimonio culturale, Antonio Irlando non è molto convinto di quanto fatto: «Quando verrà aperta al pubblico la Casa del Criptoportico visto che la fine dei lavori è stata annunciata il 26 febbraio scorso da un comunicato della soprintendenza? Da più parti ci giungono forti perplessità riguardo all’aspetto che ha assunto la domus a giudicare dalle prime immagini ufficiali che sono state diffuse, dove sembra di guardare una struttura di edilizia che poco avrebbe a che fare, per una serie di evidenti particolari, con il contesto archeologico di Pompei». Poi aggiunge «va ricordato però che sull’appalto della Casa del Criptoportico e su quello della Casa dei Dioscuri e della Casa di Sirico, era stata aperta un’indagine della Procura della Repubblica di Torre Annunziata, affidata alla Guardia di Finanza, poiché i tre lavori di restauro sono stati aggiudicati tutti con ribassi superiori al 50% e con il record verificatosi proprio con la Casa del Criptoportico, i cui lavori sono stati assegnati con un importo decurtato del 56,7%, rispetto alla cifra iniziale di progetto. Un'inchiesta dalla quale attendiamo ora verità». E intanto, quasi come un contrappasso dantesco, crolla parte del tetto degli uffici della Soprintendenza di Pompei. Facile commentare che non sono state solo le domus a cadere sotto i colpi dell’incuria degli ultimi anni. Simbolicamente anche il prefabbricato inizia a perdere pezzi. Ieri mattina è venuto giù uno dei tanti pannelli che fanno da controsoffittatura della pensilina. A denunciarlo la Cisl Bac che aveva già lanciato l’allarme mesi fa: «Il prefabbricato che ospita gli uffici della Soprintendenza Speciale di Pompei è talmente fatiscente da mettere a rischio i dipendenti che vi lavorano. E sempre dalla Cisl, attraverso il segretario Antonio Pepe, arriva un altro allarme. I camion che stanno trasportando il materiale per restaurare le Domus stanno rovinando le antiche strade che si sgretolano. «Centinaia di chili - spiega Pepe - che, giorno dopo giorno, usurano via dell’Abbondanza, via Stabiana e tutte le strade della città sepolta. Per non parlare delle vibrazioni che mettono a dura prova la staticità delle domus. Sono stati preventivati i danni che tutto ciò arrecherà agli scavi?».

08/04/2014 Acerra (NA), Nasce il museo archeologico di Suessula (Campanianotizie)

L’elenco dei beni della collezione Spinelli che ritorneranno ad Acerra, nel Museo di Archeologia e storia del territorio di Acerra e Suessola, è lungo ben 29 pagine, con l’indicazione di quasi 700 beni. E’ stata firmata questa mattina la convenzione per l’affidamento in deposito e il relativo allestimento di materiali archeologici di proprietà statale presso il Museo di Archeologia e storia del territorio di Acerra e Suessola. Il Prof. Gregorio Angelini, in rappresentanza della Direzione per i Beni culturali e Paesaggisti della Campania, la Dott.ssa Teresa Elena Cinquantaquattro della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli, la dott.ssa Rosanna Romano, Direttore generale per le politiche sociali, le politiche culturali della Regione Campania ed il Sindaco di Acerra Raffaele Lettieri, alla presenza degli Assessori Regionali alla Cultura Caterina Miraglia e al Turismo Pasquale Sommese, hanno sottoscritto la convenzione che destina il Castello Baronale di Acerra a sede Museale, affida in deposito per l’esposizione al pubblico una selezione dei materiali archeologici rinvenuti nel territorio comunali di Acerra e individuati dalla Stessa Soprintendenza.La Regione Campania, con la sottoscrizione della stessa convenzione, ha preso atto della realizzazione del Museo di Archeologica e Storia del territorio di Acerra e Suessola dichiarando la propria diponibilità a promuoverlo e valorizzarlo. Il Museo del Castello Baronale di Acerra, nato ufficialmente questa mattina, si presenta come un elemento di valorizzazione dei due siti antichi ricadenti nel territorio comunale di Acerra: la città romana e la Suessola etrusca. Attraverso l’esposizione dei reperti archeologici, il polo museale mira alla ricostruzione della storia, della cultura e della topografia degli insediamenti sul territorio acerrano.La prima delibera di Giunta comunale che istituiva il Museo di Archeologia ad Acerra è del 1982 con Sindaco l’On. Caruso e assessore alla Cultura il Dott. Santoro. Da allora tante le vicende alterne che hanno segnato la convenzione per l’istituzione del Museo. La Soprintendenza Archeologica, già nel 1996, ha ritenuto che la struttura museale costituisse un valido supporto all’azione di tutela e valorizzazione del ricco patrimonio archeologico ricadente nel territorio di Acerra e pertanto propose uno schema di scrittura privata per l’istituzione e la gestione dello stesso Museo. Nel 2009 l’allora Commissario straordinario del Comune di Acerra trasformò la Sezione di Archeologia del Museo Civico in Museo vero e proprio.A partire dal dicembre 2012 l’attesa svolta che la città di Acerra attendeva da tempo: con delibera di Giunta comunale fu ratificato dal Comune lo schema definitivo di convenzione tra Ministero, Regione Campania, Soprintendenza e Comune, recependo tutte le modifiche necessarie, a gennaio 2013 il Comune di Acerra ha approvato lo schema attualizzato di gestione della stessa istituzione museale, a maggio 2013 la Regione Campania ha approvato lo schema definitivo di convenzione.Il polo museale è stato allestito nei locali al piano terra del Castello Baronale di Acerra, un tempo utilizzati come scuderie, rese disponibili dall’Amministrazione comunale. Il Castello costituisce uno dei principali monumenti cittadini, e con la nascita del Museo di Archeologica e Storia del territorio di Acerra e Suessola tornerà ad essere il centro della vita politica, sociale e culturale della città.Il Sindaco Raffaele Lettieri ha dichiarato: «L’apertura del Museo di Archeologia e Storia del territorio di Acerra e Suessola, l’affidamento in deposito ed il relativo allestimento di materiali archeologici, rappresentano per tutti noi che abbiamo lavorato a questi obiettivi, un fatto molto importante non solo per la tutela e il recupero della memoria storico-archeologica che questo rappresenta, ma anche perché la cultura è una delle leve che la nostra Amministrazione vuole utilizzare per il rilancio e il riscatto della città. Lo straordinario successo di alcuni grandi eventi culturali che hanno riguardato la città di Acerra, ne è l’esempio più lampante».«Il Museo di Archeologia e Storia del territorio di Acerra e Suessola – ha proseguito il primo cittadino di Acerra - è un sogno che diventa realtà. Un cambiamento, una svolta per il futuro della città di Acerra, soprattutto perché i cittadini si riconoscano in questa istituzione, perché sviluppino un senso di orgoglio e di partecipazione collettiva alla vita del Museo e del Castello. E’ una comunità intera che deve dimostrare un nuovo orgoglio cittadino per la presenza sul proprio territorio di un’istituzione così importante e per l’esposizione di materiali archeologici rinvenuti sul territorio. Questo ci consentirà di raggiungere traguardi ancora più ambiziosi. Con la nascita del Museo di Archeologia il nostro Castello Baronale marca nuovamente la sua presenza sul territorio, torna ad essere protagonista della vita civile di Acerra, organismo e istituzione vitale per la cittadinanza, simbolo di Acerra.Sarà il punto di ripartenza della nostra comunità, il simbolo di una città che offre tanto, un’icona. Per questi motivi i nostri ringraziamenti vanno al fortissimo senso di responsabilità delle istituzioni coinvolte, Regione Campania, Soprintendenza e Comune di Acerra, e alla partecipazione di tutti i lavoratori coinvolti in questa avventura.Siamo talmente convinti di ciò, che abbiamo deciso anche di investire fortemente sul nostro patrimonio storico e artistico e sul Castello Baronale, tanto da aver previsto, importanti interventi proprio per una sistemazione definitiva di questi spazi».Il vicesindaco di Acerra, nonché assessore alla Cultura, Tito D’Errico ha dichiarato: «Era un nostro dichiarato obiettivo fare della cultura il volano che realizzasse i presupposti della crescita della comunità locale. Le nostre parole d’ordine sono normalità e fare squadra. La nostra comunità, infatti, insieme agli organi sovracomunali ha raggiunto un obiettivo che questa comunità aspettava da 30 anni. La risposta che diamo in questo momento è il nostro lavoro di squadra. Questo però non è il momento di arrivo ma un momento di ripartenza, adesso dobbiamo rimboccarci le maniche e fare in modo che questo museo non rimanga una cattedrale nel deserto, anche attraverso i progetti che stiamo mettendo in opera con le organizzazioni culturali locali e con le istituzioni sovra comunali».Dal Vescovo di Acerra, Mons. Antonio Di Donna, è arrivata anche una “benedizione” al neo nato Museo: «I reperti archeologici ritornano a casa in un momento non facile per il nostro territorio. Dico sempre che occorre reagire a questo clima pensante ed una delle forme di reazione è proprio il recupero del bello e delle nostre radici. Ben venga questo ritorno».L’assessore regionale alla Cultura, Caterina Miraglia ha sottolineato: «Per noi è assolutamente un momento significativo, che vede Acerra cara alla Regione così come gli altri luoghi della Regione Campania. Ringrazio il vostro Sindaco, si vede la passione e l’amore con cui segue la sua città. Insieme alla Soprintendenza siamo finalmente complici di un sistema virtuoso. L’apertura di questo museo non sarà dispersa, perché si possa dire che siamo luoghi di virtuosa amministrazione».Dal Direttore Regionale per i Beni culturali e Paesaggistici della Campania un’indicazione particolare: «Dobbiamo pensare a come mettere a sistema tutte le risorse che i nostri territori posseggono. Le comunità locali devono partecipare a questa valorizzazione, così come la Regione deve creare circuiti capaci di aggregare le realtà più note con i musei minori».Il Soprintendente per i Beni Archeologici di Napoli, Teresa Elena Cinquantaquattro ha spiegato: «Entro l’autunno contiamo di completare l’allestimento di 700 o 800 reperti. La nostra attività continuerà, ma la storia del Museo contribuirà a rafforzare la nostra azione di tutela e valorizzazione della tradizione culturale. Questo Museo avrà una prospettiva ampia perché questa conoscenza si possa irradiare nelle vite delle comunità».La dottoressa Rosanna Romano, direttore generale per le politiche sociali, politiche culturali della Regione Campania, ha ribadito: «Sono emozionata, perché io ho deciso di vivere ad Acerra e qui ho la mia famiglia. Sono ancora più coinvolta nella vita di questa città e per il miglioramento della qualità della vita di questo territorio. L’Amministrazione Regionale è pronta a far fronte con una modalità snella e moderna alla gestione di questi procedimenti. Avremo un programma preciso, con obiettivi e scadenza per questo Museo».

04/04/2014 Pompei (NA), arranca il grande progetto (Repubblica)

«Su Pompei i conti li facciamo alla fine», ripete il ministro Dario Franceschini. Ma ieri al ministero per i Beni culturali, mentre si presentava un accordo con Finmeccanica che donerà al sito archeologico tecnologie e servizi per 1 milione e 700 mila euro, in molti insistevano per sapere a che punto si è con i cantieri, i restauri e gli interventi del Grande Progetto Pompei finanziato dai 105 milioni dell’Ue. E l’impressione non è rosea. Attualmente, spiega il generale dei carabinieri Giovanni Nistri, direttore del Progetto, sono 7 i cantieri aperti (su 55 previsti), 6 quelli per i quali sono state aggiudicate le gare mentre una gara è ancora in corso. Al momento, aggiunge Nistri, sono impegnati (che non vuol dire spesi) 40 milioni.
Però la struttura che Nistri avrebbe dovuto guidare ancora non c’è. Era previsto che fosse composta da una trentina di unità: sono state presentate oltre sessanta domande, le persone sarebbero già state selezionate, ma per vederle all’opera c’è da aspettare ancora. Quanto? Nistri allarga le braccia come a dire: «Non dipende da me». Inoltre Nistri perde il suo vice, Fabrizio Magani, il che accentua la sua solitudine. Direttore regionale dei Beni culturali in Abruzzo, Magani resterà a curare il centro storico dell’Aquila e degli altri paesi colpiti dal terremoto di cinque anni fa. Lo ha annunciato Franceschini, smentendo una decisione presa dal suo predecessore, Massimo Bray, e assecondando i desideri dello stesso Magani.
Gli scossoni alla struttura che dovrebbe governare Pompei continuano. Oggi, intanto, Franceschini sarà a Parigi dove incontrerà i colleghi europei: «Dimostreremo che ce la stiamo mettendo tutta». Ma il tempo corre e l’Ue attende risultati.
L’accordo con Finmeccanica prevede un monitoraggio capillare del sito archeologico.
Due società del gruppo, Selex Es e Telespazio, forniranno tecnologie per fronteggiare il dissesto idrogeologico, in gran parte causa dei crolli, e per garantire una diagnosi delle strutture murarie. Il progetto sarà operativo a dicembre per tre anni.

02/04/2014 Pompei (NA), mettere l'antico al riparo (Repubblica)

IL DIBATTITO innescato su queste pagine dall’articolo di Renato De Fusco (“Diamo un tetto alle rovine di Pompei”) sollecita una riflessione sul rapporto tra archeologia e architettura. Le due discipline condividono la radice greca archè (l’origine, l’antico) ma diverso appare il loro obiettivo ultimo. La prima si appunta sulla conoscenza e descrizione delle antiche vestigia, mentre l’arte del costruire fa di esse la “tradizione delle forme” da cui produrre il nuovo che — per Gardella — «non può che affondare le sue radici nel passato». L’architettura trae dai monumenti memoria e lezione, alimento per il suo sviluppo progressivo. L’archeologia si fonda sulla diacronia, mentre l’architettura, nella riflessione teorica e nella pratica del progetto, è decisamente sincronica: guarda al passato come coesistenza, prescindendo dalle datazioni, ricercando le strutture formali incorporate negli exempla. Per Foucault, l’architetto che si misura con l’antico, assume una
“episteme classica”: il tempo non ha un valore determinante e distintivo. L’esigenza di ridare vita e forma a una rovina può condurre a una ri-costruzione critica — non certo in stile — in cui l’antico riecheggia nel nuovo capace di donare nuova vita proseguendo un ordine di relazioni formali preesistente.
La distinzione tra “materia signata” (“palinsesto”) di San Tommaso determinata dalle trasformazioni di un corpo nella sua vita — che induce i restauratori integrali a mettere in scena tutte le stratificazioni, incluse le ingiurie del tempo — e “hæcceitas” di Duns Scoto che guida e legittima l’architetto ad intervenire sulle opere del passato per riprogettarne l’identità perduta in una nuova sintesi formale, si accentua sino a diventare inconciliabile, nel campo archeologico, dove il valore dei reperti è universalmente riconosciuto.
Le azioni sulle rovine in Italia spesso si limitano alla conservazione neutrale: sostegni provvisori, passerelle diafane, superfici di sacrificio. All’intervento di Valadier al Colosseo che interpreta la struttura formale del manufatto antico e a quello di Stern che realizza un puro contrafforte, oggi si preferirebbero mere opere provvisionali in tubi innocenti (“innocenti” perché non hanno responsabilità di forma). Una pura conservazione che esclude il ri-progetto, la rimessa in opera dell’antico, come era accaduto a Michelangelo nelle Terme di Diocleziano rianimate per dar forma alla chiesa di Santa Maria degli Angeli o a Peruzzi nel Palazzo Orsini realizzato in sintonia con le rovine del Teatro di Marcello.
L’urgenza della conservazione e valorizzazione di siti archeologici — Pompei, Ercolano, Agrigento — o dei cospicui ritrovamenti dell’“archeologia urbana”, credo sia innanzitutto un problema di progettazione, non rinunciando all’imprescindibile classificazione degli archeologi senza la quale ogni ipotesi sarebbe inconsapevole e incolta. Non so se il “tetto unico” a Pompei di De Fusco sia una soluzione percorribile o un’utopia estrema, ma rispetto all’immota contemplazione dello sfacelo delle rovine o alla rinuncia a portare alla luce parti ancora sepolte sollecita alla cultura architettonica un dibattito ineludibile.
Una mega-copertura per tutta la città come nelle ipotesi radicali di Archigram e di Fuller oppure distinti ripari (ricalcando gli isolati o sui grandi complessi) che si accordino con l’impianto urbano? Quale la natura di queste coperture? Spostabili e “abitabili” come nelle ipotesi di Renzo Piano o “riflettenti” come i ripari di Foster a Marsiglia? Esibizioni tecniche “acrobatiche” per non interagire in alcun modo con le rovine o, in termini più attenti, soluzioni puntuali riferibili agli assetti formali della città e dei reperti, reinterpretando — anche per contrasto — un ordine rinvenibile?
Sarebbe importante su questi temi avviare un confronto multidisciplinare che non riduca la portata delle questioni a timidezze e veti incrociati, ma incida realmente sullo status quo per fermare e non solo arginare il degrado e l’abbandono che questo straordinario patrimonio dell’umanità non merita.

28/03/2014 Pompei (NA), riapre anche la Casa dei Vettii (Corriere del Mezzogiorno)

Crolli, ma non solo. Pompei resta ai piani alti della classifica dei monumenti italiani più visitati. Con i suoi due milioni e mezzo di presenze, totalizzate nel 2013, è il tesoro italiano più visto dopo il Colosseo e registra presenze in crescita rispetto al 2012. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, assicura una accelerazione per il Grande Progetto di restauri cofinanziato con i 105 milioni Ue. «Stiamo lavorando, in sinergia con tutte le parti coinvolte, per superare le emergenze e rispettare la scadenza dei tempi richiesti» sottolinea. E annuncia la riapertura, per Pasqua, di tre domus, che accoglieranno i visitatori già dall'ingresso principale di Porta Marina: la dimora del politico Marco Lucrezio Frontone, definita la casa più bella di Pompei che ha comunque alcune fragilità, quella di Trittolemo e quella Romolo e Remo con le pitture di animali grigi e porpora che adornano il giardino.
Ma c'è di più. Itinerari — spiega il soprintendente Massimo Osanna - «on demand» per ogni categoria di turista, dai croceristi mordi e fuggi ai più esigenti in cerca di approfondimenti ed esclusive. «Stiamo cercando di fare tutto quello che il grande pubblico si attende da noi, garantendo l'apertura di quello che si può aprire in sicurezza» aggiunge. Dopo i crolli e le polemiche per il degrado e le troppe domus chiuse ai visitatori, a Pompei si prova insomma a voltare pagina. E se per l'Antiquarium - causa il contenzioso che coinvolge anche l'Avvocatura dello Stato - bisognerà aspettare, entro l'estate, assicura Osanna, sarà terminato il restauro del Cave Canem, mosaico icona del sito che decora il pavimento d'ingresso della Casa del Poeta Tragico, e verrà riaperta la Casa dei Vettii, le cui porte sono serrate da undici anni.
«Il restauro della Domus è previsto dal Grande Progetto - ricorda - ma abbiamo deciso di anticipare i tempi e riaprire i cancelli accogliendo il pubblico nei locali non pericolosi, che sono il cuore della dimora, di cui fa parte anche l'atrio con l'affresco del priapo dal grande fallo». Il neo soprintendente punta a porre riparo alla carenza di personale con alchimie di organizzazione. «L'idea - spiega- è di garantire aperture ad orari delle domus più importanti in modo che il turista si possa costruire il proprio itinerario modulandolo sulle sue curiosità e sul tempo che ha disposizione».

25/03/2014 Benevento, bonificati gli scavi di via III Settembre (ntr24)

Si avvia ad una conclusione la vicenda degli scavi archeologici di via III settembre a Benevento, la strada che collega via Del Pomerio al Corso Garibaldi.
Una storia di degrado e inciviltà iniziata dieci anni fa e andata avanti fino ad oggi, quando una squadra della Soprintendenza per i Beni Culturali è intervenuta per pulire l'area.
“La prima riqualificazione dell'area ci fu nel 2004 - raccontarono alcuni cittadini in un servizio di Ntr24 del primo agosto 2012 -. Durante i lavori emersero dal sottosuolo alcuni resti di particolare pregio storico. Sul posto intervenne la Soprintendenza che, una volta terminati gli scavi, ricoprì la voragine e transennò l'intera zona”. Da allora la “gabbia” di via III Settembre è divenuta una vera e propria discarica a cielo aperto.
Sempre nell'agosto 2012 intervenne sulla vicenda l'allora assessore comunale ai Lavori Pubblici, Pietro Iadanza, che dichiarò: “Una situazione decisamente poco consona per la realtà archeologica nella quale è inserita. Tuttavia il Comune non ha le autorizzazioni per intervenire per la bonifica del sito”.
Immediata fu la risposta della Soprintendenza attraverso le parole del funzionario Luigina Tomay che sottolineò “la totale mancanza di responsabilità del suo ente nella manutenzione dell'area. Anzi – specificò - la Soprintendenza ha già approvato un piano comunale di valorizzazione del sito che però non è mai partito”.
Intano nella strada del centro storico è continuata a proliferare la sporcizia, come le nostre telecamere hanno evidenziato in un altro servizio datato 28 gennaio 2014.
Oggi, infine, “c'è stato l'intervento di una squadra che è giunta in via III Settembre per ripulire lo scavo - ha commentato il funzionario Luigina Tomay -. Ora spetta al comune pavimentare l'area in attesa di reperire i fondi per valorizzare l'area”.

21/03/2014 Pompei (NA), vuole regalare 20 milioni per gli scavi, ma la burocrazia lo blocca (Il Giornale)

Furti e crolli nell'area archeologica. Un privato vuole investire, dallo Stato soltanto porte in faccia
Benvenuti nella «Terra dei fuochi» di Pompei. Centinaia di furti ogni anno - per i turisti una sorta di take away del souvenir fai da te - senza che nessuno si accorga di nulla.
È l'indifferenza a sovrintendere al patrimonio che il mondo ci invidia. La «mafia» dei custodi e una gara sul nuovo appalto di videosorveglianza dai contorni oscuri. Intimidazioni, crolli (più o meno «pilotati»), cani randagi e rifiuti tra vestigia archeologiche che dovrebbero essere il nostro orgoglio e che invece si sono trasformate nella nostra vergogna. Storia, cultura, turismo. Tutto alle ortiche in una sorta di cupio dissolvi dell'anima e del cuore. E il paradosso di uno Stato che si permette il lusso di dire no a 20 milioni di investimento privati.
Ieri un nuovo crollo. L'ennesimo. Con reazioni contraddittorie. Perché a Pompei anche i crolli (o i furti) hanno un loro fixing politico. Una sorta di borsino mediatico dai diagrammi imperscrutabili. E così se il ministro di turno è un «amico» l'incidente passa sotto silenzio; se invece il ministro è «nemico», vai con la grancassa mediatica.
Ieri la soprintendenza speciale di Pompei, Ercolano e Stabia ha comunicato al Ministero dei Beni e della Attività Culturali e del Turismo (vezzosamente abbreviato in Mibact) di aver riscontrato un cedimento di una porzione di muro di una domus della Regio V dell'area archeologica di Pompei. «Il cedimento, in base al primo sopralluogo, - spiegano i tecnici - riguarda un tratto di muro (di lunghezza pari a un 1,30 cm e di altezza pari a circa 1 m) di un ambiente all'interno di un'area interdetta al pubblico interessata da interventi di messa in sicurezza nell'ambito del “Grande Progetto Pompei“ (notare la grandeur del nome ndr) che saranno realizzati entro il 2015 (notare la perentoria sicurezza nell'indicazione della data ndr)». Il vezzoso Mibact ha disposto una perizia tecnica da parte dell'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro (organismo per il quale, al momento, non è ancora stata varata alcuna vezzosa abbreviazione) che invierà questa mattina un gruppo di esperti, coordinati dal direttore dell'Istituto, per verificare la data e le cause tecniche del cedimento. Notizie fondamentali, non c'è che dire. Ma c'è una domanda a cui vorremmo tanto che qualcuno desse una risposta: come mai, in Italia, se c'è un'azienda che vuole investire 20 milioni per un'opera di restauro, la burocrazia arriva al punto di mettergli il bastone tra le ruote?
Pietro Salini, ad esempio, amministratore delegato di Salini Impregilo, ieri a margine della presentazione di risultati 2013 alla comunità finanziaria, ha confermato la sua apertura a destinare denaro per il recupero di Pompei: «La disponibilità c'è ancora tutta». A metà 2013, Salini si disse pronto a finanziare un progetto di recupero del sito campano con i circa 20 milioni che arrivavano da un rimborso legato alla realizzazione del termovalorizzatore di Acerra, opera in carico a Impregilo. Da allora però Salini non ha - a suo dire - ricevuto risposte soddisfacenti, e così i 20 milioni sono ancora lì. «Noi, essendo una società quotata non possiamo fare beneficenza - spiega Salini - ma in Italia le regole sono complicate in questo settore, l'intervento pubblico nel recupero dei beni artistici è sicuramente un tema aperto. Da parte mia conferma la disponibilità ad investire su Pompei». Si attende, gentilmente, un riscontro. Anche se le parole di Susanna Camusso non lasciano certo ben sperare per il futuro. Sentite infatti cosa dice la leader della Cgil, sulle recenti vicissitudini degli scavi di Pompei: «Lo straordinario patrimonio archeologico e culturale dell'Italia dovrebbe diventare rapidamente oggetto di un grande investimento pubblico». Come dire: i privati stiano alla larga dai nostri capolavori, che a farli andare in malora ci pensa lo Stato.

21/03/2014 Pompei (NA), altro cedimento (Il Corriere del mezzogiorno)

La scoperta è di ieri mattina, ma l'ennesimo cedimento non sarebbe recente. Ieri i custodi di Pompei hanno segnalato il crollo di una piccola porzione di muro non affrescato in una domus di via Nola, nella regio V, quella ubicata nell'area nord est della città antica.
In serata la precisazione del soprintendente Massimo Osanna che, facendo riferimento ai risultati delle prime analisi archeologiche, ha detto: «Il crollo non è avvenuto sicuramente nella notte tra mercoledì e giovedì». Non è recente, ha sottolineato, neanche lo sfregio dell'affresco della Domus di Nettuno scoperto tardivamente il 12 marzo. Episodi che hanno provocato clamore e che riaccendono, in ogni caso, i riflettori su Pompei e sulla criticità delle condizioni in cui versa il sito archeologico.
Difficoltà e ritardi
Il Grande Progetto – 105 milioni per interventi di restauro – avanza con almeno un anno di ritardo e questo suscita qualche apprensione, perché i fondi europei devono essere spesi entro dicembre 2015. L'unico intervento praticamente ultimato, ad oggi, è il restauro della casa del criptoportico. Lavoro aggiudicato alla Perillo Costruzioni, l'impresa che ha vinto altri due appalti nell'ambito del grande Progetto, con un ribasso del 56%. Non tutte le operazioni eseguite per riportare l'antica domus agli splendori del passato, lamentano alcuni esperti architetti e restauratori, sarebbero filologicamente impeccabili. Di qui perplessità e proteste. Immotivate, a detta della soprintendenza, secondo la quale è stato rispettato integralmente tutto quanto previsto dal capitolato di appalto.
L'Osservatorio
Sul Grande Progetto interviene, intanto, l'architetto Antonio Irlando, profondo conoscitore della realtà di Pompei e delle sue problematiche. «Bisognerebbe — dice — che almeno una parte dei fondi europei stanziati per gli interventi straordinari fosse riconvertita alla realizzazione di una infrastruttura che possa garantire la manutenzione ordinaria». Sottolinea: «Se si destina il 10% dei 105 milioni per creare tecnici, operai, manovali, mosaicisti, restauratori, questi possono far diventare durature nel tempo le attività di ordinaria manutenzione. Senza le quali, si rischia di sperperare ancora una volta il denaro, come già in passato». Ricorda infatti Irlando: «Non è certo la prima volta che sugli scavi pompeiani piovono fondi. Por Pon ed altri canali si sono già spesi decine di milioni e per la modalità di impiego del finanziamento l'Italia ha subito una censura dall'Unione europea. Gli ispettori scrissero che non si era rispettato l'obiettivo di tenere le domus aperte al pubblico. Alcune di esse, restaurate anni fa, versano di nuovo in pessime condizioni: mosaici pieni di muschio ed umidità, mura scrostate, problemi. Penso, per esempio, alla casa di Cecilio Giocondo».
La vera sfida di Pompei è, dunque, la manutenzione ordinaria. Nel sito lavorano attualmente 11 archeologi e non più di 4 restauratori. I custodi, complessivamente 160, sono circa 20 per turno. Pochi, secondo Irlando. «L'ultimo mosaicista — ricorda — è andato in pensione 13 anni fa. Da un ventennio si procede per esternalizzazioni: 4 o 5 crolli, un paio di furti, i riflettori della stampa e parte l'appalto. Se ci fosse una squadra sufficiente di tecnici che si occupasse ogni giorno di Pompei, come se fosse un cantiere aperto, curando piccoli interventi ordinari, si risparmierebbero soldi e figuracce».
Il soprintendente
Non ne sono mancate, negli ultimi anni. Urge invertire la rotta. Positivo, in tal senso, il programma di riaperture, per Pasqua, di una serie di domus chiuse da tempo e situate tra Porta Marina ed il tempio di Apollo. Tra queste, quelle del rilievo di Telefo e quella di Marco Lucrezio Frontone. La prima appartenne a M. Nonio Balbus, fu costruita in età augustea e restaurata dopo il terremoto del 62. «La seconda, sottolinea il soprintendente Osanna, «è un vero gioiello. Una casa chiusa da tempo e molto delicata, per la quale bisognerà forse pensare a visite su prenotazione o contingentate».

20/03/2014 Pompei (NA), altro crollo negli scavi (Il Mattino)

Una piccola porzione di muro è crollata in una domus che si trova nella regio V degli scavi archeologici di Pompei. A segnalare il cedimento sono stati i custodi. Sul posto si è subito recata, per un sopralluogo la direttrice Grete Stefani.
Secondo quanto si apprende, il muro interessato dal cedimento non era affrescato e si trova in una domus ubicata in un vicolo di via Nola (Regio V, Insula 2, civico E). La zona dove è avvenuto il crollo era già stata interdetta al pubblico. La segnalazione dei custodi è stata inoltrata questa mattina.
Nel sito archeologico di Ercolano sono invece state portate via delle griglie in ferro cromato che erano collocate nella passerella della scarpata Nord. A denunciare l'episodio ai carabinieri è stato un impiegato che presta servizio negli Scavi. Il furto sarebbe avvenuto tra il 14 e il 18 marzo.

19/03/2014 Pompei (NA), Dopo i crolli i furti. Dalla lobby del personale agli affari dei clan così va in frantumi la storia (Repubblica)

Dopo i crolli, i furti. Questa volta a Pompei non si sbriciolano i muri, ma c’è qualcuno che si porta via pezzi della città, mandandola in rovina come fece il Vesuvio duemila anni fa. Un affresco raffigurante Artemide e un festone floreale sono spariti rispettivamente da una domus chiusa al pubblico e da un laboratorio di restauro. La Procura di Torre Annunziata ha inviato i suoi 007 e anche il ministero per i Beni culturali ha spedito da Roma un ispettore, che sta conducendo un’inchiesta parallela sui due episodi, scoperti negli ultimi giorni. E il ministro Franceschini, ancora convalescente dal malore dei giorni scorsi, ha convocato per oggi una riunione al Collegio romano.
Il primo dei due episodi risale al 12 marzo, ma si è appreso solo ieri: un custode durante la ronda delle 17 aveva scoperto che nella Domus di Nettuno mancava un frammento raffigurante Artemide. I ladri l’avevano tagliato con un temperino o un cacciavite. Quando, non si sa. Secondo gli investigatori, la pista più accreditata è quella interna: si indaga tra i dipendenti della Soprintendenza. Il capo della Procura, Alessandro Pennasilico, commenta infatti: «Quando la refurtiva è di piccole dimensioni, si può pensare anche al comportamento incivile di un visitatore, ma in questo caso potrebbe trattarsi di un furto su commissione. L’area è chiusa: difficile che un turista possa essere entrato con i mezzi necessari a tagliare l’affresco». L’area del furto è tra quelle da mettere in sicurezza con il Grande Progetto Pompei ed era parzialmente scoperta dalla videosorveglianza: la gara per l’appalto delle telecamere partirà a giorni.
Il secondo episodio è un’altra sparizione, ma il pezzo stavolta è tornato a Pompei. Il 21 gennaio alla Soprintendenza è arrivato per posta un plico spedito dalla libreria antiquaria Pegaso di Firenze - un indirizzo inesistente. Conteneva un frammento di 15 centimetri per 13 proveniente dalla Casa dei Cubicoli floreali o del Frutteto, esempio di secondo stile pompeiano con un festone di edera su fondo giallo. Il pezzo di affresco era in deposito nel laboratorio di restauro della Soprintendenza. Chi l’ha impacchettato e spedito, è riuscito a sfuggire alle telecamere dell’ufficio postale. Dice il soprintendente dell’epoca, Massimo Osanna (oggi al suo posto siede Teresa Elena Cinquantaquattro): «Anche in quel caso sono state attivate subito le forze dell’ordine». La notizia del furto non fu però data perché si sperava che i ladri uscissero allo scoperto. «Il problema» insiste Osanna «sono le risorse umane: mancano i custodi. Se un turista scavalca e sfugge alla vista del custode, il furto può avvenire. Il problema sicurezza è ben presente e ci stiamo lavorando: tra i primi interventi del Grande Progetto Pompei c’è il nuovo sistema di videosorveglianza e la nuova recinzione». «Rattristata » si è detta la commissaria Ue alla Cultura, Androulla Vassiliou: «I responsabili dovrebbero vergognarsi di rubare il patrimonio di italiani e europei».

Ora che la Procura punta sulla pista interna, tutti si ricordano di quello che disse il soprintendente in pensione Pier Giovanni Guzzo: «Abbiamo chiesto alle forze dell’ordine controlli più serrati sulla camorra ». L’archeologo ipotizzava un intento intimidatorio, dietro i tanti crolli e misteri di Pompei. Parlava di ditte che partecipavano agli appalti, ma anche di persone che non venivano dall’esterno. Esattamente sei anni fa, il 19 marzo del 2007, mentre Guzzo era a capo della soprintendenza autonoma, in un giorno senza vento una pesante colonna di tufo in un cantiere chiuso crollò.
«Non ho elementi per dire che è un’intimidazione camorristica — dichiarò il soprintendente — La magistratura e la polizia giudiziaria hanno il compito di chiarire la dinamica dell’evento ». Diceva e non diceva, l’archeologo. Ma si riferiva anche a quello che aveva intorno. In quegli uffici. Nell’area archeologica che dirigeva. Gli episodi strani, le sparizioni, tutte cose che sapevano di sabotaggio. La risposta degli inquirenti a quelle ipotesi dello studioso non è mai arrivata. E il dubbio è rimasto: che cosa accade tra le mura di Pompei? C’è una mano che provoca danni con un intento ben preciso? La Procura sta cercando quella mano. E non la cerca certo fuori dalle mura degli Scavi.
L’establishment di Pompei ogni tanto cambia faccia e nome: ai soprintendenti sono stati affiancati city manager, direttori generali, commissari. I nuovi dirigenti provengono dal mondo universitario o dalle forze dell’ordine, dall’aeronautica o dall’esercito. Ma i gradi e le divise non scoraggiano la regia dei misteri di Pompei. Una regia forse unica, sulla quale le indagini della Procura già da tempo si concentrano. In questi giorni gli uffici della soprintendenza sono stati frequentati assiduamente dai carabinieri per sequestrare atti delle gare del Grande Progetto Pompei: 105 milioni di euro da spendere per una macchina che procede al ralenti. Per cautela, per paura di infiltrazioni camorristiche, per eccesso di burocrazia.
Con le forze dell’ordine in ogni dove, comunque, l’area archeologica non sembrerebbe il luogo più adatto a un furto di cui nessuno si è accorto. Anzi due furti, quello del frammento della Casa del Frutteto, restituito il 21 gennaio, e quello della Casa di Nettuno, scoperto solo il 12 marzo. Gli inquirenti ora vogliono sapere il preciso momento in cui i “quadretti” — destinati a un collezionista o utili a provare che a Pompei si ruba indisturbati — sono stati staccati e portati via. Per puntare sulle sequenze giuste delle riprese delle telecamere. Ma questa è una notizia che manca. Mentre invece si viene a sapere con estrema puntualità e anche in tempo reale di ogni crollo, di ogni più piccolo cedimento di un muro di cinta. Ogni disgrazia che porta a Pompei la stampa internazionale e il disdoro all’immagine dell’Italia si diffonde alla velocità della luce. Viene dall’interno dell’area e sa sempre dove dirigersi. Questo a volte sembra far parte della stessa precisa regia che sta anche alla base del danno.
«Spesso — dicono negli uffici della soprintendenza — la stampa viene messa al corrente prima di noi di quello che accade». Uno scollamento, tra dirigenza e dipendenti, che più volte è apparso sospetto. «Ci arriva in Procura un flusso quasi quotidiano di “notizie” — nota il procuratore capo di Torre Annunziata, Pennasilico — sui fronti più svariati: dai problemi statici all’uso delle risorse pubbliche, dai danni al patrimonio a vicende commerciali connesse agli Scavi».
In questo flusso ininterrotto di notizie che prendono la strada esterna, anche gli ultimi due fulmini caduti su Pompei, i furti in due diversi punti dell’area archeologica. La notizia filtra a scoppio ritardato, ma solo perché gli inquirenti chiedono di non intralciare le indagini. Gli interrogativi sono tanti. Un pezzo di Pompei che se ne va da una domus semi-incustodita, dove solo chi sapeva e conosceva i luoghi poteva arrivare, tenendo in mano gli strumenti giusti per un furto da esperti, da tombaroli. Un furto non certo da turisti. E un altro frammento prezioso, quello della Casa del Frutteto, che sparisce dal laboratorio di restauro dove la custodia non doveva sicuramente mancare. Ventotto custodi per turno in un’area 66 ettari e 1.500 edifici. E tra loro c’è chi potrebbe sapere.

17/03/2014 Cuma (NA), crolla un muro nell'antro della Sibilla (Repubblica)

Crolla un muro, chiuso l'antro della Sibilla a Cuma. Turisti delusi, le accuse degli albergatori
Chiuso l'antro della Sibilla per il crollo di un muro a causa di infiltrazioni di acque meteoriche. La struttura già puntellata per precedenti cedimenti ed in attesa di interventi di manutenzione straordinaria, era comunque aperta al pubblico.
Nel weekend, invece, il nuovo improvviso crollo che ha indotto i responsabili del Parco archeologico di Cuma ad interdire l'accesso. C'è il pericolo di nuovi cedimenti. Allertata la Sovrintendenza archeologica per gli interventi necessari al ripristino. I custodi del parco minimizzano l'accaduto e parlano di eventi già in atto con il transennamento dell'antro solo per motivi di maggiore sicurezza.
Numerosi i turisti rimasti delusi ai cancelli d'ingresso sabato e domenica per non aver potuto visitare il sito dedicato dai romani al culto di Apollo. Tra questi turisti polacchi,americani e una scolaresca milanese dell'Iti Einstein.
Il crollo verificatosi nell'antro della Sibilla segue di pochi giorni il cedimento dell'antica via romana di Arco Felice vecchio, tuttora chiusa al traffico, che mette a rischio per infiltrazioni dalla condotta di acqua portabile un altro dei tesori flegrei.
Sul piede di guerra l'associazione degli albergatori flegrei che attraverso il proprio presidente, Luigi Esposito accusa: "Si era a conoscenza da tempo della precarietà delle strutture romane nel parco di Cuma. Si è preferito destinare i soldi per gli interventi per altri progetti e non salvaguardare ciò che il mondo ci invidia ed attira turisti in tutto l'anno.
L'aspetto più grave della vicenda - sottolineano ancora all'associazione flegrea - è che gli operatori turistici non vengono messi sull'avviso e si è costretti a gestire le giuste rimostranze dei turisti giunti fin qui per un preciso obiettivo che poi viene negato".

14/03/2014 Napoli, Duomo, i resti romani bloccati dagli abusivi (il Corriere del Mezzogiorno)

Paradossi del centro storico: verso l'insula del Duomo sono stati dirottati 5 milioni di fondi Unesco per interventi di valorizzazione e per migliorare la "fruibilità turistico-culturale del complesso".
Invece a pochi passi, nel vicolo del Carminiello ai Mannesi, dove non arriverà un centesimo e in cui sono conservati i resti di una grande struttura di epoca romana, i turisti scappano a gambe levate, respinti dalla puzza e dal degrado. Il problema non è il sito archeologico, che si presenta in ottime condizioni. Gli ambienti risalenti al I secolo d. C. sono ben curati da un gruppo di volontari e protetti da pareti invalicabili: il pesante cancello che ne assicura l'integrità si apre solo per consentire occasionali visite guidate. I motivi della grande fuga vanno cercati intorno al fortino. È un'impresa il solo avvicinarsi a causa delle auto posteggiate una sull'altra, al punto che ci chiediamo come facciano i proprietari ad uscirne. Grazie a qualche piccola contorsione riusciamo ad incunearci tra i cofani, pestando inevitabilmente escrementi di cui il selciato è tappezzato. A completare il quadro c'è il cassonetto che trabocca di rifiuti sulla stretta via. Insomma, sporco e cattivi odori assediano le suggestive rovine. Eppure gli avventurieri che raggiungono il cancello hanno comunque l'opportunità di ammirare, tra le sbarre, il complesso scoperto nel 1943 in seguito al bombardamento che distrusse Santa Maria del Carmine ai Mannesi. Dalle macerie tornò alla luce questa costruzione a più livelli riadattata in varie epoche. Circa duemila anni fa era un centro termale, luogo di svago e commerci più o meno leciti. E a Napoli - si sa - sacro e profano sono sempre andati a braccetto, come dimostrano alcuni ambienti che nei secoli successivi furono destinati alla preghiera. Non quella cristiana, però: un bassorilievo raffigura il dio Mitra nell'atto di sacrificare il toro. «Il complesso del Carminiello è un bello spaccato della città antica restituito alla collettività», spiega Michele Stefanile, docente di archeologia all'Orientale. «Prima del recupero era usato come parcheggio abusivo e ricovero per attività criminali; oggi, dopo il sequestro, è un prezioso sito sconosciuto ai più ma reso visitabile grazie, in primis, al Gruppo Archeologico Napoletano». Resta il problema del contesto, e non è solo una questione di pulizia. Lo comprendiamo fermandoci ad osservare le maestose rovine per più di cinque minuti. La nostra presenza dà fastidio ad alcuni individui che gravitano nella zona. Sguardi ammonitori invitano a cambiar aria. Dopo un pò ce ne andiamo, ma stavolta la puzza non c'entra niente.

05/03/2014 Pompei (NA), si va verso la legge obiettivo (Il Corriere del mezzogiorno)

Durante la riunione dell'«ufficio di crisi» su Pompei il nuovo ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, ha sentito al telefono il governatore Stefano Caldoro. Quest'ultimo ha ripetuto le esortazioni raccolte ieri nell'intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno. E cioè l'esigenza di imprimere una svolta nella gestione degli interventi previsti per arginare il rischio crolli nell'area archeologica, puntando sulla individuazione di un unico soggetto attuatore, «così come è avvenuto, tanti anni fa, per la Tangenziale di Napoli, per la Metropolitana e per il Centro direzionale», oltre che «convenire — ha confermato da parte sua il ministro — sulla necessità dell'immediato insediamento del vertice della Soprintendenza speciale di Pompei, Ercolano e Stabia». L'intento di Caldoro — a quanto pare condiviso anche da Franceschini — è di giungere in fretta ad una legge Obiettivo per Pompei: con tanto di cronoprogramma e struttura operativa attrezzata per perseguire la finalità della messa in sicurezza definitiva del sito archeologico.
Ed ecco i provvedimenti scaturiti dal tavolo di confronto che Franceschini ha riunito sulla scorta della relazione tecnica che gli è stata presentata. È stato deciso di far partire tutti gli interventi «di somma urgenza» e di destinare immediatamente 2 milioni di euro alla manutenzione ordinaria per ripristinare, in particolare, le murature collassate e quelle ad immediato rischio. Oltre a questi due impegni, sono stati elencati altri sette punti «immediatamente operativi»: il completamento delle procedure di nomina di Massimo Osanna che, da oggi, prenderà servizio come soprintendente (l'incarico era in attesa di perfezionamento per la mancata valutazione della Corte dei conti); l'invio per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea del bando per il Piano della conoscenza del valore di 8,2 milioni di euro; l'accelerazione dell'esame delle proposte pervenute per la gara per la realizzazione del sistema informativo geografico di Pompei del valore di 500.000 euro che servirà di base per la futura programmazione di tutti gli interventi di conservazione nell'area; l'inizio, dopo l'avvenuta consegna del cantiere, dei lavori di consolidamento idrogeologico delle Regiones III e IX, ossia dell'area della città attualmente non scavata vicina a quella interessata nel novembre 2010 dal crollo della Schola armaturarum; l'autorizzazione della procedura di individuazione delle 20 unità di personale della Pubblica amministrazione destinate alla struttura del direttore generale; l'autorizzazione della procedura di individuazione delle ulteriori 10 unità di personale necessarie alla costituzione dell'Unità Grande Pompei che si occuperà del progetto strategico di recupero dell'intera zona Unesco che investe l'area vasta da Portici a Castellamare; la convenzione tra Mibact e Finmeccanica per fornire servizi e tecnologie sperimentali di rilevamento satellitare volti a prevenire il rischio idrogeologico, migliorare l'operatività degli addetti del sito, integrare il monitoraggio dello stato di conservazione e fornire smart app per coinvolgere i visitatori nella tempestiva segnalazione di situazioni potenzialmente critiche all'interno dell'area archeologica. «I servizi e le tecnologie saranno forniti dalle aziende del Gruppo Finmeccanica - Selex ES e Telespazio - a titolo di erogazione liberale — è stato poi aggiunto —. La convenzione potrà essere sottoscritta nei prossimi giorni». Il commissario Ue per le Politiche regionali, Johannes Hahn, ha lanciato un allarme sulla condizione degli Scavi: «Ogni crollo per me è una sconfitta enorme — ha denunciato —. Chiedo con forza alle autorità italiane di prendersi cura di Pompei perché è un sito emblematico non solo per l'Europa, ma per il mondo». E Franceschini ha rassicurato: «La riunione su Pompei ha sbloccato concretamente molte misure che metteranno la macchina in condizione di funzionare. Il commissario europeo Hahn può avere la certezza che lo Stato italiano si sta prendendo cura di Pompei sia per l'emergenza che per la prospettiva». Critico, invece, l'ex ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli: «Non è vero che ci si svegli solo dopo i crolli: sono più di 5 anni che i governi dormono placidamente. Il punto è uno solo, a Pompei occorre manutenzione ordinaria; occorrono squadre di operai, tecnici, architetti, manutentori. Questa è la vera urgenza, più che preparare per anni e, finora, con scarsi risultati, progetti multimilionari». E infine il potente sindacato Uil dei Beni culturali: ««Ha fatto bene il ministro Franceschini a disporre l'utilizzo per le emergenze di 2 milioni di euro dei fondi a disposizione della Soprintendenza speciale di Pompei. Andrebbero perseguiti quanti hanno sino ad oggi assistito ai crolli».

04/03/2014 Pompei (NA), La grande bruttezza. Vergogna per un altro crollo a Pompei. Caldoro: «Commissariate gli Scavi» (Il Corriere del mezzogiorno)

«Pompei? Dallo Stato non è stato fatto mai un passo avanti. Basti dire che sul Grande progetto degli Scavi in pochi anni ho dovuto interloquire con cinque ministri diversi dei Beni culturali: Bondi, Galan, Ornaghi, Bray e ora con Franceschini». Stefano Caldoro, governatore della Campania, interviene dopo l'ennesimo crollo e propone: «Serve un commissario per non veder persa ogni speranza come nel Porto».
Caldoro: «Pompei al rallentatore Allora meglio un commissario»
«Come per il Porto, dove interviene lo Stato si blocca tutto In pochi anni ho dovuto confrontarmi già con cinque ministri»
NAPOLI — Se non fosse che da qualche anno insiste sullo scioglimento delle Regioni per far posto a strutture di programmazione suddivise per macro-aree, direbbe subito: «Ecco, fateci gestire direttamente Pompei, e vedrete come si fa, accelerando i lavori di restauro e di messa in sicurezza».
Invece, presidente Caldoro, come si fa a far fronte a quella che sta diventando una drammatica emergenza nell'area archeologica di Pompei?
«Non possiamo continuare a complicarci la vita così, con l'eterno conflitto di competenze tra Stato e Regioni, quando le Regioni dovrebbero pensare esclusivamente a programmare. Ma per gli Scavi, come per il Porto di Napoli, dove incomincia la competenza dello Stato si blocca tutto. Siamo stati noi, alla Regione Campania, a trovare le risorse per il Grande progetto Pompei: i 105 milioni di euro di fondi. Siamo stati noi a sbloccare i finanziamenti con la Ue. Siamo stati noi a fare andare avanti gli investimenti per il Porto di Napoli dove, solo per approvare il piano regolatore, sono necessari 49 passaggi burocratici e istituzionali. Ma dallo Stato non è stato fatto mai un passo avanti. Basti dire che sul Grande progetto degli Scavi, in pochi anni, ho dovuto interloquire con cinque ministri diversi dei Beni culturali: Bondi, Galan, Ornaghi, Bray e ora con Franceschini».
Insomma, qual è la soluzione per non assistere indignati e impotenti ai crolli provocati dalla pioggia nell'area archeologica che rischiano di essere, per certi versi, peggiori di quelli dell'eruzione del 79 d. C.?
«Anzitutto, il soprintendente Osanna ha ragione: non deve sorprendere se in un'area archeologica così vasta accadono incidenti di questo tipo. Il problema è un altro: di accelerare gli sforzi e la spesa per limitare i danni».
Qual è, allora, la soluzione che suggerisce: la solita cabina di regia?
«La soluzione la dà la legge e la legge individua che siano le Soprintendenze a governare gli interventi in siti di grandissimo valore culturale come Pompei. Ma sarebbe necessario dotare la Soprintendenza archeologica di competenze gestionali. La Regione ha trasferito le risorse allo Stato nel 2011: sono passati tre anni. Mi pare sia stato chiuso un solo cantiere sui 39 previsti. Perciò io suggerisco ancora una volta che occorrerebbe una norma in grado di semplificare le procedure e accelerare la spesa dei fondi. Insomma, c'è bisogno di soggetti attuatori ben individuati: una sorta di struttura commissariale ad acta che tenga dentro tutte le competenze di una conferenza dei servizi. Sarebbe utile mutuare la struttura della Legge Obiettivo fatta da Berlusconi. Ripeto: Pompei e Porto di Napoli sono l'esempio più lampante dell'immobilismo statale ed è sui tempi che l'Europa ci giudicherà».
Teme contraccolpi?
«La scadenza per gli interventi previsti a Pompei è fissata al 31 dicembre 2015. E mentre per il Porto siamo riusciti a tenere una parte della programmazione di fondi comunitari a cavallo tra l'agenda in esaurimento e quella futura, 2014/20, per Pompei il rischio di disimpegno è forte. Potremmo revocare la spesa, ma sarebbe una denuncia di impotenza davvero mortificante».
Sono sufficienti i 105 milioni di euro previsti?
«Certo che no, ma se vengono spesi bene e in fretta, sarebbe già tanto. A quest'ora, in altri paesi europei, quella somma sarebbe stata già spesa e certificata».
Lei continua ad associare i due grandi investimenti previsti per Pompei e per il Porto. Soltanto perché mostrano entrambi una oggettiva sofferenza burocratica?
«Non solo. Abbiamo scelto di prestare una attenzione particolare ai due siti più importanti della Campania. Pompei è l'area archeologica tra le più visitate al mondo. Il Porto di Napoli e quello di Salerno fanno registrare circa ventimila lavoratori e rappresentano la prima realtà economica regionale. Tuttavia, pur essendo entrambi attrattori dalle potenzialità straordinarie, le loro intrinseche risorse non sono sfruttate come si deve. Di Pompei sappiamo tutto ciò che non va, dai flussi turistici che non riusciamo a intercettare per prolungare la permanenza dei visitatori ai disagi nella gestione. Al Porto, a fronte dei milioni di tonnellate di merci in arrivo e in partenza, non riusciamo ad organizzare una movimentazione e una attività logistica di supporto in grado di svilupparne ulteriormente le potenzialità».
Beh, ci si mette anche il governo di centrodestra che da mesi non riesce a dare un volto all'Autorità portuale, passando tra proposte pasticciate e proroghe commissariali. Cosa ne pensa?
«L'instabilità è dovuta ai ministri che cambiano o che succedono a se stessi e a procedure alle quali non si dà seguito perché continuamente minacciate da contrasti politici. È perciò che insisto: occorre una struttura commissariale ad acta, un soggetto attuatore, per non veder persa ogni speranza a Pompei come nel Porto di Napoli».

04/03/2014 Ercolano (NA), Il modello Ercolano: dove pubblico e privato insieme proteggono scavi e storia (Il fatto quotidiano)

Nel 2001 la Soprintendenza di Napoli e la fondazione di David W. Packard (figlio del magnate americano proprietario del colosso informatico HP) siglano una partnership che ha reso il sito archeologico della cittadina campana un modello anche per l'Unesco. L'architetto che gestisce il progetto: "A Pompei c'è un problema politico"
“Anche qui non è tutto rose e fiori, eppure quando a novembre dello scorso anno si sono verificati dei cedimenti, nel giro di dieci giorni è stato affrontato, in parte risolto, sicuramente compreso. Una risposta rapida, che con i tempi della struttura pubblica italiana è impossibile dare a Pompei”. Pensieri e parole dell’architetto gallese Jane Thompson, project manager dell’Herculaneum Conservation Project, partnership tra pubblico e privato che ha portato il sito archeologico di Ercolano a essere uno dei più apprezzati internazionalmente, con riconoscimenti ufficiali da parte dell’Unesco. Beffe del destino, il miracolo ha preso forma a venti chilometri da Pompei, interessata negli scorsi giorni da tre crolli che hanno fissato oltre quota venti il conto dei cedimenti verificatisi nel sito campano negli ultimi dieci anni, proprio mentre Ercolano iniziava a riprendere vita.
Tutto parte nel 2001, quando David W. Packard, figlio del magnate americano proprietario del colosso informatico HP, decide d’interessarsi a Ercolano attraverso la sua fondazione. “All’epoca, durante un convegno internazionale a Roma, per le condizioni nelle quali versava, il sito venne definito come l’area archeologica in peggior stato conservativo, tra quelle che non erano state interessate da una guerra civile”, ricorda Thompson. Ma sfruttando l’autonomia della Soprintendenza di Napoli, decisa nel 1997, parte la partnership tra pubblico e privato. In dodici anni la fondazione senza scopo di lucro Packard humanities institute ha investito oltre 20 milioni di euro nell’area archeologica campana in un progetto a lungo termine, che portasse i maggiori benefici nel giro di decenni.
Non un’operazione spot ma una visione, realizzata mano nella mano con la Soprintendenza, il suo ufficio tecnico e all’apporto della direttrice degli scavi Maria Paola Guidobaldi. Oggi oltre il 65 per cento dell’area è visitabile, sono stati sostituiti o riparati buona parte dei tetti degli edifici e il sito ospita un percorso multisensoriale aperto anche ai disabili. E si sta cercando di integrare la città vecchia con quella nuova, coinvolgendo la comunità locale. “Ma la vera forza del progetto, di cui il partner pubblico ha beneficiato, è un supporto tecnico e gestionale continuo per la cura del sito, dodici mesi all’anno. Una continuità che purtroppo manca spesso nell’ambito statale – racconta Thompson – Insieme alla Sopritendenza lavora un team di specialisti in più discipline che decide il da farsi in base alle esigenze del sito. Chi prende le decisioni è vicino ai problemi e quindi realmente in grado di valutarli”.
Gli specialisti coinvolti sono una quindicina, quasi tutti italiani. E a sentire Thompson non potrebbe essere altrimenti: “Packard ha sempre considerato quello di Ercolano un progetto italiano non solo sotto il profilo geografico. Era giusto valorizzare una giovane generazione di vostri archeologi con alte competenze e farlo nel loro paese, finalmente”. Il cammino è però ancora lungo, pensare a Ercolano come una favola a lieto fine è sbagliato. Qui ha preso forma un’idea, che ha trovato un riscontro oggettivo nella realtà e una progettualità che mira alla conservazione ‘lenta’: “Stiamo parlando di rovine, non possiamo pretendere che resistano sempre e comunque. Ma il degrado si può rallentare e allontanare con la continuità dell’azione”. Tutto quello che manca a Pompei: “I siti sono diversi ma paragonabili. La potenzialità del nostro lavoro, replicabile, è legata alla programmazione: dal 2010 noi progettiamo, la Soprintendenza appalta i lavori. E’ un metodo che sgancia l’attuazione dei progetti dai fondi privati ed è quindi fattibile anche in ambito pubblico. Abbiamo un bagaglio di conoscenze sostanziale da mettere a disposizione”.
Se n’è accorta l’Unesco, che ha più volte lodato il “modello Ercolano” e negli scorsi giorni ha invece bacchettato la gestione di Pompei richiedendo interventi immediati. “Il problema è che non se ne accorti in molti in Italia. Lancio una provocazione che rende bene l’idea – afferma l’architetto gallese – Sotto un certo aspetto il rilascio di tanti fondi europei ha rappresentato un danno per Pompei perché ha sottratto interesse alla gestione ordinaria e alla cura continua, la miglior medicina per i siti archeologici. Bisognerebbe dare più credito alle analisi dei tecnici che lavorano sul posto per capire quali sono le vere emergenze. Invece i colleghi che lavorano a venti chilometri da qui subiscono spesso le conseguenze di una certa arroganza istituzionale a Roma”. Insomma, a Pompei esiste un problema politico? “Sì. E pensare che l’Italia l’aveva superato nel 1997 con una riforma coraggiosa che dava grandi autonomie alla Soprintendenza. Invece da allora è stato un continuo turbinio di commissari e dirigenze, anche contro il parere dell’Unesco, e l’impatto di quella riforma è stato frenato. A quel modello mancava un solo tassello: l’autonomia di scelta nelle risorse umane. Se si fosse aggiunto quell’ingrediente, senza fare passi indietro di altro genere, quella riforma sarebbe stata un esempio per il mondo”.

02/03/2014 Pompei (NA), due crolli negli scavi (Repubblica)

Due crolli a causa del maltempo all'interno degli Scavi di Pompei. Lo comunica la Soprintendenza per i beni archeologici. Nel pomeriggio di ieri si è verificata la caduta di alcune pietre dalla spalletta del quarto arcone sottostante il tempio di Venere. La muratura, interessata da alcune lesioni, era già stata puntellata. L'area è interdetta al pubblico.
Stamattina si è verificato inoltre il crollo del muretto di una tomba della necropoli di Porta Nocera, prospiciente l'antica strada. Il muretto, alto circa 1,70 metri e della lunghezza di circa 3,50 metri, serviva da contenimento del terreno in cui erano state poste le sepolture ed era pertanto costruito contro-terra. Si è provveduto a chiudere tutti gli accessi alla necropoli, che rimarrà chiusa al pubblico fino al completamento delle verifiche del caso e al ripristino del muretto.
In seguito ai crolli il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini, ha convocato per martedì mattina una riunione operativa sul sito di Pompei. La riunione servirà ad avere un rapporto esatto sulle motivazioni dei crolli, a cominciare da quello di dicembre 2013, e a verificare l'efficacia degli interventi di ordinaria manutenzione e, complessivamente, a valutare lo stato di attuazione del Grande Progetto Pompei. Alla riunione parteciperanno il soprintendente incaricato Massimo Osanna; il direttore generale delle antichità, Luigi Malnati; il direttore generale del Grande Progetto Pompei, Giovanni Nistri.

27/02/2014 Baia (NA), crollo al Tempio di Venere (Corriere del Mezzogiorno)

Crollo archeologico a Baia, nei campi Flegrei. Un blocco di pietra in opera vittata si è staccato dalla parete occidentale del tempio di Venere, a pochi passi dal parco archeologico. A settembre, vennero giù alcuni mattoni del restauro degli anni '30. Si tratta di uno dei tre edifici monumentali dell'area baiana. Il cosiddetto tempio di Venere con la caratteristica forma ottagonale resa celebre dai tanti ritrattisti del gran tour, negli ultimi mesi mostra forti segnali di deterioramento.
Dopo il crollo a settembre del 2013 di parte del restauro degli anni '30, la parete occidentale del complesso termale d'età adrianea (II sec. d. C.), continua a perdere pezzi. In questi giorni il cedimento di un blocco in opera vittata, causato dall'usura del tempo, complice l'assenza di manutenzione del sito.
«Nessuno è intervenuto, eppure a settembre avevamo comunicato lo stato di fatiscenza e pericolo in cui versa il tempio di Venere, sul porto di Baia» fa sapere amareggiato, Josi Gerardo della Ragione, portavoce dell'associazione Freebacoli. «E' sconcertante prendere atto dello stato di degrado in cui versano i nostri principali siti archeologici. Baia, che da sola potrebbe soddisfare con la propria ricchezza culturale gran parte della domanda occupazionale cittadina, è il simbolo del controsenso flegreo. Qui dove i giovani non vanno via per scelta, ma per obbligo. Qui dove si scappa per non morire di fame. Si lascia marcire il nostro petrolio archeologico. Riscattarsi è possibile - chiosa della Ragione - attraverso la realizzazione del polo museale, il turismo ed il biodistretto». Oltre al tempio di Venere che cade a pezzi infatti a Bacoli le vestigia di età romana sono tantissime e di grande importanza Tra gli altri resti significativi sono le altre due strutture voltate a cupola come il grande tempio di Diana e il tempio di Mercurio, per non parlare del Ninfeo sommerso dell'imperatore Claudio: autentici tesori mai valorizzati.

21/02/2014 Ercolano (NA), conclusi i lavori alla scarpata a ridosso di Villa dei Papiri (Beniculturali)

Terminati i lavori di messa in sicurezza di un primo tratto delle scarpate poste a ridosso di Villa dei Papiri, una delle aree più interessanti all’interno degli scavi di Ercolano. I lavori, durati 5 mesi e finanziati con fondi propri della Soprintendenza Speciali per i beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia per un importo di circa 100.000 euro, hanno interessato un fronte di scarpata, a forte inclinazione (fino a 45°), per una lunghezza di circa 200 metri lineari e per un'altezza variabile fino a 10 metri.
La sistemazione dei fronti di scavo è stata realizzata grazie all’interveto di rocciatori specializzati e all’utilizzo di una geostuoia (in polipropilene coestrusa con ancoraggi e rete metallica a doppia torsione) che, oltre a garantire la stabilità della parete, consente la crescita, attraverso le sue maglie, sia di vegetazione spontanea sia di idrosemina controllata.
La conservazione dei siti archeologici di Pompei ed Ercolano, tra i più vasti e rilevanti al mondo, richiede un continuo impegno non solo sul fronte del restauro architettonico ma anche su quello della messa in sicurezza di aree più o meno vaste che, se non adeguatamente sistemate e manutenute, rischierebbero di produrre seri danni alle strutture murarie che vi insistono.
Il lavoro di messa in sicurezza delle aree archeologiche viene condotto con grande cura e attenzione da parte dei tecnici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia, utilizzando sia i fondi ordinari sia quelli straordinari.

03/02/2014 Pozzuoli (NA), pensionati giocano a carte nella villa romana di Monterusciello (Napoli.com)

Degrado e incuria circa l'area archeologica di Monterusciello nel comune di Pozzuoli, in provincia di Napoli. I resti di un' antica villa d’epoca romana ricoperti di rovi e spazzatura; e sopra gli antichi mosaici i pensionati giocano a carte.
VILLA IN DEGRADO - Accade a Monterusciello, popolosa frazione del comune di Pozzuoli.
I resti di un'antica villa rustica d’epoca romana, venuta alla luce negli anni ’80 durante i lavori per la realizzazione delle palazzine popolari, da anni giacciono dimenticate e preda dell’incuria.
“Sono i resti di una villa rustica romana, che aveva il ruolo di fattoria per la produzione agricola” fa sapere Raffaella Iovine, portavoce del Gruppo Archeologico dei Campi Flegrei, da anni impegnata per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico flegreo.
CIRCOLO ROMANO - Le strutture superstiti sono da tempo in stato di forte degrado, invase dai rifiuti, con le tettoie pericolanti e arrugginite; tuttavia c’è una singolare novità: da qualche giorno alcuni pensionati del quartiere hanno deciso di riappropriarsi dell’area archeologica, “abitando” un’area della villa romana.
Così sopra gli antichi mosaici, sono spuntati un tavolo con sedie e teli in plastica per proteggersi dalle intemperie.
“Nonostante l’abbandono, a quanto pare, qualcuno vive ancora questa villa” – conclude la nostra interlocutrice.
Guarda il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=SE-aWWW0zos

31/01/2014 Pollena Trocchia (NA), la villa romana risparmiata dal Vesuvio (Il Mattino)

Napoli. Un altro sito archeologico si è aggiunto alle grandi città antiche come Pompei, Ercolano, Oplontis o Stabiae, passate alla storia per la tragica fine nel 79 d.C.
Si tratta della villa romana di Pollena Trocchia in località Masseria De Carolis, con annessi locali termali, che da diverso tempo ormai, testimonia della ricchezza e dello sfarzo dell’area a nord del Vesuvio.
Se è vero che nelle località di “otium”, come la già citata Ercolano, ancora oggi si possono ammirare i resti di decine di abitazioni appartenenti ad alcuni degli uomini più ricchi dell’impero romano, è altrettanto vero che – come stanno mostrando le ricerche – i paesi sovrastati dal monte Somma dovevano essere luoghi residenziali abitati da facoltosi proprietari terrieri.
Ma c’è dell’altro. Gli scavi stanno anche chiarendo come l’eruzione del I secolo, incise nei territori posti nelle aree immediatamente a nord del vulcano. I dati emersi sino ad ora, rivelano che l’evento eruttivo del 79 d.C. non causò danni significativi e che la vita degli abitanti del luogo proseguì inalterata per almeno altri quattro secoli, fino all’eruzione del 472 d.C.
Fu quest’ultimo tragico avvenimento infatti, a mutare le sorti di un territorio ricco di alberi da frutto, querce ed ulivi, dove i produttori vinicoli avevano collocato le loro floride attività commerciali. Un’ultima eruzione poi, quella del 512 d.C., seppellì del tutto le antiche costruzioni sino al 1988 quando furono rinvenute a seguito dei lavori edilizi per la costruzione di alcuni parchi residenziali.
I ritrovamenti però, non suscitarono grande interesse tanto che il posto divenne per diversi anni una discarica abusiva. Solo diciannove anni più tardi, grazie all’intervento dell’equipe guidata dall’archeologo Ferdinando De Simone – a capo del progetto multidisciplinare denominato “Apolline Project” – e con il supporto del comune di Pollena Trocchia, sono iniziati gli scavi sistematici che hanno consentito di riportare in luce le antiche vestigia del glorioso passato di questo territorio. Vasi, monete, lucerne e tessere di mosaico, sono solo alcune delle decine di testimonianze che raccontano dello splendore e della prosperità del luogo.
Un vero “gioiello” insomma, uno scrigno contenente un altro piccolo frammento della storia della regione Campania che a quanto sembra non ha ancora finito di sorprendere gli studiosi e gli appassionati di archeologia.

31/01/2014 Pozzuoli (NA), crollo alla villa romana di Punta Epitaffio (Corriere del Mezzogiorno)

Crollo archeologico a Punta Epitaffio. Nei pressi della villa dell'imperatore Claudio un cedimento travolge i resti di una villa romana del I sec. dC a picco sul mare. Una colonna in laterizio rovinata al suolo e tufelli e mattoni in frantumi nella struttura è censita nel catalogo Baiae-Misenum di Borriello e D'Ambrosio del '79, informa Cristiano Fiorentino di Puteoli, patrimonio archeologico da salvare. Questo versante della collina di Tritoli era fittamente costellato di ville e zone termali.

30/01/2014 Pompei (NA), ritrovata iscrizione (La Repubblica)

L'intonaco si sbriciola per la pioggia e appare la testimonianza del politico che fu l'ultimo duoviro della città prima dell'eruzione del Vesuvio
Fu uno degli ultimi "edili" di Pompei, uno dei due magistrati eletti annualmente a rappresentanza della cittadinanza. Giovedì mattina, nell'area archeologica, è stata ritrovata a via dell'Abbondanza l'iscrizione elettorale della sua candidatura, dipinta a pochi anni dalla catastrofica eruzione del 79.
Una candidatura che riscosse successo, poiché Lucio Ceio Secondo, proprietario di una bella domus affrescata nell'insula 1 e discendente di un'antica famiglia sannita, fu anche l'ultimo duoviro (i due amministratori e giudici supremi delle colonie romane) proprio nell'anno dell'eruzione del 24 agosto.
La sua iscrizione, affissa sullo stipite occidentale dell'ingresso della casa attribuita ai Postumii (insula 4), è ricomparsa grazie allo sbriciolamento dell'antico intonaco che ricopriva la parete (posto probabilmente subito dopo le elezioni), causato dalle piogge degli ultimi giorni. Le lettere, abbastanza in cattivo stato, sono in stampatello rosso. I restauratori della Soprintendenza stanno ora provvedendo al consolidamento della scritta per assicurarne la conservazione.

24/01/2014 Ercolano (NA), piano USA per gli scavi (Corriere del Mezzogiorno)

Restituire l'area archeologica di Ercolano alla città moderna. Sul piano simbolico, visivo e – perché no – anche attraverso le implicazioni turistiche che la scelta può comportare.
Va in questo senso l'accordo che, ieri pomeriggio a Roma, è stato sottoscritto tra la Fondazione Istituto Packard per i Beni culturali, braccio operativo per l'Italia del mecenate americano David W. Packard, i ministeri dei Beni culturali e della Coesione territoriale nonché il Comune vesuviano.
Obiettivo: riqualificare, grazie a un budget pubblico-privato di complessivi 5,6 milioni, il lato mare del degradato quartiere di Resina. Stavolta il figlio del cofondatore del colosso dell'informatica Hp non è intervenuto in prima persona, ma a firmare per lui c'era Michele Barbieri, presidente della Fondazione formalmente costituita a Pisa l'estate scorsa che ha diviso il tavolo con i ministri Massimo Bray e Carlo Trigilia e il sindaco Vincenzo Strazzullo. Il mecenate ci mette 3 milioni, mentre i rimanenti 2,6 milioni verranno attinti dal Fesr 2007-2013.
Il progetto rappresenta un po' la naturale estensione "extra moenia" dell'impegno per Ercolano di Packard che dal 2001, attraverso l'Herculaneum Conservation Project (Hcp), ha investito sul secondo sito archeologico della Soprintendenza la bellezza di 20 milioni.
È noto, infatti, che i siti archeologici vesuviani insistono in aree urbane profondamente degradate, prive di infrastrutture e servizi degni degli straordinari attrattori culturali e turistici che ospitano. Costruzioni figlie di epoche diverse, talvolta tutt'altro che consapevoli della "miniera d'oro" rappresentata dagli scavi. Può succedere però che i siti stessi diventino catalizzatori di sviluppo.
Il caso di Ercolano sembra andare proprio in questa direzione: il progetto Hcp da più di dieci anni, oltre a intervenire con operazioni di ricerca, restauro e messa in sicurezza della città antica, ha dialogato con le istituzioni locali, comune in primis, ma anche con le associazioni culturali e antiracket della vecchia Resina. Da qui l'idea, in tutto e per tutto concepita sul territorio, di intervenire per riqualificare l'area extra moenia del sito e restituire gli scavi alla città. Andando di fatto a migliorare l'esperienza turistica dei circa 300mila visitatori che ogni anno fanno tappa al sito, senza trovare all'esterno servizi all'altezza. Ma l'impegno di Packard per Ercolano non si fermerà qui: il filantropo ha infatti in programma di realizzare un museo all'interno del quale rendere fruibili i rinvenimenti che hanno avuto luogo dagli anni Trenta del Novecento (la famosa campagna di Amedeo Maiuri) a oggi. Con tanto di spazio per le scoperte effettuate nel corso degli interventi di messa in sicurezza dello stesso Hcp.

17/01/2014 Pozzuoli (NA), resta chiuso il Rione Terra (Corriere del Mezzogiorno)

La botola del tempo è sempre stata lì, nascosta tra le vie del quartiere terremotato, coperta da strati e secoli di vita cittadina.
Il viaggio inizia sotto Palazzo Migliaresi, basta un piano di scale per tornare indietro di duemila anni, nel Rione Terra che fu la città dei savi del sesto secolo avanti Cristo.
Un vero gioiello dell'archeologia romana che potrebbe reggere il paragone con Pompei ma che resta irrimediabilmente chiuso.
Sono oltre trent'anni che si aspetta la riapertura del Rione Terra, l'antico quartiere puteolano sgomberato nel 1970 a causa del bradisismo e da allora interdetto a visitatori e abitanti.
È il 1993 quando si apre un cantiere che non chiuderà più. Lavori, più volte interrotti e ripresi, per il restauro della cittadella sotterranea d'epoca romana e per la ristrutturazione della parte superiore moderna. Nell'arco degli anni vari i lotti consegnati al Comune di Pozzuoli ma si è ancora ben lontani dalla conclusione. Fino a sette anni fa il percorso archeologico, almeno per la parte restaurata, era aperto e visitabile, 4mila metri quadrati da ammirare e percorrere, poi è stato nuovamente chiuso per motivi gestionali ed economici. A ritardare i lavori, la mancanza di fondi che mette a repentaglio il completamento dell'opera. Cento gli operai in cassa integrazione, in attesa che la Regione sblocchi i 30 milioni promessi, utili al completamento della Cattedrale e di alcuni lotti. Se arrivassero i fondi necessari in quattro anni l'opera sarebbe conclusa, l'area sotterranea visitabile diventerebbe di 16mila metri quadrati (l'intero Rione Terra è pari a 40mila metri quadrati). Ora è finita solo la parte est del percorso fino al Tempio di età augustea. Un tesoro archeologico che raccoglie e racconta le varie stratificazioni che si sono succedute nei secoli, il primo insediamento è del 194, in piena età Repubblicana per continuare fino al 1538 anno dell'eruzione di Monte Nuovo. Gli scavi hanno riportato alla luce interi lembi della città romana, con le strade e gli edifici destinati alla vita civile e commerciale di Puteoli.
L'itinerario restaurato fu inaugurato nel 2002 e reso visibile fino al 2007 grazie ad una gestione provvisoria. In cinque anni migliaia furono i visitatori che, anche di notte, ebbero la fortuna di vedere qualcosa di unico nel suo genere. Un suggestivo percorso che attraversa uno dei decumani principali ed un cardine minore dell'antico tessuto urbano con osterie, depositi di merce e botteghe, tra cui un «pistrinum» con le macine in pietra vulcanica adoperate per il grano intatte. Dagli scavi sono emersi numerosi frammenti architettonici ed una serie di sculture in marmo pentelico, copie romane da originali greci di età classica, ora esposte nel Museo Archeologico di Baia. Dal 2004 la visita si è arricchita con la scoperta dei lupanari, con 30 anguste cellette con orinatoi e letti in pietra, destinate agli incontri erotici.
Postribolo gestito a livello industriale per il porto più grande dell'Impero. In un grande edifico è stato rinvenuto un larario sotterraneo, affrescato con la rappresentazione delle dodici divinità dell'Olimpo. Rinvenute le strutture in tufo del «Capitolium» e quelle in marmo del Tempio di Augusto, tra cui 31 pezzi della trabeazione, già emersi entro le mura del Duomo, fiore all'occhiello della Rocca.
La cattedrale, uno scrigno tardo barocco che ingloba il tempio augusteo, interamente in marmo, devastata da un incendio nel 1964, doveva inaugurarsi, dopo l'ennesimo annuncio, lo scorso Natale alla presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, evento ancora rimandato.
Il Rione Terra per i puteolani resta una ferita aperta, cuore della loro millenaria cultura, simbolo della rinascita sociale ed economica dell'area flegrea, qui un giorno sorgerà una panoramica e funzionale cittadella del turismo, con strutture di ricezione alberghiera, botteghe commerciali, musei ed edifici comunali. Un polo che possa fungere da attrattore e competere con mete attualmente più ambite.

17/01/2014 Quarto Flegreo (NA), ara romana spostata per abbellirsi casa (Corriere del Mezzogiorno)

Metti un'antica lapide romana davanti all'ingresso di casa. Accade a Quarto Flegreo. Da alcuni giorni la pregevole "Pietra Bianca", un'ara funeraria del I sec. d.C., fa bella mostra di sè in proprietà privata. A tutti piacerebbe avere un pezzo di storia in bella mostra davanti l'abitazione, e l'antica ora abbellisce l'ingresso di una villa di recente costruzione. Ma la lapide è contesa. Per quarant'anni è sempre stata nello stesso luogo, ma ora che qualcuno l'ha rimossa e non per portarla in un museo, ma per valorizzare il proprio domicilio, i residenti di via Pietra Bianca, che vogliono restare rigorosamente anonimi, protestano però, amareggiati. La lapide fino a qualche giorno fa era collocata su suolo pubblico, davanti alla strada, poi l' "attraversamento" fino al suolo privato. «La Pietra Bianca è un patrimonio di tutti i quartesi, è giusto che ritorni dov'era, sul suolo pubblico e non per valorizzare una proprietà privata», dicono gli abitanti. La lapide in questione risale al I sec. d. C. e venne ritrovata a Quarto nel 1777, nello stesso luogo dov'è stata fino a qualche giorno fa. Dimenticata e ricoperta di fango, fu rimessa in sesto nel 1974 dal Gruppo Archeologico Napoletano. Circa l'interpretazione dell'iscrizione riportata, non ha mai trovato una spiegazione concorde tra gli studiosi. È citata una certa Varia Spuri Iusta, figlia illegittima di un certo Lucio Mario Iunianio.

17/01/2014 Torre Annunziata (NA), a Pompei si continua a seppellire come ai tempi dei Borboni (Il Fatto quotidiano)

Dopo i primi occasionali rinvenimenti, nel 1748 Carlo di Borbone si fece promotore dei primi scavi nell’area di Pompei. L’ irregolarità delle indagini e la mancanza di qualsiasi metodo scientifico ne determinarono il procedere. Con gli edifici che una volta dissotterrati e spogliati degli elementi più significativi, venivano nuovamente ricoperti. Gli scheletri delle architetture, quasi insignificanti presenze per quegli archeologi ante litteram.
TorreAnnunziata-centrocommerciale Un po’ come sembrerebbe abbiano valutato i responsabili della Soprintendenza archeologica i resti scoperti nell’area del cantiere del centro commerciale realizzato nel territorio di Torre Annunziata, non lontano da Pompei. Ad appena 500 metri dalla celebre via Consolare, la strada dei Sepolcri del sito archeologico più famoso del mondo, e solo 800 metri dall’antica linea del mare. L’Espresso qualche giorno fa ha pubblicato la notizia dell’ipotizzato “incauto seppellimento”, corredando il reportage con alcune immagini scattate nel corso delle indagini preliminari. Una documentazione inequivocabile, almeno, di una fornace, di una tomba, di una copertura fittile e di un tracciato stradale. Proprio partendo da queste informazioni il procuratore capo della cittadina in provincia di Napoli e competente per l’area di Pompei, Alessandro Pennasilico, ha deciso di aprire un fascicolo e lo ha affidato a un pool di magistrati. Le indagini, delle quali si occuperanno i carabinieri, si preannunciano tutt’altro che brevi. Anche perché le attenzioni saranno rivolte anche alla Oplonti srl., la società costruttrice del megashopping.
Una vicenda che, naturalmente, ha riacceso i riflettori su Pompei. Ancora una volta per evidenziarne la cattiva gestione. Il controllo, a quanto sembra, insufficiente anche delle aree esterne alla grande area archeologica. Dopo l’inchiesta sui restauri, secondo l’accusa con costi gonfiati fino al 400% e lo scempio del teatro Grande restaurato con cemento e mattoni nello scorso febbraio. Dopo la chiusura degli scavi per uno sciopero agli inizi dello scorso aprile. Dopo l’utilizzo dell’anfiteatro per una cena organizzata alla fine dello scorso settembre in occasione del congresso del gruppo agenti di Fondiaria-Sai. Dopo i reiterati giudizi negativi espressi dall’Unesco. Dopo che il Grande Progetto Pompei, lanciato trionfalmente dall’ex premier Monti e da un drappello di suoi Ministri e rilanciato da Letta e da una nuova pattuglia di Ministri, è ancora sostanzialmente, fermo al palo. A distanza di quasi due anni.
Pompei-Borboni Così mentre l’area archeologica è ancora molto in sofferenza, all’esterno non sembrano ravvisarsi segnali più incoraggianti. Da un lato l’abusivismo edilizio, che continua a segnare anche questa porzione di Campania. Dall’altro politiche culturali che appaiono improntate ad un’eccessiva prudenza. Scelte suggerite da una subalternità quantomeno mentale. Proprio come sembrerebbe essere accaduto per il centro commerciale che ha sepolto importanti testimonianze di età romana. Non diversamente da quanto si fece nel Settecento per Pompei. La circostanza forse esemplificativa di una modalità d’intervento. La convinzione da parte di molti addetti ai lavori che le indagini archeologiche preliminari alla realizzazione delle successive opere non siano che l’occasione per indagare porzioni di suolo altrimenti destinate a rimanere ignote per quel che riguarda la frequentazione antica. Che la rilevanza dei resti eventualmente scoperti sia incapace di modificare il progetto iniziale. Tantomeno di annullarne la realizzazione. Insomma, troppo spesso si assiste a casi di opere da farsi ad ogni costo. A prescindere da quel le indagini archeologiche potranno evidenziare nell’area. Urbanizzazioni e Tav, edifici singoli e complessi, strade e superstrade. Naturalmente, grandi centri commerciali. Ogni cosa appare necessaria.
E’ così che il Comune di Torre Annunziata si appresta ad avere un nuovo, grande, megastore. Con il Vesuvio in lontananza. Il paesaggio ridisegnato dagli “scatoloni” rettangolari che compongono la struttura. Con grandi parcheggi tra l’uno e l’altro. Architetture che contribuiscono ad omologare queste zone a quelle nelle quali si trovano analoghi insediamenti. Aggiunte senza qualità che assottigliano le differenze visive. Anche per queste ragioni scegliere di conservare le testimonianze archeologiche rinvenute, sarebbe stato importante. Farne un’isola di identificazione culturale in un territorio così “difficile” un segnale. A prescindere dalle eventuali responsabilità da parte della Soprintendenza archeologica che l’indagine giudiziaria accerterà, quel che è accaduto ha tutta l’aria di essere un’occasione persa. L’ennesima.

17/01/2014 Torre Annunziata (NA), lo scandalo del centro commerciale sugli scavi (La città di Salerno)

Un’inchiesta dell’Espresso fa scattare l’indagine della magistratura. Nessuno ha fermato i lavori nonostante emergessero i resti dell’antica città industriale
Dopo la denuncia dell’Espresso, scatta l’inchiesta della magistratura. Un’indagine “a ampio raggio” è stata avviata dalla procura di Torre Annunziata sullo scandalo della Pompei 2, il quartiere industriale dell’antica città romana ritrovato e sepolto (per la seconda volta dopo l’eruzione del 79 d.C.) sotto a un gigantesco centro commerciale realizzato appena 500 metri dalla celebre via Consolare, la strada dei Sepolcri del sito archeologico più famoso del mondo. La notizia è riportata dal sito del settimanale che ha raccontato in esclusiva l’incredibile vicenda.
Alessandro Pennasilico, il procuratore capo di Torre Annunziata (Napoli), competente per l’area di Pompei, sulla scia del reportage ha aperto un fascicolo, ora in mano a un pool di magistrati. Delle indagini si occuperanno i carabinieri, mentre a Pompei la direzione degli scavi è da poco affidata a un generale dell’Arma, Giovanni Nistri. «È un filone di inchiesta assolutamente nuovo per questa procura e ci lascia increduli come sia potuto accadere, ma per gli accertamenti ci vorranno tempi lunghi», spiega Pennasilico. Che ha sottolineato come «per una volta sia un giornale, l’Espresso, a far partire le indagini». Nel mirino i sovrintendenti che hanno autorizzato, seppur con varianti, lavori avviati nel 2007 e ancora in corso, senza che nessuno li abbia mai bloccati. Nessuno stop, nonostante i ritrovamenti nel cantiere di reperti straordinari sui quali gli archeologi che conoscono ogni palmo del sito archeologico convergono: si tratta del quartiere industriale di duemila anni fa. Magazzini, ville, tombe, tetti ancora intatti. Ma soprattutto una fornace per gli esperti «unica al mondo» e una strada da mozzare il fiato: è la via che da Pompei conduceva al mare, trovata tra una montagna di lapilli e i segni dei carri ancora visibili.
La procura vuole capire come sia stato possibile che dal cantiere siano spuntati i resti dell’antica città industriale e nessuno abbia fermato le ruspe. Uno scempio visibile all’uscita del casello di Pompei, lungo l’autostrada Salerno-Napoli. I militari sono partiti a caccia di testimoni che possano riferire su quel tesoro misteriosamente abbandonato tra le fauci di supermarket e fast food. Sotto la lente anche la società costruttrice, controllata da una compagnia fiduciaria citata in una interdittiva antimafia firmata nel 2009 dal prefetto Alessandro Pansa, oggi capo della Polizia. Un secondo filone su presunte infiltrazioni mafiose nei lavori, che passerebbe alla procura Antimafia di Napoli.

12/01/2014 Bacoli (NA), mura di epoca romana in opus reticolatum riaffiorano durante uno scavo (Il Mattino)

Interessanti reperti archeologici affiorano in località Scalandrone. Lavori di sbancamento in un terreno privato, a margine della strada che collega lacittà flegrea con l’antico Arco Felice, hanno riportato alla luce mura di epoca romana.
L’area è già sottoposta dalla Soprintendenza a vincolo archeologico per la presenza di altri reperti, tutti riconducibili ad una villa di età imperiale. Lo scavo in corso, autorizzato sia dal Comune che dalla Soprintendenza ai Beni archeologici, ha consentito di scoprire parte di una estesa struttura muraria in opus reticolatum al livello del piano stradale. Si tratta di una costruzione che delimitava uno degli ambienti di una residenza edificata dalla nobilitas in collina, presumibilmente tra il I e il II secolo dopo Cristo.
La scoperta aggiunge interessanti tasselli alla ricostruzione della pusilla Roma: il territorio, con l’antica Baiae, in epoca romana fu scelto dai patrizi come luogo di otium e di villeggiatura. E così sulla litoranea, famosa per le bellezze paesaggistiche e le acque termali, furono edificate lussuose dimore. Ricca di vestigia inabissate dal bradisismo, la costa flegrea custodisce un patrimonio eccezionale racchiuso nel parco archeologico sommerso con le vestigia della città imperiale e il Portus Julius.

12/01/2014 Santa Maria Capua Vetere (CE), Bray: visita all'anfiteatro di Spartaco (dopo aver pagato il biglietto) (Corriere del Mezzogiorno)

Il ministro per i Beni culturali, Massimo Bray, ha visitato nel pomeriggio di ieri l'anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere: il secondo al mondo, per grandezza, dopo il Colosseo, ma soprattutto arena dei gladiatori e teatro della leggendaria rivolta capeggiata da Spartaco. Bray, che poi si è recato anche nel vicino Mitreo (il tempio dedicato al culto del dio persiano Mitra: unico esempio del genere nel Mezzogiorno) ha imposto a tutti i suoi collaboratori di mettersi in fila e pagare il biglietto di 2,5 euro. «È un sito archeologico di straordinaria bellezza - ha commentato il ministro, incontrando i giovani gestori del ristorante Spartacus, appartenente al marchio Amico Bio, aperto lo scorso giugno all'interno dell'anfiteatro e primo esperimento di questo tipo avviato in Italia - e qui potrebbe nascere un modello di compartecipazione pubblico-privato vincente per il rilancio dei beni monumentali. Ma - ha avvertito - occorre coinvolgere l'Università, poiché i siti culturali non possono prescindere dalla necessità di essere tutelati. Se il vostro esperimento funzionerà potrà essere esportato, magari, anche in altri luoghi come la reggia di Caserta e gli scavi di Pompei». Il funzionario responsabile del sito archeologico, Francesco Sirano, ha ricordato che «si è passati dai 26 mila ingressi annuali ai 41 mila attuali», ma soprattutto che con l'apertura del ristorante con annessa biglietteria è particolarmente aumentata la percentuale di visitatori paganti. Il ministro ha esortato il responsabile della Soprintendenza archeologica a favorire occasioni di richiamo per attrarre più visitatori: «Voi dipendenti siete qui, sui territori, per far vivere i monumenti. La nostra sfida deve essere quella di avvicinarli ai cittadini, fare in modo che le persone li sentano come propri. Insomma, organizzare campus estivi e occasioni per attrarre scolaresche, giovani, turisti. E ai privati - ha suggerito ai gestori del ristorante - spetta il compito di sostenere iniziative di marketing e di miglioramento del sito. Mentre con l'Università sarebbe interessante avviare un percorso di ricerca sulle pietanze gustate dai gladiatori e proporne versioni rielaborate. Senza trascurare la valorizzazione della tipicità alimentare del luogo che è una ricchezza straordinaria e inesauribile». Purtroppo, la difficoltà di un sito archeologico così prestigioso ma ancora, in parte, sconosciuto (benché la presenza di turisti stranieri pare sia quasi superiore a quella italiana grazie al successo di una serie televisiva americana su Spartacus) è dovuta, in particolare, alla scadente attenzione riservata dalle istituzioni locali: a cominciare dall'assenza di indicazioni stradali che fanno dell'anfiteatro un luogo estraneo al contesto urbano. «Tornerò tra sei mesi - ha salutato Bray - per verificare cosa avete realizzato. Non posso lasciarvi più tempo, perché non so dirvi se tra un anno sarò ancora al mio posto».

10/01/2014 Napoli, L'antico gioco romano imbrattato. Spray sulla «scacchiera» di marmo (Corriere del Mezzogiorno)

Rovinato il «ludus lastrunculorum» inciso sull'opera, alla base del campanile della Pietrasanta
Vandali in azione al centro storico di Napoli. Imbrattata con la vernice spray, il “ludus lastrunculorum” una sorta di “scacchiera” dell’antichità inglobata nel celebre campanile romanico della chiesa di Santa Maria Maggiore della Pietrasanta sul decumano maggiore.
Un tag, una firma a spray (probabilmente «Zero» è il nome del writer) di vernice verde su un blocco di marmo dell’antica Neapolis: è l’ennesimo danno arrecato in questi giorni al prezioso campanile romanico della chiesa di Santa Maria Maggiore su via Tribunali.
Armati di bomboletta i vandali hanno imbrattato un prezioso esempio di “scacchiera” d’epoca romana, il ludus lastrunculorum. «Se queste persone, sapessero che con la loro scritta hanno rovinato un raro esempio di gioco romano inciso sul marmo, forse agirebbero diversamente; occorre maggiore sorveglianza e senso civico» commenta amareggiato, Gaetano Bonelli, storico napoletano. «A Napoli c'è la maggior concentrazione di monumenti per metro quadro, in ogni dove ci sono tesori, curiosità, occorre solo valorizzarli e difenderli».
Il campanile, in laterizio, in stile romanico della chiesa di Santa Maria Maggiore a Napoli, è una delle più antiche torri campanarie d'Italia. Risalente al XI secolo conserva alla base numerosi elementi architettonici e iscrizioni di epoca romana riutilizzati come blocchi da costruzione; tra questi il celebre il ludus lastrunculorum, una sorta di dama ante litteram, il gioco preferito dai soldati romani.

07/01/2014 Sorrento (NA), la Villa di Pollio rivivrà in tre dimensioni (Repubblica)

Saranno il computer e la tecnologia 3d a restituire agli antichi fasti la Villa di Pollio. La domus romana di primo secolo, che ancora domina sulla scogliera mozzafiato del Capo di Sorrento, rivivrà in rendering e fedeli riproduzioni virtuali dei suoi ambienti interni ed esterni. Il progetto, al via da fine gennaio e voluto dall' amministrazione comunale sorrentina,è curato da Manuela Esposito (esperta in gestione dei beni culturali), con la supervisione del "Centro di ricerca sull' iconografia della città europea" della Federico II, diretto da Alfredo Buccaro. I lavori prevedono anche un' intensa ricerca iconografica e storica della villa, tra le biblioteche e gli archivi di Napoli e della penisola sorrentina.

02/01/2014 Castellammare di Stabia (NA), Villa Arianna una settimana dopo: i crolli pesano ancora di più (Il Gazzettino Vesuviano)

E di questo quadro a tinte fosche entrano a pieno titolo quelle istituzioni che, in appoggio alla Soprintendenza, dovrebbero di concerto promuovere e rilanciare il territorio
E’ difficilmente comprensibile, o meglio lo è ma in maniera ingiustificata, il tentativo portato avanti dalla Soprintendenza di Pompei, e dal suo personale, di minimizzare la portata dei crolli che hanno colpito villa Arianna giovedì scorso. Anzitutto, perché un crollo è sempre un crollo ed è sintomatico di una realtà che non funziona come dovrebbe. Ora che le parti crollate della villa ineriscano strutture moderne piuttosto che quelle antiche non credo che cambi molto. A dire il vero, la cosa è ancora più preoccupante se si considera che la villa romana, nella sua totalità, è protetta da strutture moderne. La cosa che non fa stare allegri è che queste coperture presentano in molti punti un uso massiccio del cemento armato, attraversate da travature di legno o di ferro oramai arrugginito. Non bisogna di certo essere esperti in costruzioni per capire che questi allestimenti esercitano un peso sulle murature antiche inaccettabile.
D’altronde, se gettiamo uno sguardo a Pompei, dove la realtà dei crolli è ahinoi dilagante, ci si accorge che in moltissimi casi i muri hanno ceduto proprio in relazione a costruzioni di questo tipo. Tuttavia, la risposta che prontamente viene data è sempre la stessa: questi interventi risalgono agli anni ’60 e a quell’epoca così si faceva.
Senza dubbio. Ma le avanzate tecniche di conservazione, l’apporto della tecnologia, restauratori qualificati, non dovrebbero costituire la garanzia per qualcosa di meglio? Per esempio, valendosi di pannelli in plexiglass per proteggere i tappeti mosaicati delle ville? Oppure, rimuovendo gli obbrobriosi solai di cemento imputridito, sostituendolo con coperture in materiali più leggeri e all’avanguardia? Integrando materiali quali il legno, ma su scala allargata e non parziale, e soprattutto alluminio, carbonio, vetro? Il cemento è l’unica soluzione? O quella più economica, sbrigativa, parassitaria?
Nessuno vuole creare inutili allarmismi. Stiamo ai fatti. Gli ambienti delle ville di Varano, compresi quelli di Villa Arianna, traboccano di pezzi di colonne, intonaci, capitelli crollati a causa dell’imperizia tecnica e della negligenza. Eppure, questo scempio continuo, che veste sempre più i panni di un’agonia lenta, non ha smosso in questi giorni nessuno. Nessun comunicato emesso, nessuna presa di posizione da parte degli organi preposti. Solo frasi mozzicate qua e là, confidenze di qualche custode, dichiarazioni rilasciate esclusivamente dietro la garanzia che rimanessero anonime. Ulteriore prova che il cordone omertoso che avvolge Varano, le sue ville, e gli organi della Soprintendenza pompeiana non è una trovata giornalistica o una realtà aleatoria.
E di questo quadro a tinte fosche entrano a pieno titolo quelle istituzioni che, in appoggio alla Soprintendenza, dovrebbero di concerto promuovere e rilanciare il territorio: Azienda Cura e Soggiorno di Castellammare di Stabia, il Comitato Scavi di Stabia e la Fondazione RAS del notaio Spagnuolo. Il sospetto sempre più fondato è che questi soggetti facciano una sorta di gara. Una competizione ad esclusione reciproca, perdendo di vista il loro vero e unico obiettivo: il rilancio turistico di Castellammare. Invece, nicchiano. In questi giorni ho visto fare brindisi, auguri, propositi per l’anno nuovo. Proprio mentre il pianoro di Varano faceva registrare l’ennesimo crollo e l’ennesima chiusura pro tempore.
In fondo, sono crollate solo delle tegole moderne a Villa Arianna. Quando i crolli interesseranno pure le parti antiche, allora e solo allora qualche faccia di bronzo – forse – si smuoverà.
Angelo Mascolo