Museo archeologico, riecco le preziose coppe di Stabiae

Sono ritornate al loro posto le «Coppe di Stabiae»: sono stati restaurati i tre vasi di ossidiana, reperti «egizi» del primo secolo avanti Cristo che una caduta della mensola che le ospitava aveva rovinato...

Piove nell'anfiteatro di Pozzuoli, ancora chiuso

Sotterranei chiusi ed aperture a singhiozzo: questa è la situazione di uno dei più importanti monumenti dei Campi Flegrei.

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21/12/2012 Pompei (NA), entro gennaio i primi cantieri (Repubblica)

Un blitz non annunciato, come aveva fatto due settimane fa, al mercato dei fiori per sondare la tenuta e la legalità di uno dei settori chiave dell' economia vesuviana e campana. Ieri è toccato agli Scavi. Una verifica dal governo a fine mandato: «Un terzo dell' agenda di Monti riguarda Pompei», ha detto il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca. Una visita a sorpresa, perché su Pompei se ne dicono tante, ma il ministro economista aveva già affidato una sorta di inchiesta segreta a Fondaca, un think tank europeo che si occupa di governance e cittadinanza di impresa. Ed è stata Fondaca a condurre la seconda parte della giornata del ministro, al Comune di Pompei, con gli incontri con imprenditoria e operatori napoletani e del territorio pompeiano e vesuviano. Tre i punti fondamentali di questa giornata: a gennaio il via a due dei primi cinque interventi di messa in sicurezza delle domus pompeiane, Pareti rosse e Dioscuri. Per i primi cinque cantieri saranno spesi 6 milioni di euro dei 105 messi a disposizione da Ue e governo italiano. A febbraio il sopralluogo, ancora con Barca, del commissario europeo per le Politiche regionali Johannes Hahn, che diede il via all' istruttoria per il finanziamento dopo la visita del novembre 2011. Per la dimensione territoriale definita "extramoenia", fuori le mura dell' area archeologica, invece, all' agenzia governativa Invitalia sarà affidata la creazione entro la fine di febbraio di un bando per un concorso di idee internazionale per lo sviluppo di un terzo polo attrattivo sostenibile per Pompei. La visita del ministro di ieri non ha seguito il solito copione, ma ha avuto carattere operativo. Prima sui luoghi, da Porta Stabia, passando per il Teatro Grande e per la prima e la probabile seconda domus che diventeranno cantieri del Grande Progetto Pompei. Poi una riunione tecnica nell' auditorium degli Scavi durata quasi quattro ore. Il ministro Barca ha fatto domande, i giovani tecnici da poco entrati a far parte della squadra della soprintendenza speciale con a capo Teresa Elena Cinquantaquattro hanno illustrato progettie criticità incontrate e hanno risposto a tutte le domande. «È stata la riunione più importante - ha commentato al termine Barca - quello che è certo. Il resto sono riflessioni sul futuro. Non succederà nulla sul territorio se non grazie al Grande Progetto Pompei, un progetto sistemico, che vede impegnato un gruppo straordinario di tecnici, archeologi e architetti bravissimi. Ho fatto una visita come fa un finanziatore». Il ministro punta soprattutto sulle due filiere preminenti: l' artigianato e la florovivaistica. «È stata una visita molto utile - afferma la soprintendente di Napoli e Pompei, Cinquantaquattro - e la riunione tecnica operativa con i neo-assunti per fare il punto sullo stato di avanzamento dei progetti è andata molto bene. Finalmente si parte». Brevissimo il break prima del trasferimento in municipio, dove ad attendere il ministro Barca c' era il sindaco Claudio D' Alessio con il governatore Stefano Caldoro. Una prima riunione durata meno di un' ora per la presentazione dello studio "Ridare vita a Pompei" realizzato dall' ufficio studi dell' Unione industriali sostanzialmente per cercare di attrarre flussi di turismo stanziali a Pompei. Il presidente degli Industriali di Napoli, Paolo Graziano ha parlato di «interessi imprenditoriali cinesi e indiani per l' ampliamento dell' offerta turistica a Pompei e dintorni». «Pompei è la nuova Italia - dice Barca - se non convinciamo il pubblico dei turisti a restare oltre le tre ore della durata media della loro permanenza attuale, la nostra è una battaglia persa».

18/12/2012 Pompei (NA), Una nuvola di luce per salvare gli scavi di Pompei (Corriere della Sera)

C’è chi la definisce un'idea geniale e suggestiva. Qualcun altro, invece, pensa che sia solo una bizzarra provocazione. La maggioranza degli esponenti delle istituzioni culturali, però, preferisce trincerarsi dietro un impenetrabile silenzio. Sono molteplici e articolate le reazioni alla proposta dell'architetto Aldo Capasso di proteggere con un immenso velo in teflon gli scavi archeologici di Pompei. Un «Velarium» del terzo millennio. Ma da quali presupposti nasce questo progetto, che punta a stimolare una profonda riflessione sul futuro del prezioso bene culturale visitato da milioni di turisti? «La mia idea parte da una semplice considerazione. — racconta Capasso, già professore ordinario di tecnologia dell'architettura presso l'Università di Napoli —. Se è vero che gli scavi di Pompei rappresentano un prezioso patrimonio per l'umanità, è necessario procedere a una tutela e una conservazione straordinarie. Finora questo compito ha richiesto un impegno umano ed economico enorme. I risultati prodotti, però, sono sotto i nostri occhi: sta crollando tutto... Ecco allora la mia soluzione: proteggiamoli con un velo traslucido in teflon alto almeno venti metri, il tutto supportato da una struttura in acciaio. Certo qualcuno potrà pensare a una provocazione. Credo, invece, che si tratti di un'utopia concreta. Utopia, perché all'apparenza sembra impossibile realizzare un'opera di queste dimensioni e complessità. Concreta, perché è un'operazione assolutamente praticabile». Ma entriamo nel dettaglio di questa proposta che suscita le perplessità degli ambientalisti. «Gli aspetti positivi della protezione degli scavi sarebbero numerosi. — spiega Capasso —. Anzitutto sull'area archeologica non cadrebbe più la pioggia e avremmo una forte riduzione del vento. Mentre il minore impatto dei raggi ultravioletti salvaguarderebbe affreschi e mosaici. Insomma, si eliminerebbero le cause di erosione. Inoltre, non solo verrebbero drasticamente ridotti gli oneri per il consolidamento e la manutenzione, ma Pompei beneficerebbe di un vertiginoso aumento dei visitatori. Anche perché il "Velarium", suggestiva nuvola di luce all'ombra del Vesuvio, scatenerebbe la curiosità dei turisti di tutto il globo». Per ottenere risultati così interessanti, però, bisognerebbe affrontare problemi di notevole complessità. «Non nego che andrebbero valutati numerosi risvolti negativi — riflette l'architetto —. L'impatto paesaggistico rispetto alla visibilità del Vesuvio, l'eventuale diradamento del verde in alcuni punti, il problema dell'impatto delle fondazioni delle strutture ai confini degli scavi e i disagi procurati ai visitatori nel corso della costruzione dell'opera. Ma per effettuare un serio bilancio di costi e benefici è necessario uno studio di fattibilità. Io e Massimo Majowiecki, uno degli strutturisti più esperti a livello mondiale, siamo disponibili a realizzarlo. Se qualche ente decidesse di commissionarcelo, potremmo dimostrare nel dettaglio che si tratta di un'operazione tutt'altro che utopica». I nodi cruciali del progetto, però, rimangono i costi per realizzare l'opera ed eseguire la periodica manutenzione. «L'investimento sarebbe notevole e richiederebbe l'intervento delle più importanti istituzioni internazionali — conclude Capasso -. Ma un elevato impegno finanziario sarebbe giustificato. Perché salvaguardare gli scavi archeologici di Pompei significa proteggere la storia.

04/12/2012 Sessa Aurunca (CE), nel fondo del mare le tracce dell'antico porto di Sinuessa (Corriere del Mezzogiorno)

Li hanno ritrovati a 10 metri sott’acqua, a circa 800 metri dalla battigia, tra Baia Azzurra e il rio San Limato: 24 enormi blocchi rocciosi, tutti simmetrici, che servivano verosimilmente a delimitare i punti di attracco. E, a qualche centinaio di metri di distanza, più in prossimità della costa, un tratto di strada ben conservato, parallelo alla linea del litorale, nel quale i basoli sono ancora perfettamente distinguibili. Sono le tracce dell’antico porto di Sinuessa, colonia romana fondata nel 296 a. C. a difesa dell’accesso costiero dalla Campania Felix al Latium adjectum, da secoli sommerso dal mare. Sono state rinvenute grazie ad una campagna di ricerca geomorfologica e geoarcheologica avviata nei mesi scorsi dal Comune di Sessa Aurunca, che ha stipulato a tal fine una convenzione con l’Enea. Tre ricercatori - i geologi Carmine Minopoli e Alfredo Trocciola, e l’ingegnere chimico Raffaele Pica - coadiuvati dal dirigente del settore Ambiente del Comune, Pasquale Sarao, hanno trascorso l’estate a georeferenziare col Gps il tratto di mare prospiciente il sito di Sinuessa, una delle cinque città che formavano la cosiddetta “Pentapoli Aurunca” (le altre: Ausona, Minturnae, Suessa e Vescia).
LE IMMERSIONI - E poi, una volta individuati i resti, hanno compiuto immersioni per approfondire le indagini e prelevare campioni da analizzare. Per il momento si è ancora ad uno stadio iniziale, ma gli elementi emersi consentono già di abbozzare una prima tesi sulle cause dell’inabissamento: “Le strutture sommerse di origine antropica collocate ad una tale profondità - spiega Sarao - sono in netta discordanza con i dati disponibili in letteratura che indicano un innalzamento del livello marino, tra Gaeta e Napoli, di circa un metro negli ultimi 2mila anni. Per cui, è logico pensare ad eventi naturali di una certa importanza. Non un singolo evento catastrofico, ma piuttosto una somma di eventi. Probabilmente in prima battuta un terremoto, seguito forse da uno tsunami. Abbastanza perché il porto divenisse inutilizzabile e fosse abbandonato”.
LE FONTI STORICHE - Le fonti storiche non sono d’aiuto. Di sicuro, però, di Sinuessa – che aveva vissuto il suo momento d’oro tra il II secolo avanti Cristo e il primo dopo Cristo, quando divenne una meta ambitissima dall’aristocrazia romana, anche in virtù della presenza delle acque termali – si perdono le tracce nel V secolo. Ma il suo porticciolo - verosimilmente utilizzato per trasferire le anfore del pregiatissimo falerno verso porti più importanti, come quelli di Minturno, da cui avrebbero fatto rotta per il Mediterraneo – non è escluso che a quell’epoca fosse già scomparso. Anche perché i resti archeologici su terraferma mostrano un abbandono del sito già a partire dalla fine del III secolo. La ricerca, comunque, riprenderà in primavera: sono in programma ulteriori indagini per la ricostruzione tridimensionale della struttura portuale e per la ricerca di evidenze morfologiche legate a fenomeni naturali. “Ci avvarremo di tecnologia sonar – sottolinea Sarao - ma anche del laserscan Enea ad altissima risoluzione”

02/12/2012 Napoli, si spegne il Parco Vergiliano (Corriere del Mezzogiorno)

L'involucro d'una merendina abbandonato al viale d'accesso; un sacchetto di plastica dimenticato alla tomba di Giacomo Leopardi; un'altra cartaccia sporca lasciata sul colombario che ospita la tomba del più grande poeta della latinità, Virgilio. In queste condizioni si presenta al visitatore uno dei più famosi complessi monumentali che offre Napoli, il parco Vergiliano a Piedigrotta, di proprietà demaniale, cui si accede dalla galleria delle Quattro Giornate. Mentre perlustriamo le aree dei sepolcri di Leopardi e di Virgilio ci scruta un custode che percorre la breve salita del viale addirittura in auto. Così, per i fumi dei gas di scarico, è stato cancellato l'inizio del secondo rigo dell'iscrizione con il passo tratto dai "Paralipomeni" di Giacomo Leopardi, posta all'ingresso della Grotta di Lucio Cocceio Aucto, o Grotta Vecchia. Congiunge Posillipo a Fuorigrotta. In gran parte inagibile dopo il terremoto del 1980, il tunnel rupestre potrebbe essere la perla del Parco. Settecento metri. Eppure solo l'ingresso, dedicato al culto della Madonna di Piedigrotta, viene aperto al pubblico in circostanze eccezionali. Lo scandalo è descritto in un saggio del '91 di Filomena Sardella, "Il parco Vergiliano": qui l'architetto della soprintendenza Adolfo de Pertis dichiarava di avere provveduto, a norma di legge (219/81) negli anni 1984-1988, al «puntellamento delle grotte a confine con la Ferrovia». Incredibile a dirsi, quei tubi che sorreggono le pareti tufacee sono ancora lì, a distanza di tre decenni, e anche la magnifica bellezza della Crypta Neapolitana, il corridoio naturale che ai tempi del Petrarca e del Boccaccio congiungeva rapidamente Posillipo a Fuorigrotta, è preclusa ai napoletani. Abbiamo consultato l'architetto Tommaso Russo, il funzionario che oggi si occupa del Parco. «Non è vero - dichiara - che dagli anni del terremoto non è stato fatto niente. La Crypta è stata restaurata e consolidata 5 anni fa nel tratto iniziale. Quando il Ministero ci elargirà i fondi, contiamo di ripristinare il tragitto romano. Un anno fa è stata rifatta la pavimentazione della piazzola che ospita la stele di Leopardi. Inoltre è stato istituito, con le facoltà di Lettere del Suor Orsola e Federico II e l'Orto Botanico, il camminamento denominato "Parco letterario Virgiliano", abbellito dalle essenze vegetali nominate da Virgilio nelle sue opere, con citazioni dei versi su mattonelle di cotto. Faremo meglio quando il Ministero elargirà i soldi». Avrà ragione anche l'architetto Russo. Ma intanto il Parco, oggi, con la chiusura delle magnifiche grotte che danno il nome al rione («Sono lesionate e quindi puntellate quelle prospicienti al metrò») sembra sempre più un tesoro dimenticato, e ciò non fa onore a Napoli e allo Stato. Il complesso monumentale nacque nel '31 per volontà di Enrico Cocchia e del fascismo allora in auge. E il 22 febbraio del '39 vi fu eretta la stele con le (presunte) spoglie mortali di Giacomo Leopardi, monumento nazionale. Oggi, pure inciso a grandi caratteri sul marmo bianco, non si legge chiaramente neppure il cognome dell'autore de "La Ginestra" e i tre gradini del basamento non splendono più al sole, sono diventati grigi e neri. Peggio non si poteva dimenticare uno dei più grandi uomini dell' Ottocento, che a Napoli e all'Italia aveva consacrato la sua vita e la sua poesia immortale.

02/12/2012 Pompei (NA), scatta la missione recupero, i laboratori allestiti a Porta Vesuvio (Il Mattino)

Il «restore Pompei point», ovvero il cuore del grande «Progetto Pompei», fatto di strutture-laboratorio in cui mettere a punto il programma dei primi restauri degli edifici pompeiani, nascerà nell'area nord degli scavi, in prossimità di Porta Vesuvio, nella Regio V, e si svilupperà su una superficie di alcune miglia di metri quadrati. Sono queste le notizie che trapelano dalla Soprintendenza, all'indomani del nuovo crollo che ha interessato l'area archeologica. Interessata sarà, in gran parte, tutta quell'area demaniale, attualmente concessa in fitto, e sulla quale gravitano coltivazioni orto-serricole. La scelta è caduta proprio su quella zona sia perché essa è facilmente raggiungibile dall'esterno (Porta Vesuvio si trova a poche centinaia di metri da Civita Giuliana, frazione alla periferia nord della città mariana) sia perché offre appunto grandi spazi per l'installazione di prefabbricati-laboratorio: uno per ogni ditta vincitrice dell'appalto per il restauro dei primi cinque edifici previsti dal «Progetto». Proprio per questo motivo in quell'area sarà attrezzato anche un posto di controllo delle forze dell'ordine: carabinieri o fiamme gialle, che vigileranno affinché nessun pezzo o reperto esca all'esterno. Insomma, chiunque entrerà negli scavi, restauratore o tecnico, dovrà essere identificabile. Ovviamente, i lavori per attrezzare il «centro» saranno a cura delle società e inizieranno non appena le gare saranno espletate. I primi due cantieri, come ha annunciato il segretario generale del Mibac, Antonia Pasqua Recchia, apriranno a gennaio 2013 e saranno quelli della «Casa dalle pareti rosse» (così detta per le pitture di Polifemo e Galatea, Frisso sull'ariete e Marte e Venere su pareti a fondo rosso) e dell'edificio del «Criptoportico», contenente decorazioni di secondo stile e il ciclo della guerra di Troia, tra le altre pitture. Nel primo caso, serviranno 192 mila euro oltre Iva; il tempo per terminare l'intervento sarà di otto mesi e i lavori interesseranno le strutture che saranno consolidate e restaurate. II secondo intervento, anch'esso per consolidamento e restauro delle strutture, costerà 563 mila euro e durerà un anno. Per le altre tre case: «Sirico», «Dioscuri» e «Marinaio» occorrerà aspettare ancora. Per tutte le domus, indistintamente, occorrerà recuperare la sicurezza delle strutture: murature perimetrali e interne, coperture. Queste ultime, in alcuni casi, fatte in cemento armato, letteralmente scoppiato per l'ossidazione dei ferri, dovranno essere abbattute e ricostruite, con criteri nuovi e compatibili con la fragilità dell'area archeologica, prima di mettere mano al recupero di pitture, stucchi e mosaici

28/11/2012 Pozzuoli (NA), ricostruita la mappa di Puteoli romana (Repubblica)

UN ANNO e mezzo di stop ai lavori. Mancanza di fondi. Una storia che al Rione Terra di Pozzuoli si ripete dal 1970, quando fu evacuato per problemi di stabilità, in attesa dei primi rilievi archeologici e delle ristrutturazioni. Gli scavi sono ripresi da poco più di un mese, ma l’odissea della rocca dell’antica Puteoli
romana prosegue ancora, dopo 42 anni. Se ne parlerà domani alle 15 per gli “Incontri di archeologia” al Museo Archeologico di Napoli, con Costanza Gialanella, responsabile per la Soprintendenza dell’ufficio scavi di Pozzuoli. Il suo intervento punterà anche sulle ultime sorprendenti scoperte nell’area. «Abbiamo ritrovato – spiega - due ambienti di una domus nuova, risalenti al primo secolo. Ma la novità più importante è che durante questi ultimi scavi ci siamo spinti in profondità, raggiungendo lo strato più antico della colonia». Si tratta di mura in tufo che costeggiano le insulae della Puteoli
originaria, fondata dai romani nel 194 avanti Cristo. Ora l’equipe di archeologi è in grado di ricostruire la mappa topografica della rocca, tra il Foro (gemello a quello di Liternum), il tempio di Augusto e gli altri edifici religiosi intorno. E spunta una curiosità: «È probabile che la città non sorgesse sulla celebre Dicearchia, come si è spesso creduto in base agli scritti di Strabone. Mancano infatti evidenze archeologiche per testimoniare una presenza ellenica stratificata su quel promontorio».
E di stratificazioni storiche il Rione Terra è un esempio perfetto. Si cammina tra basolati di strade antiche, domus e colonne che contaminano strutture moderne. Fino al Cinquecento inoltrato, la popolazione viveva ancora all’interno delle costruzioni romane: l’edificazione successiva iniziò su impulso di don Pedro de Toledo, viceré di Napoli. Fu poi nel 1636 che il tempio augusteo, divenne l’attuale duomo barocco, la cui cupola spicca ancora oggi sui tetti. Gliscavi,finanziatiper18
milioni di euro dalla Regione, proseguiranno per un altro anno. «In tutto sono stati spesi oltre 95 milioni di euro per il recupero del Rione Terra – conclude Gialanella – Ma c’è ancora molto lavoro da fare: il quadrante ovest è in gran parte da scavare e mettere in sicurezza. Purtroppo l’apertura al pubblico, va rimandata ancora». Nel breve periodo in cui la zona restaurata rimase aperta, collezionò migliaia di visite, superando tutti gli altri siti archeologici puteolani.

17/11/2012 Pompei (NA), spesi molti soldi per progetti inesistenti (Corriere del Mezzogiorno)

«Su Pompei sono stati spesi soldi inutili per progetti cattivi e inesistenti. Abbiamo però rimediato con un colpo di reni, e oggi ci sono progetti validi e abbiamo fatto sei bandi, a dicembre inoltre apriranno i cantieri per i restauri e a gennaio è stato invitato il Commissario europeo Johannes Hahn». E’ quanto ha dichiarato il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca, dopo essere intervenuto al Teatro Eliseo di Roma, agli Stati Generali della Cultura. Riguardo poi ai progetti sulla cultura il ministro Barca ha affermato: «Ci sono persone di ottimo livello, sia al Mibac sia nelle amministrazioni pubbliche costrette, purtroppo, ad affrontare continue emergenze». Le parole del ministro hanno provocato l'effetto di un fulmine a ciel sereno. Cosa sa il ministro che altri non conoscono? E se ci sono prove su simili sprechi vuol dire che c'è una inchiesta anche della magistratura? Domande che si pone anche il presidente dell'Osservatorio sui beni culturali Antonio Irlando. «Sarebbe veramente molto utile - spiega - conoscere nel dettaglio quanti soldi sono e perché, e quali progetti inesistenti». Poi il fronte della magistratura: «Mi chiedo se su questi sprechi nel più importante patrimonio archeologico italiano siano state aperte inchieste specifiche. Un sito che necessita di costanti ed urgentissime cure per porre rimedio alla quotidiana distruzione di svariati elementi archeologici. Eppure i progetti di restauro finanziati negli anni non hanno portato a cambiamenti e anzi qualcuno ha peggiorato gravemente la situazione».

17/11/2012 Pozzuoli (NA), patto per riaprire il Flavio ma l'Arco Felice cade a pezzi (Il Mattino)

Porte aperte per il patrimonio archeologico negato: il Comune ha firmato un accordo con soprintendenza e ministero per consentire l'apertura dell'Anfiteatro Flavio e dei siti attualmente chiusi dello Stadio di Antonino Pio, del Tempio di Serapide e, in prospettiva, del percorso archeologico Rione Terra mentre l'Arco Felice Vecchio cade a pezzi e la sua targa illustrativa viene bersagliata da colpi di pistola, sparati forse da camorristi locali che si sono sfidati tra di loro. L'impegno formale dell'amministrazione flegrea a riaprire i tesori sotto chiave è stato confermato dal sottosegretario di Stato ai Beni culturali, Roberto Cecchi, e ufficializzato ieri dal sindaco Vincenzo Figliolia nel workshop alla Borsa del turismo archeologico di Paestum. «La soprintendenza di Napoli e Pompei ha rafforzato i contatti con la neoeletta amministrazione comunale di Pozzuoli, che a sua volta ha già preso opportuni contatti con il segretariato generale del Mibac per istituire un tavolo tecnico permanente - ha detto Cecchi in Aula, a nome del governo, rispondendo all'interrogazione parlamentare della senatrice Diana De Feo - per affrontare la questione di un rilancio socioeconomico dell'intera area flegrea, attraverso un progetto di ampio respiro culturale». II Flavio (attualmente aperto solo di mattina) e i siti off-limits del Serapeo e di Antonino Pio torneranno visitabili grazie al «prestito» di dipendenti comunali, debitamente formati dalla soprintendenza. Spazio anche ai volontari delle associazioni. Dettagli da definire nei prossimi giorni. «II Comune assume un concreto e diretto impegno per assicurare l'apertura al pubblico dei siti archeologici maggiori - ha detto Figliolia a Paestum - con il dovuto decoro anche dei siti minori. Collaborazione con la soprintendenza da rafforzare e da estendere anche al percorso archeologico del Rione Terra. Pozzuoli vuole riappropriarsi dei suoi reperti archeologici più significativi, come la statua del dio Serapide, esponendoli nel museo dell'acropoli». Ma il patrimonio archeologico flegreo cade letteralmente a pezzi. Ennesimo allarme: da settimane l'Arco Felice Vecchio, monumento del I secolo d.C., è imbracato da reti protettive d'acciaio per la caduta continua di calcinacci e pezzi di opus latericium. Micro crolli continui, con i calcinacci che si sono depositati nelle reti protettive, mentre ignoti hanno usato la targa di presentazione del sito come bersaglio, forandola con 5 colpi di pistola. È stata una gara tra balordi armati o sono stati i piccioni del clan locale ad allenarsi al tiro al bersaglio sotto l'Arco romano? Esempio, in ogni caso, dell'ennesimo scempio e stamani il leader dei Verdi Angelo Bonelli con Francesco Borrelli terrà un sit -in di protesta dinanzi all'Anfiteatro.

16/11/2012 Napoli, Museo Archeologico. Riecco le preziose Coppe di Stabiae (Il Mattino)

Sono ritornate al loro posto le «Coppe di Stabiae». Restaurate. Splendide nei colori rossi, bianchi e gialli delle paste vitree, nell'argento e nell'oro che le impreziosisce. I tre skyphoi di ossidiana (sono coppe a forma di tazza con due anse orizzontali, usate in antico per bere vino) sono di nuovo in mostra al Museo Archeologico nazionale di Napoli. Tornano a essere visibili a diciassette mesi dal giorno dell'incidente - era il 30 maggio del 2011 - quando si ridussero in mille pezzi a causa del cedimento dalla mensola sulla quale erano esposte. La nuova sistemazione, in una vetrina a prova di urto per proteggere uno tra i reperti più belli mai scavati nell'area vesuviano-stabiese, è stata effettuata nel pomeriggio di ieri l'altro. La sala che le ha accolte, e che le vede in mostra accanto ai reperti ceramici e invetriati di Pompei, Ercolano e Oplontis, è al primo piano del museo accanto al Salone della Meridiana. A restaurare le coppe sono stati gli specialisti del Laboratorio di restauro della Soprintendenza archeologica, coordinati dalla direttrice Luisa Melillo. Un recupero che è stato particolarmente difficile perché l'ossidiana, che è un vetro naturale di origine vulcanica, richiede tecniche e tempi di fissaggio estremamente lunghi e complessi. Ancor più perché i vasi erano già stati restaurati. Quando vennero trovati, il 21 giugno del 1954 nella Villa San Marco, prossimo alle terme della domus, gli scavatori impiegarono circa quaranta ore per liberare da cenere e lapilli tutti i frammenti che costituivano le coppe. E anche allora servirono due anni di lavoro per assemblare perfettamente i minuscoli pezzi. Assieme alle coppe vennero trovati anche alcuni frammenti di ossidiana appartenuti a una Phiale (recipiente circolare, senza manici, usato per offerte di vino, latte, miele, agli dei) ancor più preziosa delle coppe se fosse stata rinvenuta integralmente. Per le «tazze» di Stabiae, alcuni studiosi hanno ipotizzato una origine nell'area delle isole Lipari. Altri esperti, e tra essi Stefano De Caro, sono per una provenienza egizio-alessandrina dei manufatti, considerate figure, schemi e tecniche costruttorie e decorative. La loro lavorazione, dunque, sarebbe state effettuata ad Alessandria e sarebbero databili al I-II secolo avanti Cristo. Inoltre, va considerato anche che le figure sulle coppe sono le uniche che gli studiosi riconoscono come autentiche rappresentazioni egizie in Campania. I personaggi riportati lungo la superficie esterna dei due vasi gemelli propongono edifici e personaggi: un tempietto intarsiato con corallo e malachite; gli offerenti, maschi e donne, che vestono abiti colorati ornati di perle. La donna è coperta da una tunica lunga fino alle caviglie e indossa una collana, la mano destra è alzata in atto di adorazione. Sono rappresentati anche il bue Api, il falco Horus e Ibis -Toth, divinità mitologiche egiziane. Di gusto floreale, invece, la decorazione del terzo vaso, sul quale si notano alberi e fiori sui cui steli sono poggiati degli uccelli. Il lavoro di recupero, considerati i tanti particolari che andavano rimessi al posto giusto, è stato complesso - come spiegano dalla Soprintendenza - soprattutto per far combaciare le decorazioni. «Solo qualche scalfittura è ancora rimasta - sottolineano con orgoglio - ma è talmente esigua che non inficia la loro bellezza».

10/11/2012 Castellammare di Stabia (NA), Stabiae svelata. “Museo archeologico nella Reggia di Quisisana” (Repubblica)

Inaugurata al complesso Montil di Castellammare la mostra di reperti non originali della terza città sepolta dall’eruzione del 79

«L’impegnodella Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei è ora quello di lavorare alla realizzazione del Museo archeologico di Stabia». Scandisce le parole, Teresa Elena Cinquantaquattro, l’archeologa chiamata da due anni alla guida della soprintendenza più prestigiosa d’Italia. E lo fa all’inaugurazione della mostra “Stabiae svelata”, svoltasi ieri al complesso Montil di Castellammare, organizzata dal Comitato per gli scavi
di Stabia e dal ministero per i Beni e le attività culturali. In esposizione, da ieri e fino al 9 dicembre (ore 17,30-22, sabato e domenica anche ore 10-13), non ci sono reperti originali perché a Castellammare l’Antiquarium stabiano è chiuso da quindici anni. Ottomila reperti raccolti a partire dal 1950, quando Libero d’Orsi, il fondatore del Comitato per gli scavi di Stabia, iniziò la riscoperta della terza città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo, assieme a Pompei ed Ercolano. Per la soprintendente l’impegno a realizzare il museo «dovrà passare anche attraverso il coinvolgimento e la collaborazione degli altri enti di competenza, in un percorso condiviso di valorizzazione”. Un invito, in prima battuta, al Comune di Castellammare, proprietario del Palazzo Reale di Quisisana, restaurato per ospitare il museo, ma ancora non utilizzato.
Il sindaco di Castellammare, Luigi Bobbio, aveva più volte manifestato la propria contrarietà a questa soluzione. Eppure prima di lui, nel 2010, accordi specifici per il museo a Quisisana erano stati stipulati tra ministero, Regione, Provincia, Comune. «Abbiamo il progetto, sappiamo cosa va nelle
vetrine — ha aggiunto Teresa Cinquantaquattro, — dobbiamo riprendere il discorso». E il primo cittadino, intervenuto alla cerimonia, ha incassato, e rilanciato: «Vediamoci per discutere di questo e di come eliminare gli abusi edilizi a Varano, in area archeologica. Tra dieci giorni partiranno i primi abbattimenti in aree vincolate, e la destinazione museale della reggia di Quisisana ci riempie di speranza e di orgoglio, ma la gestione costa. Lavoriamo assieme per trovare una soluzione ». Soddisfatto il Comitato per gli scavi di Stabia, che ha anche chiesto ufficialmente l’inserimento di Stabiae nella lista del Patrimonio Unesco. In ogni caso, il successo di pubblico che la mostra sta riscuotendo in queste prime ore sembra confermare questa scelta. Rafforzare l’offerta culturale del territorio era, d’altronde, uno degli scopi della mostra. In mostra documenti e reperti storici che attestano l’attività di scavo, restauro e ricerca condotte nel corso degli ultimi dodici anni presso le ville romane di Castellammare. Prezioso il lavoro svolto dal laboratorio di restauro dell’Ufficio Scavi di Stabiae. Si va dai gocciolatoi in terracotta a forma di leone alle copie dei due mosaici con “Europa sul toro” e “Il mito di Frisso ed Elle”, alle riproduzioni ad alta definizione di affreschi conservati al Museo nazionale di Napoli che presto saranno riattaccati alla pareti, nei varchi lasciati dai Borbone che “strappavano” i dipinti più belli per esporli nella capitale. E proprio da Napoli arriva la buona notizia: a dicembre saranno riesposte al Mann le due coppe di ossidiana da Stabiae, che si erano frantumate nel luglio 2011 a seguito di un cedimento delle teche.
«Per la soprintendenza non esistono graduatorie fra i vari siti — ha concluso la Cinquantaquattro — tutto il patrimonio archeologico è meritevole di cura e attenzione, e questa mostra è segno concreto e tangibile della capacità di indirizzare e coinvolgere i flussi turistici che oggi si fermano nella sola Pompei verso gli altri siti vesuviani».

03/11/2012 Pozzuoli (NA), piove nell'Anfiteatro Flavio, nuovo stop alle visite (Il Mattino)

La pioggia battente dei giorni scorsi ha provocato l'ennesimo allagamento dei sotterranei dell'Anfiteatro Flavio: l'affascinante percorso nelle viscere del monumento voluto dall'imperatore Vespasiano, nel quale sono conservate colonne e capitelli corinzi depositati dopo gli scavi voluti dai Borbone, è diventato off-limits per i turisti. E fino al prossimo 31 marzo il monumento sarà visitabile solo per quattro ore al giorno. Un'anomalia che ha pochi precedenti: in Italia pressoché tutti i siti archeologici all'aperto sono fruibili fino ad un'ora prima del tramonto. Ennesimo capitolo del Grand Tour negato dell'archeologia flegrea. Un foglio bianco sdrucito e senza intestazione, affisso ai cancelli di ingresso del terzo anfiteatro più grande d'Italia, ha informato ieri alla meno peggio i turisti della decisione presa dalla soprintendenza speciale di Napoli e Pompei di ridurre l'orario di accesso per i prossimi cinque mesi. «Il monumento dall' 1 novembre al 31.03.2013 - si legge testualmente nell'avviso - aprirà ogni ora a partire dalle 9 alle 13». Annuncio che ha colto di sorpresa decine di visitatori. Ancor più allibiti i tour-operator, che denunciano anche il generale stato di degrado in cui versa il Flavio. Aldilà dell'impegno dell'ufficio locale della soprintendenza nel tenere aperta la struttura tra mille difficoltà, restano i problemi di fondo. «Le nostre guide possono mostrare ai turisti che hanno pagato il biglietto solo un terzo del monumento - sottolinea Fulvio Ferrigno della «Turismo e Servizi Pozzuoli», centro prenotazione della locale Assoalbergatori - Ogni volta che piove, per motivi di sicurezza, la soprintendenza chiude al pubblico i sotterranei perché si trasformano in un vero acquitrino melmoso. Un percorso affascinante, ma visitabile solo nelle giornate di bel tempo quando il fango viene prosciugato dal sole». L'elenco dei disagi di questo luogo simbolo è lungo: «L'impianto di illuminazione è in tilt e gran parte delle gradinate è inagibile - denuncia Luigi Esposito, presidente di Assohotel Campi Flegrei-Confesercenti - Gli spalti di legno posizionati negli anni '80 sono marci in più punti e nei giorni di maltempo il sito è solo parzialmente agibile. Con la riduzione dell'orario di visita giornaliera ci sarà un crollo delle presenze e un danno enorme per l'intero turismo flegreo. Serve un intervento del ministro Lorenzo Ornaghi». Problemi che si trascinano da anni, acuiti dai tagli al comparto cultura e dalla carenza di fondi, mentre il sindaco Vincenzo Figliolia evidenzia che «da settimane Comune e soprintendenza lavorano ad un piano che consenta la piena fruizione del patrimonio archeologico». I puteolani del I secolo d. C. costruirono a proprie spese l'Anfiteatro e ora a malapena possono visitarlo.

02/11/2012 Ercolano (NA), restauro per il tetto in legno della Casa del Rilievo di Telefo (Repubblica)

AL VIA i restauri di una delle più importanti scoperte effettuate a Ercolano negli ultimi anni: il tetto in legno che ricopriva il Salone dei marmi della Casa del rilievo di Telefo. Due anni fa il rinvenimento dell’imponente crollo di legni perfettamente conservati confermò l’unicità del sito di Ercolano. Dalla coltre di fango riemerse legno vivo e non carbonizzato, nel corso dei lavori dell’Herculaneum Conservation Project. Le operazioni, coordinate dalla Direzione degli scavi di Ercolano e dirette sul campo dagli archeologi Domenico Camardo e Mario Notomista della società Sosandra, hanno permesso di individuare al di sotto dello strato di fango solidificato dell’eruzione del 79 d. C., un intero tetto romano, con le assi e le travi ancora perfettamente conservati, e una serie preziosa di elementi decorativi del controsoffitto del vasto ambiente. Misurati e fotografati nelle diverse facce, i reperti furono puliti e trattati con biocida, e trasferiti in un container refrigerato appositamente allestito a Ercolano. In attesa del delicatissimo intervento di restauro che prende il via in queste ore. A illustrare gli studi recenti e l’ipotesi ricostruttiva del tetto saranno giovedì 8 novembre (ore 15, Museo archeologico nazionale) Domenico Camardo, Ascanio D’Andrea, Mario Notomista e Maria Brigida Casieri, introdotti dalla soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro e dalla direttrice degli scavi di Ercolano, Maria Paola Guidobaldi. Le conclusioni sono invece affidate al direttore della British School di Roma, Andrew Wallace-Hadrill, che guida l’Herculaneum Conservation Project, finanziato dal Packard Humanities Institute.
Le operazioni di restauro riguarderanno un unicum nel mondo antico, grandi travi a sezione rettangolare, travetti più piccoli e altri elementi lignei tra cui assi e pannelli decorati che facevano parte della controsoffittatura di una lussuosa casa di Ercolano, distrutta dall’eruzione del 79. Gli studi hanno permesso di acquisire importanti e nuove informazioni sulla carpenteria d’epoca romana. Sensazionale il rinvenimento di assi dipinte in rosso o in azzurro e di diversi pannelli lignei con parti di un cassettonato, cornici in legno con esagoni e triangoli a rilievo dipinti in bianco, nero, azzurro, rosso e oro, che facevano da pendant al ricco pavimento marmoreo dell’ambiente.
Un protocollo di intesa fra la soprintendenza di Napoli e Pompei, la British School, il Museo fiorentino di Preistoria, il dipartimento di chimica dell’Università di Pisa e l’Istituto per la valorizzazione del legno del Cnr ha consentito la messa a punto delle metodologie di intervento.

24/10/2012 Pozzuoli (NA), importante scoperta al Rione Terra (Il Mattino)

Cinque stanze al servizio di una domus romana in parte affrescate e datate primo secolo avanti Cristo erano nascoste dietro una porta murata del Seicento, sepolte nelle viscere del Rione Terra: l’eccezionale scoperta durante gli scavi per i lavori dell’ottavo e nono lotto funzionale di ristrutturazione dell’antica rocca puteolana. Una scoperta giudicata «estremamente interessante e importante» dall’ufficio di Pozzuoli della soprintendenza guidato dall’archeologa Costanza Gialanella, profonda conoscitrice dei segreti del Rione Terra e tra i massimi esperti dell’arte greco-romana nell’area flegrea. Prima di essere ambienti di servizio, come attesta la presenza di pozzi e di vasche in cocciopesto, gli stessi ambienti dovevano avere avuto una funzione residenziale, come testimonia un frustulo di intonaco dipinto. Da alcune settimane, dopo i lunghi mesi di stop per colpa del blocco dei finanziamenti regionali, sono ripresi i lavori di scavo nel ventre dei palazzi risalenti all’epoca ’500-’600 per ultimarne la fase di ristrutturazione. E nel corso degli interventi nel quadrante occidentale della cosiddetta Insula XVI, verso l’antica darsena dei pescatori, gli archeologi hanno riportato alla luce cinque ambienti domestici finora sconosciuti che risalgono a duemila anni fa. Lo scavo è iniziato seguendo un cunicolo che dall’attuale livello di calpestio stradale scendeva a oltre dieci metri sotto terra, terminando in una cantina con volta a botte. A mani nude e alla luce delle sole fotocellule, operai del Consorzio Rione Terra e tecnici della soprintendenza hanno scavato un varco tra cocci di ceramica e di vasellame di epoca romana frammisto a terriccio. Si sono creati una sorta di percorso e dopo aver completamente ripulito dai preziosi detriti l’ambiente, ampio una ventina di metri quadrati, hanno scoperto lungo le pareti l’opus quasi reticulatum e tracce evidenti di affreschi di epoca imperiale. Nel muro c’era disegnata una porta: sfondando quella fenditura si è aperto un nuovo varco nella storia stratigrafica del Rione Terra. Unicum topografico in cui sono le pietre a raccontare la storia. Si è aperto un affascinante e misterioso intrigo di stanze nelle stanze, collegate tra di loro da piccole aperture. Secondo le prime ricostruzioni storiche, quelle stanze erano ambienti al servizio di una grande domus romana. Poi, in epoca imperiale, ci fu una sorta di cambio di destinazione d’uso: ipotesi suffragata dalle tracce di affreschi. E l’eccezionalità del ritrovamento sta tutto nella «continuità degli ambienti, che dà una visione di insieme che mai c’era stata finora negli scavi sotto i palazzi del Rione Terra». In pratica un percorso già tracciato duemila anni fa e completo, nel suo opus quasi reticulatum continuo, che ora potrà essere aggiunto al tracciato del percorso archeologico scavato anni fa. E ora non più visitabile. Resta ancora molto da scavare. La scoperta, nascosta sotto una volta rimasta sepolta dal terriccio e dal materiale di risulta della abitazione soprastante realizzata nel periodo della ricostruzione dopo l’eruzione del Monte Nuovo del 1538, è destinata a riscrivere e a impreziosire il già affascinante percorso archeologico ipogeo. «L’eccezionale scoperta è la conferma che il Rione Terra è un giacimento archeologico immenso – sottolinea il sindaco Vincenzo Figliolia, che ieri ha compiuto un sopralluogo nello scavo – Ora dobbiamo rendere fruibile di nuovo il percorso, attirando turisti e studiosi da tutto il mondo».

Sotto le insulae che fiancheggiano via de Fraja Frangipane, lungo il tracciato di un cardine nel cuore del Rione Terra, sono emersi una serie di ambienti di servizio di una antica domus. Una scoperta importante per lo storico Raffaele Giamminelli, autore di numerosi studi sull’acropoli con l’associazione «Pozzuoli deve vivere». Come giudica questa scoperta? «I lavori di scavo al Rione Terra li considero di fondamentale importanza per la ricostruzione filologica delle sue strutture, che si sono sovrapposte le une alle altre dall’epoca romana fino ai nostri giorni. È una scoperta parziale». In che senso? «Le attività di scavo sono appena iniziate e per avere un quadro archeologico preciso bisogna attendere ulteriori particolari. Ma una cosa è certa: non sarà l’ultima sorpresa che ci riserva il Rione Terra». Per quale motivo? «Dovunque si scavi sotto l’impianto viario medievale si ritroveranno importanti reperti. L’impianto del Medioevo ricalca fedelmente la struttura topografica del 194 a. C., data della deduzione della colonia di Puteoli da parte di 300 veterani romani. Rileggendo la stratigrafia del Rione, è facile ipotizzare che le strutture moderne poggino su strutture romane, sia di epoca imperiale che repubblicana. Altri reperti interessanti potrebbero trovarsi sotto cardines e decumani, come quelli di via Crocevia, vico Sant’Artema e la stessa via de Fraja Frangipane».

22/10/2012 Acerra (NA), resta in condizioni di abbandono il sito archeologico di Suessula (Il Mattino)

Se si portasse interamente alla luce, probabilmente Suessula, sarebbe per estensione e importanza superiore all’antica città di Pompei. Gli ultimi scavi, risalenti alla campagna archeologica effettuata tra il 1999 e il 2002, hanno permesso la musealizzazione all’aperto di una piccola area di circa 600 metri quadri a sud-ovest della settecentesca Casina Spinelli, un tempo riserva di caccia di Ferdinando I di Borbone, e poi dal 1872, abitata dai conti Spinelli di Scalea. A meno di 10 metri, tutt’oggi, sono ancora sepolti circa 500 ettari di antiche rovine. «Uno dei centri più importanti della Campania antica», è quanto dichiarò Luca Cerchiai durante l’ultima campagna di scavo da lui diretta alla metà degli anni novanta, insieme con Daniela Giampaola. L’abitato ha una storia che risale all’Età del Ferro, eppure è in condizioni di abbandono. Qui furono rinvenuti, inoltre, numerosi reperti di eccezionale fattura e ubicati nell’antica Casina Spinelli, tra i più ricchi musei privati del periodo. Visitato da molti studiosi italiani e stranieri, tra cui Amedeo Maiuri e Friedrich von Duhn, il museo fu frequentato fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale: nel 1943 il comando tedesco occupò parte della villa Spinelli. Prima di abbandonare la dimora, gli ufficiali tedeschi ne saccheggiarono i monili d’oro, un oro particolare chiamato «oro Spinelli». Nel 1945, la Casina risultò spogliata di tutti gli arredi interni settecenteschi, perché usati dalle truppe anglo-americane come legna da ardere, tranne le vetrine che contenevano la parte più importante degli antichi reperti. Alla fine della guerra la vedova Spinelli, ultima erede della Casina, donò gran parte della collezione al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. «Oggi, è desolante vedere abbandonata quella dimora», dice l’architetto Rosa Anatriello presidente dell’ Archeoclub di Acerra. «Durante l’amministrazione Lettieri – continua Rosa - furono stanziati circa 5 milioni di euro per l’acquisto e il recupero della Casina Spinelli, ma di seguito al commissariamento, i fondi sono stati dirottati per i lavori di ristrutturazione del primo Circolo didattico di Acerra, ristrutturazione che non è stata ancora realizzata. Negli anni abbiamo assistito a una serie di protocolli di intesa tra il Comune e gli Enti sovraordinati, che promettevano per quest’area milioni di euro. Va ricordato – prosegue - che il Comune di Acerra sottoscriveva, in data 4 agosto 2009, con il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, la Regione e il commissario delegato ex ordinanza del presidente del consiglio dei ministri, un accordo di programma per complessivi trenta milioni di euro circa per gli interventi di compensazione ambientale. Il piano, oggetto del protocollo d’intesa, di seguito alla realizzazione dell’inceneritore, si articolava in un piano di bonifiche suolo-acqua, i ristori ambientali, le opere infrastrutturali di collegamento viario, accesso al termovalorizzatore, osservatorio ambientale, piano occupazionale, recupero della Casina Spinelli e del Parco archeologico e naturalistico Calabricito, l’apertura della sezione archeologica del Museo civico con reperti ritrovati sul territorio comunale; lo sgravio di energia elettrica e misure economiche incidenti sull’imposta di smaltimento dei rifiuti. A oggi le uniche cose concrete che abbiamo sono l’area archeologica di Suessula, realizzata con fondi Por Campania 2000/2006 dalla Soprintendenza e l’istituzione del Parco Urbano di Interesse Regionale di Suessula. Da queste certezze si può e si deve partire per la valorizzazione dell’area. In particolare, il riconoscimento del Parco Urbano apre la possibilità di attingere a diverse fonti di finanziamento, ma di questo si deve fare mediatore e garante il nostro Comune. Cosa manca allora? Forse la voglia di credere nella possibilità di riscatto, affinché Suessula non sia più solo un nome ma rappresenti «un luogo» testimone delle nostre radici».

19/10/2012 Benevento, infiltrazioni d'acqua nell'Arco di Traiano (Il Mattino)

L’acqua piovana continua ad infiltrarsi nell’Arco Traiano ed i lavori per eliminare il problema non incominciano e quindi i danni si fanno più consistenti. «Speriamo di eseguire i lavori al più presto. Il progetto c’è solo un passaggio a livello di Istituto centrale per il restauro». Così la dirigente della Soprintendenza archeologica, Luigina Tomai fa il punto sulla situazione dei lavori da eseguire presso l’Arco di Traiano di Benevento, da tempo attesi ma che finora non decollano. Eppure i mesi sono passati. «La Sovrintendenza farà una conferenza stampa quanto prima perchè i lavori comporteranno una serie di provvedimenti nella zona che vanno illustrati alla cittadinanza» aggiunge Luigina Tomai. Tra l’altro lo stesso assessore ai Lavori pubblici Pietro Iadanza attende che si seguano questi lavori per lavori di manutenzione alla pavimentazione e in particolare per il transito dei portatori di handicap. Il primo allarme risale al dieci aprile appunto per una serie d’infiltrazioni d’acqua, evidenziate da un copioso «sgocciolamento» dalla volta del fornice. Diverse le ipotesi formulate, poi il sopralluogo definitivo della stessa Tomai e dei professori Salvatore D’Agostino dell’Università di Napoli e Fulvio Cairoli Giuliani dell’Università La Sapienza che hanno sancito la presenza di microlesioni nella parte sovrastante l’Arco: un fenomeno analogo a quello che si era già verificato lo scorso anno. Pertanto si era deciso di varare un organico progetto di restauro e quindi di eseguire una serie di interventi appropriati, con incarico ad una ditta specializzata. Il coinvolgimento degli esperti per il restauro si è reso necessario perché, malgrado si ritenesse di aver risolto il problema già nel 2011, le infiltrazioni a distanza di un anno si sono ripetute con le stesse modalità e quindi si è ritenuto di approfondire ulteriormente la questione. Questa volta, era stato precisato, c’e anche la disponibilità dei fondi necessari alla «messa in sicurezza» del monumento simbolo della città, pertanto questi lavori potranno essere eseguiti in modo completo e idoneo ed anche in tempi brevi pur nel rispetto di ben definite procedure. La tabella di marcia dei lavori ci si augura che sia rapida. Certo dopo tante settimane di calura e siccità e davvero strano vedere allontanare la soluzione del problema a causa delle piogge di fine estate.

19/10/2012 Torre Annunziata (NA), la replica della Soprintendenza sugli scavi di Oplontis (Il Mattino)

«La Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei ha più volte fatto presente al comune di Torre Annunziata, della condizione dei totem illustrativi, dei faretti rotti, dei rifiuti di vario genere lungo la strada. Elementi di competenza dello stesso comune al quale è stata chiesta la sistemazione al fine di garantire un dignitoso accesso ai visitatori di Oplontis». Secca, e diretta, arriva la piccata replica della Soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro alle dichiarazioni dell’assessore alla cultura del comune di Torre Annunziata Luisa Stanzione. «La Soprintendenza mi deve mettere in condizione di lavorare», aveva detto l’assessore di fronte allo scenario attuale che vede Oplonti avvolta in una spirale di degrado e di abbandono. Dichiarazioni che non sono per niente piaciute ai vertici della Soprintendenza. E così attraverso un comunicato la replica non si è fatta attendere. La Soprintendenza chiamata in causa dal comune non ci sta. Tutte le colpe di una condizione vergognosa di uno dei siti archeologici più importanti del mondo, non possono essere addossate interamente ad essa. La Cinquantaquattro in proposito è chiara: «È assoluta volontà della Soprintendenza - riprende - puntare al rilancio degli scavi di Oplontis, oltre che alla sua tutela e salvaguardia. A tal riguardo, il decollo e la promozione del sito possono avvenire, tenuto conto della difficile realtà territoriale dell’area, attraverso un grande sforzo congiunto con il comune di Torre Annunziata, nel pieno rispetto delle reciproche competenze e nello spirito di una proficua collaborazione». È evidente però che se la sistemazione deve avvenire all’esterno del sito ad opera del comune, la stessa Soprintendenza deve provvedere alle lacune evidenziate dalle guide all’interno del sito stesso. Anche in questo caso la risposta è secca: «Il cantiere di lavoro in corso all’interno del sito archeologico e definito “scempio” e “percorso ad ostacoli” per i turisti - riprende la Soprintendente - è un necessario intervento di manutenzione, volto a garantire la conservazione oltre che la sicurezza del sito, e pur alterando l’itinerario di visita non impedisce ma al contrario garantisce la fruizione dello stesso al pubblico. Per quanto riguarda il personale, è risaputa la carenza determinata dal blocco del turn over, che attanaglia un po’ tutto il comparto pubblico». L’assessore alla cultura del comune Luisa Stanzione, abbandona la polemica e apre al dialogo: «Il comune - riprende la Stanzione - non vuole lo scontro. L’ambiente deve essere sereno. L’obiettivo è unico di entrambi: a Oplonti devono arrivare i turisti. La mia critica è stata costruttiva, per il bene del sito. Sono disposta a collaborare con la Soprintendenza anche studiando qualche progetto. Ho chiesto soltanto aiuto, e maggiore collaborazione. A Torre abbiamo bisogno di essere ascoltati. L’amministrazione ce la sta mettendo tutta, ma non ci sono soldi. Speriamo- conclude- negli sponsor. Il bando è pronto». Il sindaco di Torre Annunziata Giosuè Starita inserisce il sito archeologico di Oplonti in un più ampio discorso che coinvolge tutta l’area archeologica: «La riqualificazione del sito archeologico di Oplonti è inserita come noto in un progetto più ampio che abbraccia anche Pompei. Una parte dei finanziamenti di 105 milioni di euro destinati al sito di Pompei, sarà dirottata su Torre Annunziata. È in questo contesto che va inquadrato il discorso e non nelle singole criticità. È chiaro poi che non può esistere rilancio della zona degli scavi di Oplonti se non c’è sicurezza. Questo è il primo passaggio che bisogna fare, e l’amministrazione comunale sta lavorando per questo obiettivo. Stiamo lavorando con la Regione Campania per mettere in campo un progetto di rilancio turistico di tutta l’area. In questo progetto rientra anche il porto presso il quale arriveranno le navi di turisti che poi faranno un percorso guidato fino agli scavi».

18/10/2012 Torre Annunziata (NA), scavi di Oplontis in pieno degrado (Il Mattino)

Totem illustrativi completamente sfondati e scheletri in ferro all’ingresso, faretti sul marciapiede rotti, paletti lungo la strada di accesso divelti, rifiuti ed escrementi in bella mostra, controlli inesistenti. I continui proclami dei politici li hanno individuato a più riprese come il volano per una rinascita economica, sociale e culturale della città, in nome della loro importanza mondiale, e della loro storia. Oggi, però, gli scavi archeologici di Oplonti mostrano tristemente in tutta la loro crudezza, i segni tangibili di un degrado senza precedenti e di una indifferenza imbarazzante da parte di chi dovrebbe provvedere a rendere uno dei più importanti siti al mondo, quantomeno presentabile agli occhi dei turisti. Turisti che, anche ieri mattina si sono trovati di fronte a dei veri e propri scempi all’interno del sito trasformato in questi ultimi mesi in un enorme cantiere a causa dei lavori in corso messi in campo dalla Soprintendenza. Il risultato è imbarazzante dall’inizio del percorso alla fine dello stesso: la visita è diventata una sorta di percorso ad ostacoli a causa di passaggi chiusi al pubblico che è costretto al cammino a ritroso per visitare tutta la villa: «In questo modo - dice S.M. guida professionista della Regione Campania - è impossibile lavorare. Come se non bastasse - continua - in alcune sale della villa è praticamente impossibile guardare gli affreschi a causa della scarsa illuminazione. Questo è accaduto di mattina, mi chiedo cosa succede nell’orario pomeridiano quando la luce del sole si affievolisce. Custodi? Sono presenti soltanto all’ingresso. All’interno della villa, ci sono affreschi importantissimi incustoditi. Per fotografarli non bisogna usare il flash, ma chi lo dice ai turisti? È un vero peccato che un simile patrimonio sia abbandonato così al proprio destino». «In qualità di assessore alla cultura del comune di Torre Annunziata - attacca Luisa Stanzione - mi vergogno di fronte a questo scenario. Sono amareggiata. Non si può più restare indifferenti. È deprimente per gli Scavi e per l’intera città. È inutile raccogliere firme per il Fai e per i luoghi del cuore, se poi non mi mettono in condizione di lavorare per un concreto sviluppo turistico. In questo modo anche il mio lavoro, completamente proiettato verso il rilancio degli scavi di Oplonti, viene vanificato. La Soprintendenza mi deve mettere in condizione di lavorare. I turisti che arrivano ad Oplonti sono sempre di meno, e questo è inconcepibile. Se occorre vado a Roma al ministero. Gli scavi devono decollare».

17/10/2012 Pozzuoli (NA), continuano le chiusure a singhiozzo dell'anfiteatro (Il Mattino)

Nemmeno la nota della Presidenza della Repubblica portata all’attenzione della soprintendente speciale per i Beni archeologici di Napoli e Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro, ha scongiurato le improvvise chiusure al pubblico dell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli: tre giorni fa una cinquantina di turisti tedeschi, che avevano pagato una vacanza che prevedeva anche il tour nell’Anfiteatro, sono rimasti desolatamente in strada dinanzi ai cancelli sbarrati. Uno stop comunicato con un avviso solo in lingua italiana su un modello pre-stampato, sul quale di volta in volta viene modificata solo la data. La motivazione invece è sempre la stessa: «il monumento resterà chiuso in data odierna per un’improvvisa giustificata assenza del personale di custodia». E l’ennesima pagina nera dell’archeologia negata nei Campi Flegrei fa esplodere la rabbia degli operatori turistici: «Fino a quando la soprintendenza continuerà a tenere aperto a singhiozzo il sito e senza ulteriori garanzie, il Flavio sarà escluso dagli itinerari dei pacchetti turistici». La clamorosa protesta arriva dai tour-operator Gennaro Palumbo e Fulvio Ferrigno, della società «Turismo e Servizi Pozzuoli», che sono anche centro prenotazione dell’Associazione albergatori Campi Flegrei. Un grido di allarme che potrebbe avere contraccolpi anche economici: malgrado sia il terzo anfiteatro più grande d’Italia, il Flavio di Pozzuoli vive una emorragia di presenze con un calo di oltre 15mila visitatori all’anno rispetto a 10 anni fa. Una riduzione drastica delle presenze che, ovviamente, si ripercuote anche sugli incassi. «Queste presenze ridotte, come indicato dalle statistiche del ministero per i Beni culturali, non sono frutto di un caso ma conseguenza dei tanti disagi patiti dai turisti – sottolinea Fulvio Ferrigno - Ormai da mesi assistiamo a improvvise chiusure, comunicate appena qualche ora prima. In questo modo è impossibile pianificare. Domenica l’ennesima beffa. Nonostante i ripetuti reclami, assistiamo puntualmente al maltrattamento dei nostri clienti. È impensabile che i turisti che scelgono di visitare il Flavio, al loro arrivo trovino un cancello chiuso e uno scarno comunicato solo in italiano per scusarsi della chiusura». Ferrigno e Palumbo a luglio inviarono una lunga lettera-denuncia anche al presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, per informarlo dello «scempio in cui versa l’Anfiteatro». In quella missiva si parla di «carenza di informazioni rivolte ai turisti; assenza di traduzione in inglese degli avvisi di chiusura; dipendenti dell’Anfiteatro che candidamente ammettono che il sito «resta aperto salvo complicazioni, cioè salvo assenze per malattie o permessi dei custodi»; impossibilità di programmare visite guidate a lunga scadenza per evitare ulteriori, pessime figure». Un carteggio proseguito con la risposta ufficiale del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica: «In relazione alla mail indirizzata al Capo dello Stato - si legge nella missiva dell’1 agosto con protocollo del Quirinale - la questione è stata portata all’attenzione della soprintendenza speciale di Napoli e Pompei». Ma nulla è cambiato. «Solo il Comune di Pozzuoli - conclude Ferrigno - ha dimostrato di esserci vicino in questa battaglia, con l’assessore Fumo e il sindaco Figliolia che stanno lavorando a un progetto per consentire l’apertura dei siti grazie al personale comunale». Vanno all’attacco della soprintendenza anche i Verdi, con Francesco Borrelli e Paolo Tozzi che annunciano la «presentazione di un esposto a Procura e Corte dei conti per la vicenda dell’Anfiteatro».

17/10/2012 Mondragone (CE), crollo nell'area archeologica del criptoportico (Il Mattino)

Un Sos che è anche una denuncia di una situazione che sta minando uno dei gioielli archeologici mondragonesi. Il crollo dell'arcata della via Appia Antica adiacente il criptoportico in località Vecchia Starza. Un Sos lanciato alla Soprintendenza di Caserta, Avellino, Benevento e Caserta dai soci della sede di Mondragone dell' Archeoclub di Italia onlus attraverso una lettera del presidente Michele Russo. «Si rende noto - scrive il professore Russo ai responsabili della Soprintendenza - che dopo opportune ricognizioni, anche fotografiche, il crollo di una delle due arcate che insistevano sul sito. La prima, effettuata personalmente nello scorso giugno, rivela le arcate ancora intere». Completamente diversa la situazione che si è presentata dopo un secondo sopralluogo agli inizi di settembre quando la zona mostrava la caduta di una delle due arcate. Il materiale delle arcate, stando a quanto viene affermato nella nota inviata dall'Archeoclub, sarebbe ancora recuperabile. «L'associazione - conclude la lettera - chiede un intervento urgente per impedire che un'altra testimonianza archeologica del nostro territorio scompaia per sempre». Parliamo del luogo nel quale, nel 1911, fu rinvenuta una statua acefala della Venere di Sinuessa. Un luogo che si trova nei pressi del cimitero cittadino e che è noto per i ritrovamenti archeologici di grande interesse. Per entrare nel dettaglio ci riferiamo ad un criptoportico «parzialmente ipogeo - come viene specificato tecnicamente sul sito curato dalla Sorpintendenza di Caserta e Benevento - che si presenta come un podio di grandi dimensioni a pianta rettangolare articolato su tre bracci. Sul lato Nord del criptoportico sono stati realizzati numerosi ambienti ipogei, a pianta rettangolare, con volta a botte. All'esterno sono visibili i resti di un acquedotto che convogliava le acque verso il criptoportico». Una zona, come detto, di notevole interesse e che avrebbe tutte le carte in regola per entrare a far parte di un percorso turistico e contribuire all'arrivo di numerosi flussi di visitatori. Oggi, invece, il problema principale riguarda la situazione in cui versa da mesi una parte della struttura, appunto una delle arcate del criptoportico. Sono trascorsi praticamente due mesi dal momento del crollo e, per quanto si sa, dopo la lettera inviata alla Soprintendenza dal presidente del locale Archeoclub, ancora nessuna risposta è arrivata dall'organismo preposto ad occuparsene.

16/10/2012 Bacoli (NA), ancora furti nell'area sommersa (Il Mattino)

Scatta un nuovo allarme trafugamenti nell’area archeologica sommersa di Baia: nel corso di controlli contro la pesca di frodo nello specchio d’acqua che sovrasta la città imperiale sommersa, la capitaneria di Pozzuoli ha sequestrato ottocento metri di reti e nasse a bordo di imbarcazioni non adibite alla pesca e nei prossimi giorni i sub della guardia costiera dovranno accertare eventuali danni e trafugamenti di reperti di epoca romana. Il Portus Julius, porto militare del I secolo avanti Cristo della cosiddetta flotta imperiale, la Villa dei Pisoni, il Ninfeo: uno scrigno sottomarino dall’incommensurabile valore. Attrazione fortissima per i tombaroli che hanno razziato per anni questo specchio d’acqua tra Punta Epitaffio e i cantieri navali, diventato riserva marina protetta solo dieci anni fa. Una riserva integrale, dove è vietato persino fare il bagno o transitare con natanti senza preventiva autorizzazione. Figurarsi pescare con reti a strascico proprio sopra il tesoro archeologico, visibile solo ai sub autorizzati. L’indagine avviata dalla guardia costiera, diretta dal comandante Andrea Pellegrino, è solo alle prime battute. C’è da verificare, innanzitutto, se a bordo di quei natanti denunciati ieri mattina perché non autorizzati alla pesca ci fossero insieme ai pescatori abusivi anche archeosub tombaroli. Come accertato un anno fa dai carabinieri del nucleo tutela beni culturali. Ma quelle reti a strascico, oltre a fare razzia della fauna ittica protetta, potrebbero aver danneggiato seriamente anche porzioni di sculture e mosaici di ambienti sottomarini. E c’è, poi, la questione dei furti e dei danneggiamenti causati dalle «bombe» fatte esplodere a pelo d’acqua: piccoli ordigni rudimentali che servono a stordire i pesci per facilitarne la cattura. Ma che, nelle mani degli abili tombaroli, diventano utilissimi strumenti per scatenare un’onda d’urto che premendo sul fondale sabbioso è in grado di scardinare interi pezzi di mosaico di cui sono rivestiti gli ambienti di epoca romana. Tracce di questi mosaici scardinati sono facilmente visibili anche su internet, ma ora toccherà ai sub della capitaneria accertare gli effetti di queste bombe marine sul patrimonio archeologico. Un blitz provvidenziale, quello dei marinai della locamare flegrea, che ha consentito forse di sventare l’ennesimo assalto degli «archeo-pirati» a caccia delle lucerne ornamentali del I secolo, dei fustoli di colonne, dei cocci di anfore e dei pezzi di pavimento in cocciopesto a sguscio e a mosaico. Un tesoro, finito nel mirino anche degli scafi dotati di turbocompressori per ingoiare sabbia e reperti, difeso strenuamente da guardia costiera e soprintendenza. Ma il pericolo di nuovi furti sottomarini resta, come sottolineato anche dal senatore Francesco Pontone in una interrogazione parlamentare ai ministri Lorenzo Ornaghi e Corrado Clini per sapere «in che modo i ministri intendano intervenire per monitorare l’area marina protetta della città imperiale di Baia, oggetto di furti e scorribande, al fine di per scongiurare ulteriori furti, trafugamenti e danneggiamenti».

12/10/2012 Torre Annunziata (NA), appello agli sponsor per gli scavi di Oplontis (Il Mattino)

«Non ci sono soldi per gli scavi di Oplonti, cerchiamo sponsor per pubblicizzare e rilanciare in grande stile il sito archeologico. Possibilmente, testimonial italiani di grande spessore che possano dare una mano al rilancio della villa di Poppea». Più che una idea, quella dell’assessore alla Cultura di Torre Annunziata, Luisa Stanzione, ha tutte le sembianze dell’appello accorato che sfocia nella trovata. Non c’è un euro per il sito oplontino. La sentenza è arrivata dopo un incontro che lo stesso assessore ha tenuto con la Soprintendente di Pompei, Teresa Cinquantaquattro. Che fare allora? Come rilanciare un sito che attualmente è alle prese con mille problemi? La volontà c’è, il progetto pure, quello che manca è la materia prima: i soldi, senza i quali non si cantano messe: «Stiamo lavorando - dice l’assessore Stanzione - per costruire un progetto di rilancio serio, per quello che riteniamo un sito di importanza mondiale e un biglietto da visita per la città di Torre Annunziata. Abbiamo previsto piccoli mercatini all’esterno del sito, e stand lungo la strada, con vendita di prodotti tipici locali, nonché lavorazione della ceramica, e laboratori artigianali, in primis quello della lavorazione della pasta con il famoso marchio Setaro di Torre Annunziata». «Ovviamente - continua l’assessore - c’è bisogno anche di una sistemazione al manto stradale, ai totem con materiale antisfondamento, e alla vigilanza, che però è migliorata». Ecco dunque che nasce l’idea di affidare il rilancio a grandi sponsor che in cambio di una visibilità garantita in ogni angolo del sito, saranno invitati ad allargare i cordoni della borsa in nome della vocazione turistica della città. In questo possibile scenario torna d’attualità il problema della mancanza di spazi per l’esposizione degli ori di Oplonti, cioè le collane, bracciali, e orecchini ritrovati sui corpi delle persone che restarono carbonizzate all’interno della villa. Un piccolo tesoro dal valore inestimabile, che non trova casa per mancanza di luoghi adeguati: «Ne ho parlato con la Soprintendente - rivela l’assessore Stanzione - la quale mi ha chiesto se il comune di Torre Annunziata avesse garantito sulla sicurezza dell’operazione. Stiamo lavorando per cercare una sistemazione adeguata per esporre gli ori. Si è pensato al museo nella stazione delle ferrovie, oppure al cortile della fabbrica d’armi. Valuteremo la soluzione migliore. Quello che posso affermare con certezza è che non trascorre giorno che in giunta non si parli della strategia più opportuna per il rilancio di Oplonti».

12/10/2012 Cerreto Sannita (BN), proseguono gli scavi della vecchia Cerreto (Il Mattino)

Continuano con sempre maggior vigore gli scavi in località Cerreto Vecchio, miranti a portare alla luce reperti importantissimi di quella che era la cittadina antica di Cerreto, rasa al suolo dal terremoto del 1688. L'assessore ai Lavori Pubblici Ciro Merolla ci parla del protocollo firmato con la Sovrintendenza e della succcessiva apertura degli scavi, che dovrebbero portare alla luce la antica Chiesa Madre, mentre parallelamente è cominciata anche l'opera di recupero dell'antica torre, unico manufatto architettonico che resistette alla tremenda scossa tellurica del 1688. «I lavori stanno procedendo con solerzia ed efficacia - afferma Merolla - poichè già sono stati individuati i piani di calpestio sui quali fu edificata la Cerreto Antica, che dovrebbe conservare, oltre alla Chiesa Madre, anche un fitto tessuto edilizio, costruito secondo le modalità costruttive del tempo, ossia del XVII secolo». L'obiettivo è quello di costituire a Cerreto un altro polo di attrazione turistica, visto che l'affluenza di visitatori per quanto riguarda l'importante settore dell'artigianato della ceramica è già altissima, ma per lo più cositutita da turismo mordi e fuggi, mentre, se si riuscisse a portare alla luce un gran numero di reperti archeologici appartenenti al tessuto edilizio della Cerreto del 1600, con molta probabilità si riuscirebbe a creare un turismo stanziale, con conseguente ritorno economico per le casse dei ristoratori e degli albergatori di tutta la zona. Il progetto di recupero della torre antica, già in atto, procede con molta cautela perchè è stato necessario prima di tutto individuare un'impresa esperta in restauro conservativo, ossia quel tipo di intervento che tende a preservare le caratteristiche costruttive e i segni architettonici propri dell'opera su cui si va ad intervenire, e in una seconda fase agire con materiali particolari, non facilmente reperibili in situ, che permettano parallelamente di migliorare la stasticità del reperto, senza essere invasivi nei confronti degli antichi materiali con cui è costruita la torre.

12/10/2012 Pozzuoli (NA), un aereo per tutelare il patrimonio archeologico (Il Mattino)

Un aereo bimotore per meglio difendere l’inestimabile patrimonio archeologico di Pozzuoli, scongiurando nuove colate di cemento abusivo e le razzie di tombaroli senza scrupoli. Dall’Arco Felice Vecchio al mausoleo del primo secolo dopo Cristo della zona delle Conocchielle a Toiano, passando per le necropoli e le antiche tabernae romane: il tesoro storico-architettonico di Pozzuoli diventa osservato speciale nella lotta contro l’abusivismo edilizio. Un anno fa l’allora commissario prefettizio alla guida della cittadina flegrea, il prefetto Roberto Aragno, firmò una delibera che disponeva il sorvolo dell’intera superficie comunale a caccia di abusi: un piccolo aereo dotato di telecamera, macchine fotografiche e Gps aveva il compito di scovare le illegalità. Un servizio partito solo alcuni mesi dopo e confermato dall’attuale amministrazione comunale. E arrivano i primi dati: negli ultimi quattro mesi l’occhio elettronico puntato sulla cittadina flegrea ha già smascherato 62 casi di abuso edilizio accertato. Il report è sul sito internet comunale. Il sistema di bordo del bimotore ha registrato dati e fotogrammi nei quali sono state immortalate verande, gazebo, piscine e anche manufatti a poche centinaia di metri da siti di preminente interesse archeologico. Tutto abusivo. Come accertato, poi, dai vigili urbani diretti dal comandante Carlo Pubblico. Ma l’attenzione è rivolta anche alle aree sottoposte al rigidissimo vincolo archeologico, a cominciare da quella attigua all’Arco Felice Vecchio. Il nucleo antiabusivismo ha acquisito le foto dall’alto e le sta confrontando con quelle di alcuni mesi fa per verificare l’eventuale presenza di opere murarie senza autorizzazione. C’è da salvaguardare i reperti. E la precisione del sorvolo è scientifica: il computer di bordo è programmato per confrontare i fotogrammi registrati nello stesso punto in due voli successivi, a 20 giorni di distanza l’uno dall’altro. Alla minima difformità tra le due immagini sovrapposte nel database, scatta l’allerta: una email viene inviata direttamente sui pc del capo dei vigili e del capo dell’ufficio tecnico. Alcuni giorni fa l’allarme per un presunto trafugamento di reperti archeologici: il computer ha notato uno scavo archeologico nell’area tra Solfatara e Agnano che non c’era nella registrazione di 20 giorni prima. Si è pensato all’opera di tombaroli: sul posto sono andati i vigili urbani che hanno poi accertato che lo scavo era stato regolarmente autorizzato dalla sovrintendenza. Ma resta alta la guardia. «L’aereo registra attraverso le macchine fotografiche e le immagini tutte le difformità che nota dall’alto e le manda via email al mio computer – spiega il comandante Carlo Pubblico – Ma dall’alto un cumulo di pedane di legno o una tenda da sole aperta può trarre in inganno e sembrare un manufatto abusivo. Per questo ogni segnalazione aerea viene verificata nelle 24 ore successive dai nostri agenti sul posto. Finora abbiamo scovato una sessantina di illegalità urbanistiche». Controlli puntati, ora, sul patrimonio archeologico. «Siamo tra i pochi Comuni in Campania a monitorare in modo costante il nostro territorio per difenderlo dagli illeciti in materia ambientale – sottolinea il sindaco Vincenzo Figliolia – Ma vogliamo sfruttare questi sorvoli anche per meglio tutelare il nostro patrimonio archeologico da chiunque lo voglia sfregiare. Pozzuoli è un giacimento archeologico da valorizzare, preservandolo dal cemento selvaggio e dai tombaroli».

10/10/2012 Bacoli (NA), torna visitabile la Piscina Mirabile (Il Mattino)

Il più grande serbatoio di acqua potabile realizzato in epoca augustea, la Piscina mirabilis, è stata oggetto di un intervento di restauro conservativo iniziato lo scorso novembre ad opera della Soprintendenza ai Beni archeologici, con una spesa di 80mila euro. Dopo il collaudo previsto entro una settimana, il sito - visitabile durante l’esecuzione dei lavori nel weekend - riapre ai turisti tutti i giorni dalle 9 fino ad un’ora prima del tramonto. Un altro tassello per la salvaguardia e la fruizione del patrimonio monumentale. L’archeologa Paola Miniero, responsabile del Museo archeologico dei Campi Flegrei, spiega: «Abbiamo portato a termine il primo lotto di un nostro progetto di restauro di tredici ambienti esterni che erano in pessime condizioni strutturali. Piccoli interventi sono stati eseguiti anche per quelli interni». Qui, tra altre opere di restyling, sono state realizzate delle fenditoie: una scelta fraintesa da chi si ostina ad adoperare le aperture per lanciare rifiuti nella cisterna. Per contrastare questa incivile consuetudine la dottoressa Miniero «invita i cittadini a non utilizzare il serbatoio come discarica annunciando di dover ricorrere a delle grate metalliche di protezione». La conclusione dei lavori intanto è stata ben accolta dal sindaco Ermanno Schiano. «Ciò permetterà una maggiore fruizione turistica di questo importante bene archeologico - afferma - Bisogna preservare la Piscina mirabilis e gli altri siti del territorio perché posseggono un inestimabile valore storico e rappresentano una preziosa risorsa per lo sviluppo del turismo culturale». Le opere, oltre a mettere in sicurezza le volte esterne, hanno interessato anche le colonne e la piscina limaria realizzata dagli antichi per lo svuotamento e la pulizia del serbatoio. Per ultimare la ristrutturazione dei locali interni altri lavori sono previsti per il prossimo anno. E in programma ci sono interventi di messa in sicurezza di un altro sito archeologico, le Centum Cellae, off-limits al pubblico da cinque anni per il cedimento di una volta. Un sito archeologico di inestimabile importanza oggetto di polemiche per quanto riguarda la gestione. Per accedere all’interno della cisterna imperiale infatti ci si può rivolgere alla custode telefonando al numero 3336853278. L’ingresso è gratuito. Tuttavia la scelta di affidare le chiavi di accesso è spesso criticata dai visitatori che, se non contattano la signora, trovano i cancelli del complesso sbarrati. Ci sono comunque proposte alternative allo studio, tra queste una dell’amministrazione comunale che ha costituito con soggetti privati un Consorzio di valorizzazione dei beni archeologici.

09/10/2012 Paestum (SA), in progetto lo scavo dell'altra metà dell'anfiteatro (Il Mattino)

Scavare la metà dell’anfiteatro coperta dalla ex Statale 18, per restituire alla fruibilità un monumento identificativo del periodo della dominazione romana. È l’obiettivo del Piano d’azione realizzato per riportare alla luce una parte dell’area archeologica di Paestum. La giunta comunale, guidata dal sindaco Italo Voza, lo ha approvato nei giorni scorsi dopo avere incaricato il responsabile dell’Area IV (Pianificazione e Tutela del territorio) di elaborarlo. «Si parlava da anni di questa opportunità – afferma il sindaco, Italo Voza – Come Comune siamo ora pronti ad assumere tutti gli adempimenti di nostra competenza, fiduciosi che gli altri enti, la cui partecipazione è indispensabile alla realizzazione del progetto, ci daranno la loro disponibilità». Il Piano di azione è uno strumento d’indirizzo, e rappresenta un impegno che l’amministrazione guidata dal sindaco Voza vuole assumere nei confronti di un progetto che ritiene strategico. Ma perché il tutto si concretizzi servirà un accordo di programma tra il Comune di Capaccio, proprietario di gran parte dell’area, il ministero per i Beni e le Attività culturali per la redazione del progetto, e la Regione Campania, che avrebbe competenza a finanziarne la valorizzazione avendo la disponibilità dei fondi strutturali idonei al sostegno dell’iniziativa. Nel Piano sono inclusi due obiettivi complementari: il restauro dei ruderi e la valorizzazione dell’area, puntando sulla conservazione e la spettacolarizzazione, rendendo visibili le operazioni di scavo attraverso la realizzazione di balconi.

03/10/2012 Paestum (SA), parte il restauro delle mura (Il Mattino)

Restauro delle mura e della Torre Laura e, dove possibile, ricollocazione dei blocchi. È atteso per novembre l'inizio dei lavori di restauro e di messa in valore del tratto di cinta muraria compreso tra Porta Sirena e l'incrocio con la Statale, il tratto che comprende le due torri ancora integre. Il Progetto, a cura della Fondazione Paestum presieduta da Emanuele Greco, ha ottenuto un finanziamento di due milioni di euro dalla società Arcus. «Il restauro che verrà fatto è simile a quello già effettuato in altri tratti delle mura» spiega Marina Cipriani, direttrice del Museo di Paestum e vicepresidente della Fondazione Paestum. L'iter è già a buon punto, è già stata fatta la gara d'appalto per l'assegnazione dei lavori, che dovrebbero iniziare nel mese di novembre. Negli anni sono stati già effettuati alcuni interventi di restauro, nel corso dei quali sono stati anche riposizionati i blocchi che compongono le mura e che erano caduti. In particolare l'intervento riguarderà il disboscamento interno e il restrauro delle mura e della Torre Laura, ossia quella più vicina all'incrocio con la Statale (l'altra è già stata restaurata). Ma qual era la funzione delle mura e come venivano utilizzate per difendere la città? Presto sarà possibile saperlo visitando le torri. «È previsto l'allestimento delle due torri con materiale multimediale per raccontare la storia e la funzione delle mura con la tecnica di assalto e di assedio» aggiunge Marina Cipriani. La cinta muraria con le sue torri diventerà fruibile. Per la zona archeologica di Paestum sarà un ulteriore elemento di attrazione. Oltre alla visita agli scavi, con i tre templi dorici, e al museo, che raccoglie i reperti risalenti ad epoche e dominazioni diverse, sarà finalmente possibile «visitare» le mura. La cinta muraria di Paestum, con perimetro poligonale, si è ben conservata negli anni. Oggi è ancora possibile percorrerla nei suoi quasi cinque chilometri di lunghezza.

30/09/2012 Teano (CE), tombaroli in azione (Il Mattino)

Un incubo di ritorno per il patrimonio archeologico dell'antica Teanum Sidicinum e per la Soprintendenza, dopo qualche anno di tranquillità evidentemente solo apparente. I ladri di storia, infatti, come dimostrano gli ultimi scavi abusivi a sud-ovest di Teano, hanno solo allargato la loro zona d'interesse accludendo alla martoriata Loreto anche località Gradavola. É qui che l'altro giorno sono state scoperte le buche praticate nelle tombe a mausoleo ubicate lungo la strada sterrata che conduce nel rio Misseri; un modesto ma antico torrente, oggi ridotto a orrendo canale fognario a cielo aperto. Il reticolato dei mausolei tradisce la presenza di sepolture di persone benestanti, se non proprio dei nobili, dominus, del circondario. In netto contrasto con le poco distanti tombe del popolo, ricavate lungo le pareti tufacee a strapiombo sul greto di rio Misseri, una serie loculi di quaranta centimetri di raggio ricavati nel tufo e celati da una piastrella di terracotta o da semplice calcite. Tombe molto meno appetibili, proprio perché umili, prive di oggetti votivi. Archeologicamente la zona è di estremo interesse, tutta da studiare. Infatti, siamo nei pressi del cimitero centrale di Teano, ma soprattutto nei dintorni del decumano sidicino, in uno di quei luoghi che per la presenza di acque fluviali i Romani destinavano alla realizzazione di balnea, stabilimenti termali pubblici. Del caso si sta interessando l'ufficio archeologico di Teano diretto dall'archeologo Francesco Sirano, responsabile del museo nazionale, che dopo i sopralluoghi ha allertato i carabinieri. La speranza è quella di arginare il fenomeno degli scavi abusivi che sta conoscendo un'escalation. Tutto a danno dei tesori sidicini, trasformati in oggetti da immettere nei mercati illegali dell'antiquariato archeologico. É lì che finiscono statuette votive raffiguranti diverse divinità venerate dal popolo osco-romano, anfore, coppe, lampade ad olio, olle cinenarie, contenitori per profumi e lacrimatoi. Per i prezzi: si va dalle poche decine di euro per una coppetta integra, alle migliaia di euro per il reperimento di statuette o monili di metalli; bronzo e oro. Oggetti che non mancano nel sottosuolo teanese, un vero libro di storia, unico e prezioso, dove ogni località è un sito deputato a custodirne una pagina diversa assieme alle relative prove delle attività svolte dai popoli lungo tre millenni: dal Paleolitico al Neolitico, all'età del bronzo. L'elenco dei luoghi rivelanti è lungo e inevitabilmente incompleto, perché legato alle conoscenze attuali, al netto dei luoghi custoditi come il Teatro romano.

29/09/2012 Pompei (NA), accordo per una mappatura satellitare (Il Mattino)

Mappatura in 3D e occhi bionici satellitari: Pompei diventa una sorvegliata speciale della tecnologia. La “Topcon Positioning Systems”, società “figlia” della Toshiba, trova casa nella città degli scavi, al secondo piano di Palazzo de Fusco, e annuncia sorprendenti progetti nel campo della tecnologia multimediale che porteranno le due Pompei (antica e moderna) ad essere le più monitorate al mondo. L’azienda nipponica promuoverà programmi di ricerca sviluppati da esperti, presenti sul territorio, affiancati da un flusso costante di collaborazioni e di scambi con i ricercatori del gruppo, provenienti dalle sedi Usa, Europa e Giappone. La Toshiba, dunque, per i prossimi tre anni “vivrà” all’ombra degli scavi e, investendo sulle risorse intellettuali locali, avvierà attività di ricerche volte a creare una piattaforma multimediale denominata “Pompei”. Un sistema di videosorveglianza satellitare dalla precisione millimetrica, che monitorerà la città 24 ore sui 24, e la creazione del sito archeologico in una forma virtuale di grande precisione, sovrapponendo immagini e scansioni laser, sono gli obiettivi del progetto che è figlio della convenzione siglata lo scorso 29 giugno tra il sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio, Ray O’ Connor, presidente di Topcon Positioning Systems, Ivan Federico, responsabile Italia di Topcon, e Carmine Gambardella, preside della Facoltà di Architettura della Sun e presidente di Benecon, il Centro di Competenza regionale per i Beni Culturali. L’accordo vede l’inserimento di Pompei tra i “siti laboratorio” internazionali di “Topcon Positioning Systems” – le cui sedi sono distribuite in tutto il mondo, tra la Silicon Valley, l’Australia, Tokyo e, da oggi, Pompei – dove si sviluppano soluzioni avanzate per la telematica, il rilievo avanzato dei beni culturali e tecnologie specifiche per la sicurezza del territorio. «Storia e hitech – sottolinea il sindaco D’Alessio - possono e debbono incontrarsi sia per potenziarsi a vicenda, sia per creare nuove possibilità di sviluppo economico-occupazionale e potenziare la sicurezza sul nostro territorio grazie all’utilizzo della tecnologia più avanzata». «Tutta la tecnologia che verrà usata a Pompei – spiega Ray O’ Connor, presidente di Topcon e neo cittadino onorario di Pompei – viene dai nostri centri di ricerca in California. Pompei – precisa - è il primo sito scelto da noi per realizzare questo progetto, in quanto si tratta di uno dei siti archeologici più famosi e importanti al mondo, dove poter usare le tecnologie più avanzate per aumentare l’esperienza di chi lo visita e renderla indimenticabile, ma anche accrescere il valore per tutta la cittadinanza che avrà un importante impatto per il fatto che si tratta della prima città al mondo ad avere queste tecnologie». L’ambizioso progetto sponsorizzato interamente dalla Toshiba sarà presentato il prossimo 14 ottobre nel corso del convegno “Lighting Pompei-Pompei fuori dall’ombra” nell’ambito della nona edizione della manifestazione “Pompei è Città”. In pratica sarà possibile definire, con tecnologie d’avanguardia, il posizionamento complessivo e differenziato del monumento archeologico vesuviano e di sottoporlo ad esame spettrale. Altri elementi di rilevazione potranno essere il centro moderno di Pompei e i suoi flussi di traffico collegati agli arrivi turistici giornalieri (mediamente diecimila al giorno).

28/09/2012 Castellammare di Stabia (NA), ville romane sempre più nel degrado (Il Mattino)

Al di là del parapetto si scorge quel che resta di un prezioso mosaico. L’ultimo pezzo, il resto è franato tutto giù dalla collina. Villa Arianna, scavi archeologici di Stabiae: qui il campanello d'allarme sulla conservazione è suonato da molto, molto tempo, come conferma il presidente dell’Osservatorio patrimonio culturale Antonio Irlando: «Bisogna fare presto, il sito stabiano è in pericolo». Le «Ville dell’Ozio», Arianna e San Marco, sono in preda al degrado e all'incuria. Le infiltrazioni d'acqua bagnano i dipinti che cadono a pezzi e gonfiano i pavimenti; le tessere dei mosaici continuano a venir via; i piccioni lasciano i loro escrementi un po’ dove gli pare; i lavori di restauro sono un'utopia. Già trovare Villa Arianna è una bella sfida. Nessun segnale avverte il conducente se dallo svincolo di Gragnano si procede in via Passeggiata Archeologica verso il rione San Marco. L'unico cartello si intravede nella direzione opposta, che dirige verso l'angusta stradina che porta agli Scavi. Se si sente un forte odore e si sente abbaiare all'impazzata si è arrivati. Il parcheggio e l'entrata, sulla destra, confinano infatti con un canile. Secondo i custodi, la proprietaria del terreno l'ha avuta vinta e i poveri animali sono rimasti lì: sporchi, impauriti e feriti. L'entrata è gratis, basta firmare un registro. Il quale rivela che ad agosto sono passati di qui circa 1100 turisti, di cui 500 stranieri. «Eppure ci dovrebbe essere la fila - afferma Irlando - per vedere pitture e colori unici nel loro genere». Per i primi giorni di settembre non si superano le 30 persone. Nel «Triclinio 3» ci sono escrementi di piccione ovunque, a destra dipinti sbiaditi dietro plexiglas impolverati. Poco più in là ci sono le stanze dove venne rinvenuta la Flora, un dipinto che oggi gira il mondo in mostre itineranti. Meglio così: le verrebbero i lacrimoni nel vedere oggi la sua vecchia casa. La copertura di una grande sala perde, in terra ci sono pozzanghere, e sulle pitture non si sa bene cosa sia colato. In un angolo, i mosaici che compongono il pavimento sono rialzati: infiltrazioni d'acqua anche qui. E in un altro angolo, tra polvere e tessere venute via ci sono anche cicche di sigarette. «Quando piove le tessere galleggiano» dice il custode. In altre parti della Villa, a fianco ai dipinti sbiaditi sono state apposte riproduzioni digitali di ciò che era, forse per «abituare» già tutti a ciò che sarà. In una stanza c'è un dipinto che sta per cedere, staccato dal muro. In terra si notano bende su alcuni mosaici. Sono vecchie di anni: un restauro mai completato. Più in basso o un poligono di tiro dove si spara in continuazione, creando un clima surreale. C’è anche quello che doveva essere un rilevatore di movimenti con tanto di fotocellule: ora è vandalizzato, una volta serviva ad impedire l'accesso da parte di malintenzionati. Villa San Marco è poche centinaia di metri più avanti, lungo la strada. L'entrata si confonde tra piccole costruzioni abitate, campi di cavolfiore, panni stesi. «Uno spettacolo indecoroso, qui ognuno dovrebbe fare la sua parte, Comune e Soprintendenza. È una situazione che non si smuove dai tempi di Libero D'Orsi», commenta Irlando. Ricordando il fautore della campagna di scavi negli anni '50, viene il dubbio di aver sbagliato strada. Anche perchè poco più avanti si scorge un cartello: Antiquarium Nazionale di Boscoreale. Ma meglio non perdersi d’animo. A fianco all'entrata ormai chiusa della Villa, non funzionante e con tanto di tornelli arruginiti, c'è un segnale di «senso vietato» con un foglio: «Entrata Villa San Marco», di là. Attraverso altri panni stesi si raggiunge l'entrata. Ma è proprio troppo. Spunta un turista. Affannato e sudato, chiede appunto se ha sbagliato strada. No, «left», «right» e ci sei. Buona fortuna.

27/09/2012 Cuma (NA), le campagne di scavo a Cuma (Il Mattino)

Lavorano qui dal 1994, grazie soprattutto agli importanti fondi messi a disposizione dal governo di Parigi, facendo negli anni del sito archeologico di Cuma una rarità in fatto di ricerca. Sono gli archeologi francesi del «Centre Jean Bérard», impegnati negli scavi del sito flegreo. Accanto a loro anche esperti di casa nostra: studiosi specializzati provenienti dall’Università Orientale, dalla Federico II e della Sun. Per non dire degli archeologi provenienti dalla Spagna e persino dal Giappone. Un progetto importante che va sotto il nome di «Kime», antico nome del sito flegreo. Da sei anni i rubinetti europei sono stati chiusi, ma il centro archeologico francese va avanti grazie ai fondi che continuano ad arrivare da Parigi. L'apporto degli italiani c'è, ma ha l'aspetto dell'aiuto logistico ed «esperienziale». Un esperimento perfettamente riuscito quello di Cuma che grazie ai francesi ha visto svilupparsi il concetto che da queste parti sembra avere attecchito meglio che altrove: quello di interdisciplinarietà. Nel sito puteolano, infatti, non ci sono solo esperti provenienti da diversi istituti e da nazioni diverse, ma anche con specializzazioni differenti. Ci sono archeologi, chimici, architetti, esperti in ceramiche antiche. Ognuno apporta la sua esperienza. Tra i reperti antichi di millenni, però, spunta anche l'altissima tecnologia. Un aiuto determinante, infatti, è arrivato dall'uso del laser. Dalla Francia, ogni anno, arrivano poi altri specialisti e tanti studenti, a «libro paga» del ministero parigino all’Istruzione. Altrove è diverso. Cancelli chiusi, visitatori assenti ed il solito rimpallo di competenze. Come per la piscina Mirabilis di Bacoli, lo stadio Antonino Pio di Pozzuoli, il Tempio di Serapide e la Fescina di Quarto. L'occasione per mostrare agli altri perchè a Cuma le cose sono andate diversamente la si avrà nel prossimo fine settimana, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio. Sabato e domenica gli scavi di Cuma saranno aperti al pubblico anche lì dove di solito l'accesso è consentito solamente agli «addetti ai lavori». È il caso della necropoli, portata alla luce dagli archeologi del «Centre Jean Bérard» e che può vantare di avere uno dei monumenti funerari meglio conservati in assoluto. Si potranno inoltre ammirare l'abitato greco-romano e le mura settentrionali, accompagnati da rappresentanti dell’Orientale; il Foro di Cuma, con visite guidate a cura della Federico II. La Sun si occuperà di «Apollo, la Sibilla, San Massimo; «L’Anfiteatro e la Crypta Romana di Cuma», sarà a cura dell’Ufficio per i Beni Archeologici di Cuma e Legambiente; e infine è previsto «Viaggio di Enea sull’antico litorale di Cuma: da Iside a Persefone», del Gruppo Archeologico dei Campi Flegrei. Quale è il futuro di Cuma? «Se ho un sogno per questo sito - risponde Claude Pouzadoux, direttrice del centro Jean Berard - è che il parco archeologico possa espandersi ancora di più. Questo dipenderà soprattutto da quanta attenzione verrà concessa alla campagna di scavo. Serve reperire altri fondi, ovviamente, e l'Europa in questo caso potrebbe rappresentare una valida risorsa. L'Italia ci ospita da anni, concedendoci un'opportunità unica». Il weekend di apertura al pubblico è stato organizzato anche da una delle archeologhe che da anni lavora a Cuma e che ha scelto di rimanerci a vivere, Dorothee Neyme. Esperta di pittura romana e iconografia, è arrivata dalla Francia nel 2007 e mai avrebbe immaginato che Pozzuoli sarebbe diventata la sua seconda patria.

18/09/2012 Marano di Napoli (NA), salta il progetto di museo archeologico (Il Mattino)

Niente più iniziative culturali e nemmeno l’annunciato museo cittadino. Palazzo Merolla, lo storico edificio acquistato dal Comune circa dieci anni fa e già teatro di numerose manifestazioni, viene infatti convertito in sede per l’Ufficio tecnico e per l’area Ambiente e territorio del Comune. Il trasferimento degli arredi, dettato dall'esigenza dell’Ente di razionalizzare le spese per i fitti con i privati, è già stato disposto dai dirigenti comunali e sarà completato nell’arco di qualche settimana. Quanto basta, dunque, per scatenare un nuovo vespaio di polemiche. Sono in tanti (associazioni del Terzo settore e partiti), infatti, coloro che non vogliono non rassegnarsi all’idea che il Palazzo, costato circa 1miliardo delle vecchie lire e un tempo appartenuto a Vincenzo Merolla, politico della Marano di fine ’800, possa perdere la propria funzione originaria: quella di polo culturale di riferimento per la città e per gli altri Comuni dell’hinterland. All’interno della struttura, pressoché contigua al convento francescano di Santa Maria degli Angeli, si sono tenute, nel corso dell’ultimo triennio, iniziative (convegni, mostre, rassegne cinematografiche e musicali) che hanno avuto il merito di accendere i riflettori sul centro storico della città. Eppure l’iter propedeutico all’acquisizione di Palazzo Merolla e i successivi step (lavori di ristrutturazione, allaccio dell'energia elettrica e relativi collaudi) sono stati segnati da difficoltà di ogni genere. Il taglio del nastro dell’edificio, tra l’altro mai avvenuto ufficialmente, è stato rinviato più volte, sia per problematiche tecniche sia per alcuni intoppi di carattere amministrativo. Intoppi che non hanno tuttavia pregiudicato lo svolgimento delle iniziative allestite dalle amministrazioni comunali che si sono alternate nel corso degli ultimi 5 anni. È dei giorni scorsi, infine, il nuovo e inatteso colpo di scena: la struttura, al cui interno doveva essere allestito un museo per i reperti archeologici della città e che avrebbe dovuto ospitare sia le associazioni di volontariato che gli uffici dei Servizi sociali, sarà invece la nuova casa dei comparti tecnico e ambientale dell’Ente. Per gli operatori comunali, attualmente operanti negli uffici (di proprietà privata) di via Falcone e che in un primo momento dovevano trasferirsi nella palazzina di viale Duca d’Aosta, si tratta dell'ennesimo trasloco degli ultimi anni.

18/09/2012 Somma Vesuviana (NA), nuova campagna di scavo in conclusione (Il Mattino)

«L’area della villa che abbiamo scelto di indagare quest’anno è uno spazio particolarmente importante. Dal suo studio si capirà come questo portale di passaggio, ornato da stucchi con motivi dionisiaci, posto tra il salone esagonale e l’area non coperta, era inserito nell’architettura dell’edificio». Spiega significati di decori e affreschi, indica mosaici, Masanori Aoyagi, archeologo e direttore del progetto di ricerca della missione archeologica multidisciplinare dell’Università di Tokio, mentre si muove agilmente sul cantiere dello scavo, in località «Starza della Regina», a Somma Vesuviana. L’area studiata questa estate copre una superficie di circa cento metri quadrati ed è compresa tra una sorta di «piazza», che ancora conserva intatta una pregevole pavimentazione in pietra lavica vesuviana, e il portale decorato. «E – continua l’archeologo - vogliamo anche capire se la pavimentazione è pertinente a una strada o a uno spiazzo. Insomma, l’indagine, anche se non darà reperti, ci aiuterà a comprendere la planimetria dell’edificio». Quanto è grande la villa? «Credo che più che di una singola villa si possa parlare di un consistente numero di edifici. Quanti poi effettivamente siano lo sapremo solo quando avremo riportato alla luce il complesso, del quale non conosciamo ancora la superficie occupata. Penso che occorrerà almeno un decennio per delimitare e descrivere correttamente tutta l’area edificata». Quali materiali state ritrovando? «Quando la struttura è stata sotterrata, durante l’eruzione del 472 dopo Cristo, tutto era in rovina. Quanto restava della villa era stato spogliato dei suoi materiali importanti. Per adesso, oltre a frammenti ceramici, anfore e contenitori, abbiamo trovato solo statue intere, come nel caso della peplofora e del Dioniso con pantera, o frammentate, come per il Sileno e il piccolo Dioniso». State sperimentando nuove tecniche di scavo? «È questo uno dei nostri obiettivi. Stiamo lavorando su tecniche innovative per la registrazione dei dati, la documentazione grafica e la ricostruzione tridimensionale. Oltre ovviamente a verificare sul campo le ipotesi che la villa possa essere davvero appartenuta all’imperatore Augusto». Quali difficoltà avete dovuto superare? «Niente di veramente difficile. L’unico elemento di cui abbiamo tenuto conto è stata la protezione dello scavo per impedire che le piogge potessero cancellare tracce o distruggere elementi interessanti come gli affreschi dei due saloni a cupola». Allargherete di scavo? «Questo è il nostro obiettivo prossimo. Tra un anno o due metteremo mano a nuove indagini perché i terreni che ci interessano e che riteniamo possano dare scoperte importanti ci sono stati già donati dal proprietario, signor Romano. Riteniamo che altre importanti strutture possano essere nascoste verso Sud, proprio sul lato che guarda al complesso Somma-Vesuvio».

Uno degli ultimi reperti restituiti dallo scavo della villa detta di «Augusto», a Somma Vesuviana, è una moneta di bronzo, grande poco più di due centesimi di euro, malamente conservata. Gli esperti stanno cercando di recuperarne la leggibilità in maniera da individuare sotto quale imperatore venne coniata. E mettere, così, un altro tassello al grande ed enigmatico puzzle costituito dalla struttura. Anche se si fa strada l’ipotesi che la moneta possa essere datata agli inizi del II secolo dopo Cristo. E tuttavia, non è questo l’unico rebus delle indagini che il gruppo di scienziati (archeologi, vulcanologi, naturalisti) giapponesi stanno conducendo, da un decennio, per riportare alla luce il grande complesso di epoca augustea di «Starza della Regina», sulle prime balze del monte Somma. Nell’area indagata, difatti, sono venute alla luce una ventina di fosse circolari, vuote, ciascuna di circa un metro di diametro, e altrettanto profonde. A che cosa servivano? Quali materiali contenevano? «E questo è uno dei segreti che lo scavo ci ha di recente consegnato e che dovremo spiegare» sottolinea l’archeologo Antonio De Simone che segue l’indagine sulla villa di Augusto per l’Università napoletana «Suor Orsola Benincasa», partner italiano del progetto nipponico. Un programma, quest’ultimo, che, in virtù dell’intesa con la Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei, coinvolge gli atenei di giapponesi di Ochanomizu e Tohoku, l’Istituto Politecnico di Tokyo, l'University of London «UCL» e l’Université de Provence «Aix-Marseille I». Il gruppo di scienziati è guidato da Masanori Aoyagi, professore emerito di archeologia all’Università di Tokio, e lo scavo è seguito da Claudia Angelelli e Satoshi Matsuyama. «Perché quelle buche – continua l’archeologo – fanno parte del momento di trasformazione della villa che, da importantissima struttura di epoca romana, subisce numerose modifiche sino al IV secolo dopo Cristo, quando diventa fattoria». È questo, tra gli altri, uno dei elementi che fanno della «villa di Augusto» un monumento di particolare importanza. Oltre al fatto che quanto riportato alla luce è riccamente decorato ed ha restituito materiali di valore. E lo scavo ha consegnato agli studiosi una enorme quantità di informazioni, sostanziali per conoscere la storia dell’area a nord del vulcano. Ovviamente va considerato il valore aggiunto di ritrovarsi in presenza di pregevoli pitture, sculture e mosaici. Come nel caso della scena di corteo marino con Nereidi e Tritoni, trovato in un ambiente a cupola e dell’altra pittura raffigurante un tendaggio policromo di notevole fattura, che decora la stanza vicina. O, ancora, delle statua di Dioniso con pantera; delle pareti affrescate di una grande aula; dei decori a stucco del portale; del colonnato in marmo nero, costruito con colonne fatte venire espressamente dall’Africa; della cella vinaria che poteva contenere cinquantamila litri di vino. È interessante notare che, secondo gli archeologi, i dolia (i grossi recipienti usati per lo stoccaggio del vino) vennero usati per almeno tre secoli. E ora gli scienziati stanno studiando i residui trovati nei dolia per individuare il tipo di vitigno coltivato sul quel lato del vulcano. L’eruzione del 472 dopo Cristo sotterrò tutto. E si dovette aspettare il 1930 per ritrovare quei resti che Matteo della Corte ipotizzò fossero appartenuti alla villa «apud Nolam», presso Nola, dove morì l’imperatore Augusto. «Insomma, quella che stiamo scavando è una struttura più unica che rara» sottolinea l’archeologo Matsuyama «e credo che possa paragonarsi solo a villa Adriana, a Tivoli, con tanti edifici indipendenti che si distribuiscono sulle pendici del vulcano». Un grande disegno finalizzato a realizzare un complesso capace di stupire chi la guardava e del quale l’edificio appena scavato potrebbe essere il nucleo centrale o la struttura di rappresentanza. «Questo – continua l’archeologo – lo sapremo solo quando avremo scavato tutta l’area».

18/09/2012 Nola (NA), ancora tre mesi per non interrare il villaggio preistorico (Il Nolano.it)

Ancora tre mesi di speranza (almeno) per il villaggio preistorico sommerso dalle acque. È stato questo il risultato al termine della riunione ottenuta dal sindaco di Nola Geremia Biancardi per discutere dell’ipotesi di interramento delle capanne, insieme con una folta rappresentanza della Regione Campania e con la Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Una riunione tesa, un vero faccia a faccia istituzionale, in cui il sindaco ha più volte ribadito la sua contrarietà all’interramento, portando all’attenzione della Sovrintendente Maria Elena Cinquantaquattro lo studio messo in campo della regione per isolare le capanne annegate dalla risalita della falda acquifera grazie a dei muri impermeabili. Dopo quasi un’ora e mezza di colloquio, si è così arrivati ad una soluzione mediana: entro la fine dell’anno la sovrintendenza procederà solo alla prima fase del progetto di interramento, e cioè alla messa in sicurezza (con tecniche di archeologia subacquea) delle capanne di fango, o di quello che ne resta; nel frattempo la Regione continuerà a portare avanti il suo studio per installare delle paratie che permetteranno di tenere all’asciutto le capanne. Se i tempi verranno rispettati, si arriverà così per la fine dell’anno all’atto conclusivo di questo “round” tra istituzioni che va avanti ormai da quattro anni, quando cioè si valuterà se varrà la pena di procedere all’isolamento dalle acque o procedere con l’interramento (con la creazione di modelli didattici in superficie). Oltre ai politici e ai funzionari della soprintendenza, erano presenti alla riunione le associazioni che da anni si occupano della tutela dei beni archeologici dell’area nolana, come Meridies, Nuvla Città Nuova e Contea Nolana. Tutte soddisfatte, almeno in parte, dall’apertura della sovrintendenza che ha lasciato sperare un recupero del tesoro di via Croce del Papa. “Sono molto soddisfatto - ha dichiarato Biancardi al termine dell’incontro - il risultato ottenuto oggi dimostra che quando si ragiona con gli interlocutori istituzionali tutto è possibile, se ci si confronta senza inseguire chimere e senza pregiudizi”. L’attenzione ora si sposta sui permessi a costruire nell’area tutto intorno le capanne: se la sovrintendenza e il ministero non vincoleranno le destinazioni d’uso dei suoli che circondano l’area archeologica - lanciano l’allarme Biancardi e le associazioni - “corriamo il rischio di dover rilasciare per forza i permessi edilizi”, rendendo di fatto impossibile continuare a scavare in cerca di ulteriori e meglio conservate tracce degli insediamenti preistorici che gli studiosi ritengono essere ancora lì sepolti.

15/09/2012 Roccarainola (NA), continuano gli studi sull'area altomedievale (Il Mattino)

Frammenti di storia medioevale. Fotogrammi importanti di usi e costumi della gente che ha vissuto oltre 1500 anni fa sulla suggestiva collina di Cammarano a Roccarainola, piccolo centro alle porte di Nola. È la scoperta del gruppo di archeologi dell’«Apolline Project» che stanno svolgendo da due anni attività di ricerca in questa area: uno studio internazionale a cui hanno partecipato 25 studenti da tutto il mondo (Gran Bretagna, Stati Uniti, Brasile, Repubblica Sudafricana). Le analisi, tuttora in corso nei laboratori dell’«Apolline Project», forniscono importanti informazioni su che lavoro facevano, cosa mangiavano e per quali motivi sono morte le persone che hanno vissuto a Roccarainola circa 1500 anni fa. Il nuovo intervento di ricerca sul sito di Cammarano è il risultato di un accordo fra il Comune di Roccarainola, il Museo Civico Luigi D’Avanzo presieduto da Domenico Capolongo, l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, gli archeologi dell’«Apolline Project». Il sito consiste in una chiesa di età altomedioevale a pianta rettangolare con un’abside sul fondo con un’area cimiteriale esterna posta ai lati dell’ingresso. L’indagine nell’area cimiteriale ha portato al recupero degli scheletri di un’ampia comunità, almeno 35 individui, alcuni inumati in fosse terragne, altri collocati in un secondo momento in due fosse ed in un pozzetto, utilizzati come ossari. Le analisi attualmente in corso sui resti umani hanno già fornito preziose informazioni sugli antichi abitanti della collina di Cammarano, quali ad esempio le abitudini alimentari, i lavori svolti, le malattie più comuni. Lo studio delle strutture murarie lascia ipotizzare che nello stesso luogo dove insiste la chiesa altomedievale vi fosse in precedenza una villa di epoca romana con impianto produttivo per la lavorazione delle olive; infatti i muri della chiesa sono stati realizzati utilizzando resti di epoca romana ed in particolare dei grossi frammenti in calcare di una pressa per la spremitura delle olive. Alcune ceramiche trovate risalgono al quarto secolo avanti Cristo: particolare che fa intendere che la zona di Cammarano è stata abitata fin da quest’epoca a Medioevo inoltrato. Le analisi in corso sulle sepolture hanno rivelato la presenza di alcuni individui di enorme statura, forse longobardi, mentre altre sono state fatte a pezzi in modo sistematico. Il particolare rito funerario secondo le ipotesi al vaglio degli studiosi era quello di sezionare le ossa lunghe (femore, omero) per superstizione: separarle dal corpo avrebbe significato l’impossibilità per il corpo di ricomporsi. Queste ossa mostrano inoltre chiari segni di fluorosi collegabili ad una eruzione del Vesuvio. L’appuntamento con la storia è in programma questa sera al museo civico Luigi D’Avanzo alle 18,30 dove gli archeologi illustreranno altri particolari delle scoperte e si potrà prendere in visione e toccare i reperti e i resti umani rinvenuti nel sito. All’incontro è annunciata la presenza di Vincenzo Castaldo, esperto in ceramica, di Marielva Torino dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e di Amanda James dell’Università di Oxford, entrambe specialiste in resti umani.

10/09/2012 Pompei (NA), attesa per le verifiche sul crollo della trave (Il Mattino)

Il giorno dopo la scoperta dell’ultimo crollo c’è attesa a Pompei per l’avvio dell’ennesima inchiesta ministeriale. Potrebbero arrivare già in questa settimana gli ispettori inviati da via del Collegio Romano per far luce sul giallo della trave caduta nella notte tra venerdì e sabato dalla struttura moderna che sorregge la copertura di tegole del peristilio nella Villa dei Misteri, probabilmente a causa di infiltrazioni di umidità. Compito dei tecnici del ministero sarà verificare se anche la struttura interessata dal cedimento era stata oggetto di lavori di restauro per un milione di euro previsti da una gara d’appalto del 2005, verificare come e quando questi lavori sono stati eseguiti e poi collaudati. Capire se, infine, qualcuno avrebbe potuto accorgersi dello stato del legno del travetto, infradiciato d’acqua e, secondo quanto avrebbero riscontrato i carabinieri, anche deteriorato dalle tarme, ed evitare l’ennesimo crollo, avvenuto fortunatamente di notte, in una domus visitata ogni giorno da un centinaio di persone. Ubicata a qualche centinaio di metri fuori dalle mura della città antica, la Villa si raggiunge oggi attraverso un vero e proprio viaggio nei misteri del degrado, delle occasioni mancate e degli sprechi. Inspiegabile, per esempio, è il fatto che nonostante vincoli e divieti la bella villa sia circondata da costruzioni. Basta imboccare il percorso realizzato per collegarla agli Scavi per vederla stretta tra le brutte insegne di un ristorante-pizzeria e l’antenna satellitare, perfino la roulotte, del giardino terrazzato di una casa costruita abusivamente e misteriosamente rimasta in piedi. Misteriosamente ancora in piedi anche la staccionata in legno che protegge il sentiero e alla quale si spera non venga mai in mente a nessun turista di appoggiarsi. Quattro passi in salita e sotto il sole cocente del primo pomeriggio si viene accecati dal riflesso di metallo delle rastrelliere delle biciclette: lo scheletro è quello che resta di «Pompei bike» una delle suggestive iniziative intraprese dal vulcanico Marcello Fiori per rilanciare il sito durante il commissariamento. Le 25 biciclette comprate all’epoca per offrire ai turisti l’emozione di pedalare lungo le strade della città antica da Piazza Anfiteatro fino, appunto, a Villa dei Misteri, giacciono dalla fine del commissariamento abbandonate da qualche parte. Nessuna cura anche per i cinque chilometri del percorso ciclo-pedonale. Ancora, le due archeoambulanze progettate dalla Soprintendenza all’epoca Guzzo-Gherpelli e fabbricate dall’azienda milanese Simai troneggiano nello spazio antistante la Villa di Diomede, uno degli ingressi di servizio degli Scavi, tra rifiuti e cassonetti. Sul retro c’è ancora la barella, mentre l’abitacolo è stato di fatto adibito alla raccolta di bottiglie di plastica e lattine. Realizzate ricalcando le misure di un antico carro romano mantenendone invariata la distanza tra le ruote, perché potessero circolare agevolmente nelle strade degli Scavi, i mezzi che dovevano assicurare il soccorso nel sito archeologico costarono all’epoca circa 110 milioni di lire e furono presentati come un primato mondiale, ma hanno funzionato poco e niente. Il bando di gara per il servizio di primo soccorso medico all’interno degli Scavi vinto ad aprile dalla Sisma di Castellammare prevede che vengano rispristinate a cura della società aggiudicatrice. Ma fino ad oggi - il servizio è attivo dallo scorso 2 agosto - ciò non è ancora accaduto.

09/09/2012 Pompei (NA), il crollo della trave, i commenti (Il Mattino)

A Pompei si dice che dal vicino Santuario la Madonna ha sempre un occhio di riguardo per gli Scavi e che fino ad oggi avrebbe protetto dai crolli turisti e custodi. L’ultimo scampato pericolo è una trave di legno venuta giù nella notte intera intera dalla struttura che sostiene il peristilio della celebre Villa dei Misteri, uno dei siti più visitati. Probabilmente giusto qualche ora prima che i cancelli del sito archeologico aprissero le porte alle numerose comitive di turisti, giapponesi, francesi e dell’Europa dell’Est che anche ieri mattina, come ogni sabato di bel tempo affollavano la città antica. A registrare il cedimento i custodi durante la perlustrazione notturna, mentre un sopralluogo condotto dai funzionari della Soprintendenza e dai carabinieri del comando di Pompei non ha rilevato alcun danno alle strutture archeologiche né alle coperture. Nessuna inchiesta giudiziaria è stata aperta finora dalla Procura di Torre Annunziata, mentre una indagine interna sull’accaduto verrà avviata dal Mibac che invierà al più presto a Pompei propri ispettori. Tocca questa volta a Grete Stefani, appena nominata direttrice degli Scavi, spiegare ai giornalisti che la trave, lunga circa quattro metri, è caduta da una struttura moderna realizzata all’incirca 15 anni fa per reggere la tettoia in tegole di terracotta del peristilio della Villa dei Misteri restaurata probabilmente per l’ultima volta alla fine degli Anni Settanta. Adagiata per terra la trave di legno infradiciato mostra l’estremità imputridita dall’umidità che del resto disegna una grossa macchia anche sul muro, proprio nel punto dal quale è venuta giù. «A vederlo dall’esterno il travetto appariva però in ottimo stato. Probabilmente vi si è infiltrata l’acqua delle ultime piogge» prova a spiegare la Stefani, annunciando il controllo di tutte le altre travi che sorreggono il tetto in tegole che a prima vista appaiono in buone condizioni. Ma il «travetto» caduto, l’ultimo cedimento registrato nella città romana di venti secoli fa che una mobilitazione interistituzionale vuole portare fuori dall’emergenza con il Grande Progetto Pompei finanziato con 105 milioni di fondi europei, rischia di aggiungersi alla lunga lista di misteri, veri e presunti, che riguardano la bella Villa, costruita nel II secolo avanti Cristo sul pendio verso il litorale come «rifugio» fuori città dove ricreare un ambiente ispirato alla cultura greca come era alla moda tra le classi elevate dell’antica Roma. Secondo l’architetto Antonio Irlando, presidente dell’Osservatorio Patrimonio culturale, nella villa dei Misteri sarebbero evidenti i segni di recenti interventi sulla tettoia dalla quale si è staccata la trave ma anche dalle altre. «Nel 2005 viene pubblicato un bando che si riferisce al restauro delle coperture della Villa dei Misteri di Pompei per circa un milione di euro, c'è da chiedersi se sono stati effettuati tutti i necessari interventi per metterle in sicurezza». «Da quanto abbiamo visto - prosegue - la trave crollata non è l'unica che presenta tracce di deterioramento della massa lignea. Sembrerebbe, ma questo dovranno spiegarcelo i funzionari della Sovrintendenza, che in più parti è evidente l'aggressione delle infiltrazioni d'acqua, a dimostrazione che l'impermeabilizzazione della copertura non è in perfetto stato di conservazione. Inoltre - dice ancora Irlando - alcune delle travi d'angolo del peristilio risultano di recente rifacimento: come mai non ci si è accorti delle tracce di marcio diffuse in diversi elementi della struttura? Ciò confermerebbe, ancora una volta, che la manutenzione ordinaria non è praticata da molti anni». Pronto a giurare su lavori eseguiti di recente nella Villa anche Raffaele Malafronte proprietario del vicino Ristorante Bacco e Arianna: «Ho visto gli operai a lavoro tutti i giorni - assicura - fino a gennaio di quest’anno». E per fare luce su tutti i lavori eseguiti recentemente a Villa dei misteri, su come sono stati fatti e collaudati, il ministero invierà al più presto i suoi ispettori.

«La trave crollata nel peristilio di Villa dei Misteri è una struttura di sostegno recente e moderna e non ha prodotto nessun danno ai beni archeologici». Così, Antonia Pasqua Recchia segretario generale del Mibac ha spiegato l’ultimo cedimento avvenuto a Pompei. Ma quando si sottolinea che una grossa trave di legno che viene giù da un soffitto in un luogo pubblico rappresenta una minaccia per l’incolumità, in un sito archeologico come in un teatro, non ha difficoltà ad ammettere che «effettivamente la sicurezza delle persone nel sito è un problema» e che su quanto è avvenuto nella notte «bisogna assolutamente indagare». Dottoressa Recchia se davvero a Villa dei Misteri si sono fatti di recente lavori è possibile che nessuno si sia accorto di quella trave fradicia d’umidità? «Io quella trave non l’ho vista. Ma se davvero è come dice lei c’è da preoccuparsi. Il ministero avvierà subito un’indagine interna per verificare se e come sono stati fatti questi lavori, se hanno o meno interessato la zona interessata dal cedimento, e soprattutto come sono stati realizzati i collaudi». La Villa dei Misteri non rientra negli interventi di messa in sicurezza previsti dal Grande Progetto Pompei? «No. Ma non essendo propriamente l’ultimo angolo degli Scavi dovrebbe essere sempre monitorato. Il fatto è che quello della sicurezza è un problema che si è ormai stratificato attraverso i decenni anche a causa di una cattiva manutenzione. Nei primi anni del Dopoguerra, per esempio, si è intervenuti un po’ ovunque con massicci interventi di cemento armato che oggi sappiamo essere pericolosi, ma non possiamo di colpo riavvolgere il filo. Certo, bisognerà cominciare a riguardare le opere a rischio». Negli Scavi non c’è traccia dell’apertura dei cantieri del Grande Progetto Pompei che era stata annunciata proprio per questi giorni. Perché è slittata? «Perché alcune delle società non ammesse alla gara per i primi appalti per la mancanza di alcuni requisiti, hanno chiesto di essere riammesse così come previsto dalle norme. Si stanno ultimando le ultime procedure, i cantieri apriranno a metà ottobre». Con l’apertura dei cantieri non ci saranno problemi per i visitatori? «Stiamo già da tempo lavorando alla segnaletica e alle brochure per informare il pubblico di quanto si starà facendo per garantire il futuro di Pompei. È importante che per tutta la durata dei lavori del Grande Progetto Pompei gli Scavi restino sempre aperti perché proprio attraverso i cantieri puntiamo a rilanciare l’immagine del sito». La Villa dei Misteri è il primo dei siti all’interno degli Scavi che potrà essere restaurato con sponsorizzazioni private: a che punto sono le procedure? «Il ministero sta per varare le direttive per le sponsorizzazioni previste dal decreto 34. Soprattutto dopo l’esperienza fatta con la vicenda Della Valle-Colosseo è importante precisare bene i termini per la valutazione della contropartita richiesta da chi finanzia interventi di restauro». Quanti soldi servono per Villa dei Misteri? «La sponsorizzazione riguarda per ora il restauro degli elementi pittorici della villa per i quali serve un investimento di 3 milioni e mezzo di euro. Aspettiamo che imprenditori veramente interessati si facciano avanti».

08/09/2012 Pompei (NA), crolla una trave (Repubblica.it)

Ennesimo crollo all'interno degli scavi di Pompei, dopo il cedimento del muro di cinta di una delle Domus avvenuto ad aprile. La scorsa notte una delle travi in legno di circa 4 metri che reggono il peristilio di Villa dei Misteri, negli scavi archeologici di Pompei, è caduta. L'elemento sosteneva il tetto in tegole della villa, che non è in pericolo. La trave era stata collocata nella Domus durante una delle operazioni di restauro avvenuta negli anni 70 come hanno confermato il Soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro e il Segretario generale del Ministero dei beni culturali, Antonio Pasqua Recchia che poi ha aggiunto: "La caduta della trave non ha prodotto nessun danno agli affreschi e all'apparato decorativo".

Il crollo e il successivo ritrovamento sono avvenuti durante la notte. "I colleghi - ha affermato uno dei custodi - ci hanno detto di avere trovato la trave a terra durante uno dei giri di controllo che periodicamente si fanno durante le ore notturne". Gli esperti ritengono che sia stata una "fortuna" che il cedimento sia avvenuto mentre il sito era chiuso, se fosse accaduto di giorno, durante il normale orario di visite, poteva essere una tragedia. "L'area - ha affermato la direttrice degli scavi, Grete Stefani - è stata inibita ai visitatori per motivi di sicurezza ma comunque i rischi per l'incolumità dei turisti sono praticamente inesistenti".

Se è vero che la struttura da cui si è staccata la trave non ha nessuna rilevanza storica è vero anche che questa cadendo, avrebbe potuto "sfregiare" la parete affrescata sottostante e questo riaccende l'attenzione sul bisogno di fitti controlli e di un'assidua manutenzione per garantire uno dei siti archeologici tra i più importanti al mondo. La dottoressa Stefani, che ha assunto l'incarico da qualche giorno, ha commentato lo stato di salute degli scavi, invocando un potenziamento della sua squadra: "Al momento mi sentirei di chiedere solo più personale per questo splendido sito".
La prossima settimana inizieranno i sopralluoghi per la ricollocazione della trave caduta che era in parte marcia a causa delle infiltrazioni d'acqua. Previsto anche un controllo di tutte le altre travi che sostengono il tetto in tegole della domus.
Intanto un sopralluogo condotto dai carabinieri del comando di Pompei e dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Napoli ha confermato che "non c'è stato alcun danno alle strutture archeologiche nè alle coperture".

06/09/2012 Cuma (NA), l'antico faro invaso da preservativi (Corriere del Mezzogiorno.it)

Abbandono e incuria per l’antico Faro romano di Cuma, nel comune di Bacoli in provincia di Napoli. La struttura risalente al I secolo a.C. giace tra rovi, erbacce e numerosi preservativi.
ARCHEO-BORDELLO - «Anziché per finalità turistico-ricettive, il sito archeologico flegreo è utilizzato per meri scopi di svago e baldoria» è il commento amaro di Josi Gerardo Della Ragione, attivista di Freebacoli, associazione da anni attiva circa la tutela dei beni storici e paesaggistici del comune flegreo. «Gravissime anche in tal senso le responsabilità di Comune e Soprintendenza - prosegue Della Ragione - che ben conoscono la situazione ma non fanno un bel nulla».
UN PO’ DI STORIA - In gran parte interrato per il fenomeno del bradisismo, il faro di Cuma è una preziosa testimonianza dei porti dell’antica Kyme, ancora sconosciuti. Dionisio di Alicarnasso, ricordando il ritorno di Aristodemo dopo la vittoria di Aricia sugli Etruschi del 505 a.C., afferma che «entrò con le navi nei porti di Cuma» e ciò potrebbe far supporre che Cuma disponesse di più di un porto. Parzialmente nascosto da un fitto bosco, al confine con l'area dunare, la specola, databile all'ultimo quarto del I sec. a. C., è alta circa otto metri. Da studi recenti potrebbe rappresentare un piccolo faro di segnalazione posto presso il canale d'entrata al porto.

06/09/2012 Somma Vesuviana (NA), l'importanza della villa romana (Il Mattino)

«La Villa Augustea è una favolosa testimonianza rivelatrice della transizione storica dal mondo Antico a quello Medioevale nell’area a nord del Vesuvio». Ne è convinto il professore Antonio De Simone, docente di Archeologia del Mezzogiorno in età classica presso l’istituto universitario Suor Orsola Benincasa, che ha esposto la sua tesi durante la presentazione, presso gli scavi del sito archeologico sommese, della quinta edizione del «Vesuvinum» che si terrà a Ottaviano da domani a domenica. L’appuntamento è stato anche l’occasione per fare il punto sulla campagna di scavi 2012 portata avanti dall’Università di Tokio in partenariato con Suor Orsola Benincasa e sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica di Napoli, e quali prospettive abbia il sito archeologico che attira in media 3mila visitatori ogni anno. «La notizia positiva - ha esordito il professore Antobio De Simone - è che la missione è stata rifinanziata dall’Università di Tokio per i prossimi cinque anni. Dunque avremo la possibilità di estendere l’area di indagine archeologica ai terreni vicini allo scavo originario: il Comune di Somma Vesuviana si sta già adoperando per gli espropri. Ciò ci consentirà di stabilire ancora più precisamente quale funzione aveva in origine questa struttura». In cantiere anche la costruzione di una passerella o per permettere ai visitatori di scendere ed ammirare da vicino gli scavi. Al momento si sa che la Villa è databile al periodo augusteo - secondo alcuni autori latini sarebbe stata l’ultima residenza dell’imperatore Ottaviano, morto nel 14 d.C. - e fu utilizzata continuamente fino al V secolo. Fu l’eruzione del Vesuvio del 472 a seppellirla fin quasi a metà altezza. Nel 2002, dopo una serie di scavi avviati negli anni ’30 e successivamente interrotti per l’ingresso dell’Italia in guerra, sono ricominciati i lavori per portare alla luce questa imponente strutura nella quale si celebrava il culto del Dio Dioniso. A finanziare l’operazione l’Università di Tokio che negli anni ha dimostrato particolare interesse per il monumento sepolto. «È molto difficile - spiega il professore giapponese Satoshi Matsuyama, direttore scientifico del cantiere - trovare in Italia qualcosa che assomigli a questo edificio. Per ora, i duemila metri di struttura che abbiamo portato alla luce sono ancora pochi per poter definire cosa sia esattamente e quanto sia estesa anche se abbiamo la sensazione che la struttura originaria non fosse inferiore ai 20mila metri quadri e che fosse una villa di gran pregio».

29/08/2012 Avellino, summit sulla Collina della Terra (Il Mattino)

Dopo un incontro fiume, la fumata grigia. La Collina della Terra non ha ancora un’anima ben precisa. Ieri mattina, nella sala riunioni di Palazzo di città c’è stato un vero e proprio summit per definire una volta per tutte il nuovo volto del centro antico. Il confronto tra l’amministrazione comunale e le tre Soprintendenze è servito a sottolineare la straordinaria opportunità concessa alla città di Avellino per decifrare la propria storia millenaria in virtù dei nuovi ritrovamenti venuti alla luce dopo i numerosi scavi degli ultimi mesi. Bisognava definire le linee guida di quello che sta assumendo sempre di più le sembianze di un parco archeologico e così è stato, almeno in parte. Sì, perché tutti gli attori in campo hanno deciso di tornare a sedersi attorno ad un tavolo già dalla prossima settimana, probabilmente martedì 4 settembre, anche alla luce delle assenze dei titolari delle tre Soprintendenze. Su tale ipotesi hanno iniziato a confrontarsi il sindaco Galasso, l’assessore Genovese e i tecnici e i progettisti del Comune da una parte. Giuseppe Muollo, per la soprintendenza ai Beni storici, artistici ed etnoantropologici, Sandro De Rosa, referente per i Beni architettonici e paesaggistici, e Ida Gennarelli e Matteo Sessa che rappresentanti della Soprintendenza ai Beni archeologici, dall’altra. «Un’occasione più unica che rara per ridare alla città il suo profilo storico dopo trent’anni di incuria», è stata la dichiarazione più gettonata al primo piano di Palazzo di città. Riportare alla fantomatica «quota zero» le numerose testimonianze che sono emerse, oppure mantenere ad un livello inferiore i reperti creando dei percorsi ad hoc rinunciando di fatto a lastricare il sedime dell’ex Seminario e liberando al contempo la vista sulla facciata del Victor Hugo sono le ipotesi principali attorno alle quali verrà impostata la variante al progetto di riqualificazione del centro storico. Ritorna prepotentemente in voga, così, l’idea di attrezzare un’area a verde e di grande fruibilità per i pedoni che vorranno passeggiare tra le rovine dell’antico castrum medievale della città. «Bisogna conciliare la salvaguardia dei reperti e le esigenze di fruibilità dell’area – spiega Ida Gennarelli, braccio destro della dottoressa Fariello ai Beni archeologici –. La lettura archeologica non deve assolutamente mancare nella futura visione progettuale di una piazza polivalente. Questa è l’ultima occasione per mettere a nudo la Collina della Terra, culla della civiltà avellinese già dal V secolo dopo cristo». Sulla stessa lunghezza d’onda l’architetto Matteo Sessa, funzionario della Soprintendenza archeologica. «Il groviglio di strade e di mura risalenti all’Alto e al Basso Medioevo fa pensare che, urbanisticamente parlando, la Collina della Terra era molto affascinante nel X secolo». Gli interventi delle Soprintendenze hanno avuto il merito di sensibilizzare ulteriormente l’amministrazione comunale che, in corso d’opera, ha compreso il grande potenziale dell’intera area che da piazza Castello arriva sino al Victor Hugo e hanno predisposto una variante migliorativa al piano. «L’intervento che andremo a fare sulla Collina della Terra dovrà avere un’anima progettuale – spiega l’ingegnere Michele Candela, funzionario comunale a supporto del Rup Salvatore Manzo –. Dalla prossima riunione dovranno essere tracciate delle linee guida coerenti che non potranno più tenere conto delle mille esigenze particolari fin qui accampate. A noi il compito di definire un substrato culturale su cui incentrare l’azione amministrativa. Avellino ha un’identità labile e questa è l’ultima possibilità che abbiamo per strappare la storia della città dall’oblio».

28/08/2012 Avellino, nuove indagini alla Collina della Terra (Il Mattino)

Sono ripartiti ieri mattina gli interventi di riqualificazione sulla Collina della Terra. Gli scavi di natura prettamente archeologica, invece, ricominceranno probabilmente già da questo pomeriggio, ovvero subito dopo l’incontro che l’amministrazione comunale avrà con le due Soprintendenze. Per il piano di bonifica richiesto dalla Procura della Repubblica per piazza Castello, infine, bisognerà aspettare le ultime analisi tossicologiche che in questi giorni verranno effettuate a pochi passi dall’antico maniero feudale. Insomma, la ditta partenopea che si è aggiudicata tutti gli appalti nel centro storico, è tornata a lavoro. Nel tratto di piazza Duomo da cui parte via del Seminario, gli scavi per dotare l’area di quei sottoservizi necessari hanno stravolto nuovamente il paesaggio dell’agorà più antica della città. Il cantiere diffuso, quello che da piazza Castello sale per corso Umberto I e come un serpente si avvita lungo le pendici della Collina della Terra, è tornato così a far sentire la sua presenza. Piazza Duomo e piazza Maggiore attendono il ritorno dei caschi gialli della Soprintendenza ai Beni archeologici. Piazza Castello freme per il responso delle ultime analisi che, il Consulente tecnico d’ufficio nominato dal procuratore capo Angelo Di Popolo insieme al professor Vincenzo Belgiorno, ordinario di Ingegneria sanitaria e ambientale all’Università di Fisciano, dovrebbero definire il grado di inquinamento che ha investito la piazza. Nelle prossime settimane, la partita sul futuro del centro antico della città di Avellino dovrebbe acquisire un profilo ben preciso. Le due settimane di break sono servite sia allo staff della dottoressa Maria Fariello, sia agli operai della Co.Ge.Pa che ai tecnici del Comune per tirare il fiato proprio in vista di quel rush finale che ridisegnerà, una volta per tutte, il volto della Collina della Terra. «Affronteremo i tanti punti messi a fuoco dalle due Soprintendenze che poi andranno a comporre una variante al piano di riqualificazione del centro storico», fanno sapere da Palazzo di Città. L’incontro, fissato con il soprintendente Gennaro Miccio e la dottoressa Maria Fariello prima di Ferragosto, servirà a fare il punto della situazione dopo i numerosi ritrovamenti effettuati dagli archeologi negli ultimi due mesi. Ritrovamenti di una certa importanza sulla base dei quali una possibile variante al piano di riqualificazione del centro storico è stata già predisposta dall’amministrazione Comunale che ha visto bene di tenere in grande considerazione tutti i desiderata dei Beni archeologici e storico-paesaggistici sul nuovo assetto di piazza Duomo, via Seminario e piazza XXIII novembre. Un primo intervento potrebbe interessare già dalla prima settimana di settembre l’area dell’ex Seminario. Secondo le ultime indiscrezioni il nuovo piano concordato con le due Soprintendenze dovrebbe svilupparsi su tre direttrici, ognuna in riferimento ad una macroarea del centro storico. La prima, appunto, riguarderà l’area di sedime dell’ex Seminario vescovile. C’è da rassettare la zona calpestabile e ripulirla da tutto il terriccio sollevato durante le attività di scavo. La seconda zona che sarà interessata dalla variante riguarderà, invece, piazza Maggiore, dove il Comune spera ancora di poter edificare il Centro Servizi. Lì, dove un tempo sorgeva palazzo Falivene, si dovranno effettuare altri saggi di una certa importanza visto che l’area è considerata ancora vergine dallo staff della dottoressa Fariello dal momento che non è stata soggetta ad eccessive edificazioni. Infine, la terza variante al piano, interesserà quasi sicuramente piazza Castello, ma solo dopo la bonifica dell’area antistante la scalinata di ferro.

23/08/2012 Nola (NA), il villaggio preistorico sarà interrato (Corriere del Mezzogiorno.it)

Addio al Villaggio Preistorico di Nola. A settembre, il sito archeologico definito la «Pompei dell’età del bronzo», sarà interrato. Al suo posto è prevista la realizzazione di una ricostruzione in scala reale dell’antico villaggio di capanne distrutto dall’eruzione del Vesuvio di 4.000 anni fa. E intanto in Germania si allestisce una mostra con i reperti provenienti dall’area di scavo.
INTERRAMENTO DEL SITO - Il villaggio sarà riconsegnato al sottosuolo dove è stato conservato per secoli. A riferirne per primo fu a luglio ilmediano.it. Dopo un mese nulla è cambiato. È sempre previsto per settembre il seppellimento del sito archeologico. Amarezza tra le associazioni e i tanti cittadini che hanno sperato fino alla fine che la soluzione dell’interramento del sito potesse essere scongiurata.
“SOLUZIONE FINALE” - «Dopo anni di battaglie, raccolta firme, campagne di sensibilizzazione per salvare il villaggio, dunque, siamo purtroppo giunti alla “soluzione finale” ovvero, l’interramento – spiega amareggiato Angelo Amato De Serpis, dal 1997 al 2010 presidente dell’associazione Meridies, in prima fila per la salvaguardia della Pompei nolana. «Il villaggio preistorico avrebbe meritato ben altra considerazione da parte del ministero» continua De Serpis, poi rincara la dose: «La soluzione dell'interramento è l'emblema di chi ha il pane ma non i denti...c'è un tesoro scoperto? Lo riseppelliamo, sperando che un domani persone più degne di noi possano apprezzarlo davvero».
POMPEI NOLANA - Il villaggio preistorico di Nola da anni è sommerso dall’acqua a causa dell’innalzamento della falda acquifera. Per ridurre il livello dell’invaso è stato progettato un moderno impianto di pompaggio, risultato però costosissimo. Tuttavia c’era chi sosteneva il possibile confinamento della falda stessa attraverso la realizzazione di un diaframma plastico. Tra le due decisioni alla fine è prevalsa una terza, quella dell’interramento.
LA MOSTRA IN GERMANIA - Intanto fino al 26 agosto 2012 rimarranno esposti in una mostra allestita allo State Museum of Prehistory ad Halle in Germania, gli antichi reperti ritrovati nei villaggi preistorici di Nola e Longola. Dal titolo «catastrofi sotto il Vesuvio», l’esposizione raccoglie le testimonianze archeologiche rinvenute durante le campagne di scavo.

23/08/2012 Cuma (NA), importante scoperta archeologica (Il Mattino)

Sulle pendici dell’acropoli di Cuma al termine della via sacra, sepolto sotto terra, c’è un imponente monumento databile attorno al VI secolo avanti Cristo destinato a far letteralmente riscrivere la storia del misterioso e affascinante sito archeologico flegreo celebrato da Virgilio: l’eccezionale scoperta è stata fatta nel corso dello scavo terminato due settimane fa da una equipe di studiosi di Lettere e Filosofia della Seconda Università degli Studi di Napoli, coordinati dal professore di archeologia classica Carlo Rescigno e dalle sue collaboratrici Rosaria Sirelto e Eliana Vollaro. Partendo dai dati delle ricerche storiografiche condotte sul sito cumano sul finire degli anni Venti del secolo scorso e alla luce dei ritrovamenti compiuti nello scavo-scuola di un anno fa, il gruppo di ricercatori ha trovato «tracce evidenti e inconfutabili» della presenza di un monumento di 2.500 anni fa, coevo al vicino tempio cosiddetto di Giove. Per gli studiosi si tratta di una scoperta di grande valenza storico-scientifica, che avvalora la teoria secondo la quale sul punto più alto di Cuma, antica colonia greca dominata inizialmente dal tiranno Aristodemo, vi fosse un complesso di edifici di culto, lungo una sorta di via processionale: finora sono emerse solo due porzioni di templi, quello di Giove e quello di Apollo, ma ora c’è la traccia di un altro importante edificio. E altri ancora che potrebbero essere nascosti nelle viscere del promontorio, sulla scorta degli ultimi ritrovamenti. Per meglio definire l’area del nuovo scavo sono già cominciate le prospezioni geoelettriche e le indagini geognostiche, grazie anche all’ausilio di nuove strumentazioni. Lo scavo proseguirà il prossimo anno. Ma ora si pone problema del reperimento di nuovi fondi: quest’anno si è operato in economia e in pieno accordo con la soprintendenza speciale di Napoli e Pompei. La soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro ha sostenuto in prima persona e fin dall’inizio lo studio dell’equipe del professore Rescigno, mentre il responsabile della sede di Cuma, Paolo Caputo, ha lavorato in stretta sinergia con il gruppo di giovani studiosi che hanno beneficiato di una borsa di studio. Uno studio sul campo che finora non ha gravato sul budget statale. Ma ora servono altri soldi per riportare alla luce il nuovo monumento e prevedere un percorso di visita e attività di messa in sicurezza anche per meglio vigilare il nuovo cantiere. Altrimenti tutto resterà sepolto per evitare i raid dei tombaroli. Sotto quel lembo di terra ricordato nell’Eneide e tra quegli ulivi voluti agli inizi del Novecento dal grande archeologo Amedeo Maiuri si nasconde la storia bimillenaria di Cuma. Uno scrigno archeologico incommensurabile e dalla eccezionale portata storica, da difendere dai trafugamenti. E una storia che va riscritta. Nel corso degli scavi sono state, infatti, rinvenute tracce importanti per ricostruire la genesi, affascinante e ancora poco conosciuta, del cosiddetto Tempio di Giove. Il tempio – secondo i nuovi studi - non è dedicato a Giove ma, ribaltando una teoria millenaria, è dedicato ad una triade venerata a Cuma, con un culto pagano maschile e femminile poi trasformato in età cristiana in culto a san Massimo e santa Giuliana: in pratica al tempio di Cuma si può affiancare la storia del Tempio-Duomo del Rione Terra a Pozzuoli, perchè entrambi sono inizialmente templi pagani di costruzione greca, poi trasformati in tempio romano e, infine, in basilica cristiana. Un unicum storico affascinante che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti. E nel corso della nuova campagna di scavi sono stati rinvenuti sotto il tempio, tra le tombe protocristiane, anche proiettili, colpi di mortaio, cucchiai e divise di militari del secondo conflitto mondiale: un percorso militare che è un altro capitolo di storia stratigrafica del sito da riportare alla luce e valorizzare. Ma ovviamente mancano i fondi.

Da due anni un gruppo di studenti della Sun e un team di archeologi sono impegnati in uno scavo-scuola sull’acropoli di Cuma. E finora, come spiega il coordinatore Carlo Rescigno, sono emersi particolari interessanti. Professor Rescigno, perché avete concentrato i vostri studi su Cuma? «I primi e finora unici studi su Cuma e la sua affascinante e misteriosa storia sono datati e risalgono all’inizio del secolo scorso. Una storia in parte nascosta, con la colonizzazione greca, poi l’epoca romana, la capitolazione avvenuta nel 1207 e l’oblio. Noi abbiamo ripreso i testi classici e gli studi archeologici anteguerra e siamo ripartiti alla ricerca dell’antica Cuma». Uno studio già in parte confluito in una nuova pubblicazione e ora ci sarà un secondo volume. «Non vogliamo sconvolgere né rivoluzionare gli studi di chi ci ha preceduto, ma solo rivedere e riscrivere alla luce dei nostri nuovi scavi la parabola cumana». Avete sfatato la leggenda del tempio dedicato a Giove e ora avete trovato tracce di un nuovo monumento sepolto. «Per duemila anni si è pensato che uno dei due templi dell’acropoli fosse dedicato a Giove, ma noi abbiamo trovato sul fondo di una cella tre statue, che indicano la triade a cui era dedicato l’edificio di culto. Nel corso della campagna di quest’anno, poi, abbiamo rinvenuto tracce evidenti di un nuovo importante e imponente monumento ancora sepolto, che si trova sulla pendice dinanzi al tempio. È uno studio importante, che confermerebbe la teoria della via processionale costruita sulla rocca». Uno studio appoggiato anche dalla soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro. «E sentiamo il dovere di ringraziarla. In un parco archeologico, qual è Cuma, la ricerca scientifica lungi dall’essere ostacolo alla fruizione diventa tassello per la valorizzazione, permettendo al visitatore di partecipare allo scavo in una sorta di laboratorio aperto. Così i ruderi diventano testi da leggere».

22/08/2012 Castellabbate (SA), a rischio il sito archeologico della cava dei Rocchi (Corriere del Mezzogiorno.it)

Abbandono e rischio usura per la cava dei rocchi nella frazione Santa Maria del comune di Castellabate, in provincia di Salerno. Il sito archeologico venuto alla luce nel 2010 e risalente al VI sec a. C., d’estate è preso d’assalto dai bagnanti che sugli antichi resti posizionano ombrelloni asciugamani e sedie a sdraio. L’appello dell’associazione “Zefiro”: necessaria cartellonistica e maggiore senso civico.
ARCHEOLOGIA SOTTO L’OMBRELLONE - E’ tra le più antiche testimonianze archeologiche del Cilento; preziosa fonte d’informazione circa i metodi di lavorazione della pietra locale e del loro impiego nella costruzione dei colonnati dei templi greci, eppure c’è chi ogni estate ci distende sopra il proprio asciugamano, piazza l’ombrellone e la sedia a sdraio. Accade alla “cava dei rocchi” antica piattaforma di arenaria dove nel VI sec a. C i Dori Trezeni, uno dei tanti gruppi etnici che in antichità fondarono la Magna Grecia nell’Italia Meridionale, estraevano i rocchi, imponenti blocchi di pietra a forma cilindrica che sovrapposti, componevano il fusto di una colonna.
CAVA DEL VI SEC. A.C. - “Nell'architettura greca i fusti di una colonna erano quasi sempre costituiti da rocchi sovrapposti" spiega Dionisia De Santis, presidente dell’associazione “Zefiro”, da anni attiva circa la tutela e valorizzazione dei beni naturalistici e storici del Cilento. “Quelli estratti dalla cava dei rocchi in particolare, furono utilizzati per la realizzazione di un tempio dedicato a Poseidone, eretto nel VI sec. a. C. sul promontorio di Tresino". Ma c’è chi sostiene che i blocchi estratti dalla cava furono impiegati anche per la realizzazione delle imponenti colonne dei templi di Poseidonia, l’odierna Paestum.
NON SOLO PAESTUM - Circa l’ipotesi dei rocchi di santa Maria utilizzati per la realizzazione dei templi pestani “si è molto discusso - precisa la dottoressa De Santis - circa l’impiego dei rocchi estratti dalla cava per la realizzazione delle possenti colonne dei templi di Paestum. Per alcuni il dato è certo, tuttavia a ben vedere ci sono delle differenze sostanziali. I rocchi estratti dalla cava – circa trecento metri di roccia naturale - in zona Lago nella frazione di Santa Maria di Castellabate, sono di natura arenacea, ovvero una roccia sedimentaria composta di granuli dalle dimensioni medie di una sabbia. Le colonne dei templi di Paestum, invece, sono state realizzate utilizzando la pietra locale calcarea; tuttavia non escludo che la dalla cava dei rocchi siano stati estratti materiali impiegati per la realizzazione di altri edifici pubblici di Paestum".
VALORIZZIAMO IL SITO ARCHEOLOGICO - “Piacerebbe che questo importante sito archeologico, fosse opportunamente segnalato e tutelato” conclude la De Santis, “perché la cava dei rocchi di santa Maria di Castellabate è un sito archeologico unico nel suo genere e tra i più antichi rinvenuti nel Cilento”. Una cartellonistica informativa, dunque, e maggiore tutela le richieste avanzate dai volontari dell’associazione “Zefiro” a tutela del sito archeologico cilentano troppo spesso trascurato e poco conosciuto

18/08/2012 Capri (NA), individuato in mare un carico di ossidiana, forse una nave del neolitico? (Il Mattino)

Un carico di ossidiana adagiato sui fondali. Intorno tracce di una imbarcazione millenaria. L’ipotesi: una nave del Neolitico che trasportava ossidiana, materiale prezioso per le popolazioni di quel periodo. Se le ipotesi saranno confermate, una casuale ma straordinaria scoperta da parte di un sub sui fondali di Capri. Una testimonianza dei primi commerci nel Mediterraneo, dalle Eolie alle isole del Golfo di Napoli. La Soprintendenza al momento non si sbilancia, vuole vederci chiaro e prima di pronunciarsi attende le verifiche programmate per settembre con archeologici ed esperti subacquei delle università di Napoli. Si procederà per stadi, con un primo recupero dei reperti intorno all’ossidiana e con la datazione dei materiali. Poi, si punterà sul vero e proprio recupero di quel che c’è sotto la sabbia dei fondali. Ma per il momento, motivi di sicurezza impongono segretezza sulla zona del ritrovamento. I primi dati saranno comunque forniti al Centro Studi Subacquei di Napoli, che ha già all'attivo numerosi ritrovamenti a Capri e nel Golfo, assieme all'Università Parthenope e la Soprintendenza Archeologica, in modo che saranno in grado, attraverso rilievi geodetici e geofisici di stabilire il punto e la zona esatta dove è avvenuta la scoperta. A segnalare il relitto alla Soprintendenza è stato Vasco Fronzoni, lo stesso esperto subacqueo caprese che nelle scorse settimane rinvenne un ordigno bellico, della Seconda guerra mondiale, successivamente fatto brillare, nelle acque antistanti la Grotta Bianca. Il nuovo rinvenimento, secondo Fronzoni, assume una notevole importanza storica perché «si tratta con tutta probabilità - spiega il subacqueo - del più antico carico marittimo ritrovato nel bacino del Mediterraneo, di certo è il più datato rinvenuto in Italia». «Il carico, che giace negli abissi dell'isola, è sicuramente legato alla presenza di un relitto navale - dichiara Fronzoni - che giace con tutta probabilità nel substrato del fondale, che si trova sotto il carico, e che è di una caratteristica esclusiva ed unica, anche perché non è mai stato rinvenuto nessun relitto di epoca Neolitica - continua Fronzoni - mai uno che trasportasse ossidiana. Il carico ritrovato a Capri, infatti è un vetro vulcanico dalle molteplici qualità, il cui valore economico, parametrato a quei tempi, era maggiore dell'attuale valore dell'oro. Le sue proprietà e la sua rarità concorsero a rendere l'ossidiana un materiale molto ricercato e un fondamentale oggetto di scambio. L’ossidiana veniva lavorata con una precisa tecnica, la scheggiatura, che consisteva nell'asportazione di frammenti tramite una percussione. Un lavoro che veniva probabilmente, secondo gli esperti, effettuato sull'isola di Capri, e da qui la spiegazione del naufragio: «Il relitto con il prezioso carico - spiega l'esperto sub - potrebbe essere quello di un'imbarcazione che naufragò mentre stava trasportando i blocchi di vetro vulcanico a Capri, che nell'antichità, secondo alcuni studiosi e autori, era uno dei principali centri di lavorazione per la produzioni di manufatti di ossidiana, che veniva trasportata dalle Isole Eolie, da Palmarola e dal Monte Arci in Sardegna». Nel Museo Ignazio Cerio, infatti, si trovano alcuni reperti rinvenuti nella Grotta delle Felci intorno al 1870 da Ignazio Cerio stesso, che oltre ad essere un affermato medico e filosofo, era anche un grande studioso di archeologia e paleontologia. Il carico di ossidiana che giace sotto il mare azzurro dell'isola nasconde però un altro segreto: quello del relitto navale di un'epoca che non consentiva la navigazione d'altura o in mare aperto, e quindi si tratta sicuramente di un piccolo cabotaggio destinato a navigare lungo la costa, o comunque a vista. Il relitto quando sarà recuperato fornirà una serie di spiegazioni utili per poter ricostruire le modalità con cui avvenivano i traffici commerciali.

Da archeologo e studioso di reperti sottomarini, Paolo Caputo, responsabile del Gruppo Subacqueo della Soprintendenza Archeologica di Napoli, non si lascia prendere dall’entusiasmo. Aspetta dati, foto, ricerche. Insomma, cerca di avere prima tutti gli elementi per pronunciarsi con metodo scientifico sul ritrovamento dell’imbarcazione millenaria a capri che potrebbere addirittura risalire al Neolitico. «Per ora – sottolinea Paolo Caputo, che oggi sostituisce il Sovrintendente di Archeologia Subacquea – abbiamo rinvenuto una denuncia di rinvenimento da parte del subacqueo Fronzoni, unitamente ad una relazione sulla quale dobbiamo effettuare verifiche e ricerche storiche. Infatti – continua Caputo – dobbiamo attendere che arrivi il mese di settembre, quando le coste dell’isola sono meno trafficate, e insieme a mezzi navali specializzati e personale idoneo, non escluso quello della Capitaneria di Porto, possiamo recarci nella zona e cominciare le immersioni necessarie a stabilire l’entità del carico, la datazione dell’eventuale relitto, il cui avvistamento è testimoniato solo dalla relazione del subacqueo, e che dovrebbe giacere al di sotto del carico stesso, del quale bisogna stabilire anche la natura che abbiamo potuto verificare finora solo attraverso materiale fotografico depositato in Soprintendenza assieme alla relazione». La notizia del rinvenimento di ossidiana, che ha già allertato l’interesse di studiosi della materia, secondo l’archeologo subacqueo Paolo Caputo, deve essere guardata con cautela, la zona dovrà essere monitorata prima di procedere a ogni attività che secondo gli esperti potrebbe compromettere tutta l’operazione di rinvenimento. I fondali di Capri continuano a riservare sorprese, e questa della scoperta del carico di ossidiana potrebbe addirittura risultare più importante sotto il profilo storico e archeologico rispetto al rinvenimento delle statue romane nella Grotta Azzurra che vennero alla luce dopo duemila anni, epoca nella quale sull’isola regnava l’imperatore Tiberio e che fece della Grotta Azzurra il suo personale ninfeo.

14/08/2012 Pozzuoli (NA), sempre meno visitatori nei Campi Flegrei (Il Mattino)

Il Grand Tour tra le bellezze archeologiche dei Campi Flegrei attira sempre meno turisti e visitatori: in dieci anni si sono ridotte del 50 per cento le presenze nell’Anfiteatro Flavio e nel Parco Archeologico di Cuma, mentre nel resto della Campania si è registrato in media un aumento del sette per cento di visitatori in musei e aree monumentali. Un’emorragia di presenze fotografata impietosamente dai dati ufficiali del Dipartimento per la ricerca e l’innovazione del ministero per i Beni e le attività culturali e pubblicati sul web. La Terra Ardente ha perso il suo appeal. Numeri e cifre dai quali emerge che nel 2000 - secondo il Mibac - l’Anfiteatro Flavio registrò 49 mila presenze con 19 mila paganti, mentre furono 85 mila a visitare il Parco Archeologico di Cuma. Nel 2011, ultimo dato disponibile, a visitare l’Anfiteatro sono stati in 25 mila (con appena 8 mila paganti e tutti gli altri entrati gratis) mentre in 42.800 hanno scelto il Parco Archeologico di Cuma, con appena 18 mila paganti per un incasso annuale complessivo di poco superiore ai 103 mila euro. Un report certificato dai tecnici del ministero. Un trend negativo in netta controtendenza con il dato regionale, che se fosse sottoposto al giudizio delle agenzie finanziarie di rating internazionale avrebbe fatto scattare il declassamento del brand «Campi Flegrei». Luoghi del mito: Anfiteatro Flavio, Stadio di Antonino Pio, Antro della Sibilla, Parco Archeologico di Cuma, Piscina Mirabilis, Castello di Baia, Rione Terra. Monumenti spesso inaccessibili e chiusi per carenza di personale. Opere d’arte difficili da raggiungere. Itinerari che non rientrano nei circuiti classici di promozione. Lo spread archeologico nel borsino campano parla chiaro: secondo il Mibac il flusso dei visitatori è stato sempre in aumento costante dal 1999 al 2011, con punte anche del dieci per cento in più nel 2000 e del tre per cento in più nel 2010. A Pozzuoli e Bacoli, invece, cifre in rosso costante con il saldo negativo che oggi supera il 50 per cento. E così, mentre l’Anfiteatro Flavio - terzo per grandezza dopo quello di Roma e Capua - ha fatto registrare negli ultimi mesi chiusure improvvise per carenza del personale di vigilanza, con centinaia di turisti giunti da mezza Europa rimasti desolatamente fuori ai cancelli sbarrati, e solo la scorsa settimana per impegno della rappresentante locale della sovrintendenza si è trovata una soluzione per scongiurare nuovi disagi, altre aree archeologiche campane hanno registrato un boom. A cominciare dal circuito archeologico vesuviano di Pompei, che in dieci anni ha incrementato del venti per cento le presenze superando i due milioni e 300 mila visitatori nel 2011. Ma anche l’area dei templi di Paestum è diventata meta del turismo culturale tra le più gettonate, con un incremento di 50 mila visitatori in dieci anni. Il record assoluto, tuttavia, spetta al Castel Sant’Elmo: lo scorso anno è stato visitato da quasi 100 mila turisti, mentre nel 2000 se ne registrarono 38 mila. Presenze in calo, invece, solo per il Palazzo Reale di Napoli e per il complesso museale Vanvitelliano a Caserta (inclusa la Reggia) che nel 2001 contava 800 mila presenze, ma che nel 2011 si ferma a quasi 600 mila. E dopo il danno anche la beffa. I Campi Flegrei sono maglia nera anche per quanto riguarda gli introiti lordi per le casse erariali provenienti dalla vendita dei biglietti del circuito integrato. Dai conti del Mibac emerge che in dieci anni si è perso il 30 per cento degli incassi. Soldi bruciati. Solo parzialmente compensati, in valore assoluto, dall’aumento del costo dei biglietti. Conti in rosso, malgrado per il rilancio del Grand Tour flegreo di goethiana memoria, la Campania abbia investito oltre 300 milioni di euro di fondi europei.

Il «caso Campi Flegrei» - con il crollo del numero di visitatori dei siti archeologici, dall’Anfiteatro Flavio al Parco archeologico di Cuma, registrato negli ultimi dieci anni dalle statistiche della direzione generale del ministero per i Beni culturali e il grido di allarme lanciato dall’associazione albergatori - arriva in Parlamento: la senatrice Pdl Diana De Feo ha chiesto l’intervento urgente del ministro Lorenzo Ornagli e informato della vicenda il governo. Secondo i funzionari del Mibac, dal 2001 al 2011 le presenze nei siti flegrei si sono ridotte del 50 per cento mentre nel resto della Campania è avvenuto l’opposto. Un patrimonio che non attrae più. Malgrado gli oltre 300 milioni di fondi europei spesi per far rivivere il Grand Tour celebrato dai poeti romantici del Settecento. Anfiteatro, Rione Terra, Antro della Sibilla, Piscina Mirabilis, Stadio di Antonino Pio dovevano essere i punti di forza del Grande attrattore culturale Campi Flegrei. Capaci di attirare turismo e investimenti. La realtà è tutt’altra e nella relazione al ministro, la De Feo chiama in causa la Corte dei Conti e chiede i motivi dei mancati investimenti da parte della soprintendenza unica Napoli e Pompei, autonoma nella gestione degli introiti. «Mi sono spesso occupata della ”questione Campi Flegrei” con una serie di interrogazioni parlamentari che mi sono costate persino la minaccia di una azione penale contro di me da parte della soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro – sostiene la senatrice, componente della commissione cultura – Gli albergatori flegrei hanno ragione a puntare l’indice contro la cattiva gestione, anche politica, dimostrata in questi anni. Bisogna cambiare strategia e chiedo al governo Monti di istituire una sovrintendenza specifica per i Campi Flegrei, separata da quella di Pompei, che si concentri sui tanti siti di cui è ricca la zona». La De Feo propone, poi, il varo di due percorsi turistici separati per Pompei e Pozzuoli-Bacoli, da promozionare in giorni differenti: un modo, a suo giudizio, per convogliare nei Campi Flegrei migliaia di turisti che potrebbero così pernottare negli alberghi della zona, rilanciandone l’economia. C’è, poi, il capitolo disservizi e mancati investimenti della sovrintendenza per le manutenzioni. A Pozzuoli solo la scorsa settimana per impegno di due associazioni e grazie al supporto della rappresentante locale della soprintendenza si è trovata l’intesa per tenere aperto l’Anfiteatro con guide anche in francese e inglese, mentre l’area pompeiana è stata funestata dai crolli. «Contrariamente a quanto si dice, le risorse economiche per tutela e conservazione di questo patrimonio non sono mai mancate, come sottolinea un’indagine della Corte dei Conti – scrive la senatrice nell’atto parlamentare – Secondo i giudici nel 2007 sono stati spesi 165mila euro e 266mila euro nel 2008 per manutenzione ordinaria a fronte di giacenze di cassa provenienti anche dalla bigliettazione di 98 milioni di euro (2007) e 74 milioni di euro (2008). Oggi, secondo fonti sindacali, in cassa ci sarebbero almeno 50 milioni di euro. Attendiamo la risposta urgente del governo su questa azione di de-valorizzazione». Critiche anche dai Verdi: «Dalla gestione dei siti – dice Francesco Borrelli - possiamo definire le soprintendenze oramai un ostacolo allo sviluppo turistico e alla difesa del territorio».

08/08/2012 Terzigno (NA), crolla tettoia su villa romana (Corriere del Mezzogiorno.it)

Crolla la copertura nel sito archeologico dell’antica villa rustica romana di cava Ranieri, nel comune di Terzigno in provincia di Napoli. La vecchia tettoia in lamiera sostenuta da pali in legno posta a protezione del sito ha ceduto, rovinando sugli antichi resti. Gennaro Barbato, Comitato Civico di Ottaviano interviene: «Temo per la sorte degli antichi dolium».
CROLLA LA TETTOIA - Gran parte dei dolium potrebbero essere andati perduti, dunque, come teme Gennaro Barbato, vicepresidente del comitato Civico di Ottaviano, associazione attiva dal 1999 circa la tutela dei beni storici e artistici dell’area vesuviana. Il crollo della tettoia di protezione della villa rustica numero 2, in località Boccia al Mauro, meglio conosciuta come la villa di cava Ranieri, sarebbe imputabile all’usura dei pali in legno posti a sostegno della tettoia che protegge il sito.
DOLIUM INFRANTI - «La tettoia di protezione in gran parte crollata è stata realizzata nei primi anni ’80 utilizzando dei comuni pali in legno. Senza manutenzione da parte della Soprintendenza di Napoli e Pompei e dopo oltre trenta anni di incuria – sottolinea il nostro interlocutore - era quasi inevitabile che accadesse il disastro. Temo per la sorte degli antichi dolium», aggiunge Barbato, «la tettoia crollata, infatti, insiste proprio sull’area dove sono conservati i grandi recipienti in terracotta d’epoca romana». Oltre ad essere in un numero così ingente, i dolium della villa di cava Ranieri, rappresentano un unicum nell’area vesuviana. Al loro interno, infatti, si conservano ancora le derrate alimentari, così come furono solidificate dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
LA VILLA RUSTICA DI TERZIGNO - Quando venne alla luce nel 1981 la villa rustica romana di cava Ranieri, in località Boccia al Mauro nel comune di Terzigno, destò notevole interesse tra gli archeologi e non solo. Liberata dalla coltre di lapilli del Vesuvio risalenti all’eruzione del 79 d.C. la villa restituì oltre a 36 dolium, ovvero grandi vasi in terracotta di forma ovale utilizzati per la conservazione del vino e delle derrate alimentari, anche gli scheletri di cinque individui, presumibilmente i proprietari e i loro servi, che portavano con sé monili d’oro, vasellame d’argento e un sostanzioso gruzzolo di monete.

06/08/2012 Bacoli (NA), al via il recupero dei beni archeologici (Il Mattino)

È la riqualificazione del colombario imperiale in via Virgilio e delle Grotte dell’Acqua, sulle sponde del lago Fusaro, la prima tappa del progetto di recupero dei beni monumentali, intrapreso dall’amministrazione comunale in sinergia con la soprintendenza ai Beni archeologici. Al termine del monitoraggio tra i siti - promosso dal sindaco Ermanno Schiano e dall’assessore ai Beni culturali Flavia Guardascione – è stata delineata una mappa delle urgenze al fine di tutelare e valorizzare il patrimonio storico di Bacoli. I siti che richiedono manutenzione ordinaria e straordinaria sono molteplici. «I nostri beni archeologici sono il volano per la promozione turistico-culturale della città», afferma il sindaco Schiano. Primo step il Colombario situato tra via Vanvitelli e via Virgilio. La relazione tecnica stilata dagli esperti ha evidenziato che «lo stato di conservazione delle strutture a vista risulta precario con dissesto superficiale delle murature a vista, scritte colorate con bombole spray, scarico di rifiuti vari, cesure nella recinzione in ferro e utilizzo dell’area come vespasiano pubblico». Dunque una situazione critica, che si è acuita dopo l’annullamento da parte del Comune della gestione di Legambiente, i cui volontari per anni si sono occupati della necropoli. Intanto è stato elaborato un programma di riqualificazione del complesso funerario che prevede, tra i vari interventi, il rifacimento della recinzione per impedire l’accesso indiscriminato e, nel contempo, è stato disposto il restauro delle murature. L’avvio delle procedure per un bando pubblico mira invece ad affidare pro tempore il sito ad associazioni di volontari. L’assessore ai Beni culturali, Flavia Guardascione, conferma: «Il colombario di via Virgilio necessita di manutenzione costante. Tuttavia non abbiamo le risorse economiche sufficienti per questo, quindi ci è parso opportuno ricorrere a una valorizzazione che possa coinvolgere gruppi associativi locali, i quali devono coordinarsi sia con il Comune che con la Soprintendenza». Altra urgenza è costituita dalle Grotte dell’Acqua, un antico complesso termale sulle sponde del lago. Qui il monitoraggio è stato eseguito anche da esponenti del Centro ittico campano, la società pubblica che gestisce i bacini lacustri Miseno e Fusaro con gli immobili adiacenti. Nel corso del sopralluogo, gli esperti hanno rilevato abbandono e instabilità delle strutture. «Prima di intraprendere qualsiasi intervento di valorizzazione e fruizione, bisogna attuare misure di tutela con un progetto di restauro consolidativo sia delle volte che delle murature. A ciò deve seguire una recinzione dell’area per proteggerla da atti vandalici», conclude l’assessore Guardascione. Di concerto con la Soprintendenza speciale ai Beni archeologici di Napoli e Pompei, per riqualificare la cisterna si intende intervenire quanto prima per il recupero del monumento, le cui condizioni precarie sono state denunciate anche dal Coordinamento delle Periferie. A riguardo i deputati Luisa Bossa (Pd) e Francesco Barbato (Idv) hanno presentato un’interrogazione a risposta scritta al Ministero per i Beni e le Attività culturali, cui chiedono chiarimenti anche in relazione alla pista ciclabile del Fusaro e al parco vanvitelliano per i quali sono stati investiti dodici milioni di euro. Attese infine, tra i molteplici interventi, opere di consolidamento delle Centum Cellae, la consegna della Piscina mirabilis - qui i lavori di ristrutturazione sono al rush finale - manutenzione della Tomba di Agrippina, l’antico odeon pars di una villa marittima in località Marina Grande.

02/08/2012 Avellino, continuano i rinvenimenti tra via Seminario e Piazza Maggiore (Il Mattino)

L’area compresa tra via Seminario e piazza Maggiore non deve essere lastricata. È questa la richiesta avanzata dalla Soprintendenza archeologica dopo gli ultimi ritrovamenti e l’amministrazione comunale a sta seriamente prendendo in considerazione. Intanto, sulla Collina della Terra tutto tace. La Torre dell’orologio, simbolo di un’intera comunità, da qualche mese non scandisce più le ore notturne. Anche i rumori di cingolati e pale meccaniche ormai è cessato. Il primo lotto dei lavori di riqualificazione per dotare di sottoservizi il cuore antico della città è stato portato a termine. Gli unici rumori che si avvertono sono quelli prodotti dagli scalpelli e gli scopini degli archeologi che continuano il proprio lavoro nonostante le alte temperature. «I saggi continuano. – spiega Maria Fariello, punto di riferimento in Irpinia della soprintendente Adele Campanelli – E non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo rinvenuto proprio ieri una moneta che potrebbe risalire all’ottavo secolo dopo Cristo. Una volta pulita l’effige che compare su una delle due facce di bronzo avremo una datazione più precisa. Per adesso va bene così». Gli scavi continuano a riservare tante sorprese, non ultime le diverse ceramiche di argilla a banda rossa che lo staff di Fariello è riuscito a disseppellire. Si tratta di vasellame risalente al VII o forse addirittura al VI secolo che rendono il nostro lavoro molto interessante. «Piazza Maggiore è una vera e propria miniera di reperti. – prosegue – Rimasta a lungo un’area a giardino ha subito meno l’invadenza delle nuove costruzioni. Nel ventre di quella piazza ci sono pertanto le stratificazioni più profonde e meglio conservate, tant’è che è lì che è venuta alla luce una strada di età altomedioevale che ripercorre verosimilmente il tracciato più antico della Campanina». A questo punto, come sottolineano a più riprese da via Dalmazia «le prospettive di ricerca e di studio si moltiplicano» e quindi occorreranno ulteriori scavi per decifrare l’antico passato della Terra. Prospettive che hanno indotto l’amministrazione Galasso a rivedere i propri piani. «Le indicazioni che ogni giorno arrivano ci obbligano a ripensare al progetto di pavimentazione che è andato in gara. – confessa l’assessore ai Lavori pubblici, Antonio Genovese – Sia Fariello che Miccio ci hanno chiesto di portare a quota zero le numerose testimonianze che sono emerse e di rinunciare a lastricare il sedime dell’ex Seminario. Siamo orientati a dare il nostro contributo». C’è di più. Torna a prendere piede l’idea di un’area a verde e di grande fruibilità per i pedoni, che potranno passeggiare lungo l’antico castrum avellinese. Inoltre, come ammette lo stesso Genovese, è tramontata anche l’idea di alzare un muro davanti al Victor Hugo. «Le operazioni di scavo hanno messo in risalto la facciata di Palazzo Solimene – prosegue – un muro adesso rovinerebbe la visuale». Peccato che l’ingresso del palazzo versi in condizioni pietose. Tutt’altro che definita, invece, la vicenda che da circa un mese tiene banco attorno al cantiere di piazza Castello, chiuso dai primi di luglio a causa del rinvenimento di rifiuti, materiali di risulta e tubi di amianto. In questi giorni, il professor Vincenzo Belgiorno del Dipartimento di Ingegneria ambientale dell’Università di Fisciano completerà gli accertamenti propedeutici ad un Piano di Bonifica da presentare alla Procura della Repubblica di Avellino. Per adesso l’unica area che non dovrebbe essere decontaminata risulta quella a ridosso di corso Umberto I. «L’auspicio è quello di continuare i nostri scavi ad oltranza e con serenità – conclude Maria Fariello – almeno finché l’impresa incaricata dei lavori non andrà in ferie. Dopo Ferragosto faremo il punto della situazione e in base alle risorse risparmiate capiremo fin dove potremo spingerci».

01/08/2012 Pompei (NA), a breve tanti reperti in un nuovo museo (Il Mattino)

I tesori dell’antica città sepolta, attualmente nascosti nei magazzini del museo archeologico napoletano perché orfani di un polo espositivo, tra 240 giorni avranno una vetrina di prima classe. L’annuncio è arrivato dal sindaco Claudio D’Alessio nel corso della cerimonia di posa della prima pietra del Museo Temporaneo d’Impresa. La perla delle esposizioni dei tesori campani, l’«Officiamuseum», infatti, sarà realizzata in appena 8 mesi. La garanzia della tempistica porta la firma del provveditore alle Opere Pubbliche della Campania e Molise, Giovanni Guglielmi. La grande sfida che si era prefissa l’amministrazione comunale è stata vinta: un polo espositivo per i tesori degli scavi, una nuova fonte di sviluppo economico e innovativi sbocchi occupazionali. Pompei, così, sarà sdoganata da meta turistica puramente archeologica e religiosa. Ed entrerà nel circuito mondiale dei poli museali e d’impresa grazie alla realizzazione di un progetto unico nel suo genere. Il primo in Italia finanziato con fondi regionali, pari a 2milioni di euro, e comunali, per 400mila euro, redatto in sinergia con il Ri.A.S. (Centro interdisciplinare per il controllo dell’Ambiente Costruito della Seconda Università di Napoli) e il Provveditorato Interregionale per le opere pubbliche della Campania e del Molise. Ed è proprio quest’ultimo Ente, in qualità di stazione appaltante, ad aver affidato i lavori alla società «Costruzioni Vitale srl», aggiudicataria della gara e realizzatrice del progetto esecutivo, così come previsto dal bando, che ha già ottenuto l’ok dal comitato tecnico. In un momento di crisi economica, per l’Italia e per il mondo, a Pompei si continua ad investire e a creare sviluppo e occupazione. Attraverso il restyling dei locali dell’ex fonte carbonica, che alimentava le antiche terme pompeiane fino agli inizi del secolo scorso, sarà realizzato il Museo Temporaneo di Impresa. Vi troveranno degna ubicazione i reperti rinvenuti nel corso degli scavi della Pompei sepolta dalla furia del Vesuvio e, con loro, tutte le eccellenze dell’artigianato campano. Dai coralli di Torre del Greco, alle ceramiche di Vietri, Cava dei Tirreni, Cerreto Sannita, San Lorenzello e Ariano Irpino, passando per le sete di San Leucio e le tarsie lignee di Sorrento. Ed ancora la carta di Amalfi, le porcellane di Capodimonte e i gioielli di Marcianise. Vere e proprie opere d’arte, di pregiatissima e peculiarissima fattura, che potranno essere visionate da turisti, studiosi e cittadini di tutto il mondo anche grazie alla creazione di catalogo informatizzato delle varie realtà esaminate. Una sorta di museo d’impresa virtuale che valorizzerà ulteriormente il design campano.

30/07/2012 Pompei (NA), 2000 anni fa costruivano case in economia con la lava del Vesuvio (Il Mattino)

Avevano ricavato le pietre che gli servivano per costruirsi la casa da una vena antica di lava del Vesuvio, trovata mentre scavavano le fondamenta. Poi, con martelli e scalpelli avevano ricavato i blocchi su misura, necessari per tirar su le mura e le divisioni interne. Si faceva così a Pompei, 2000 anni fa, per fabbricarsi un’abitazione in economia. Un po’ come accadeva sino agli inizi del secolo scorso nel vesuviano, allorché si utilizzava il lapillo estratto dallo scavo per le fondazioni e lo si impastava con latte di calce per realizzare i caratteristici solai a cupola. La scoperta, importante perché mette una nuova tessera nel mosaico dell’architettura cittadina, è stato fatta a Pompei, vicino a Porta Stabia, da un gruppo di archeologi dell’Università statunitense di Cincinnati, guidati da Amanda Pavlick. In totale sono circa 40 gli specialisti (tra cui Kevin Dicus della Case Western Reserve University e Michael Mackinnon della Winnipeg University) che, in virtù di una convenzione sottoscritta con la Soprintendenza, da cinque anni, per conto dell’Ateneo Usa, indagano un settore degli scavi prossimo a Porta Stabia. Il supervisore Steven Ellis, professore di archeologia a Cincinnati, è il responsabile del «progetto Porta Stabia». Il piano prevede lo screening a tappeto dell’intero isolato, al fine di ricavare dalle indagini tutte le notizie utili a comprendere quale fosse la vita sociale, economica e commerciale in un’area tanto particolare della città. Quel varco, difatti, è situato a sud–est dell’abitato e in antico era una delle direttrici commerciali più importante del centro vesuviano, perché era anche la porta che menava sia verso Stabiae sia alla non lontana area portuale. Tuttavia, non è stata quella la sola scoperta importante della campagna di quest’anno. Gli archeologi hanno, difatti, ricostruito anche la storia di un pozzo pubblico, rinvenuto proprio accanto al varco cittadino. La vasca serviva con la sua acqua tutte le abitazioni dell’isolato. Poi, con l’arrivo in città dell’acqua del Serino, in virtù della costruzione nuovo acquedotto, in epoca augustea, il pozzo perse la sua natura pubblica e (unico esempio sino ad oggi) venne acquisito da un privato, che ne fece la sua fonte di approvvigionamento casalinga. Qualche metro più in là, poi, è stato intercettato un forno per la produzione di ceramiche con ancora i refrattari al loro posto. Una casa – bottega in cui il proprietario aveva attrezzato una fabbrica per la cottura di terraglie: piatti, bicchieri, conche e tegami, da commerciare nel mercato cittadino, accanto al Foro, oppure, nei mercati vicini di Nuceria, Stabiae e Oplontis. Altro rinvenimento interessante, oltre a tanto materiale ceramico, chiodi in bronzo e ferro, lucerne e monete, è stato quello di forno per la cottura del pane. Le pagnotte prodotte servivano a sfamare viandanti e commercianti perché il locale in cui è stato trovato, 2000 anni fa, era una locanda. Prossimi al forno, gli archeologi hanno individuato un cortile pavimentato con pietra lavica e uno spazio che veniva utilizzato per lo stallaggio degli animali. «Ecco – sottolinea Ellis - con le notizie ricavate da queste indagini abbiamo un quadro molto vicino alla realtà sui traffici e i commerci che si facevano in questa parte della città. Senza contare che quanto emergerà dalle analisi dei resti di cibo trovati, ci consentirà di avere importanti informazioni sul menu dei pompeiani il giorno prima dell’eruzione».

Una intera insula. Con botteghe, fabbriche, civili abitazioni e edifici pubblici. Situata sul lato sinistro – guardano dall’interno degli scavi - della Via Stabiana. Un quartiere importantissimo: c’erano, difatti, a pochi metri di distanza dalla Porta detta «di Stabia», appunto perché indirizzava verso la vicina Stabiae, i due Teatri cittadini (il Teatro Grande e l’Odeion), il tempio di Iside, la Caserma dei gladiatori e il Quadriportico. Con, in più, l’importanza della porta d’ingresso alla città. Un varco, quest’ultimo, attraverso il quale passavano tutte le merci che arrivavano dal mare e dall’area stabiano–sorrentina (vino, olio, frutta). La scarsa pendenza di via Stabiana, che è il cardo massimo di Pompei, era uno degli elementi che favorivano l’ingresso in città delle merci. I carri, tuttavia, erano obbligati a fermarsi presso le locande attive in prossimità delle mura cittadine, sia all’interno sia all’esterno, e le merci erano trasportate o con l’aiuto di asini e muli oppure dai cosiddetti «saccarii», che si servivano di pertiche e sacchi di juta. Questo, dunque, il motivo della presenza di tantissime botteghe alimentari e di altrettante numerose fabbriche a conduzione casalinga. Ma c’erano anche opifici che per il loro elevato tasso d’inquinamento non potevano essere impiantati in città, come era appunto il caso della conceria che trattava pelli d’animali provenienti tanto dall’Italia quanto dall’Africa. In particolare, nell’area indagata dagli archeologi Usa, e in cui sono state recuperate le ceramiche che erano utilizzate nelle comuni abitazioni e nelle botteghe commerciali, sono state individuate numerose fabbriche casalinghe di garum (era la salsa di cui i romani andavano ghiotti, e veniva prodotta con pesce azzurro messo a macerare con sale e aromi), con le loro vasche di produzione. Le indagini hanno anche permesso di appurare che le fabbriche di garum, durante il periodo augusteo, furono costrette al fallimento dagli che aveva scoperto come approvvigionarsi, a prezzo notevolmente inferiore, di salsa prodotta in Spagna e «rompere» il commercio locale. Per quel motivo, ma anche perché la zona aveva visto la costruzione dei due teatri, le industrie salsamentarie si trasformarono in osterie, tabernae e locande dove i frequentatori dei spettacoli trovavano di che rifocillarsi, a buon mercato.

29/07/2012 Bacoli (NA), inquinate le "Grotte dell'Acqua" (Antonio Cangiano - Napoli.com)

Allarme inquinamento alle “Grotte dell’acqua”. Le grotte termali d’epoca romana sulle sponde del lago Fusaro, invase da una insolita massa d’acqua rossastra. Freebacoli: “condizione disastrosa, gravissime responsabilità degli enti preposti alla salvaguardia“.
GROTTE INQUINATE - Nelle grotte termali sulle sponde del lago Fusaro, conosciute come “Grotte dell’acqua”, ristagna un’ insolita quanto preoccupante massa d'acqua rossastra. A lanciare l’allarme ancora una volta l’associazione Freebacoli da anni attiva circa la tutela del sito archeologico bacolese, che punta il dito nei confronti degli enti preposti alla tutela del sito archeologico.
ISTITUZIONI NEGLIGENTI - "Uno scenario assolutamente raccapricciante che pugnala nuovamente una delle aree più suggestive dell'area flegrea”, è il commento amareggiato di Josi Gerardo Della Ragione, attivista dell’associazione.
“Una striscia di terra, satura di abusi edilizi speculativi, costeggiata ai margini dal lago Fusaro dalle meravigliose “Grotte dell'Acqua”, sito archeologico da decenni sottratto alla comunità a causa della negligenza atavica di Centro Ittico Campano, Comune di Bacoli e Soprintendenza; gli enti preposti alla tutela del sito”.
SITO IN ABBANDONO - Un bacino lacustre, dunque quello del lago Fusaro sempre più devastato da scarichi illeciti e delle "Grotte" termali oggi ristagnanti in una massa d'acqua rossastra d'indefinibile natura.
“Il liquido putrido che ristagna nelle grotte è di certo nocivo per la salvaguardia del bene - fa sapere Della Ragione - basti pensare, che al di sotto della macchia rossastra sussistono diverse arcate d'epoca romana. Condizione disastrosa su cui pendono gravissime responsabilità degli enti preposti alla salvaguardia.
Nell'autunno del 2010 fu Anno Zero a mostrare all'Italia intera il degrado in cui erano confinati questi luoghi. Il sindaco Ermanno Schiano, si assunse l'onere di riportare tutto alla normalità. A due anni di distanza, come è visibile a tutti, la situazione non solo non è migliorata ma, nonostante solleciti e richiami popolari sottoscritti in Consiglio Comunale, la situazione precipita sempre più.
Inasprisce la grave condizione di degrado del sito archeologico, anche la presenza di una grossa anatra scarnificata, occultata da ignoti nelle acque putride e rossastre.
Guarda il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=QHmZBbLHpIs

28/07/2012 Pozzuoli (NA), Anfiteatro Flavio, cancelli da aprire a turisti e futuro (Il Mattino)

Chissà se Pozzuoli diventerà mai adulta, comincio ad avere i miei dubbi, dal momento che preferisce rattoppare i suoi giorni invece che cucirli. La Necropoli, ormai, ha la stessa sostanza dei morti, lo stadio di Antonino è uno scheletro essiccato dal sole, le tabernae romane attendono e il Rione Terra sarà dato in prestito a qualche commedia di Ionesco tanto è diventata assurda la sua storia. Devo proseguire? La Chiesa del Purgatorio, proprio a ridosso del Rione Terra, sembra un mendicante a cui stanno cadendo persino gli stracci (sai che teatro potrebbe essere). Ne sto dimenticando tanti, sicuro, ma ci penserete voi a ricordarli e ad aggiungerli. Ora tocca all'Anfiteatro Flavio salire sul palcoscenico del ridicolo, è trai maggiori in Italia ma meno pubblicizzato di una ciotola patinata come l'Arena di Verona. Turisti che restano fuori, personale dimezzato, turni, problemi contrattuali, chiusure del monumento senza che gli stranieri siano avvisati. Gli autobus, poi, sostano sulla strada, mentre a pochi metri una squallida piazza sporca, polverosa e spelacchiata è preda di un mercato che, nonostante debba spostarsi, non ne vuole sapere, e di parcheggiatori abusivi locali e stranieri (in genere questi, nel pomeriggio) che sistemano auto anche in terza fila per intascare il più possibile. Non sarebbe più logico spostare il traffico turistico lì, dopo aver ovviamente creato delle aiuole? Possibile che la dignità sociale sia considerata da queste parti una pericolosa forma di convivenza? La condizione dell'Anfiteatro rispecchia la precarietà dell'intero territorio flegreo. Credo che le persone siano stanche di leggere di riunioni, di proclami, di progetti, di annunci e assistere, nel frattempo, a una storia i cui calcinacci cadono di continuo sulle nostre speranze. Si apre, si chiude, si apre, si chiude, questo è il doppio movimento di Pozzuoli, oltre non sa andare. Sovrintendenza, sindaco, Ministero dei Beni Culturali, Regione, fuochisti, macchinisti, uomini di fatica, come direbbe Totò, tutti accoreranno al capezzale del malato e ognuno uscirà con una soluzione diversa o, seppur congiunta, con probabile rinvio a data da destinarsi. Persino i calendari sembrano non trovar più spazi per i continui, estenuanti rinvii. Si affida tutto al molle terreno del futuro, dove meglio impantana il presente. Non è soltanto questione di turisti, ma di cura di sé, di ciò che si pretende, nulla di più semplice che vegetare in una mediocrità costante, dove ciò che accade non procura autentica progettazione. Ma io mi chiedo pure se qualcuno, nella città flegrea, non si senta stufo di essere sempre cronaca che umilia, offende, qui purtroppo, come in buona parte della Campania, gli inizi si fermano, non proseguono e questo è uno dei suoi maggiori mali. Se cinquanta turisti tedeschi restano fuori all'Anfiteatro, al di là di legittimi giustificazioni, il ritorno a casa di queste persone crocifiggerà sul legno dei luoghi comuni ciò che non sempre è soltanto luogo comune. L'ambizione di un posto e di un tempo e degli uomini che li abitano dovrebbe essere quella di una trasformazione necessaria e mai brutale, che li renda protagonisti e non semplici figuranti. loda anni non parlo più di turismo nei Campi Flegrei, il turismo si fa, non si annuncia di continuo, a un certo punto le chiacchiere, comprese le mie, stanno a zero, arriva pure il momento in cui il sonno deve smettere di somigliare alla morte. La mia lezione sono le pietre, durano più degli uomini, anche quando sono soltanto macerie.

26/07/2012 Benevento, torna a casa "Ciro", il cucciolo di dinosauro (Il Mattino)

Ciro torna a casa. Il rientro del cucciolo di dinosauro è atteso per settembre e coinciderà con una grande mostra sul progetto, di rilevanza nazionale, del ”Parco delle Quattro Acque”, finanziato dalla Società REC-Repower nell’ambito della realizzazione dell’impianto idroelettrico di regolazione del bacino di Campolattaro. Il progetto consentirà il proficuo utilizzo dell’esistente invaso e sarà caratterizzato da un impatto ambientale e paesaggistico molto contenuto grazie ad accorte scelte tecnologiche e impiantistiche che prevedono, tra l’altro, la realizzazione di gran parte dell’impianto in sotterranea. La valorizzazione ambientale e turistica del territorio sannita è garantita dal ”Parco delle Quattro Acque”, frutto della collaborazione tra Repower, la Provincia di Benevento e l’architetto Italo Rota. Il Parco è un luogo di profonda affinità con l'eccezionale patrimonio di acqua dolce presente nel Sannio. Vi saranno l'eremo acquatico, un albergo per ritemprarsi lungo il cammino, le terme, la locanda, la fattoria, l'acquario. Al di sopra di tutti questi spazi, la diga di Campolattaro funziona come un grande immagazzinatore di energia, che poi rilascia nel territorio, permettendo la piena funzionalità di questo ambiente, mantenendo il suo delicato equilibrio ecologico. Il tutto servirà da stimolo per le persone che abitano i territori di ben 14 comuni a non abbandonare questi luoghi ma a ritrovarvi nuovi significati di vita, fino a portare nuovi visitatori, per stimolare anche chi potrebbe, da fuori, scegliere di venire ad abitare o solo a conoscere. Per comunicare questo sistema complesso di relazioni fra paesaggio, natura, energia e comportamenti umani, che è il progetto del Parco, si è pensato ad una mostra che preveda l’utilizzo di diversi strumenti come ad esempio modelli, video, reperti o foto a forte valenza simbolica che siano in grado di enfatizzare la ricchezza del territorio. Una macchina espositiva in grado di trasmettere lo spirito del progetto e che esponga i temi e gli interventi. La mostra è stata parzialmente già presentata a Milano, in occasione del Salone del Mobile, nella prestigiosa cornice della Triennale. Ora tocca alla città di Benevento. Si terrà negli ambienti dell’Arcos, il Museo di Arte Contemporanea del Sannio, dal 30 di settembre al 4 di novembre 2012. Le sale ospiteranno le originali installazioni previste dal curatore della mostra, l’architetto Italo Rota. La prima sala sarà allestita con antichissimi e preziosi reperti archeologici: conterrà infatti le statue egizie e reperti attualmente esposti nel Museo Archeologico del Sannio e di Benevento. La seconda e grande sale centrale ospiterà un modello gigante che rappresenta il territorio beneventano. Sul modello saranno disposti 6 dischi in acciaio specchiante, che contengono sei ”focus” sui progetti, i diorami che, in scala più dettagliata, rappresentano gli interventi: quali ad esempio le Locande energetiche, le Terme, l’Acquario, l’Hotel. La sala successiva ospiterà una grande installazione in cui sono previsti il famoso fossile di ”Scipionyx samniticus”, denominto Ciro, il fossile di dinosauro ritrovato a Pietraroja, che risale a 113 milioni di anni fa, altri fossili sempre riconducibili a Pietraroja e immagini spettacolari di paesaggi, flora e fauna. Il percorso della mostra sarà ricco di videoproiezioni e pannelli esplicativi.

26/07/2012 Pozzuoli (NA), anche oggi chiusura improvvisa alle ore 13 dell'Anfiteatro Flavio (Il Mattino)

L’ennesima beffa per i turisti. Ore 13, all’improvviso chiude l’anfiteatro Flavio, gioiello archeologico dei Campi Flegrei. I turisti, tedeschi e francesi, sono in attesa fuori, nessuno li avverte, loro continuano ad aspettare nella speranza di poter vedere uno dei più celebratio anfiteatri dell’antichità. Ma i cancelli sono chiusi. I minuti passano inesorabili, il sole picchia forte e soltanto alla fine si capisce che non c’è modo di entrare Dunque, l’enesima beffa dopo la chusuradell’altro giorno a causa della malattia, anche questa improvvisa, del custode dell’anfiteatro, circostanza che impedisce, per motivi di sicurezza, di fare entrare i visitatori in quelo che da anni è il monumento più visitato dei Campi Flegrei. Altro che sviluppo, altro che valorizzazione dei gioielli del tesoro campano che sono un po’ ai margini del sistema dei tour operator. Come faranno le agenzie, alla luce di queste frequenti anomalie e disservizi, a proporre ai gruppi di andare in visita a Pozzuoli se poi c’è il rischio di fare trovare le porte sbarrate? Non soltanto l’anfiteatro. Sono anni che i tesori di Pozzuoli e Bacoli finiscono per essere mete proibite per i visitatori, dal castello di Baia alla piscina mirabile, dove si è arrivati negli anni passati persiono al paradosso di dover attendere una volontaria o una custode che abita in zona per poter aprire il cancello e consentire l’accesso ai turisti. Insomma, il sistema Campi Flegrei, nonostante gli sforzi, i progetti, le promesse e le campagne promozionali continua a essere un tesoro occultato, proibito. Lo schiaffo, il secondo in tre giorni, ai turisti dell’anfiteatro Flavio, è l’ennesima inquietante prova. E ben si comprende la rabbia del sindaco Vincenzo Figliolia che ha chiesto un incontro al Sorpintendente e minaccia denunce.

La conseguenza di tale chiusura è l’ennesima cartolina dell’inefficienza che Pozzuoli e i Campi Flegrei hanno spedito all’estero, tramite quei turisti cui è stata negata la visita dell’anfiteatro. Mercoledì scorso, infatti, circa 50 tedeschi e francesi giunti in città per visitare il terzo anfiteatro d’Italia, hanno trovato il cancello d’ingresso sbarrato (nonostante il giorno fosse di apertura) e si sono dovuti accontentare di qualche occhiatina fugace gettata tra le sbarre della recinzione. È l’ennesimo danno d’immagine inferto a una città che di turistico continua a mantenere la vocazione e le potenzialità, ma nulla di più. Lo sa bene anche il sindaco Enzo Figliolia, che a ogni défaillance fatta registrare dal principale sito archeologico della città sta facendo sentire la sua voce verso i responsabili locali dei beni culturali. Come ha fatto anche mercoledì, chiedendo un incontro urgente al direttore generale dei beni culturali della Campania, Gregorio Angelini, e alla rappresentante della soprintendenza a Pozzuoli, Costanza Gialanella. “Ancora un volta – ha detto il primo cittadino - abbiamo dovuto registrare l’ennesima chiusura al pubblico dell’Anfiteatro Flavio, uno dei monumenti simbolo della città. Ci sono dei problemi legati alla copertura del personale in servizio, ma pur comprendendo le oggettive difficoltà della situazione, è chiaro che le stesse non possono né debbono gravare sui turisti”. Una soluzione utile a garantire l’apertura giornaliera del sito potrebbe arrivare dall’impiego come vigilanti dei lavoratori addetti alla manutenzione. E intanto, quello che un tempo veniva chiamato “’o carcere ‘e San Gennaro”, continua a essere inaccessibile, quanto e più di un istituto penitenziario.

24/07/2012 Pozzuoli (NA), continuano le chiusure a singhiozzo dell'Anfiteatro Flavio (Il Mattino)

Il colpo di freddo che ha colpito uno dei tre addetti al servizio di vigilanza all’interno dell’Anfiteatro Flavio, costringendolo alle cure mediche, ha causato anche l’ennesima chiusura al pubblico del sito archeologico tra i più visitati dell’intera provincia di Napoli. E la chiusura a singhiozzo del monumento dopo aver provocato la richiesta in Parlamento di rimozione della sovrintendente di Napoli e Pompei, adesso fa invocare l’apertura di una indagine della Corte dei Conti per i presunti danni allo Stato derivanti dai mancati incassi. Ieri mattina ai cancelli di ingresso è comparso per l’ennesima volta in questo scorcio di estate l’avviso di chiusura per «mancanza del personale di vigilanza», con il disappunto di intere comitive di turisti anche stranieri, tra i quali un gruppo di tedeschi e una comitiva di giovani ungheresi. Ancora una volta i cancelli del Flavio, il terzo anfiteatro d’Italia per importanza, sono rimasti sbarrati. Nel pieno della stagione turistica e dopo la decisione presa dalla sovrintendente speciale Teresa Elena Cinquantaquattro di tenere aperto l’Anfiteatro solo quattro giorni su sette «per motivi organizzativi» legati alle presenze dei quindici dipendenti. Ieri doveva essere giorno di apertura dalle 9 alle 19, secondo il calendario reso noto dalla stessa sovrintendenza. Ma l’improvviso malore di uno dei tre dipendenti con mansioni di vigilanza ha provocato l’emergenza. La responsabile locale della sovrintendenza, del resto, si è dovuta attenere con scrupolo e correttezza al rispetto della norma che prevede, per motivi di sicurezza, che il sito sia visitabile solo con la contemporanea presenza in servizio di tre impiegati con mansioni di vigilanza. Il problema, semmai, deriva dalla scarsa dotazione organica: negli ultimi anni decine sono stati i dipendenti andati in pensione senza essere rimpiazzati. Al momento ne sono quindici, sei dei quali con mansioni di custodia e vigilanza, gli altri con compiti di manutenzione del patrimonio storico-archeologico. E ancora una volta nel mirino delle critiche finisce la responsabile della Sovrintendenza unica, Teresa Elena Cinquantaquattro. Appena una settimana fa oggetto di una interrogazione presentata dalla senatrice del Pdl Diana de Feo al ministro dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, nella quale l’esponente politico della commissione parlamentare Cultura chiedeva apertamente la «rimozione immediata della Cinquantaquattro». Critiche bipartisan. Alla de Feo fanno sponda i Verdi, con il commissario regionale Francesco Emilio Borrelli, che rilancia chiedendo l’intervento dei giudici contabili. «Dopo quanto sta accadendo a Pozzuoli, con l’Anfiteatro Flavio ormai chiuso senza neanche un preavviso e l’impossibilità di visitare gli altri siti, la sovrintendente Cinquantaquattro farebbe bene a rassegnare le dimissioni – tuona Borrelli – Sarebbe un atto di amore verso i beni archeologici di Pozzuoli. Tra l’altro, con queste chiusure a singhiozzo si potrebbero avere anche dei danni erariali per i mancati incassi giornalieri. Sarebbe opportuno una indagine della Corte dei Conti per verificare quest'eventualità». Secondo i dati ufficiali della Regione, risalenti ad un report del 2007, in quell’anno si registrarono ventisettemilaseicento presenze all’Anfiteatro Flavio: in media, oltre cento presenze per ogni giorno di apertura con un incasso intorno ai cinquecento euro. Sulla questione nelle settimane scorse hanno presentato note di protesta anche la Federalberghi, la Pro-loco e i vari tour-operator flegrei, che hanno anche chiesto al ministro Ornaghi l’invio di ispettori del Mibac per capire cosa stia accadendo nell’Anfiteatro di Pozzuoli.

23/07/2012 Torre Annunziata (NA), gli scavi di Oplontis sempre più abbandonati (Il Mattino)

Materassi abbandonati sul ciglio del marciapiede, paletti divelti, alberi non curati, fioriere danneggiate e ciliegina sulla torta, due totem illustrativi situati proprio sulla soglia del cancello di ingresso, sui quali non c’è traccia di mappa e dei quali è rimasto soltanto lo scheletro. Così si presenta oggi via Sepolcri la strada di accesso di uno dei più importanti siti archeologici del mondo: Oplontis. Intorno alla villa di Poppea, soltanto degrado e indifferenza, in barba a tutti i proclami che inneggiano ad una città dalla forte vocazione turistica. Se poi a questo si aggiunge anche l’incompetenza delle istituzioni, la frittata è pressoché servita. L’ultimo episodio ha infatti dell’incredibile. Un turista straniero nell’attraversare la strada, ha la sventura di finire con il piede in uno dei faretti aperti situati sull’asfalto che dovrebbe servire a illuminare il totem installato all’ingresso della strada. Mentre il turista svolge tutte le pratiche per la denuncia contro il Comune, l’ufficio Tecnico estrae dal cilindro una soluzione surreale. Gli addetti, arrivano sul posto e si rendono conto della situazione, nella «impossibilità» (non ci sono neanche i soldi per comprare un faretto?) di sostituire il faretto, lo copre interamente di cemento, murandolo, e eliminando di fatto il pericolo. Risultato: da una parte un faretto seppure rotto, dall’altra un buco ricoperto di cemento. «Indubbiamente - dice l’assessore alla Valorizzazione del patrimonio artistico e storico Luisa Stanzione - quello che si vede in questo momento nei pressi del sito archeologico di Oplonti, non è un bel biglietto da visita per la città. Dobbiamo renderci conto - continua l’assessore - che con il fallimento delle industrie, Torre Annunziata può rilanciarsi soltanto grazie al turismo e alla promozione del sito archeologico. E tra le mie priorità c’è proprio questo. La valorizzazione di Oplonti. Nei prossimi giorni terrò degli incontri con tutte le associazioni del territorio per cercare di individuare un progetto che possa abbracciare l’intero settore turistico, dall’accoglienza dei turisti alla stazione, alla visita guidata negli Scavi».

23/07/2012 Bacoli (NA), torna l'incubo dei tombaroli subacquei (Il Mattino)

Nella città imperiale sommersa di Baia torna l’incubo dei tombaroli subacquei senza scrupoli e degli scafi con la sorbona, imbarcazioni dotate di un particolare tubo compressore che viene inserito dirtettamente nei fondali e che aspira chili di sabbia mista a tracce di reperti archeologi. Predoni a caccia di fustoli di colonne, cocci di anfore e di quel che resta delle vestigia di epoca romana inabissatesi a poche centinaia di metri dal porto di Baia. In molti hanno segnalato la presenza sospetta negli ultimi giorni di questi natanti a ridosso dello scrigno archeologico di epoca imperiale, nel cuore della zona A dell’area marina protetta istituita dieci anni fa. Una porzione di mare destinata per legge a riserva integrale in cui non è possibile neanche fare il bagno senza essere preventivamente autorizzati. Pescare o immergersi senza l’ok di Soprintendenza e Capitaneria è addirittura un reato. Eppure troppo spesso quest’area è violata dai tombaroli dei mari a caccia di reperti archeologici e dalle famigerate imbarcazioni con la sorbona e con i soffioni, che aprono un varco negli abissi permettendo di individuare anfore e mosaici da razziare. Un allarme confermato anche dalla Capitaneria di Pozzuoli e dalla Locamare di Baia, che da anni è impegnata nella difesa del tesoro sommerso di Baia. «Pattugliamo costantemente la zona A dell’area marina protetta per evitare che ci possano essere trafugamenti e danneggiamenti dei reperti, ma spesso negli ultimi mesi abbiamo avvistato imbarcazioni proprio sopra la città sommersa – sottolinea il maresciallo Enrico Alborino, nostromo al porto di Pozzuoli e per anni responsabile Locamare di Baia –. Teniamo d’occhio il quadrilatero formato dalle quattro boe che indicano l’area off-limits, per meglio contrastare tutte quelle attività, dal diportismo alla pesca di frodo, che potrebbero danneggiare in modo irrimediabile colonnati, mosaici e vestigia della città imperiale e finora abbiamo sanzionato decine di trasgressori». Controlli rafforzati soprattutto in questo periodo, quando il mare flegreo viene letteralmente preso d’assalto da acquascooter, gommoni, motoscafi che sfrecciano pericolosamente, schivano boe e infrangono divieti. «Spesso ci troviamo di fronte al malcostume e all’imprudenza – continua Alborino –. Ma a volte ci arrivano anche segnalazioni di infrazione delle leggi a tutela dei beni archeologici». Come sta accadendo in questi giorni. E il pericolo di nuove razzie nei fondali ha fatto innalzare i livelli di guardia, come previsto nel Piano Mare Sicuro 2012 della capitaneria di Napoli, che indica proprio l’area di Baia tra quelle in cui la vigilanza deve essere massima. «La settimana scorsa ho accompagnato alcuni sub australiani e danesi arrivati ad ammirare da vicino la città sommersa e sulle nostre teste sono sfrecciati decine di motoscafi – denuncia Sergio Coppola, sub del Diving Centro Sub Campi Flegrei, tra le guide autorizzate più esperte di Baia –. Soprattutto nella zona B e C, nei tratti di Arco Felice e Lucrino, ci sono continue scorribande di imbarcazioni non autorizzate, incuranti delle boe che indicano la presenza dei sub. Tre anni fa, insieme a un pescatore del posto, segnalammo la presenza sospetta di una barca con la sorbona e poco dopo la capitaneria scoprì che si trattava di tombaroli che avevano portato via alcuni preziosi reperti».

Baia, Liternum, Sinuessa: zone archeologiche protette che troppo spesso vengono violate, offese, depredate. Zone che dovrebbero essere off-limits persino al semplice approdo dei gommoni e che invece diventano luogo preferito per le scorribande di ladri di reperti archeologici e pirati di piccolo cabotaggio. È la situazione fotografata un anno fa dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Napoli, impegnati tra luglio e agosto del 2011 in una serie di blitz in aree marine protette e zone archeologiche sommerse dal golfo di Napoli al Cilento. Un quadro sconfortante, finito in un dossier inviato in Procura e al ministero dei Beni culturali, nel quale venivano sottolineate le criticità di uno scrigno marino sempre più vulnerabile. «Le città sommerse di Baia e Sinuessa sono tra le zone archeologiche marine più vulnerabili ai fenomeni dei trafugamenti da parte dei tombaroli subacquei – si legge – Le attività di monitoraggio si sono concentrate soprattutto in quelle aree per scongiurare ulteriori furti, che spesso vengono compiuti nei periodi che vanno da luglio a settembre, quando le rotte sono congestionate dal traffico della navigazione privata e le presenze di natanti e sub quadruplica». Pesca subacquea illegale nell’area archeologica dell’antica Sinuessa, mentre nella città imperiale sommersa di Baia i tombaroli entrano in azione a bordo dei natanti equipaggiati con la sorbona e con i turbosoffioni. Come accadde tre anni fa, quando il provvidenziale intervento della capitaneria permise di scoprire il furto di alcuni reperti, mentre nel 2008 quattro sub belgi furono arrestati in flagranza di reato per aver trafugato anfore e monili rinvenuti nei fondali di Baia. Nel gennaio 2011, invece, tre bacolesi furono arrestati con l’accusa di far parte di una banda dedita al trafugamento di reperti: secondo le accuse i tombaroli avevano preso di mira anche l’area marina protetta, con immersioni fuorilegge.

20/07/2012 Pozzuoli (NA), riparte il recupero del Rione Terra (Il Mattino)

È il Rione Terra di Pozzuoli con il suo percorso archeologico e il Tempio-Duomo ammirato dagli emissari americani della Hvs, società di consulting per il settore turistico-alberghiero tra le più note del mondo e presente anche in Asia, Europa e Medio Oriente, pronta ad investire sul futuro della Rocca millenaria con il project financing previsto dalla Regione. Gli americani, invitati a Pozzuoli da alcuni imprenditori locali, hanno inserito la rocca nel loro tour tra le bellezze storico-naturalistiche e archeologiche della provincia di Napoli. L’obiettivo è promuovere nuovi itinerari in cui inserire alberghi e ristoranti di livello internazionale. Tra quelle location anche l’Acropoli flegrea, affascinante per il tesoro nascosto nelle sue viscere. Chilometri di storia: dalle raffigurazioni parietali di epoca romana negli ergastula alle antiche botteghe. Per non parlare della cattedrale rinata. E nel corso della visita la delegazione statunitense, guidata dal direttore di Hvs Italia Ezio Poinelli e accompagnata da un gruppo di tecnici e dal sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, ha avuto modo di ammirare in anteprima - e in via del tutto eccezionale - i lavori di ristrutturazione della Sala Capitolare del Duomo, dominata dalla serie di dipinti seicenteschi raffiguranti i vescovi di Pozzuoli: da San Patrona, che nel 35 accolse san Paolo, fino al vescovo Agostino Passante (1732). Uno scrigno in via di recupero, lottando contro infiltrazioni di acqua e umido che ne hanno divorato gli stucchi. Secondo il cronoprogramma regionale, la Sala Capitolare e la cattedrale saranno aperti al pubblico entro l’estate 2013. Per Natale 2013 saranno inaugurati invece i percorsi turistici pedonali. Il completamento di questa prima parte del Rione Terra consentirà l’apertura di botteghe, bar e ristoranti oltre alla riapertura del percorso archeologico. L’obiettivo, ribadito di recente anche dagli assessori regionali Nappi e Cosenza, è realizzare la partnership pubblico-privata con il project financing. «Due mesi fa venne in visita il vicepresidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella e rimase colpito dalla bellezza del luogo, al punto da proporre una mostra sul Rione Terra al Guggenheim di New York – dice il sindaco Figliolia – ora registriamo l’interesse degli investitori americani. C’è molto ancora da fare, ma il Rione Terra deve entrare nei principali circuiti turistico-culturali del mondo». Turismo di qualità, hotel e real estate per attirare investimenti privati anche sul Rione Terra: temi che saranno affrontati nel corso del «TrE Tourism Real Estate», evento espositivo internazionale in programma a Venezia a ottobre.

20/07/2012 Ercolano (NA), ecco l'unico soffitto integro di una domus romana (Il Mattino)

Oro purissimo. In foglia. L’aveva usato il maestro ebanista che duemila anni fa aveva impreziosito in quella maniera i pannelli di legno che controsoffittavano il cosiddetto «salone dei marmi» la stanza più bella della domus ercolanese, oggi conosciuta come del «Rilievo di Telefo», per un marmo sbalzato che mostra Telefo (figlio di Ercole) guarito da Achille. Una casa, quella, già ricca e raffinata: era la più lussuosa della città, che il proprietario, identificato dagli archeologi nel senatore Marco Nonio Balbo, di origine nucerina e personaggio di spicco della comunità, si era fatto costruire accanto alle terme suburbane e con la possibilità di affacciarsi sullo scenario mozzafiato del golfo di Napoli, spaziando da Sorrento a Miseno. A scoprire i decori in oro sono stati i restauratori che da qualche mese stanno recuperando i circa trenta metri quadrati di un tesoro unico al mondo: l’unico soffitto a cassettoni di epoca romana che mai sia giunto sino a noi e i suoi elementi di sostegno. Dal fango che li nascondeva sono difatti riemerse grandi travi a sezione rettangolare, travetti più piccoli a sezione quadrata o circolare e altri elementi lignei, tra cui assi, e, appunto i pannelli decorati. Tutti gli elementi conservano ben evidenti i segni di lavorazione e gli incastri. «Sulla base di una prima analisi delle travi e degli incassi, dal cui studio deriveranno importanti informazioni sulla carpenteria d'epoca romana» osservano gli archeologi coordinati da Mariapaola Guidobaldi, direttore del sito ercolanese «si può ipotizzare che il tetto fosse a doppio spiovente con capriate». Il legno recuperato nello scavo dell’area antistante la spiaggia antica di Ercolano da archeologi e specialisti dell’Hcp (Herculaneum conservation project finanziato dal Packard Humanities Institute) è in perfetto stato di conservazione e non appare carbonizzato dalle alte temperature dei surges (sono nuvole di gas, cenere e lapilli infuocati) prodotti nell’eruzione del Vesuvio, che nella notte tra il 24 e il 25 agosto del 79 dopo Cristo si abbatterono sulla cittadina e la distrussero assieme a Pompei, Ercolano, Stabiae e Oplontis. Ma non c’è solo oro in foglia a decorare i cassettoni recuperati per intero o in frammenti. Per colorare il legno vennero usati anche il rosso, l’azzurro, il bianco e il nero. Insomma, ogni colore doveva essere capace di far emergere un particolare degli intarsi e dei rilievi in modo di fare di quel soffitto una sorta di cielo, straordinario per geometrie e decori, capace di far pendant con i marmi del pavimento. Perché i cassettoni non erano semplici ma avevano strutture geometriche (quadrati, losanghe e rombi) che li arricchivano ulteriormente. Il tetto ricopriva per intero i sessantaquattro metri quadrati del salone ed è stato ritrovato (quanto ne rimane tra travi e cassettoni) sbalzato sulla marina. Il rinvenimento del soffitto ha consentito anche stabilire gli effetti dell’eruzione in quell’area cittadina. «Il tetto» spiegano gli studiosi «sembra essersi rovesciato a causa dell'effetto a ventosa provocato dal primo flusso di fango che lo ha letteralmente strappato dal colmo dei muri, per poi ribaltarlo e scaraventarlo sulla spiaggia sottostante». Per mettere a punto metodologie di intervento finalizzate alla conservazione dei manufatti è stato firmato un protocollo di Intesa fra la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, La British School at Rome, il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria «Paolo Graziosi», il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell'Università di Pisa e l’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree.

19/07/2012 Alife (CE), accordo per indagini archeologiche nelle necropoli alifane (Il Mattino)

Su iniziativa del sindaco della città di Alife, Giuseppe Avecone, e dell'assessore al patrimonio storico-archeologico, Gabriele Venditti, in collaborazione con il locale ufficio della Soprintendenza beni archeologici (il cui responsabile è Enrico A. Stanco), è stato promosso un accordo con il Collegio degli Archeologi di Valencia (Spagna) per lo svolgimento di indagini archeologiche nelle necropoli alifane. In particolare, dal 23 luglio al 5 agosto prossimi, è prevista l'esecuzione di ricerche con strumentazione georadar per l'individuazione di resti sepolti ed inoltre saranno eseguiti saggi archeologici sul territorio ricco di archeologia funeraria romana. Le indagini sono state organizzate dal Collegio degli Archeologi di Valencia, e ad essa ne prenderanno parte una ventina di giovani laureati e dottorandi spagnoli provenienti principalmente dalla regione valenciana, ma anche da Madrid, Barcellona, Siviglia e dalle Baleari, sotto la guida degli specialisti Luigi Pedroni e Llorenç Alapont. Con il sindaco Avecone e l'assessore al ramo, Venditti, al termine della campagna d'indagini si prevede la presentazione al pubblico dei risultati raggiunti.

19/07/2012 Avellino, continuano le scoperte sulla Collina della Terra (Il Mattino)

Altro che «quattro pietre». La Collina della Terra è ormai un’area archeologica a cielo aperto. I lavori iniziati a febbraio per dotare il centro storico di dignitosi sottoservizi, trasformatisi poi in scavi archeologici dopo i primi rilevamenti, stanno disseppellendo in maniera sempre più insistente lo storico passato della città di Avellino. Da piazza Castello a piazza Maggiore, passando per piazza Duomo e via Seminario è tutto un groviglio di cinte murarie in varie stratificazioni di età tardo-medievale, ma anche cronologicamente precedente, strade interrotte e riemerse che ricordano il motivo per cui la Collina della Terra nel 1991 fu interamente posta sotto vincolo dall’allora soprintendente ai Beni archeologici, Giuliana Tocco. Le «quattro pietre», parole con il quale qualcuno aveva frettolosamente bollato i reperti tornati alla luce nell’area dove un tempo sorgeva l’ex Seminario vescovile, si stanno rivelando un patrimonio archeologico di inestimabile valore e, messe una accanto all’altra, le «quattro pietre» stanno ricomponendo un antichissimo insediamento fortificato. Ieri una riunione di studio e di approfondimento si è trasformata in un faccia a faccia tra tutti gli attori pubblici e privati che si stanno occupando del centro antico. «L’incontro di lavoro tra tecnici del comune, ditta appaltatrice dei lavori e archeologi della Soprintendenza è servito a fare il punto della situazione sulla Collina della Terra – dice Raffaele Manzo, responsabile unico del progetto di riqualificazione del centro storico – Stiamo lavorando alacremente perché, effettivamente, sono emersi dei reperti di una certa importanza che adesso devono essere classificati». Alle tombe sannitiche, riportate nella lettera che Tocco nel 1990 aveva inviato al ministero dei Beni culturali, in cui si evidenziava una frequentazione della Collina già da epoca sannitica, i nuovi sondaggi commissionati da Maria Fariello, braccio destro della soprintendente Adele Campanelli sul territorio irpino, stanno disegnando un nuovo profilo storico della città. «Siamo ancora in una fase di studio – dice Fariello –, ma possiamo già dire che quello che è seppellito nel cuore della Collina della Terra e che man mano sta venendo in superficie, da piazza Castello fino a piazza XXIII novembre, ha notevole importanza archeologica. Stiamo trovando tanta roba che a questo punto va classificata, basta vedere il groviglio di mura che sono emerse in piazza Maggiore. Parliamo di tracce evidenti di un primo insediamento fortificato risalente all’età medievale che possono avere un incredibile valore archeologico. I perimetri murari, le pietre, i resti di edifici e i materiali ceramici rinvenuti ci dicono che la Collina della Terra è un’area archeologica di vastissime proporzioni. Tra qualche giorno potremo essere più precisi. Per adesso bisogna solo rimboccarsi le maniche». A questo punto è ipotizzabile che la costruzione del Castello feudale nella parte più a valle del promontorio, avvenuta verosimilmente tra il VII e il IX secolo, sia giustificata dalla presenza di un nucleo abitativo fortificato sulla vetta della Collina della Terra e quindi precedente al maniero feudale. Gli scavi archeologici, almeno nella zona dove un tempo sorgeva il centro sociale Malepasso, continueranno nei prossimi giorni e investiranno molte risorse previste per l’intera area. Il sedime dell’ex Seminario, invece, a breve sarà svuotato da tutti i detriti prodotti dagli scavi e sistemato. «Qualche altro sondaggio dovrà essere fatto anche in quella zona – conclude Fariello – ma per adesso tutta la nostra attenzione è catalizzata altrove». Sperando che le risorse messe in conto bastino a decifrare una volta e per tutte le nobili origini della «Terra».

15/07/2012 Ascea (SA), lotta contro il tempo per salvare l'area archeologica di Velia (Il Mattino)

Lotta contro il tempo per salvare l’area archeologica di Velia, in prima linea il deputato Pd Tino Iannuzzi, membro della commissione Cultura della Camera, che ha posto all’attenzione del governo il pericolo in cui verserebbe una zona di enorme valore archeologico e paesaggistico, tqualora divenissero operative le norme in materia di tutela e valorizzazione del paesaggio in Campania, previste nel decreto legge presentato dalla giunta Caldoro, su proposta dell'assessore all'Urbanistica Tagliatela. Il testo, infatti, prevede l’abrogazione della legge speciale per Velia, in vista del futuro Piano paesaggistico regionale. Immediata la risposta del sottosegretario ai Beni culturali Rossi Doria, che ha sottolineato come «nel testo l'abrogazione della legge per Velia è diventata conseguenziale alla mera approvazione del nuovo disegno di legge, previsione questa che lascia, di fatto, privo di tutela, almeno fino all’approvazione del piano paesistico, un ambito di eccezionale valore paesaggistico e culturale». Impossibile prevedere una data certa per l’entrata in vigore del piano. Un pericolo «grave, inaccettabile e del tutto ingiustificato», secondo il direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici che ha invitato la Regione a disporre «l’abrogazione della legge su Velia solo successivamente all'entrata in vigore del piano paesaggistico regionale». Taglialatela ha, quindi, proposto un emendamento con l’abrogazione parziale. «Assurdo - tuona Iannuzzi - la legge per Velia non va toccata, anzi ne va assicurata la piena e rapida attuazione». Poi il deputato rincara la dose in merito alla valorizzazione del sito archeologico: «Erano stati stanziati 9 milioni per la valorizzazione, la Regione ha erogato solo 500mila euro».

12/07/2012 Napoli, la gestione della soprintendenza in un'interrogazione parlamentare (Il Mattino)

La gestione della soprintendenza speciale di Napoli e Pompei, con il Grand Tour dei beni culturali negati nei Campi Flegrei, il «caso Piscina Mirabilis» a Bacoli e i furti negli scavi di Pompei finisce in Parlamento: la senatrice Diana De Feo (Pdl) ha presentato un'interrogazione urgente al ministro Lorenzo Ornaghi con la quale chiede la «rimozione immediata di Teresa Elena Cinquantaquattro», a capo della soprintendenza unica nata nel 2008. Un durissimo j’accuse, quello della parlamentare membro della Commissione Beni culturali, che arriva dopo l’escalation di furti e raid avvenuti a Pompei e nel cantiere del Rione Terra a Pozzuoli. Ma anche sulla scorta dell’Aos lanciato dall’Associazione Albergatori Campi Flegrei per il caso sollevato dal Mattino con la chiusura a singhiozzo dell’Anfiteatro Flavio per «motivi organizzativi». «Ho chiesto al ministro la rimozione immediata della soprintendente per l’abbandono completo in cui versano i siti flegrei – sottolinea la senatrice De Feo – C’è un completo disinteresse alla conservazione e alla valorizzazione dei beni archeologici e culturali presenti nell’area, pur in presenza di disponibilità di risorse finanziarie. Il ministro Ornaghi deve spiegare perché, nonostante le reiterate denunce di inadempienze sollevate nei confronti della soprintendenza, non sia ancora intervenuto». La Cinquantaquattro, però, è stata più volte difesa dai funzionari del Mibac che le hanno espresso piena fiducia e rivolto molteplici attestati di stima. E la De Feo, insieme al collega di commissione Riccardo Villari, ha anche lanciato la proposta di ritorno alla doppia soprintendenza: Napoli-Campi Flegrei e Pompei-Siti vesuviani. «È opportuna una riflessione sulla sovrintendenza unica – scrive Villari nell’intervento in commissione – L’ampiezza dell’area di riferimento impedisce all’attuale soprintendente di dedicarsi efficacemente ad entrambi i poli». L’interrogazione parlamentare fotografa in modo impietoso il pessimo stato di salute del patrimonio storico-archeologico: con 110 milioni di euro spesi, il Rione Terra è chiuso al pubblico e solo ieri il cantiere è ripartito dopo sei mesi. Il Museo del Castello di Baia è, invece, parzialmente visitabile nonostante un restauro costato 80 milioni. E, poi, l’Anfiteatro Flavio chiuso tre giorni a settimana a luglio e agosto e il caso Piscina Mirabilis: «In commissione a fine giugno ho fatto presente che la Piscina Mirabilis resta chiusa per volere della soprintendenza speciale – continua la senatrice – c’era un accordo con l’Associazione albergatori e il Mibac». L’Assoalbergatori avrebbe preso in gestione il sito con un piano di rilancio a costo zero per lo Stato e speciali navette per i turisti. «Ma al momento della consegna – sottolinea la de Feo - la Cinquantaquattro ha bloccato tutto, chiedendo opere di messa in sicurezza per oltre un milione e mezzo di euro, mentre per la soprintendente Nava bastavano 180mila euro. Perché c’è questa macroscopica differenza economica che ha fatto fuggire gli albergatori? Le visite al sito, nei week-end, continuano nonostante i lavori di messa in sicurezza non siano stati ultimati. Perché si consente tutto ciò e non lo si è voluto fare con gli albergatori pronti a investire? Attendiamo una spiegazione dal ministro».

11/07/2012 Avellino, torna il parco archeologico nel progetto di Piazza Duomo (Il Mattino)

Il Comune modifica il progetto di piazza Duomo: torna il parco archeologico nell’area di sedime dell’ex Seminario. Sarà apportata una variante al progetto di riqualificazione della Collina della Terra per rendere visibili i reperti archeologici. Comune e Soprintendenza concordano gli interventi da effettuare: niente più pavimentazione tessuto non tessuto, abbattimento del muro che copre la facciata del palazzo Victor Hugo e, soprattutto, reperti archeologici scoperti. La perizia di variante riprende il vecchio progetto del parco archeologico. Le modifiche riguarderanno, in particolare, l’eliminazione della cortina muraria che doveva sorgere tra piazza Duomo e via Seminario per lasciare visibile la facciata del palazzo della Cultura e il recupero dei reperti archeologici. Non si procederà più alla tombatura delle consistenze archeologiche con una pavimentazione leggera così come inizialmente stabilito. L’area sarà un vero e proprio parco archeologico con percorsi pedonali in erbetta che si snoderanno tra le tombe di epoca sannita e l’antico tracciato viario di epoca romana che gli scavi stanno man mano riportando alla luce. Dalle erbacce rinascerà anche il campanile del Duomo che rappresenta una testimonianza di alto valore storico in quanto la base è stata costruita con pezzi di edifici romani, tombe e statue provenienti dalla necropoli di Abellinum del primo secolo avanti Cristo. Resta confermata la realizzazione della struttura nell’area di sedime di palazzo Falivene che sarà adibita a spazi espositivi. Mentre a piazza Maggiore continuano gli scavi per riportare alla luce i reperti archeologici emersi durante i sondaggi, a piazza Castello il cantiere resta chiuso dopo il sequestro da parte della Procura della Repubblica per la presenza di amianto tra i rifiuti. Venerdì mattina ci sarà l’atteso vertice tra il procuratore Di Popolo e il Comune di Avellino che presenterà i risultati delle analisi sui materiali di risulta ritrovati nel cantiere. «Il Comune è parte lesa in questa vicenda – sottolinea l’assessore Antonio Genovese – è giusto che la magistratura voglia vederci chiaro come vogliamo vederci chiaro anche noi sulla tipologia di rifiuti ritrovati durante gli scavi. Proprio per questo abbiamo richiesto all’impresa che venisse analizzato il materiale. I risultati delle analisi confermano che possiamo stare tranquilli perché è emerso che la concentrazione di ecotossicità è al di sotto della soglia minima. Consegneremo al procuratore il lavoro svolto dall’impresa anche se è prevedibile che ci siano nuove indagini da parte dell’autorità giudiziaria». Intanto, lo stop imposto dalla magistratura al cantiere di piazza Castello rischia di determinare un preoccupante slittamento dei tempi di consegna dei lavori. «È questo l’aspetto che maggiormente ci preoccupa – sottolinea Genovese – aspettiamo le decisioni della Procura e poi vediamo in che modo recuperare il tempo perso. Il sequestro del cantiere sicuramente allungherà i tempi di consegna e potrebbe accentuare i disagi che stanno vivendo i residenti e i commercianti della zona. Purtroppo, non possiamo far altro che attendere, fino a quando la Procura non darà il via libera alla riapertura del cantiere i lavori resteranno fermi». Nessun pericolo, invece, corre il Comune per il finanziamento ottenuto per effettuare i lavori di riqualificazione. «Sotto questo aspetto non ci sono preoccupazioni – dice Genovese – non corriamo il rischio di perdere i fondi regionali che, tra l’altro, già prevedevano il trasporto del materiale ritrovato durante i lavori». Dopo il sequestro del cantiere continua, intanto, l’indagine della magistratura che, come ha spiegato il procuratore Di Popolo, è finalizzata ad accertare non solo la natura dei rifiuti tossici ritrovati, tra cui l’amianto, ma anche ad individuare i responsabili del deposito. Una cosa è certa: prima della rimozione dei sigilli al cantiere tutta l’area dovrà essere bonificata.

08/07/2012 Pozzuoli (NA), aperto a "singhiozzo" l'Anfiteatro Flavio nel periodo estivo (Il Mattino)

L’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli resterà chiuso a luglio e agosto tre giorni a settimana «per motivi organizzativi»: la decisione l’ha presa il soprintendente speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro, che l’ha comunicato in una nota protocollata il 3 luglio e indirizzata all’azienda Autonoma Cura e Soggiorno e a Campania Artecard. Una decisione improvvisa che ha scatenato la reazione dell’Assoturismo, con la richiesta di invio degli ispettori del ministero per i Beni culturali, e della Federconsumatori che nei prossimi giorni invierà un esposto in procura «per valutare l’ipotesi di interruzione di pubblico servizio». Ancora una volta lo straordinario patrimonio archeologico di Pozzuoli finisce sotto chiave, allungando la lista del Grand Tour negato dell’arte e della cultura nei Campi Flegrei. Ennesima tegola caduta nel pieno della stagione turistica sul capo di tour-operator e albergatori locali, già alle prese con la chiusura del duomo e del percorso archeologico del Rione Terra, dello Stadio di Antonino Pio e del Serapeo invaso dalla melma. E nessuno degli albergatori, ancora ieri, era a conoscenza della comunicazione affissa ai cancelli dell’Anfiteatro. Accanto ad altri tre avvisi con opposte indicazioni. Una vera e propria babele di informazioni che disorientano i turisti. In un avviso si informa che il monumento resta chiuso il martedì; nel cartello a lato si dice che «nella giornata odierna per problemi tecnici l’ingresso sarà consentito ogni 45 minuti», poi dieci centimetri più in basso si informa che l’Anfiteatro resterà aperto a luglio nei giorni di lunedì, mercoledì, sabato e domenica, ma un millimetro più sotto il quarto avviso specifica che «sabato 7 luglio il sito resta chiuso per mancanza di personale di vigilanza». «E’ l’ennesima beffa e, insieme, l’ennesimo danno economico che subisce l’intero comparto turistico-alberghiero flegreo – tuona Luigi Esposito, presidente di Assoturismo e della neonata Associazione Albergatori Flegrei – cosa diremo adesso ai turisti? A questo punto deve intervenire direttamente il ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi, inviando a Pozzuoli gli ispettori ministeriali per chiarire quali siano i motivi organizzativi indicati dalla soprintendenza quale causa della chiusura dell’Anfiteatro per tre giorni a settimana. Nonostante la crisi economica, abbiamo investito per attirare presenze turistiche e ci ritroviamo all’improvviso, nel cuore dell’estate, con un monumento chiuso a giorni alterni». Durissimo il commento di Rosario Stornaiuolo, presidente Federconsumatori Campania: «Nella nota la soprintendenza indica il sabato come giorno di apertura al pubblico dalle 9 alle 19, ma ieri l’Anfiteatro era chiuso e ora faremo un esposto in procura ipotizzando l’interruzione di pubblico servizio. Delle due l’una: o la soprintendente Cinquantaquattro non era a conoscenza che da mesi il sito è chiuso il sabato per mancanza del personale di vigilanza o il personale ha disatteso il suo ordine di servizio, chiudendo d’improvviso un sito pubblico. La procura faccia chiarezza».

06/07/2012 Pollena Trocchia (NA), OK dal ministero per gli scavi alla villa romana (Il Mattino)

«Apolline Project», va avanti: il ministero per i Beni e le Attività Culturali da l’ok per 5 anni «no stop» alla campagna di scavi archeologici e alle ricerche nel sito di Masseria De Carolis, dove sono stati riportati alla luce resti di un grande complesso termale pertinente ad una villa romana. Lo scavo archeologico di questo sito è iniziato nel 2007 e finora ha permesso di identificare almeno 14 ambienti del complesso termale: l’edificio, costruito sopra le ceneri dell’eruzione che distrusse Pompei nel 79 d.C., è probabilmente databile al II secolo d.C. E le scoperte continuano: l’attuale campagna di scavi ha riportato alla luce diversi frammenti di un affresco, un anellino e un pendaglio di bronzo e altri oggetti di vita quotidiana tra cui un dado da gioco in osso. «Questi ritrovamenti - spiega il direttore dello scavo, l’archeologo Antonio De Simone - sono l’ennesima conferma che la villa romana con terme di Masseria De Carolis è solo una parte di un grande insediamento, tassello a sua volta del tesoro archeologico che giace nel territorio a nord del complesso Somma-Vesuvio». La direzione generale per le Antichità, rispondendo positivamente all’istanza avanzata dall’Ente locale - da anni impegnato con l’Università Suor Orsola Benincasa - permette agli scavi di Pollena Trocchia di fare un notevole passo avanti, abbattendo il limite temporale che fino ad ora riduceva gli scavi a un mese l’anno. La concessione è motivo di grande soddisfazione per l’ennesimo obiettivo centrato in sinergia dall’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Francesco Pinto e dall’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone, direttore dell’Apolline Project. Il sindaco e lo studioso hanno ottenuto un anno fa il prestigioso Heritage Prize, ritirato ad Oslo, riconoscimento per l’impegno profuso per strappare all’incuria e all’abbandono l’importante sito archeologico. «La concessione di scavi per cinque anni da parte del ministero ottenuta in risposta alla richiesta avanzata formalmente dal Comune è un obiettivo importantissimo», afferma De Simone: «Ci permette infatti di procedere ad una pianificazione a lungo termine delle attività e premia il grande interesse dell’amministrazione comunale per i beni del suo territorio». Motivo di orgoglio per il primo cittadino: «Siamo soddisfatti - dice Pinto - in questi anni c’è stata una straordinaria sinergia tra l’Ente e l’Università e i frutti cominciano ad arrivare. La concessione ci permette di guardare al futuro con ottimismo e di cominciare a pensare concretamente all’apertura del sito archeologico al territorio». Il progetto vede coinvolti professori e studenti di numerose università internazionali: si tratta dell’unico scavo italiano a poter vantare la più alta richiesta di studenti provenienti da tutto il mondo.

06/07/2012 Pozzuoli (NA), sbloccati i fondi per il Rione Terra? (Il Mattino)

Il governatore Stefano Caldoro ha firmato l’ordinanza che sblocca i 16 milioni di euro previsti dai fondi europei per il completamento dei lavori al Rione Terra: il provvedimento è stato anticipato ieri ufficiosamente al Consorzio Rione Terra che ora potrà riaprire il cantiere per il restauro del Duomo, per il campanile e per il raddoppio del percorso archeologico richiamando in servizio i centotrenta operai finiti da sei mesi in cassa integrazione. Già dalla metà della prossima settimana le maestranze potranno tornare al lavoro per gli interventi previsti nei lotti VIII e IX, con il completamento del restauro del Tempio-Duomo secondo il progetto del team di architetti e ingegneri coordinati dal professore Marco Dezzi Bardeschi

La diocesi di Pozzuoli ha ribadito ufficialmente alla Regione la richiesta di riaprire al culto quanto prima la cattedrale del Rione Terra e per accelerare i tempi si è resa disponibile ad anticipare i duemila euro per realizzare la porta di accesso che metterebbe in collegamento diretto la chiesa del Coretto con l’attigua cattedrale. È l’ennesimo paradosso di un progetto di recupero costato finora oltre centodieci milioni di euro ma ancora chiuso al pubblico. In pratica, per accedere al Duomo secondo il progetto di recupero «Elogio del Palinsesto» si passerebbe attraverso un varco ricavato sul lato sud della piccola chiesa del Coretto. Un intervento modesto, sia dal punto di vista strutturale che economico. Ma dalla portata storica: quella porta consentirebbe finalmente il via libera alle migliaia di fedeli che attendono da quaranta anni di varcare la soglia della chiesa-madre di Pozzuoli. Più volte in questi anni il vescovo, monsignor Gennaro Pascarella, ha chiesto di riaprire al culto la cattedrale. Ha accarezzato l’idea di una visita pastorale di Benedetto XVI sulle orme di san Paolo. Ha accompagnato rappresentanti del Vaticano in visita privata al Rione Terra, mostrando loro la bellezza storico-archeologica di un luogo che racchiude in sé la storia pagana greco-romana e l’avvento del Cristianesimo. Visite eccezionali. Sempre dietro l’autorizzazione della Soprintendenza e del Consorzio Rione Terra. Un lavoro instancabile, quello del presule, culminato nella proposta di farsi carico dell’apertura della porta tra le due chiese. Ma, secondo i tecnici, ciò non basterebbe per ridare ai puteolani la «loro» cattedrale. C’è il problema delle infiltrazioni d’acqua nelle intercapedini tra le vetrate moderne e le colonne dell’antico tempio pagano. C’è l’anomalia degli scranni: troppo stretti per consentire ai fedeli di inginocchiarsi. Opere previste nell’VIII lotto finanziato dalla Regione, insieme al riposizionamento di una lapide originaria conservata al museo di Baia e alla collocazione di un altare in marmo. Interventi che farebbero riaprire il Duomo già in autunno, con il sindaco Vincenzo Figliolia che in una nota chiede «tempi certi», mentre l’AssoAlbergatori Campi Flegrei con il presidente Luigi Esposito sollecita la «piena fruibilità di un sito tra i più affascinanti d’Europa».

05/07/2012 Avellino, nuovi ritrovamenti in Piazza Castello (Il Mattino)

Dopo i ritrovamenti e i rifiuti emersi dagli scavi in piazza Castello, nuovi reperti di un certo valore archeologico sono venuti a galla durante i lavori di adeguamento e riqualificazione di piazza XXIII novembre. I resti di mura antiche non ancora ben datate, di altri elementi architettonici probabilmente di età medievale e di un possibile proseguimento della strada romana, già rinvenuta nell’area dell’ex Seminario, hanno portato la Soprintendenza a manifestare all’amministrazione comunale l’intenzione di effettuare ulteriori saggi per strappare dall’oblio la storia della città di Avellino sepolta nel ventre molle della Collina della Terra. Ieri mattina, infatti, in una riunione programmata con il dirigente della Soprintendenza archeologica Maria Fariello, il sindaco Giuseppe Galasso, l’architetto Pasqualina Carbone e l’assessore ai Lavori pubblici Antonio Genovese, hanno partecipato ad una lunga ricognizione sull’area dove un tempo si estendeva piazza Maggiore e sul sedime dell’ex Seminario per rendersi conto dei ritrovamenti riportati alla luce durante i lavori per dotare il centro storico dei sottoservizi necessari. Sarà per il caldo, sarà perché i lavori di riqualificazione sono iniziati a febbraio e ad oggi non sembrano essere a buon punto, ma il confronto scaturito dal sopralluogo è stato schietto e a dir poco veemente. «Siamo disposti a tenere in considerazione le direttive della Soprintendenza archeologica, ma gradiremmo averle in un’unica soluzione in modo da sfruttare a pieno il bel tempo di luglio e agosto per portare a termine nei tempi previsti i lavori di riqualificazione del centro storico», afferma alquanto stizzito il sindaco Galasso. «Speriamo che nei prossimi giorni non escano ulteriori sorprese – sottolinea Galasso – altrimenti rischiamo di dilatare ancora di più i tempi di consegna dei lavori. Capisco che si debba scavare con cura e a mano libera dove, mettendo in atto il progetto, vengono alla luce dei reperti di una certa importanza, ma scavare anche altrove, dove avremmo dovuto operare in superficie diventa problematico e dispendioso per l’amministrazione. Speriamo che da oggi si avvii una collaborazione più frequente con la Soprintendenza». Collaborazione che nei mesi scorsi ha assunto sempre più spesso le sembianze di un braccio di ferro portato avanti da un’amministrazione, preoccupata per lo più di liberare il centro storico quanto prima dai cantieri, e da una Soprintendenza che opera a singhiozzo su un’area vasta e così problematica come quella della Collina della Terra. Guerra di posizione e di principio che negli ultimi mesi non ha fatto altro che generare malcontento negli abitanti del centro storico, costretti a vivere al cospetto di transenne sempiterne e ruspe rumorose senza conoscere il disegno che avrebbe dovuto restituire più bella di prima ai suoi abitanti sia piazza XXIII novembre che l’area dell’ex Seminario. «Dopo i primi scavi la Soprintendenza ci ha chiesto ulteriore tempo per completare i nuovi approfondimenti – spiega l’architetto Pasqualina Carbone, responsabile dei lavori di riqualificazione del centro storico –. Adesso però ci facciano capire bene dove hanno intenzione di scavare ancora, perché i lavori devono proseguire e non possiamo permetterci di aprire e chiudere in continuazione i cantieri.Se nei prossimi giorni gli scavi dovessero far emergere reperti di grande importanza – conclude realisticamente Carbone - si dovrà attivare una variante al programma dei lavori e questo ovviamente allungherà ancora di più i tempi di consegna».

05/07/2012 Benevento, improrogabili lavori all'Arco di Traiano (Il Mattino)

«Speriamo di eseguire i lavori nel mese di settembre prima della stagione delle piogge. In questi giorni si sta elaborando la perizia». Così la dirigente della Soprintendenza archeologica, Luigina Tomai fa il punto sulla situazione dei lavori da eseguire presso l’Arco di Traiano di Benevento. Il dieci aprile scorso era scattato l’allarme per una serie di infiltrazioni d’acqua, evidenziate da un copioso «sgocciolamento» dalla volta del fornice. Diverse le ipotesi formulate, poi il sopralluogo definitivo della stessa Tomai e dei professori Salvatore D’Agostino dell’Università di Napoli e Fulvio Cairoli Giuliani dell’Università La Sapienza che hanno sancito la presenza di microlesioni nella parte sovrastante l’Arco: un fenomeno analogo a quello che si era già verificato lo scorso anno. Pertanto si è deciso di varare un organico progetto di restauro e quindi di eseguire una serie di interventi appropriati, con incarico ad una ditta specializzata. Il coinvolgimento degli esperti per il restauro si è reso necessario perché, malgrado si ritenesse di aver risolto il problema già nel 2011, le infiltrazioni a distanza di un anno si sono ripetute con le stesse modalità e quindi si è ritenuto di approfondire ulteriormente la questione. Questa volta, è stato precisato, c’e anche la disponibilità dei fondi necessari alla «messa in sicurezza» del monumento simbolo della città, pertanto questi lavori potranno essere eseguiti in modo completo e idoneo ed anche in tempi brevi pur nel rispetto di ben definite procedure. La tabella di marcia sarà determinante: certo dopo tante settimane di calura e siccità sarebbe davvero una beffa veder allontanare la soluzione del problema a causa delle piogge di fine estate.

03/07/2012 Atripalda (AV), si contano i danni nell'area dell'antica Abellinum (Il Mattino)

La Soprintendenza ai Beni archeologici pronta a fare la conta dei danni dell’antica Abellinum. Dopo il sopralluogo effettuato venerdì scorso con i Carabinieri del Nucleo Tutela Culturale di Napoli, quelli della sezione Pg della Procura, assieme ai colleghi della locale stazione per l’apposizione dei sigilli disposti dalla Procura della Repubblica di Avellino, nei prossimi giorni si procederà a verificare i danni derivanti dall’abbandono e a una loro quantificazione attraverso una perizia tecnica. Tutto il Parco archeologico, compresa la Domus romana, è stata infatti danneggiata dal tempo e dall’abbandono. Con la chiusura del Parco a seguito della sentenza del Tar di Salerno che nel maggio 2011 aveva riconsegnato i terreni alla famiglia Dello Iacono, il sito per oltre un anno era rimasto esposto alle intemperie, senza manutenzione, con un danno gravissimo al patrimonio dello Stato. Statue e affreschi rovinate dall’incuria, dalla pioggia, dalla neve e dal sole. «Adesso si tratta nei prossimi giorni di iniziare i primi lavori. - spiega Maria Fariello, dirigente della Soprintendenza ai Beni archeologici di Salerno ed Avellino - La situazione è disastrosa come ho potuto constatare dal sopralluogo effettuato con i carabinieri». Un sequestro preventivo dell’intera area in località Civita, resosi necessario per non compromettere ulteriormente uno dei siti archeologici più importanti della Campania. Prosegue anche l’iter per la nuova procedura di esproprio.

03/07/2012 Paestum (SA), protocollo d'intesa per la valorizzazione della cinta muraria (Il Mattino)

Cinta muraria di Paestum: in arrivo un protocollo d’intesa per la loro valorizzazione. L’iniziativa si chiama “Adotta le mura di Paestum” e ad illustrarla è il primo cittadino, Italo Voza, durante il convegno nazionale dell’Aics, l’associazione italiana cultura, sport e turismo. L’intesa, da stipulare con la soprintendenza Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, prevede interventi di pulizia, su una parte della cinta muraria, da effettuare tutto l’anno. «Il Comune di Capaccio – commenta il primo cittadino - si è fatto promotore di un’iniziativa per “adottare” le mura di Paestum. Mi riferisco alla pulizia delle mura: il Comune di Capaccio si è assunto l’impegno con la soprintendente Adele Campanelli di tenere pulito, non solo d’estate ma durante tutto il corso dell’anno, un tratto delle mura di Paestum». Obiettivo: far tornare le storiche mura al loro antico splendore attraverso il coinvolgimento di enti e privati, per un rilancio del turismo archeologico capace di coniugare tutela e fruizione. «Ci siamo, inoltre, assunti l’impegno – spiega il sindaco Voza - di coinvolgere altri soggetti che possano a loro volta adottare un tratto di mura. Ci hanno già dato la loro adesione la banca di Credito cooperativo, il consorzio del mercato ortofrutticolo di Paestum e FareAmbiente. La cinta muraria deve tornare a vivere il suo antico splendore». Una valorizzazione del patrimonio archeologico a partire dalle antiche mura per un comune che si candida a diventare capitale del turismo per la provincia di Salerno. «Capaccio- Paestum rappresenta una risorsa che va valorizzata in tutte le sue forme: turismo archeologico, balneare, culturale, religioso, enogastronomico, ambientale e sociale».

03/07/2012 Pozzuoli (NA), raid di ladri nel cantiere ancora chiuso del Rione Terra (Il Mattino)

Dopo i raid notturni dei giorni scorsi con il furto di serramenti e finestre e il tentativo di intrusione nel Duomo, scatta l’allarme sicurezza per il cantiere del Rione Terra: ieri mattina i tecnici della Soprintendenza hanno compiuto un sopralluogo per rafforzare la vigilanza sui reperti archeologici conservati e per verificare il corretto funzionamento dell’allarme elettrificato che protegge il tesoro archeologico della Rocca e il percorso archeologico. Un tesoro inestimabile. L’acropoli si è dimostrata però vulnerabile, malgrado il servizio di vigilanza privata operi ventiquattro ore su ventiquattro. Anzi, proprio il tempestivo intervento dei vigilantes ha scongiurato il peggio, evitando che i ladri trafugassero oggetti ben più preziosi dei pomelli di ottone e delle portefinestre portate via lo scorso fine settimana. Gli ignoti si sono intrufolati dallo slargo tra via Cavour e via Tranvai, alle spalle della centralissima piazza della Repubblica. Hanno scavalcato i pannelli che delimitano la nuova piazza di accesso dal lato sud del Rione Terra e, attraverso le scale, sono penetrati nel dedalo di vie che porta al Tempio-Duomo e ai palazzi della Soprintendenza e della Curia per mettere a segno i raid. E c’è persino chi insinua che tra quei cardines di epoca greco-romana abbiano facile accesso anche coppiette e ladri di rame. Si indaga. La vigilanza privata ha rafforzato i pattugliamenti notturni in attesa che il cantiere si ripopoli delle maestranze al momento finite in cassa integrazione. Finora al lavoro si sono rivisti solo un gruppo di operai specializzati in lavori elettrici per i collaudi del quinto lotto funzionale: interventi bloccati per il fallimento dell’impresa che aveva in subappalto l’opera. Ma i furti dei giorni scorsi e, soprattutto, il perdurare del blocco dei lavori per la nuova canonica del Tempio-Duomo hanno creato irritazione e preoccupazione nel vescovo Gennaro Pascarella. Dalla diocesi nessuna nota ufficiale, ma da mesi monsignor Pascarella chiede invano al governatore Caldoro la riapertura ai fedeli e alla città del rinnovato duomo, simbolo della rinascita del Rione Terra. Ma anche garanzie occupazionali per i centotrenta operai che da gennaio sono in cassa integrazione. Anche la Fillea-Cgil si fa sentire, invitando «Regione e Comune a sedersi attorno ad un tavolo per trovare una soluzione immediata». Una «situazione occupazionale drammatica», la definisce il sindaco Vincenzo Figliolia, che ieri ha chiesto «con urgenza al governatore Caldoro di sbloccare i fondi per l’ottavo e nono lotto di lavori al Rione Terra e di riaprire il percorso archeologico», oltre ad accelerare il passaggio al Comune degli immobili già ultimati per evitare nuove vandalizzazioni. Dalla Regione nessuna replica ufficiale ma gli assessori Severino Nappi e Edoardo Cosenza da giorni sono al lavoro per trovare una soluzione, mentre il governatore Stefano Caldoro avrebbe firmato proprio ieri l’ordinanza che sblocca i 16 milioni di euro per i lavori alla canonica, al percorso ipogeo e al nono lotto, che consentirà l’apertura di bar, ristoranti e alberghi su via Duomo. Restano solo dettagli burocratici da perfezionare per l’ulteriore tranche economica che farà riprendere lavori fermi ormai da sei mesi. Ma i sindacati e, soprattutto, i lavoratori non si fidano: «Siamo stanchi di ascoltare ogni mese solo annunci inutili – sbotta Vincenzo Scuteri della Fillea-Cgil di Pozzuoli – A maggio ci avevano garantito la ripresa dei lavori per metà giugno. Siamo a luglio e tutto è ancora fermo. Di questo passo a settembre i centotrenta operai rischiano il licenziamento»

01/07/2012 Pompei (NA), dubbi sulla scomparsa della lucerna romana (Il Mattino)

Chi è stato a trafugare la lampada di epoca romana dai magazzini della soprintendenza? Gli inquirenti sospettano sia stato un turista smanioso di portarsi a casa un souvenir originale. Gli investigatori sperano di trovare la risposta nelle immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza collocate nei punti più vicini al luogo dove si è verificato il furto. Da una prima ricostruzione dei fatti, elaborata sulla scorta delle testimonianze rese dagli studenti di archeologia del Suor Orsola Benincasa, che sotto la direzione del professor Umberto Pappalardo, sono impegnati in una campagna di scavo da cinque anni, i sospetti ricadrebbero su un turista che è stato visto aggirarsi da quelle parti nonostante la zona fosse interdetta al pubblico. Gli investigatori, pur non escludendo alcuna ipotesi, tuttavia credono che ad agire non sia stato un esperto di furti di reperti antichi, ma un turista improvvisatosi ladro spinto dal forte desiderio di ritornare in patria con un gioiello dall’inestimabile valore da poter sfoggiare come soprammobile nel salotto di casa. I furti da una collezione o da un museo, oppure uno scavo, infatti, secondo gli esperti possono anche essere opera di ladri isolati, di improvvisati tombaroli o di turisti bramosi di possedere un souvenir originale. Niente a che fare, dunque, con l’archeomafia esperta in furti su commissione e di esportazione clandestina delle opere d’arte e dei reperti archeologici ed il loro inserimento in circuiti di vendita internazionali, dove la rete criminale, ben strutturata, è capace di gestire questi traffici a più livelli, da quello locale a quello internazionale, di far perdere le tracce della provenienza illecita delle opere e di attuare il loro decisivo passaggio dal mercato clandestino a quello legale. Secondo i sindacati e il professor Pappalardo quello del lucernario appartenuto a Fabius Rufus non è un caso isolato. Si presume, infatti, che molti dei reperti rinvenuti nel corso degli anni, di piccole dimensioni, dagli scavi di studio spesso vengono fatti sparire ancor prima di essere catalogati. Teoria, tuttora al vaglio degli investigatori, che se fosse vera aprirebbe degli scenari inquietanti. al vaglio degli inquirenti. Le 111 telecamere, del resto, collocate lungo il perimetro dell’area archeologica e le altre circa 50 installate in alcune case antiche come quelle del Menadro, della «Venere in Conchiglia», del «Larario Fiorito» e all’esterno delle «Terme Suburbane», consentono solo un parziale controllo a distanza. C’è da considerare, inoltre, la denuncia fatta dalla Cisl «sul totale abbandono del passo carrabile posto all’ingresso degli uffici della soprintendenza», distante pochi metri dal luogo dove è sparita la lucerna, «che rende l’accesso libero a chiunque, estranei, turisti e curiosi». A rendere la vita facile ai turisti predatori d’arte improvvisati è, anche, la mancanza di personale. «Basti pensare – afferma Antonio Pepe segretario Cisl - che al museo di Boscoreale, un’area poco più grande di 9 mila metri quadrati lo scorso 25 giugno non ci sono stati visitatori pur contando 8 custodi in servizio. Gli scavi di Pompei, invece, con 26 custodi in servizio deve garantire la sicurezza del bene archeologico che si estende su oltre 780mila metri quadrati visitato mediamente da circa 18mila turisti al giorno. Il nostro cruccio è di riuscire a capire perché non si interviene rapidamente a fronte di condizioni di lavoro che non danno adito a dubbi sulle iniziative da prendere».

L’ipotesi che il ladro di reperti possa essere un turista, riaccende i riflettori sulle polemiche sollevate, più volte, dalla Cisl sul servizio bagagli che «da strumento di controllo si è trasformato in servizio d’accoglienza». «Da quando è stato privatizzato il deposito bagagli – afferma Antonio Pepe segretario Cisl – per il cui non servizio la soprintendenza paga circa 300mila euro l’anno, per i turisti lasciare gli zaini non è più obbligatorio ma facoltativo, nonostante sia vietato entrare in tutti i musei italiani e del mondo muniti di borse e sacche. A Pompei, invece, viene concesso. Se all’ingresso del sito archeologico pompeiano venisse applicato lo stesso divieto – spiega Pepe - furti gravissimi, come quello avvenuto nel deposito della soprintendenza, non si verificherebbero». Le segnalazioni fatte ogni giorno dagli addetti alla vigilanza, quando notano turisti circolare con zaini sulle spalle tra le antiche vestigia, sono numerose. Nove turisti su 10, in media, accedono al sito con grossi zaini e borsoni. «Segnalazioni totalmente ignorate dalla soprintendenza – denuncia Pepe – che, al contrario, se prese in considerazione potrebbero prevenire e impedire i furti dei reperti». I custodi, solo se hanno prove valide sulla sottrazione di oggetti ed occultati all’interno degli zaini possono intervenire, bloccare il turista e attendere l’arrivo dei carabinieri. Altrimenti non possono perquisire le borse dei visitatori. Rischierebbero una denuncia. «Intanto – conclude Pepe - dal patrimonio archeologico scompaiono oggetti di inestimabile valore perché un divieto è stato trasformato in facoltativo».

30/06/2012 Atripalda (AV), sequestrato il sito archeologico di Abellinum (Il Mattino)

La procura della Repubblica di Avellino ha chiesto e ottenuto il sequestro dell’intero Parco archeologico dell’antica Abellinum, in località Civita ad Atripalda. Si tratta del più grande sequestro di un sito archeologico mai avvenuto in Italia, per estensione dell’area: duecentocinquantamila metri quadrati, che corrispondono a circa venticinque ettari, comprese le mura perimetrali che si estendono per circa due chilometri. L’area è stata affidata alla custodia della soprintendenza di Avellino e Salerno, affinché provveda agli interventi di manutenzione e conservazione del sito archeologico, nei limiti e con le forme previste dalle norme vigenti in materia. Così come accertato dagli investigatori del nucleo patrimonio culturale dei carabinieri di Napoli e dagli inquirenti della sezione di polizia giudiziaria dell’Arma presso la procura, l’area da anni è stata del tutto abbandonata, con il rischio concreto che i reperti archeologici potessero subire gravissimi danni. L’indagine durata alcuni mesi è stata coordinata dal procuratore capo della Repubblica di Avellino, Angelo Di Popolo, con il pubblico ministero Roberto Patscot, e ha portato alla luce gravi responsabilità da parte dei cinque proprietari del fondo, tutti indagati per danneggiamento al patrimonio archeologico, storico e artistico. La legge infatti parla chiaro (articolo 733 del codice penale): «Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se del fatto il nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, con l’arresto fino ad un anno». L’area sottoposta sequestro dopo una lunga querelle giudiziaria (non del tutto conclusa) era stata restituita ai legittimi proprietari, che, hanno accertato gli inquirenti, avevano ridotto il sito archeologico in uno stato di profondo abbandono. «L’inchiesta – ha spiegato il procuratore capo Angelo Di Popolo - nasce da una serie di segnalazioni all’autorità di tutela del patrimonio e anche dal senso civico di alcuni cittadini, come il professore Francesco Barra, che hanno denunciato lo stato di degrado del sito. A sigillo delle nostre indagini vi è l’ordinanza del giudice delle indagini preliminari, Giuseppe Riccardi, con motivazioni tecno-giuridiche di alto profilo. È ben noto che tra i proprietari, attualmente indagati, e la Sovrintendenza vi è un annoso contenzioso». Ma Di Popolo ha precisato che «il provvedimento di sequestro non interferisce» con l’altra vicenda, «in quanto inteso solo a realizzare la tutela cautelare in relazione all’ipotizzato reato di cui all’articolo 733 del codice penale, per il quale in caso di condanna scatta la previsione di confisca dei beni». L’area ha infatti un’importanza storica e archeologica di tutto rilievo: per la cinta muraria e alcuni edifici pubblici, quali l'anfiteatro e le terme, eretti in epoca augustea. Sempre all’interno del Parco sorge il complesso residenziale (domus) che, almeno nel suo periodo iniziale, apparteneva a Marcus Vipsanius Primigenius, liberto di Vipsanio Agrippa, genero di Augusto. Nel perimetro murario si trova inoltre il forum, la piazza della città, e alcuni templi che custodivano molti reperti ora conservati nel Museo irpino.

Il sequestro del parco archeologico arriva dopo le numerose denunce della Soprintendenza che aveva, più volte, messo in evidenza come l'antica Abellinum stesse andando in malora. Con la chiusura del parco, a seguito della sentenza del Tar di Salerno che nel maggio 2011 aveva riconsegnato i terreni di via Manfredi alla famiglia Dello Iacono, secondo l'ente di tutela, il patrimonio storico era infatti a rischio: esposto alle intemperie, senza manutenzione, con un danno gravissimo al patrimonio dello Stato. Da qui l’intervento della magistratura. La Soprintendenza più volte aveva richiesto all'autorità giudiziaria l’emissione di un provvedimento cautelativo che consentisse di poter svolgere lavori urgenti di manutenzione. A lanciare l'allarme tempo fa era stato l'architetto Matteo Sessa, con la dirigente della soprintendenza, Maria Fariello. Da completare, ad esempio, la nuova copertura della domus romana per preservare gli affreschi e le strutture murarie. Inoltre i lucchetti al parco apposti dalla famiglia Dello Iacono, fino a ieri, hanno impedito al personale di poter effettuare quella manutenzione giornaliera necessaria per conservare l'area archeologica. La Soprintendenza, come annunciato pochi giorni fa in un incontro con il sindaco Paolo Spagnuolo, sta lavorando per ottenere un nuovo atto di esproprio. Ma il braccio di ferro tra Soprintendenza e famiglia Dello Iacono prosegue da decenni e stenta a concludersi, pure se segnato da una forte mobilitazione. In campo l’amministrazione comunale. «Una bellissima notizia, quella del sequestro - dice il sindaco Paolo Spagnuolo -. Nell'incontro proficuo avuto con la Soprintendenza, come amministrazione, abbiamo manifestato grande determinazione nell’affrontare le problematiche di Abellinum, e instaurato grande sinergia con la dottoressa Fariello che ci segnalò anche l'avvio di una nuova azione di esproprio, evidenziando i timori di non avere intanto accesso all'area. Da quell’incontro, forte è stato l’impulso affinché la questione Abellinum diventasse prioritaria nell’azione del ministero. Per questo, da parte nostra, è grande la soddisfazione per l'azione intrapresa dalla procura, perché iniziare la procedura di esproprio, avendo già il possesso dell'area, rende tutti più tranquilli». L'amministrazione atripaldese si dichiara pronta a fare la sua parte nel braccio di ferro in atto con i proprietari del fondo, e anche a costituirsi in giudizio. «Vogliamo partecipare non solo alle iniziative amministrative» conclude Spagnuolo.

30/06/2012 Pompei (NA), scompare una lucerna romana da scavi in corso (Il Mattino)

Allarme sicurezza agli scavi: scompare una lampada di epoca romana da un deposito di reperti. La lucerna, rinvenuta dall’equipe del professor Umberto Pappalardo docente di archeologia greca e romana al Suor Orsola Benincasa, nel corso degli scavi che interessano la domus di Fabius Rufus, era custodita in un magazzino aperto durante il giorno e facilmente accessibile anche ai non addetti ai lavori, visto che il luogo in cui si trova è fuori dal percorso di vigilanza. Non essendo un’area aperta al pubblico, infatti, e poiché il personale di vigilanza è insufficiente, la zona interessata dal furto, nelle ore diurne, non è controllata. Neanche le telecamere sorvegliano la zona. Risalire all’autore del furto e recuperare il reperto sarà, dunque, un’impresa ardua per gli investigatori. A scoprire il furto, nella pausa pranzo, e a denunciarlo ai carabinieri sono stati proprio gli studenti di archeologica. Gli inquirenti hanno ascoltato una serie di persone, tra custodi e archeologi, per acquisire elementi utili alle indagini, senza, però, alcun esito. Al vaglio degli investigatori ci sono, anche, le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza posto nei luoghi più vicini al deposito. «Questo tipo di furti - spiega lo stesso professor Pappalardo - purtroppo ci sono sempre stati e talvolta non sono stati nemmeno denunciati. I ragazzi del mio gruppo hanno voluto lanciare l’allarme. Non credo che si possa pensare ad una videosorveglianza di tutta l’area degli scavi, ma sarebbe importante in alcuni punti di particolare rilievo». L’episodio riaccende i riflettori sulle polemiche di un piano di sicurezza scarso e la Cisl evidenzia «la mancata messa in custodia del reperto nel magazzino archeologico». «La scomparsa di questa lucerna, mai vista da nessun custode e tantomeno data in consegna per ragioni a noi oscure – dicono in coro Carolina Iapicca e Antonio Pepe, rispettivamente segretario provinciale e locale Cisl - segue quella, altrettanto strana, di due reperti dal deposito archeologico della villa di Poppea a Oplontis avvenuti qualche mese fa. Fatti di notevole gravità che aprono scenari preoccupanti su come sono custodite le preziose testimonianze archeologiche pompeiane». Secondo il sindacato, il reperto era custodito direttamente in un locale dato in uso ai giovani universitari che da 5 anni sono impegnati in uno stage di scavo. Anche se fuori dal circuito di visita, il deposito saccheggiato, che si trova a pochi metri dalla dimora di Rufus, non è, comunque, una zona isolata. «Lì – spiegano ancora Iapicca e Pepe - è ubicato, da oltre 32 anni in maniera provvisoria, il laboratorio di restauro affreschi». Per il sindacato è inammissibile che i tesori della città antica siano depredati senza che nessuno vi ponga rimedio. «Pur avendo strutture come la Casina dell’Aquila – evidenziano i segretari provinciali e locali della Cisl - già utilizzata per l’esposizione di importanti mostre quali quella degli Argenti di Boscoreale, è inconcepibile che reperti archeologici dall’inestimabile valore spariscano senza essere mai stati esposti alla vista di nessuno di quei 3 milioni di turisti che ogni anno visitano gli scavi. Ed è ancor più grave che tali tesori vengono conservati in maniera così precaria. L’attenzione va posta anche sul totale abbandono del passo carrabile posto all’ingresso degli Uffici della Soprintendenza Pompei a non più di 100 metri dal luogo dove è sparita la lucerna».

29/06/2012 Torre Annunziata (NA), ennesimo rinvio per il museo archeologico nella stazione (Il Mattino)

Il museo archeologico nei locali della stazione delle ferrovie dello Stato di piazza Nicotera, rischia di rappresentare l’ennesima chimera per la città, e una ulteriore mazzata sul desiderio di voltare pagina e di rilanciare la città economicamente e culturalmente. L’ufficio tecnico comunale, diretto da Giuseppe D’Amico, non ha posto la firma per l’aggiudicazione definitiva della gara d’appalto per i lavori nella stazione. Il motivo: incertezza sui tempi di pulizia dei locali sottostanti, dalla umidità ascendente. Pulizia che si sta tentando di portare a termine, grazie all’uso di un magnete, uno strumento elettronico in grado di eliminare l’umidità e riportare i locali agli antichi splendori. Il problema è che però per portare a termine l’operazione, potrebbero essere necessari mesi, se non addirittura anni. Da qui la decisione di rinviare tutto: I motivi di questo provvedimento li spiega lo stesso dirigente dell’ufficio tecnico del comune oplontino, Giuseppe D’Amico. «Una decisione inevitabile - dice D’Amico - Non potevo fare altrimenti, perché nei locali di piazza Nicotera è stato installato il dispositivo che, attraverso il magnetismo, consentirà di ”ripulire” i locali dall’umidità e dalle infiltrazioni. Un intervento propedeutico ai lavori necessari a garantire l’apertura del Museo. E siccome non sappiamo precisamente quando l’umidità scomparirà definitivamente, ci vorranno infatti mesi se non anni, ho ritenuto opportuno non assegnare in via definitiva la gara per la ristrutturazione dei locali». Ancora un rinvio dunque, l’ennesimo. L’apertura del museo degli ori di Oplonti nella stazione delle ferrovie dello Stato, rischia ora di trasformarsi in una sorta di farsa dall’esito scontato. Un’opera sempre annunciata e mai realizzata. Del museo allo stato attuale, esiste infatti soltanto il cartello esposto sulla stazione. Una vicenda che va avanti da otto anni e che tra polemiche e rinvii non ha mai scritto la parola fine. Era il 2004 quando fu firmato il contratto in comodato d’uso gratuito tra l’amministrazione di Torre Annunziata e la «Ferservizi spa». L’accordo prevedeva che alcuni locali della stazione ferroviaria di Torre città, dovevano essere adibiti a museo archeologico. Diverse le clausole: tra gli oneri a carico del Comune l’apertura e chiusura del cancello di accesso alla stazione da effettuare 30 minuti prima dell’arrivo del primo treno giornaliero e 30 minuti dopo la partenza dell’ultimo treno con fermata in detta stazione. Inoltre, sempre a carico del Comune, la pulizia dei marciapiedi e del sottopasso. Ieri l’ennesimo colpo di scena di una storia infinita.

26/06/2012 Pompei (NA), a metà luglio parte il recupero del sito (Adnkronos)

Il recupero del sito archeologico di Pompei passa dalle parole ai fatti e i lavori partiranno gia' a da meta' luglio. Ad assicurarlo e' il segretario generale del Mibac, Antonia Pasqua Recchia, che a Roma, in occasione della presentazione del progetto Mumex, per la valorizzazione dei Poli Museali del Mezzogiorno, ha tracciato una sorta di road map basata su cinque passaggi.
"A meta' luglio- ha spiegato Recchia- partira' il bando per il risanamento idrogeologico. Il 31 luglio si passera' alla messa in sicurezza di due insulae. A settembre verra' avviata la ristrutturazione di cinque domus, i cui lavori sono stati banditi ora. Altri bandi sono previsti per settembre-ottobre su edifici demaniali e, entro dicembre, verranno predisposti i bandi di messa in sicurezza di tutte le altre insulae".
"Stiamo facendo bandi a ritmo serrato. Pensavamo -ha concluso Recchia- di fare gli affidamenti prima dell'estate ma abbiamo fatto i bandi con 600 domande per le cinque domus che hanno coinvolto circa 120 imprese tutte italiane".

24/06/2012 Mondragone (CE), gli scavi proseguiranno con fondi comunali (Il Mattino)

Proseguiranno le campagne di scavo del museo di Mondragone con i finanziamenti dell'amministrazione locale. I fondi necessari sono stati recuperati tagliando una voce di spesa che riguarda proprio la struttura, quella relativa all'assistenza delle visite guidate. Il servizio, finora, è stato garantito in maniera diretta dallo stesso ente locale tramite un appalto con un consorzio di operatori culturali. Un appalto revocato appunto allo scopo di ridurre i costi, con risparmi per circa ventimila euro, e recuperare i fondi necessari per proseguire le attività di scavo e di ricerca. Per le quali, invece, il commissario prefettizio Michele Capomacchia non aveva destinato nel bilancio di previsione alcun fondo. Per le visite si farà ricorso ad associazioni ed operatori culturali in possesso non solo dei requisiti regionali per le attività turistiche professionali, ma che abbiano, nel loro personale, laureati in archeologia o in conservazione dei beni culturali. Gli interessati potranno iscriversi a una specifica short list, sempre aperta e pubblicata sul sito internet del museo, e dare il loro tariffario standard. Dei loro servizi potranno avvalersi privati, gruppi e scuole interessati alle visite. «È stata una scelta necessaria. È una maniera per coniugare rigore nei conti alla promozione culturale, alla creazione di nuove opportunità di lavoro e continuare il percorso di crescita del museo Biagio Greco», spiega l'assessore con la delega al settore, Francesco Nazzaro. Il suo obiettivo è di trasformare la struttura in un polo culturale, aperto anche alle attività didattiche per i bambini e gli studenti. Le campagne di scavo in corso e finanziate dall'ente sono due, una alla Roccia di San Sebastiano, un sito paleolitico, e l'altra presso la rocca medievale di Montis Draconis, nel corso delle quali sono stati recuperati importanti reperti, esposti nelle sale dello stesso museo.

24/06/2012 Pozzuoli (NA), ennesimo slittamento per il cantiere del Rione Terra (Il Mattino)

Ennesimo slittamento per la riapertura del cantiere del Rione Terra: è quanto emerso nel corso dell’ultima riunione del tavolo tecnico convocato in Regione due giorni fa. Malgrado l’impegno assunto a metà maggio dal governatore Caldoro e dagli assessori Cosenza e Nappi, il cantiere non è ancora tornato in attività, con i 130 operai che sono ancora in cassa integrazione da sei mesi. L’unico spiraglio pare essersi aperto per una ventina di operai addetti al collaudo del V lotto funzionale del cantiere. Come sottolineato dal responsabile della Filca-Cisl, Luigi Napolano, per il resto degli operai bisognerà attendere una ordinanza del governatore Caldoro per sbloccare gli otto milioni di euro per il completamento della canonica e del campanile del Tempio-Duomo che da quaranta anni è chiuso al pubblico per colpa di un devastante incendio. E ieri una cinquantina di operai in cassa integrazione hanno inscenato un nuovo sit-in di protesta dinanzi ai cancelli ancora chiusi della Rocca. «Siamo stanchi di attendere lo sblocco dei fondi regionali, ormai siamo a casa dallo scorso dicembre - dicono i lavoratori - finora solo vuote promesse e impegni non mantenuti». La vertenza è seguita anche da Gianni Sannino della Fillea-Cgil, mentre gli operai hanno lanciato un appello anche al sindaco Vincenzo Figliolia. «Martedì prossimo sarò a Roma per una riunione operativa al ministero dei Beni culturali - dice il sindaco Figliolia - dobbiamo innanzitutto tutelare gli operai di Pozzuoli garantendone il ritorno al lavoro. Discuteremo anche della messa a regime degli edifici del Rione gia’ ultimati, restituendoli alla citta’ e ai turisti. Ma a Roma parleremo anche degli altri beni archeologici di Pozzuoli ancora chiusi, come lo Stadio di Antonino Pio e dell’anfiteatro Flavio aperto a singhiozzo». Dalla riunione di Roma potrebbero arrivare importanti novità per il futuro di uno dei siti storico-archeologici più suggestivi dell’intera Campania. Al momento sono da ultimare i locali attigui al Tempio-Duomo, il campanile e la zona di via Duomo dove sono previsti le botteghe e tre alberghi che saranno dati in gestione ai privati attraverso un accordo di project-financing. La partnership pubblico-privata, tuttavia, potrà concretizzarsi solo all’atto della ripresa effettiva dei lavori. Capitolo a parte per la riapertura del percorso archeologico: il suggestivo tour nella storia stratigrafica del Rione Terra è off-limits ormai da tre anni. Eppure basterebbero poche migliaia di euro per riaprire il primo tratto e poco più di 100mila euro per raddoppiarne la lunghezza. Un tour che attirerebbe turisti da tutto il mondo ma che è ancora desolatamente chiuso.

22/06/2012 Santa Maria Capua Vetere (CE), il caso del Catabulum (Il Mattino)

Il caso «Catabulum» e la revoca di Mario Tudisco dall'incarico di assessore alla Cultura di Santa Maria Capua Vetere sono finiti in Parlamento, all'attenzione del ministro per i Beni e le attività culturali e del ministro dell'Interno. La questione è stata sollevata dall'onorevole Paolo Corsini, esponente bresciano del Pd. Il parlamentare ha presentato ieri un'interrogazione scritta illustrando ai ministri la situazione sammaritana come «un'emergenza archeologica in atto» rappresentata dalla presunta scarsa tutela che si starebbe prestando al «Catabulum», reperto probabilmente di età costantiniana. Non solo. Il parlamentare bresciano ipotizza che alla base vi siano speculazioni edilizie e interessi privati tanto grandi da poter essere messe in relazione alla revoca dell'incarico assessorile a Mario Tudisco effettuata dal sindaco Biagio Di Muro qualche settimana fa. Il «Catabulum» si trova all'interno di un'area dove sono state costruite anni fa abitazioni. Nel mese di marzo sono stati avviati i lavori di riedificazione dello stabile in zona Santa Maria delle Grazie, dove insiste il «Catabulum». L'ex assessore «avviò – si legge nell'interrogazione - nell'autunno 2011 una campagna per la tutela e il censimento di tutte le emergenze archeologiche presenti nel territorio comunale. Tale impegno si è posto, ad avviso dell'interrogante, in evidente contrasto con gli interessi edilizi e speculativi di costruttori e progettisti e probabilmente con gli stessi intenti delle giunta comunale e degli uffici tecnici comunali. Nel mese di giugno l'assessore Tudisco veniva destituito dal sindaco di Santa Maria dall'incarico di assessore». Il parlamentare Corsini interroga i ministri chiedendo «se i ritrovamenti in area Santa Maria delle Grazie siano oggetto oggi di opportuna tutela e di studio; se risulti se l'assessore Tudisco abbia ricevuto pressioni o minacce per disinteressarsi dei recenti ritrovamenti». Secca la risposta del sindaco. «Evidentemente l'onorevole Corsini non ha mai visitato il sito - ha dichiarato Di Muro – lo invito ufficialmente a venire a Santa Maria, sarà mio ospite. Lo porterò a visitare il sito per rendersi conto che non c'è in atto una speculazione edilizia ma solo opere di ristrutturazione di un edificio privato; in quell'occasione mostrerò poi all'onorevole il numero di licenze rilasciate sotto la mia consiliatura e in quella precedente. Consiglierei inoltre al parlamentare di non farsi strumentalizzare firmando cose sottoposte da altri».

22/06/2012 Pompei (NA), sponsor attende per restaurare una domus (Il Mattino)

Ad un anno di distanza dalla visita nella città degli scavi, il professor Barry Goldsmith, docente di beni culturali e titolare della JaxFax Travel, una delle più importati realtà economiche di New York, attende ancora, con pazienza, di poter sponsorizzare il restauro di una domus nel sito archeologico di Pompei. «In America – dice il professore Goldsmith - è prassi consolidata che la cultura venga sponsorizzata da soggetti privati. Ad invogliare i mecenati americani, ad investire nel settore, è anche una burocrazia agevole. Elemento che in Italia risulta molto deficitario». Ci spiega il connubio americano tra arte e mecenati? «Negli Stati Uniti le fonti di finanziamento per il sostegno alle arti provengono principalmente da soggetti privati. Una grande differenza rispetto alla maggior parte dei Paesi europei dovuta al fatto che negli Stati Uniti non esiste un Ministero che centralizza la rete degli investimenti per il settore dei beni culturali». E questo cosa vuol dire in termini economici? «Per darvi un’idea: il budget complessivo per gli investimenti culturali a disposizione dell’Agenzia Federale Americana è molto più piccolo del budget dell’Ufficio Affari Culturali della città di New York. Il settore privato, sotto forma di fondazioni, in media stanzia finanziamenti con una programmazione dai tre ai cinque anni». Che idea si è fatto del modello di gestione del patrimonio culturale italiano? «Questo è un momento in cui l’Italia deve dimostrare di essere creativa e individuare più attentamente i meccanismi decisionali che possono innescare l’erogazione filantropica da parte dei donatori. Questa particolare attenzione, eliminando una burocrazia farraginosa, dovrebbe portare a costruire una relazione più profonda e duratura con i donatori principali. Dalla mia esperienza, il fundraising potrebbe essere molto gratificante perché è una relazione che può coinvolgere un vasto gruppo di imprenditori nel supportare il sistema delle arti attraverso la condivisione di significati». Qual è la maniera giusta per utilizzare questo strumento? «Se viene gestito correttamente, il fundraising permette di costituire in modo naturale una comunità che si sente proprietaria e investitrice in prima persona dei programmi che finanzia. Questa, io credo, è una modalità molto democratica di validare le iniziative culturali e lascia alle persone che partecipano la capacità di valutarne l’ampio impatto sul tessuto sociale».

21/06/2012 Pompei (NA), addio agli sponsor, i francesi si defilano (Repubblica)

Asterix dice addio a Pompei. Tante riunioni e tanto interesse a salvare il sito, nato proprio mentre i crolli imperversavano preoccupando l’umanità, e ora gli industriali della Défense si tirano indietro: difficoltà burocratiche e tempo di crisi li hanno spinti a desistere dal finanziare il recupero del sito.
Joelle Ceccaldi Rynaud, presidente degli industriali, ha scritto una lettera di rinuncia al ministro Ornaghi. Il «no», si apprende ora, è arrivato il 12 marzo, dieci giorni dopo l’ultima visita in Italia, quando Ceccaldi Rynaud si era incontrata con il segretario generale del ministero per i Beni culturali Antonia Pasqua Recchia e con il presidente della Regione Caldoro. Tutto sembrava concluso. Nel frattempo è uscito su Le Monde un impietoso reportage: cominciava con un adagio che Pompei ha digerito da un pezzo, quello sui randagi di ritorno a casa all’orario di chiusura in una città senza altre aree verdi.
L’Epadesa, che amministra il distretto finanziario della Défense, ha scritto al ministro che era impossibile per loro, come consorzio pubblico, sponsorizzare Pompei. E questo dopo tante riunioni, anche a Parigi, alle quali aveva partecipato il dirigente del ministero Manuel Guido, responsabile per le aree Unesco in Italia, una delle quali è proprio Pompei.
L’idea della sponsorizzazione era venuta alla direttrice del Museo Maillot, Patrizia Nitti. Gli industriali francesi si erano detti disponibili a impegnarsi in un progetto a lungo termine - almeno sette anni - con circa 20 milioni annui. Al tavolo sedevano anche gli industriali napoletani che volevano realizzare strutture alberghiere o di entertainment.
I francesi invece non hanno mai dichiarato il loro campo d’intervento. «Lavoriamo sui 105 mila euro europei - dice la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro - e tutto procede bene».
Antonia Pasqua Recchia non si perde d’animo: «Esprimiamo grande apprezzamento, ma abbiamo avuto l’impressione che ci fosse molto volontarismo che non si è concretizzato. Chiedevano un contesto solido per le sponsorizzazioni. Ma il nostro progetto sta andando avanti con tutti i crismi della legalità, a luglio ci saranno le altre gare previste, c’è un grandissimo sforzo del ministero. Non si tratta di uno stadio o un’autostrada: Pompei è cosa delicata, dobbiamo fare consolidamenti ma con interventi di ricamo».

21/06/2012 Pompei (NA), scavo nella preziosa Domus di Marco Fabio Rufo (Il Mattino)

La domus di Marco Fabio Rufo è uno scrigno che non ha ancora rivelato tutti i suoi tesori. Da qualche anno un gruppo di 50 studenti sta lavorando nel giardino di questa villa pompeiana. A guidarli è Umberto Pappalardo, docente al Suor Orsola Benincasa e socio onorario dell’associazione nazionale archeologi. Parliamo subito di soldi. Quanto costa la vostra campagna di scavi a Pompei? «Circa diecimila euro. E sono tutti fondi dell’università. Ospitiamo studenti stranieri per questa campagna di rilievo internazionale. Ma non ci sono aiuti da nessuno. La Sovrintendenza chi ha concesso i permessi, poi più nulla». Lei ha lavorato spesso anche all’estero. Lì come funziona? «Nella maggioranza dei casi gli investitori privati costituiscono fondi presso banche, di solito svizzere o tedesche. Chi cura le campagne di scavo o di studio attinge direttamente dal fondo i soldi necessari. In altri casi basta mandare la fattura dei lavori da effettuare e arriva il bonifico». E perché in Italia è impossibile tanta semplicità? «Abbiamo una pessima fama. E in Campania è anche peggio. Ho cercato di coinvolgere nei progetti per Pompei un manager di un grande gruppo giapponese. Mi ha chiesto stupito: “Ma in Campania non c’è la camorra?”. Non ho avuto il coraggio di andare avanti». Gli industriali accusano anche lo Stato di non approvare norme che incoraggiano i privati. «La fiscalità di vantaggio è una molla importante. In Italia si preferisce una campagna pubblicitaria che dà più visibilità a una sponsorizzazione che costa e, nel caso di Pompei, sarebbe una goccia nell’oceano». Cioè? «L’area degli Scavi è troppo vasta per interventi spot. Da quale casa si dovrebbe iniziare? Un corpo immenso che scoraggia. Anche il Colosseo è grande ma è un monumento unico. A Pompei si rischierebbe di investire per una domus, recuperala e vedere intorno una situazione difficile». Eppure ad Ercolano c’è il caso Packard. «All’epoca fu una fortunata coincidenza. Guzzo fu bravo a coinvolgerlo oltre la Casa dei Papiri dove Packard voleva investire. Con queste norme e questa situazione è quasi impossibile che un privato voglia investire su Pompei».

16/06/2012 Torre Annunziata (NA), tornano i ricercatori americani alla villa di Poppea (Il Mattino)

 Tornano i ricercatori americani negli scavi archeologici di Oplonti e riprende per il sesto anno consecutivo il progetto denominato Oplontis Project, che prevede anche lo studio della villa di Poppea in 3D. A promuoverlo ancora una volta è una équipe di studiosi internazionali, composta da due professori del dipartimento di storia e arte dell’università di Austin in Texas: John R. Clarke e Michael L. Thomas, da un ingegnere olandese Dick Van der Roest, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica di Pompei, l’università di Pisa Enti privati, studenti americani e volontari. Il progetto, giunto oramai in una fase avanzata, dopo i primi cinque anni, incentrati per lo più sullo studio del complesso patrizio indicato come Villa A e meglio conosciuto come Villa di Poppea, si avvia a una seconda fase di indagini scientifiche che dovrebbe far chiarezza sui «misteri» che riguardano invece la Villa B, attribuita a Lucius Crassius Tertius. Il direttivo statunitense, che finanzia l’opera scientifica, usufruendo di una concessione del ministero dei Beni Culturali di ulteriori tre anni, dopo i cinque già trascorsi per le opere di ricerca, spera di poter approfondire, finalmente, con il supporto di altri Enti stranieri, quel poco che a oggi si è svelato sull’edificio a carattere commerciale denominato Villa B, e poter stabilire ulteriori conoscenze. Il team, già presente in città da oltre dieci giorni, pur operante ancora nella Villa A, dove si sta portando a termine un certosino lavoro di salvaguardia e recupero di un’infinità di frammenti di stucchi e dipinti, stipati in un locale deposito di questo edificio. Lo scopo è quello di studiare in maniera più approfondita la storia della villa B che ancora presenta molti misteri, partendo dalla conoscenza dell’architettura, delle sculture e dei dipinti per trovare conferme sulla probabile presenza al di sotto dei 4 metri, di una antica struttura rustica. In questa ottica, l’ ingegnere olandese Dick Van der Roest, sta conducendo la ricerca grazie ad una particolare strumentazione elettronica. L’obiettivo è quello di ripetere il risultato ottenuto nel corso degli scavi della Villa A, durante i quali vennero alla luce pezzi di ceramica lavorati con minuziosità di particolari, elementi architettonici, interi porticati mai eretti, blocchi di marmo e di stucco, riconducibili a frammenti di pittura staccati dalle pareti probabilmente nel corso di un evento sismico. «Quella - dice il professore John R. Clarke - fu una scoperta - di grandissima importanza storica. I pezzi di ceramica trovati - continua - forniscono una datazione che ci permetterà di risalire ai primi insediamenti all’interno della villa, dopo l’eruzione del 62 e la distruzione dell’intera villa. Da questi ritrovamenti possiamo capire in che modo la gente dell’epoca è tornata a vivere dopo quell’evento, durante il quale la villa era vuota. Si tratta di uno studio mai effettuato. Stiamo facendo piena luce su un periodo di cui conosciamo poco, quello antecedente l’eruzione pliniana del 79». Tutti i pezzi ritrovati, sono stati catalogati e fanno già parte di un vero e proprio data base collegato con l’università del Texas. Anche questi reperti, con gli altri venuti alla luce durante gli scavi terminati alla fine degli anni settanta, saranno oggetto di una pubblicazione in tre volumi sulla villa di Oplonti».

15/06/2012 Atripalda (AV), un nuovo atto di esproprio per restituire l'antica Abellinum (Il Mattino)

Un nuovo atto di esproprio che nel giro di pochi mesi possa riconsegnare l'Antica Abellinum. È quanto ha assicurato ieri la dottoressa Maria Fariello della Soprintendenza che ha incontrato per la prima volta il sindaco di Atripalda, Paolo Spagnuolo. Al centro della riunione svoltasi a Palazzo di città non solo le strategie per togliere i sigilli all'antica domus romana di via Manfredi, che una sentenza del Tar di Salerno ha riassegnato alla famiglia Dello Iacono. Ma anche di attingere ai finanziamenti a disposizione per rilanciare tutto il Parco Archeologico. All'incontro era presente anche l'architetto Sessa della Soprintendenza che stava curando il restauro della domus. Per l'Amministrazione, con l'ingegnere capo dell’Utc Silvestro Aquino e il geometra Arturo Roca, presenti oltre al sindaco, l'assessore Giuseppe Spagnuolo, i consiglieri delegati Flavio Pascarosa, e Lello Barbarisi. «Siamo in attesa di una nuova procedura di esproprio», ha spiegato la dottoressa Fariello. «È stata una riunione proficua, intanto è servita a ristabilire anche rapporti ottimali tra Comune e Sovraintendenza che si erano un pò deteriorati a seguito delle vicende giudiziarie relative ad Abellinum», commenta il primo cittadino che aggiunge: «Come amministrazione riteniamo fondamentali due aspetti. Il primo è quello culturale, perché riteniamo che il patrimonio storico-culturale della città possa rappresentare un volano della nostra economia. Sulla cultura vogliamo investire e perciò staremo molto attenti a tutte le strutture vincolate dalla Soprintendenza. Per questo oggi ho inviato anche una richiesta di poter incontrare il Soprintendente Adele Campanelli. Il secondo aspetto è che vogliamo essere partecipi ed informati di tutto il processo amministrativo e giudiziario. La Soprintendenza ci ha assicurato l'avvio di un nuovo procedimento di esproprio nel giro di pochi mesi con i propri legali attraverso una procedura d'urgenza o ordinaria. Come amministrazione abbiamo chiesto che prima che venga emesso un atto dobbiamo essere informati per poter dar vita ad un procedimento amministrativo e nel caso in cui i privati decidessero di impugnarlo questa volta saremo in prima linea in un’eventuale fase giudiziaria». L'Amministrazione atripaldese perciò si dichiara pronta a fare la sua parte nel braccio di ferro in atto con il privato arrivando anche a costituirsi in giudizio. «Non è vero che l'amministrazione Laurenzano l'ha fatto finora, non ha mai partecipato a nessun giudizio. Noi invece vogliamo partecipare non solo alle iniziative amministrative, ma anche ad azioni giudiziarie». Quello di ieriè stato il primo di una serie di incontri nei quali l'amministrazione Spagnuolo punta anche al dopo per immaginare una valorizzazione di tutta l'area degli scavi. «Abbiamo verificato - dice il sindaco - che sono in itinere dei progetti molto importanti per valorizzare tutto il Parco Archeologico di Abellinum e abbiamo deciso come Amministrazione di riprendere questi progetti rimasti lì in un primo approccio alla Regione per arrivare concretamente ad intercettare fondi da utilizzare per valorizzare l'intera area. In ballo ci sono fra i tre ed i quattro milioni di euro. Vogliamo infine riportare in città un pò di reperti archeologici per esporli e renderli visibili, evitando così che restino chiusi nei depositi della Soprintendenza – conclude Spagnuolo -. Questo lo faremo attraverso un protocollo d'intesa con un progetto di qualità. Ringrazio perciò la Soprintendenza e la dottoressa Fariello che ha mostrato una grandissima disponibilità ed attenzione, appassionata del suo lavoro e interessata a renderlo pubblico».

13/06/2012 Pompei (NA), via al progetto di restauro (Il Mattino)

 Il «Grande Progetto Pompei» entra nel vivo. Aggiudicata la prima gara d’appalto della prima serie dei bandi. A conquistarsi il restauro architettonico della domus dell’Ancora, grazie all’offerta economica più vantaggiosa con un ribasso di 29,817 per cento, è la srl napoletana «AC Restauri», leader nel settore. Un’alta percentuale di sconto che, in tempo di crisi, è notevole. La società di Aurelio Talpa, che ha sbaragliato le altre 16 imprese offerenti, opera dal 1993 in ambito nazionale nel settore della conservazione e restauro del patrimonio architettonico e delle opere d’arte, lavorando per conto delle soprintendenze, di enti, fondazioni e di privati, conquistando inoltre un posto tra le ditte di fiducia della Curia Arcivescovile di Napoli. I 362mila 388,26 euro che saranno spesi per il consolidamento e il restauro della domus dell’Ancora saranno i primi soldi ad essere attinti dai 105 milioni di euro stanziati dall’Ue per «salvare» la Pompei romana dalla sua seconda morte. Entro i primi di luglio si aprirà il cantiere e con esso inizierà il lavoro del pool anticamorra istituito dal governo e dalla prefettura. Affinché «nemmeno un euro finisca nelle tasche della camorra», così come ribadito dal prefetto di Napoli Andrea Di Martino, è nato il gruppo di lavoro per la legalità e la sicurezza del Progetto Pompei coordinato dal prefetto Fernando Guida, e di fanno parte Paolo Caputo, in rappresentanza ministero coesione territoriale, Jacopo Greco, in rappresentanza ministero per l’Istruzione, Tiziana Morgante, in rappresentanza dell’autorità lavori pubblici, Mariolina Goglia in rappresentanza della prefettura di Napoli. Entro luglio è in programma la pubblicazione di altri bandi per le Regiones maggiormente a rischio. Gli interventi previsti per tale area sono: lavori di consolidamento strutturale, protezione degli affreschi, recupero dei mosaici. Per questo tipo di azioni si prevede la spesa di un importo complessivo di circa 10 milioni di euro. Per altre sei Regiones, invece, sono in previsione bandi da avviare entro il 31 dicembre 2012. Il «Grande Progetto Pompei» si articola su cinque linee d’azione: rilievi e diagnostica (8 milioni e 200 mila euro); consolidamento delle opere (85 milioni di euro, 47 milioni dei quali per il finanziamento di 39 progetti già redatti dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei (Sanp) e 38 milioni per opere da progettare); adeguamento dei servizi per i visitatori e implementazione di strumenti di comunicazione anche interattivi (7 milioni di euro); potenziamento dei sistemi di sicurezza e di telesorveglianza (2 milioni di euro); rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della Sanp (2 milioni e 800mila euro). Novità importanti, anche, sul fronte dei soccorsi ai turisti feriti. La società «Sisma srl» si è aggiudicata l’affidamento del servizio di «attività di primo soccorso medico presso l’area archeologica di Pompei». L’importo complessivo del bando è di 440mila euro, oltre iva. Il criterio di aggiudicazione è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa così come previsto dall’articolo 83 decreto legislativo 163 del 2006. La «Sisma» si è imposta sulle altre 5 imprese offerenti grazie al ribasso offerto pari all’11,368 per cento.

08/06/2012 Poggiomarino (NA), pressing per il villaggio preistorico (Il Mattino)

Il pressing su Regione e Governo per salvare il sito archeologico della Longola continua. A Poggiomarino lo stanno portando avanti le associazioni e l’amministrazione comunale: appena ieri il sindaco Leo Annunziata ha chiesto un incontro con il ministro alla cultura Lorenzo Ornaghi, invitato a venire a visitare gli scavi scoperti nel 2000 e che documentano una civiltà antichissima, precedente a quella di Pompei ed Ercolano. Dalle parti di palazzo Santa Lucia, invece, si registra un’iniziativa di Antonio Marciano, consigliere regionale del Partito democratico che, assieme ad altri suoi colleghi politici, in passato ha seguito le vicende di Poggiomarino molto da vicino. Marciano, in sintonia con il gruppo archeologico “Terramare 3000” e con il Comune, è molto preoccupato per il futuro dell’area. Dopo la mobilitazione di qualche mese fa, infatti, nulla si è ancora mosso: l’assessore ai beni culturali Giuseppe De Mita ha garantito un’iniziativa di sostegno per il decollo di Longola, attraverso una manifestazione d’interesse alla quale avrebbe poi dovuto partecipare il Comune di Poggiomarino. Ma finora è tutto fermo, se si fa eccezione per l’attivismo dei volontari, che hanno riqualificato il territorio circostante agli scavi realizzando un suggestivo lungofiume. Marciano ha così scritto proprio a De Mita: ieri gli ha inviato una lettera per chiedere a che punto è la situazione. Scrive il consigliere Pd: «Nei mesi scorsi la mobilitazione di tante associazioni, amministrazioni locali, cittadini, scuole, rappresentanti di forze politiche, riuscì a riportare al centro della cronaca locale e nazionale, il destino del sito archeologico di Longola. Devo riconoscere che la sua sensibilità consentì di attenuare la tensione che intorno a quelle manifestazioni si era determinata, garantendo un impegno di merito del governo regionale. L’idea fu quella di immaginare un intervento economicamente sostenibile, ovvero capace di prevedere un investimento di risorse pubbliche legato ad attività che garantissero la messa in sicurezza del sito, lo rendessero visitabile e in grado di auto sostenersi negli anni successivi sotto il profilo finanziario. Mettere in campo nuove opportunità per quell’area territoriale, di valorizzazione dei cosiddetti “siti archeologici minori”, può significare riqualificazione urbana, nuovo impulso al turismo e quindi nuove opportunità di lavoro e sviluppo per la Campania. Quindi, la prego di informarmi e soprattutto informare la comunità regionale, sullo stato dell’iter amministrativo, nella speranza che si possa velocemente procedere, se fosse possibile prima della pausa estiva, con la pubblicazione della manifestazione d’interesse da parte della Regione Campania». Alla lettera-appello di Marciano, con ogni probabilità De Mita risponderà nella giornata di oggi. Intanto dal suo staff spiegano che il vice di Caldoro conosce bene lo stato delle cose su Longola. «Sono in stretto contatto con il Comune di Poggiomarino e con la Sovrintendenza» spiega De Mita, che ribadisce il suo impegno: «Il percorso immaginato è sempre valido». Semmai, fanno capire dall’assessorato, è una questione di tempi: quelli che servono a preparare un avviso pubblico che, poi, consenta la partecipazione dei Comuni (i fondi non serviranno solo per Poggiomarino, evidentemente) e l’avvio di un serio progetto di rilancio dei siti culturali della Campania. Resta l’impazienza, tra i cittadini, soprattutto adesso che l’area circostante è stata rimessa a nuovo da quelli di Terramare 3000, che hanno avuto in gestione il lungofiume dal Comune: «Il Sarno è una risorsa da valorizzare, noi stiamo facendo il possibile ma le istituzioni ci devono aiutare» dice Linda Solino.

07/06/2012 Castel Volturno (CE), reperti antichi trafugati rinvenuti in una cantina (Caserta News)

Reperti archeologici di epoca romana sono stati ritrovati dai carabinieri a Castel Volturno, nel Casertano. I militari della compagnia di Mondragone hanno anche denunciato in stato di libertà un giovane di 27 anni per ricettazione e illecita detenzione di materiale di presumibile interesse archeologico. All'interno della cantina dell'indagato i militari hanno trovato un dolio in argilla grezza alto 65 centimetri e con un diametro di 30; un vaso di argilla grezza alto 13 centimetri e con il diametro di 11,5; una coppa biansata in bucchero, parzialmente lesionata alta circa 13 centimetri e 7 di diametro; un frammento di scultura in terracotta raffigurante il corpo di uccello alti circa 8 centimetri. Questo pezzo risulta molto raro e di alto valore.
I reperti recuperati adesso dovranno essere studiati e sottoposti a valutazione ed essere esposti presso il museo archeologico di Sessa Aurunca (Caserta) a disposizione degli studiosi. Secondo quanto si e' appreso i reperti avrebbero un valore di circa 100mila euro.

07/06/2012 Castellammare (NA), le ville all'ombra degli scavi di Pompei (Il Mattino)

Resistere all’ombra di una «grande». È quello che ha fatto fino ad oggi l’antica Stabiae. I riflettori puntati sulle ville del pianoro di Varano hanno una luce fioca e solo in pochi riescono a percepirne il fascino. Così, dopo l’allarme della soprintendente archeologica Teresa Elena Cinquantaquattro sull’enorme flusso di turisti che danneggerebbero Pompei, c’è chi vede un barlume di speranza per il rilancio dei siti–cenerentola. È il sindaco Luigi Bobbio a chiedere lustro per il patrimonio che ha generato quella collezione definita dal critico d’arte Giulio Carlo Argan «la più bella raccolta esistente, seconda solo a quella custodita al museo Archeologico di Napoli», e per il sito, altrettanto dimenticato, della vicina Oplonti. Una riflessione, quella di Bobbio, da cui pare emergere che la scarsa promozione delle antiche ville sarebbe stata una delle cause del «sovraffollamento» di Pompei. Una riflessione accompagnata da una nuova stoccata alla soprintendente, da qualche tempo nel mirino del sindaco di Castellammare che la accusa di inerzia rispetto all’emergenza abusi edilizi che circondano l’area. «Un manager, e tale ritengo debba essere un soprintendente, piuttosto che lamentarsi di una sua responsabilità - spiega il primo cittadino di Castellammare - dovrebbe utilizzare al meglio le risorse aggiuntive che ha rispetto al sito di Pompei, ossia Oplonti e Stabiae. È proprio il disinteresse sostanziale verso il sito di Stabiae che, a mio giudizio, concorre a causare il soffocamento del sito di Pompei». Le visite che si contano ogni anno a Stabia sono poche centinaia. Appassionati, addetti ai lavori, studenti universitari e comitive di turisti a cui è stata proposta la visita «alternativa». Con un pizzico di polemica, il giusto per ottenere l’attenzione necessaria sul rilancio turistico-archeologico, il sindaco lancia la sua sfida: «Pretendo dal ministero dei Beni culturali una nuova e forte attenzione sull’intero complesso archeologico del territorio - annuncia Bobbio - e la creazione di una soprintendenza ad hoc o quanto meno l’assegnazione di soprintendenti che non siano part-time e che si dedichino, anima e corpo, con piglio manageriale serio, al rilancio dell’area archeologica nel suo complesso». A fronte del massiccio flusso turistico che consuma ma allo stesso tempo tiene in piedi (economicamente) Pompei, Luigi Bobbio cerca un’intesa che possa puntare ad una offerta differenziata. «Immagino di non dover ricordare al soprintendente che il sito delle ville di Stabiae è il fiore all’occhiello, dal punto di vista archeologico, dell’area della soprintendenza - precisa Bobbio – e che una gestione meno disinteressata nei suoi confronti consentirebbe oggi di dirottare sul sito di Stabiae quel massiccio surplus di presenze che oggi minaccia di soffocare Pompei». Pianificazioni ed investimenti, quindi, a cominciare dai trasporti. Se Pompei, Ercolano e la stessa Oplonti possono servirsi di apposite fermate Circumvesuviana, a Stabia per raggiungere le ville bisogna attenere un autobus di linea che transita in via Varano. Facile perdersi, e ancor di più se i turisti che chiedono informazioni o che provano ad orientarsi servendosi della segnaletica orizzontale, poi finiscono col ritrovarsi nei pressi di una clinica chiamata «Villa Stabia».

07/06/2012 Poggiomarino (NA), nessuna buona notizia per gli scavi preistorici (Il Mattino)

Il sindaco Leo Annunziata, nel periodo della mobilitazione per salvare gli scavi della Longola dal seppellimento e dall’oblio, riuscì a sedersi davanti alla scrivania dell’assessore regionale ai beni culturali Giuseppe De Mita e a strappare una promessa: «Arriveranno i soldi per il sito archeologico». L’iter, però, che prevedeva un bando al quale il Comune avrebbe dovuto partecipare, non è ancora stato avviato. Sindaco, è preoccupato per i ritardi con cui procede il oiano di recupero del sito di Longola? «Certo, e abbiamo anche fatto sapere a De Mita che siamo in attesa di notizie. L’assessore ci ha ribadito il suo impegno, spiegando che la Regione pubblicherà una manifestazione di interesse alla quale noi aderiremo. È chiaro, però, che siamo dinanzi ad un’emergenza: questo territorio ha bisogno di un rilancio che può passare attraverso la valorizzazione del nostro patrimonio storico e culturale». Cosa vuole dire a Ornaghi? Lo inviterete a visitare Longola? «Lo abbiamo invitato più volte e lo ribadisco adesso: Ornaghi venga a Poggiomarino e si renda conto di persona che questo sito rappresenta un unicum. Si tratta di scavi importantissimi e non lo dico solo io ma i migliori studiosi e archeologi d’Italia. Dimenticare questo pezzo di storia sarebbe un peccato, un’assurdità. Viviamo tempi difficili, lo sviluppo di quest’area potrebbe passare attraverso il turismo culturale. Noi ci contiamo e crediamo che governo e Regione debbano aiutarci». State conducendo la battaglia anche con gli altri sindaci della valle del Sarno? «Con il primo cittadino di San Valentino Torio, Felice Luminello, mi sono incontrato qualche giorno fa a Napoli, nel corso di un convegno organizzato proprio per Longola. Registro un grande attivismo da parte sua oltre che da parte degli altri sindaci, di Striano e San Marzano sul Sarno. Sì, è una battaglia di tutto il territorio».

I volontari di «Terramare 3000», il gruppo che sta riqualificando l’area della Longola, lo chiamano «lo spirito del fiume». Lui è semplicemente un appassionato della campagna, ma ha una caratteristica: naviga il Sarno. Solca le acque dell’ormai ex fiume più inquinato d’Europa con il lontro, l’imbarcazione tipica dei contadini della valle. Giuseppe Caldieri ha 49 anni ed è salito sul lontro quando ne aveva cinque: merito di suo nonno. Negli anni ha visto il Sarno inquinarsi e arrivare allo stremo, ora lo sta vedendo migliorare, seppure a fatica e lentamente: «Abbiamo vissuto brutti momenti, ma adesso le cose stanno cambiando. Da qualche anno cresce un tipo di erba che è presente lungo le sponde solo quando i fiumi sono puliti. Intorno al Sarno, poi, si rivedono le libellule e l’airone cinerino: l’opera di disinquinamento ha dato dei frutti, anche se bisogna fare di più». Fare di più vuol dire valorizzare la zona che sta intorno agli scavi archeologici della Longola. Il sito protostorico, scoperto nel 2000 proprio mentre si costruiva il depuratore del Sarno, attende ancora investimenti importanti. Le battaglie di qualche mese fa, quando sia la Regione che la Soprintendenza ai beni archeologici si impegnarono a realizzare poli museali, hanno prodotto molte promesse ma zero fatti. Tanto da spingere il Comune, sindaco in testa, a riprendere la mobilitazione. «Di Poggiomarino e di Longola - dice il primo cittadino Leo Annunziata - dovrebbe interessarsi anche il ministro ai beni culturali Lorenzo Ornaghi. Il governo ha stanziato fondi per lo sviluppo del Paese, contemplando anche investimenti per la cultura: ebbene, vorrei dire a Ornaghi che ci siamo anche noi». In effetti Longola è ancora un’ipotesi, una bella suggestione: i reperti fanno il giro del mondo ma non stanno a Poggiomarino, le imbarcazioni ritrovate (che documentano l’insediamento di una popolazione antichissima, quella dei Sarrasti) passano da un museo all’altro ma non si fermano nella valle del Sarno. Eppure, sul rilancio di Longola sono in tanti ad avere idee e speranze: soprattutto quelli di Terramare 3000, che dal Comune di Poggiomarino hanno avuto in gestione l’area circostante. Spiega Linda Solino: «Abbiamo intenzione di portarvi i bambini, realizzare orti didattici e percorsi culturali, far capire che questa porzione di territorio ha grandi potenzialità». Restano moltissime contraddizioni: i 500 metri di passeggiata accanto agli scavi continuano ad essere oggetto di sversamenti illegali, soprattutto di pneumatici e rifiuti speciali. Poi ci sono gli scarichi nel fiume: quelli industriali (soprattutto delle aziende conserviere) ma anche quelli dei comuni che non passano per il depuratore. Infine, l’impatto dell’agricoltura, che secondo Ferrara equivale al 35% dell’inquinamento del fiume: «L’utilizzo continuo di fertilizzante è pericoloso. Bisogna educare all’uso corretto di certi medicinali e, soprattutto, creare fasce tampone boscate per evitare che il fiume venga sporcato». Una corsa ad ostacoli, dunque. Ma pur sempre una corsa verso un turismo ecosostenibile: il lungofiume viene tenuto aperto dall’associazione tutti i weekend. A turno i volontari passano alla Longola e cercano di gestire l’area rendendola praticabile per i cittadini. Con il consorzio di bonifica del Sarno, poi, è in piedi una trattativa per la stipula di un protocollo d’intesa, in modo che la pulizia possa essere garantita dai dipendenti della struttura. E poi c’è Giuseppe, lo spirito del fiume: l’attrazione principale.

06/06/2012 Pompei (NA), allarme scavi, troppi turisti danneggiano il sito (Il Mattino)

Pompei. Allarme scavi: troppi turisti danneggiano il monumento. A lanciarlo è la soprintendente archeologica Teresa Elena Cinquantaquattro intervenuta a conclusione dei lavori di «iPompei», la tre giorni di Palazzo de Fusco che ha spiegato, a studenti e addetti ai lavori, come la tecnologia applicata all’archeologia può avviare il motore dello sviluppo del patrimonio culturale. Per la soprintendente Cinquantaquattro, se da un lato i tre milioni di visitatori annui sono il bene per l’economia degli scavi, dall’altro rappresentano il male per la tutela del patrimonio archeologico. «L’area archeologica di Pompei – ha detto - rappresenta, nel mondo, lo specchio di salute del patrimonio culturale italiano e tutelare una città che si estende su 66 ettari non è cosa facile, considerando che bisogna far fronte ad un problema di sostenibilità turistica». Più turisti calpestano le antiche vestigia più danni subiscono gli affreschi, i mosaici e i ricchi ornamenti della città romana. «Basta pensare che nella sola giornata del primo maggio gli scavi di Pompei hanno registrato la presenza di ventimila turisti, per capire la sofferenza di una città le cui strutture sono state costruite senza pensare che dovessero durare nel tempo», così l’archeologa che guida una delle soprintendenze più importanti d’Italia argomenta la sua teoria. Ad affermare che «i grandi flussi turistici rappresentano un danno per gli scavi» è anche Luigi Malnati, Direttore generale per le antichità del ministero, che ha affidato le sue parole all’archeologo Vincenzo D’Ercole. «L’area archeologica di Pompei è l’unico museo in Italia a rimanere aperto 365 giorni l’anno – ha scritto Malnati nel messaggio indirizzato ai relatori e alla platea di iPompei - che, unito alla mancanza di manutenzione ordinaria, comporta un logoramento complessivo del monumento fino ad una microinstabilità diffusa che ha portato al collasso di alcune domus». La Cinquantaquattro, inoltre, pone l’accento anche sull’instabilità del sottosuolo: «Bisogna, poi, fare i conti con il dissesto idrogeologico che interessa tutta l’area degli scavi». Ed ecco che si prospetta un quadro difficile da gestire. «Pompei – afferma la soprintendente - non è una semplice area archeologica, ma una città con tutte le problematiche che comporta la gestione di una città». Per rendere ancor più l’idea dell’immensità territoriale su cui si estende la Pompei antica, la soprintendente cita alcune cifre: 242mila metri quadrati di struttura muraria, 17mila metri quadrati di superficie con pittura, 12mila metri quadrati di superficie pavimentata, 20mila metri quadrati di superficie coperta, 15mila metri quadrati di unità edilizia e 3mila e 500 metri quadrati di cintura di fortificazione. La soprintendente, nel corso dei lavori, affronta anche il tema sulla valorizzazione partecipata con gli altri enti pubblici. «La Regione, la Provincia e il Comune – ha detto – devono essere i protagonisti della valorizzazione del bene archeologico, la cosa importante è che lo facciano nel proprio perimetro di competenza». Il sindaco Claudio D’Alessio ha colto la palla al balzo: «Non vogliamo certo fare le giostrine negli scavi però la città nuova vuole rendersi partecipe delle scelte che riguardano il futuro dell’area archeologica e creare, in sinergia, una progettualità volta ad impedire che nuovi crolli possano ferire ancor più il nostro patrimonio culturale che tutto il mondo ci ammira e ci invidia. Alla città nuova – continua D’Alessio – hanno inteso dare un’autorevole voce in capitolo visto che, gli scavi, per essa rappresentano un danno. I pompeiani si trovano a dover pagare, ad esempio, una tassa sui rifiuti maggiorata, rispetto ad altri comuni di pari densità di popolazione. La città, infatti, deve fronteggiare i costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti per 22mila abitanti più 3milioni di turisti».

«Troppi turisti danneggiano il monumento? E che cosa vogliamo fare, vogliamo chiuderlo? Chiudere gli Scavi di Pompei, il sito patrimonio dell’Unesco che tutto il mondo ci invidia?». Mario Resca, per 15 anni ad di Mcdonald, dal 2008 è il direttore generale per la valorizzazione dei Beni culturali. È, dunque, l’uomo a cui è stato affidato il compito di rilanciare il nostro patrimonio attirando capitali privati e visitatori...«Che - dice - rappresentano la principale risorsa per i nostri beni culturali perché ci permettono di mantenerli». Nella sola giornata del primo maggio 20mila persone sono entrate agli Scavi di Pompei: secondo la soprintendente questo flusso metterebbe a dura prova la sostenibilità del sito... «Io ho idee totalmente diverse. Non riesco proprio a capire come una folla di visitatori, che peraltro porta nelle casse della Soprintendenza qualcosa come 20 milioni di euro l’anno, possa rappresentare un problema. In un sito come Pompei, poi, che è noto in tutto il mondo. Siamo anacronistici: in qualsiasi paese del mondo si fa di tutto per attrarre turisti e soprattutto turisti culturali. Rappresentano una ricchiezza anche per il territorio, portano danaro». Si tratta in gran parte di turisti «mordi e fuggi»... «Ma se un sito come Pompei attira soltanto turisti ”mordi e fuggi” allora il problema è del territorio che è incapace di trattenerli. I trasporti sono pessimi, gli alberghi e i ristoranti brutti. Se poi ci mettiamo anche che chi viene a Pompei per visitare il Santuario o gli Scavi rischia anche di essere imbrogliato...E prendiamoli pure a sberle....Bisogna migliorare l’accoglienza sia dentro che fuori gli Scavi. Pompei è una grande opportunità per il mondo intero e per l’Unesco che infatti ci chiede di tutelarlo e di valorizzarne il territorio circostante»... La Soprintendente sostiene che tutelare un sito così vasto, percorso ogni giorno in media da 10mila persone è un problema... «È difficile la tutela con i turisti? Insomma, è solo un problema di gestione, di organizzazione. Si temono danneggiamenti? Allora le domus e tutto il sito vanno sorvegliati meglio, servono più guardiani e strumenti di controllo. Altrimenti chiudiamolo, se è un altro dei meravigliosi siti della Campania che non si riesce a gestire. Come i Campi Flegrei. Come la Piscina Mirabilis per la quale è fallito l’accordo che avevamo fatto con i privati. Soltanto Ercolano è un caso a parte, grazie anche ai finanziamenti di Packard». Ma anche per il direttore generale delle antichità del Mibac Malnati, i grandi flussi turistici rappresentano un danno per gli Scavi. È immaginabile adottare forme di numero chiuso o di contingentamento delle presenze? «Io a questo non ci voglio nemmeno pensare. Penso invece che tutta l’area archeologica, compreso il meraviglioso Museo a Napoli che nessuno vede mai andrebbero promossi. E gestiti meglio. Vado molto all’estero per lavoro e rimango stupefatto da quello che sono capaci di costruire con molto, ma molto, molto meno di quello che abbiamo noi. Basti pensare ai movimenti turistici che in Gran Bretagna si muovono intorno ai sassi di Stonhenge. Un museo, un monumento, devono rappresentare anche un’occasione di studio, di ricerca, e questo vale ancora di più per un’area come quella di Pompei». Pompei, sostiene la Cinquantaquattro, non è una semplice area archeologica ma una città con tutte le sue difficoltà dei gestione... «Sono davvero demoralizzato. Gli stranieri continuano ad amare l’Italia nonostante noi italiani e noi...Davvero, ci manca poco che li prendiamo anche a sberle. Vengono in condizioni disagiate. Già la visita di un’area archeologica è faticosa, poi magari trovano anche il sito in degrado tra crolli, erbacce, cani randagi...Bisognerebbe premiarli perché davvero l’ambiente non è accogliente. L’ambasciatore cinese mi ha raccontato che non più tardi di due mesi fa ha dovuto chiamare la polizia per liberarsi delle insistenze, ai limiti delle minacce, di un abusivo che voleva a tutti i costi imporgli la sua visita guidata agli Scavi. Ed è l’ambasciatore, ed è il rappresentante in Italia di uno dei Paesi da cui attendiamo il maggiore flusso di turisti.

01/06/2012 Pompei (NA), un progetto per salvare gli scavi (Repubblica)

Un progetto per salvare Pompei. Un piano di marketing per far rinascere l´area archeologica e il territorio circostante. Più di 500 milioni gli investimenti aperti ai privati («ma potrebbero arrivarne anche molti di più), 5000 posti di lavoro e una ricaduta sull´economia locale quantificata in 300 milioni. Un parco alberghiero con 1.500 camere. Un´area accoglienza di 10 mila metri quadri con biglietteria, caffetteria e ristorazione. Un´area "sensoriale", dove far rivivere usi e costumi dell´antica Roma con la ricostruzione di tabernae romane, terme, rappresentazioni teatrali in latino, escursioni in galea e un albergo pompeiano. «Bisogna fare presto - taglia corto Raffaele Cercola, ordinario di Economia e gestione delle imprese alla facoltà di Economia della Seconda università e capoprogetto per conto dell´Unione industriali di Napoli - anzi, lanciamo un grido d´allarme. Il progetto c´è, ci sono gli investimenti privati. Ora Stato e Regione devono farsene carico, perché diventi il progetto leader della Campania. Dobbiamo partire ora, subito, entro 6 mesi al massimo. Altrimenti sarà l´ennesima occasione perduta».
La trasformazione di Pompei prevede anche un parco di circa 300 mila metri quadri, una spiaggia attrezzata, parking interrato e trenini "light". Edifici e aree da far rivivere sull´area deindustrializzata, più di 1 milione di metri quadri disponibili tra Pompei e il mare. La rivitalizzazione si estenderebbe con il tempo a tutta l´area vesuviana, da Castellammare di Stabia a Ercolano.
Il "libro dei sogni" della nuova Pompei è contenuto in un testo di circa 300 pagine, presentato alla Camera di commercio dal presidente degli Industriali Paolo Graziano, dal numero uno della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni e dal referente del Centro studi di Palazzo Partanna Ambrogio Prezioso. Da tempo gli industriali di Napoli si occupano della rivalutazione del sito archeologico, dopo la raffica di crolli dell´anno scorso. Il Mibac ha stanziato 105 milioni, per restauri all´interno del sito archeologico, «la Confindustria Francese ci ha assicurato ulteriori contributi - spiega Prezioso - per il recupero di alcune domus». Ma in questi mesi si è lavorato soprattutto per attrarre investitori stranieri, anche per far rinascere il territorio circostante agli Scavi. «Qualcosa al Sud non ha funzionato negli anni scorsi - precisa Paolo Graziano - penso che il problema sia nel metodo. La crisi mette a nudo la debolezza di un sistema. È per questo che abbiamo inaugurato un approccio attivo, sperimentato prima che con la Coppa America proprio con Pompei. Per l´intramoenia c´è l´interesse di investitori francesi attraverso l´Unesco. Per l´extramoenia i privati devono fare la loro parte. Stiamo incontrando diverse delegazioni, oggi quella cinese, il prossimo mese un´altra, l´interesse concreto c´è». Ieri a Palazzo Partanna è stata ricevuta una delegazione di cinesi dell´amministrazione e del distretto industriale di Shanghai. Il mese prossimo è atteso un gruppo di arabi. «Purtroppo dobbiamo riconoscere che finora - aggiunge Maurizio Maddaloni - i nostri grandi attrattori culturali non hanno prodotto in termini economici. Questo deve cambiare».
Tra i punti di forza dell´economia cittadina, c´è anche lo sviluppo del porto e delle filiere industriali ad esso legate. In campo un capitale di 300 milioni che attende di essere investito. «Sono necessari piccoli adeguamenti - precisa Pasquale Legora De Feo - che ci permetterebbero di guadagnare, necessari per molti settori del porto». Tra le ricerche elaborate, anche i vantaggi della creazione di reti d´impresa e l´impatto sulla città dei grandi eventi.

01/06/2012 Pompei (NA), iniziative per dire addio al turismo mordi e fuggi (Il Mattino)

Addio ai grossi autobus che riversano a Pompei comitive cosmopolite di visitatori, turisti mordi e fuggi che nella città vesuviana transitano il tempo di una visita agli Scavi, e magari al Santuario, che comprano una bibita e un panino, e magari un souvenir. Addio, insomma, al «paradosso Pompei»: il sito archeologico più grande del mondo e che tutto il mondo ci invidia perché attrattore unico e inimitabile, e che invece non riesce a generare alcuna ricaduta economica e sociale per il territorio circostante. All’ombra del Vesuvio, in un’area compresa tra gli Scavi e il mare, può nascere un distretto culturale, il più grande al mondo per la storia antica, in cui il turista possa conoscere, e scoprire e rivivere gli usi e i costumi della civiltà di venti secoli fa. Questa, almeno, è l’idea strategica a cui sta lavorando l’Unione industriale di Napoli presieduta da Paolo Graziano, per risanare la «buffer zone», l’area all’esterno degli Scavi lungo l’asse Pompei-Ercolano-Torre Annunziata, come richiesto dall’Unesco perchè si possa mantenere lo status di sito Patrimonio dell’umanità. Si chiama «Ridare vita a Pompei» il progetto di sviluppo sostenibile per l’area vesuviana che il centro studi dell’Uin ha promosso e che è stato presentato ieri alla Camera di commercio di Napoli. Uno studio di fattibilità - o di «premarketing» come ha preferito definirlo il professore Raffaele Cercola, coordinatore del gruppo di lavoro - che ha previsto oltre 300 milioni di investimenti privati, oltre 5mila nuovi posti di lavoro e 300 milioni di euro annui di ricaduta sull’economia locale nel turismo. Il progetto, come ha spiegato Ambrogio Prezioso, consigliere incaricato del centro studi, prende le mosse dalla recente e concreta attenzione per la manutenzione dedicata dal governo agli Scavi grazie al Grande Progetto Pompei, e dalla constatazione, ha sottolineato anche il presidnte della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni, che i 105 milioni di fondi europei che verranno destinati ai restauri e alla messa in sicurezza del sito non sono, da soli, in grado di attivare rilevanti investimenti privati nell’extra-moenia. Gli imprenditori napoletani, dunque, credono che si possa voltare pagina. Senza ricorrere a finanziamenti pubblici. E con un piano di marketing territoriale che eviti quegli interventi spontanei e non coordinati che hanno caratterizzato il territorio fino ad oggi. Anzi, recuperando alcune delle occasioni mancate, come le centinaia di migliaia di metri quadri delle aree industriali dismesse o in via di dismissione tra Torre Annunziata e Castellammare per ricollegare Pompei al mare creando servizi per i turisti. Quattro le aree pensate per consentire al visitatore di svolgere attività diverse e collegate: strutture ricettive (30-50mila mq), un parco botanico relax di 250-300mila metri quadri, un’area «learning» (35-45mila mq) che permetta al visitatore di apprendere attraverso forme di intrattenimento e partecipazione attiva la cultura e gli aspetti centrali della vita nell’antica Roma, ed una «experience» per rivivere specifici momenti della vita di venti secoli fa. «Ma niente a che vedere con una Disneyworld - ci tiene a precisare Cercola - piuttosto un grande distretto turistico-culturale dove ci siano anche spazi per esperienze emozionali». Quanto agli interventi sulle infrastrutture, poi, il progetto prevede la realizzazione di un lungomare attrezzato, parcheggi interrati (70-90mila mq), un light-train elettrico lungo la direttrice Scavi-mare, perfino un canale navigabile. Tutti gli interventi dovranno essere a basso impatto ambientale. L’idea di fare di Pompei il più grande centro culturale per gli studi antichi piace molto anche al sindaco Claudio D’Alessio «finalmente ottimista sul futuro della città anche grazie all’attenzione dimostrataci dal governo». La presentazione si è chiusa con un appello alle istituzioni ad identificare al più presto la struttura e gli strumenti della governance per l’attuazione del progetto. «Ci sono i soldi, le idee, gli investitori. Ora - conclude Graziano - ci serve il contenitore perché tutto funzioni. Proprio su Pompei noi abbiamo messo a punto un metodo lavorando insieme per creare opportunità di sviluppo. I grandi eventi ci servono per dimostrare, anche all’estero, che questo metodo funziona».

26/05/2012 Castellammare (NA), il sindaco contro la Soprintendenza sulle ville romane (Il Mattino)

«Stabiae» non è un sito di serie B. Il sindaco Bobbio dice basta e preannuncia un dossier contro presunte omissioni della Soprintendenza sugli abusi. Le aree archeologiche di Varano non sono mai decollate e la colpa sarebbe del boom edilizio. Il sindaco, che domenica scorsa ha visitato le ville con i volontari di Legambiente in occasione delle giornate Salvalarte Agerstabianus, ha promesso di portare il caso all’attenzione della Procura. Iniziativa alla quale la stessa Soprintendenza plaude. «Le costruzioni abusive, realizzate nel corso degli anni sulla collina di Varano, sono da sempre state al centro dell’attenzione del competente Ufficio di questa Soprintendenza - si spiega in una nota – puntualmente abbiamo provveduto a denunciarne la presenza alle Autorità cui spetta di intervenire corredandole di relazioni tecniche e pareri». Ammettendo la carenza del personale la Soprintendenza invita l’amministrazione a fare la sua parte «con passi concreti nella comune valorizzazione del territorio di Stabia». Ma il primo cittadino risponde duramente e lo scontro si accende. «Nessuno, nemmeno la Soprintendenza dei beni archeologici, può nascondersi dietro una striminzita segnalazione, inviata pochi giorni fa, di un abuso rilevato attraverso Google map, dopo anni di silenzi, omissioni e mancati controlli», denuncia Bobbio. A Varano, nel decennio che va dagli anni ’80 a fine anni ’90, il cemento avrebbe ricoperto il vasto parco archeologico «salvando» soltanto le Ville Arianna e San Marco. All’appello mancherebbero il Secondo Complesso, la villa di Antares ed Eraclito e quella del Pastore. Quest’ultima secondo le piantine degli studiosi si troverebbe proprio tra Villa Arianna e Villa San Marco, ma a causa della costruzione di strutture moderne sarebbe impossibile collegare le tre ville. «Nel caso della Villa romana del Pastore, gli abusi sono stati realizzati direttamente al di sopra dei resti archeologici dell’antica Stabiae impedendo la realizzazione del Parco», spiegano dal Comitato degli Scavi di Stabia fondato da Libero D’Orsi nel 1950. «Ho iniziato circa due anni fa a sollecitare la Soprintendenza ad esprimersi sulle istanze di condono presentate da più della metà degli abusivisti della zona archeologica – conclude Bobbio - spero che ora possa essere dedicata a Stabiae la dovuta attenzione».

26/05/2012 Avella (AV), partono i lavori per l'anfiteatro (Il Mattino)

Iniziati i lavori presso l’Anfiteatro romano. Gli interventi, finanziati dalla Regione Campania dopo il placet al progetto giunto dall’assessorato ai Beni culturali retto da Giuseppe De Mita, costeranno 300mila euro e riguarderanno l’illuminazione del prezioso bene archeologico avellano. Il progetto è stato finanziato grazie alla legge 135/2001 relativa alla misura «Turismo nel verde». Finora lo scavo venuto fuori negli anni ’70 è stato curato dal volontariato culturale locale, ma di notte abbandonato. L’illuminazione notturna renderà il sito fruibile di sera sia per visite turistiche sia per rappresentazioni di carattere culturale. L’intervento di illuminazione dell’Anfiteatro Romano si inserisce nell’azione di valorizzazione a finalità turistiche del Comune di Avella, azione portata avanti anche attraverso il riconoscimento di Avella Città d’Arte. Un primo passo dunque verso il recupero dell’area archeologica avellana che, come sottolineata dal vicepresidente della Regione Campania Giuseppe De Mita “consentirà ad Avella di assurgee a modello per le altre comunità irpine che contano tesori ancora sconosciuti come questo anfiteatro”. In tutto sono tre i milioni che il Comune di Avella è riuscito ad ottenere per valorizzare il suo patrimonio. Altri due segmenti sono rappresentati dal progetto di pavimentazione della Cavallerizza, la creazione cioè di una passerella in legno all’interno della scuderia del castello normanno, e l’allestimento del Museo Archeologico di Avella e dell’Alta Valle del Clanis, entrambi finanziati a valere sul Por 2007-2013 come completamento del Pit Antico Clanis. Per quanto riguarda il Castello, sono pure in partenza i lavori relativi all’illuminazione. «L’inizio dell’intervento – commenta il sindaco Domenico Biancardi – è motivo di grande orgoglio. Dopo 23 anni dall’ultimo intervento, si dà vita ad un’opera molto utile per la valorizzazione in termini turistici della nostra area archeologica. Non posso non esprimere il mio ringraziamento nei confronti del vicepresidente della giunta regionale per l’attenzione che ha inteso riservare nei confronti della comunità di Avella».

26/05/2012 Ischia (NA), parte lo screening subacqueo via satellite (Il Mattino)

Uno screening via satellite dei fondali marini di Ischia e Baia per il monitoraggio di monumenti archeologici sommersi: è la mission del progetto Sar4Bat che adopera sensori radar per elaborare sia rappresentazioni grafiche di siti storici sottomarini, che mappe batimetriche dei fondali costieri con le relative caratteristiche topografiche. Una nuova sfida nell’ambito dell’archeologia marina, il programma è staro avviato grazie a un finanziamento dell’Agenzia Spaziale Italiana per un costo di 900mila euro. Il team di ricerca - guidato dall’azienda romana Kell, specializzata nello studio e nello sviluppo di algoritmi innovativi di elaborazione dei dati - è costituito anche dal Consorzio partenopeo Ali (Aerospace laboratory for innovative components), dall’azienda ischitana Lit Com (Technical documentation management) e dal gruppo Impianti e Sistemi del Dias, il Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Oggetto di studio del piano Sar4Bat per i prossimi due anni sono le aree marine di Baia nei Campi Flegrei e di Ischia: qui l’attenzione è puntata sul parco archeologico sommerso di Cartaromana - in corso di istituzione e dove è già iniziata un’articolata campagna di ricerca - e sul Museo archeologico di Lacco Ameno che racchiude tra le sue mura la storia dell’isola dalla preistoria all’età romana. Numerose anche le testimonianze storiche custodite in uno scrigno sui fondali costieri di Pithecusa, la più antica colonia greca d’Occidente dell’VIII secolo a.C. Il monitoraggio degli studiosi è esteso inoltre al Parco archeologico sommerso di Baia, che conserva nel perimetro dell’area marina protetta la città di epoca imperiale discesa nei secoli sui fondali per il bradisismo che interessa la litoranea. «Questo progetto – afferma in una nota l’ingegnere Francesco Punzo, responsabile Divisione, Ricerca e Sviluppo del Consorzio Ali - si inserisce nel filone dell’innovazione tecnologica e si affianca al programma Irene con il quale il consorzio Ali ha intrapreso un importante progetto industriale. Questo è finalizzato alla costruzione e al lancio di una piattaforma spaziale di rientro nella originale ed innovativa configurazione “umbrella like” o a ombrello, per l’osservazione della terra e finalizzata a specifici obiettivi tecnologici». Sar4Bat punta così a scoprire tesori monumentali ancora nascosti e delineare, attraverso l’utilizzo di dati satellitari di origine sar, ossia sensori radar ad apertura sintetica, mappe di siti archeologici sommersi e carte batimetriche dei fondali marini costieri. «Il progetto intende per questo – continua l’ingegnere Punzo - esplorare un settore applicativo di particolare rilevanza qual è l’archeologia marina, specialmente in un paese ricco di patrimonio storico-culturale come il nostro, proponendo di utilizzare tale tecnica per la ricerca, l’individuazione e la caratterizzazione dei siti sommersi localizzati in prossimità delle coste».

26/05/2012 Napoli, rinvenuto uno scheletro nel cantiere del metrò di Piazza Municipio (Repubblica)

Uomo, giovane e in buona salute, con ossa ben conservate. Disteso su un lato, gambe leggermente flesse, e braccia lungo i fianchi, sembra dormire. Se sia morto di morte naturale o di ingiurie belliche lo dirà l´esame autoptico, ma il primo cittadino napoletano dell´area cantieri metrò via Medina risalente a VII o VIII secolo è apparso ieri nel fango dove le trivelle stanno scavando per realizzare la seconda parte della stazione della metropolitana collinare: la scala di accesso alla stazione Municipio. Con dispiacere spariscono sotto colate di cemento le dimore dei principi angioini antistanti via Medina, la bella città del castello come appariva nella Tavola Strozzi se ne riscivola lentamente sottoterra per lasciare in superficie l´ingresso stazioni. Ma ieri il passato è ritornato prepotente nell´immaginario dei napoletani, anche se per gli archeologhi questi ritrovamenti e reperti sono ordinaria amministrazione. Quello che era il viso, rivolto verso la piazza del Maschio Angioino, i piedi in direzione di via Medina dove da poco si scava nei pressi della fontana del Nettuno. Il ritrovamento è stato degli operai, che hanno avvertito tempestivamente forze dell´ordine e soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei.
Dopo le imbarcazioni di età imperiale romana, una delle quali di nove metri, finite dall´anno del ritrovamento, il 2004, in deposito a Secondigliano e ancora in attesa di essere esposte, dopo le mura della città angioina e una serie di edifici che mettevano in luce parzialmente l´imago urbis, la forma della città, di una delle epoche meno conosciute e frequentate nella città del Barocco, è emerso ora un altro scheletro umano come quello che nel 2009 è apparso negli scavi per l´altra stazione in Villa comunale, vicino alla Cassa armonica, e in anni ancora precedenti in via Diaz, dove apparve il corpo di un cavaliere con anello e sperone. Nella zona del porto di Neapolis, affiorarono 200 reperti tra anfore, monete, ancore, bottiglie di vetro e portaunguenti.
Secondo la prima valutazione dei funzionari della soprintendenza coordinati dal direttore degli scavi per i cantieri della metropolitana, Daniela Giampaola, lo scheletro risalirebbe all´epoca medievale. «Ma non si tratta di un ritrovamento eccezionale: la presenza di sepolture non deve sorprendere in un´area come quella di piazza Municipio, non è una novità», ha sottolineato l´archeologa. Una presenza che viene dall´epoca dei Duchi di Napoli, periodo di violente uccisioni e di lotte con popoli come i Longobardi, i Franchi e Saraceni musulmani.
«Lo scheletro - racconta Giampaola - si trovava ad una profondità di circa 8 metri, in una tomba a fossa, scavata nel terreno. Non sono stati trovati altri reperti accanto allo scheletro, e, dunque, non si può ipotizzare al momento che si possa trattare di una necropoli».

23/05/2012 Nola (NA), l'area del villaggio preistorico non è vincolata (Il Nolano)

Una concessione edilizia nei pressi del villaggio preistorico di via Croce del Papa riapre il dibattito sulle condizioni dell’area che poteva diventare un parco archeologico. Giorni orsono è stata infatti concessa una licenza edilizia per un terreno limitrofo all’area in cui ormai più di dieci anni fa furono scoperte due capanne dell’età del bronzo, suppellettili e testimonianze della cosiddetta eruzione delle pomici di Avellino, avvenuta quattromila anni fa. La notizia è confermata da fonti dell’ente di piazza Duomo, e dall’albo pretorio: una nuova costruzione potrà sorgere nei pressi del sito archeologico, ma ai lavori di scavo dovrà sovrintendere la
Soprintendenza ai beni archeologici. Pur essendo la zona non vincolata se non nella parte in cui è “spuntato” il villaggio, la Soprintendenza deve comunque vigilare. Non sono mancate le polemiche e le voci critiche dopo la notizia di questa concessione edilizia, soprattutto da parte di chi vorrebbe che l’area fosse vincolata in maniera più ampia. La concessione è stata data legittimamente, ma le polemiche non mancheranno. Il villaggio si trova in uno stato drammatico, allagato da due anni e senza un futuro realistico. Il progetto, l’unico, accreditato è il suo interramento. La notizia di una licenza per costruire a ridosso delle (ex?)capanne ha turbato on poche persone.

Ed ecco la replica del sindaco di Nola, Geremia Biancardi: “Sul rilascio di permessi a costruire non residua, ai Dirigenti di settore, alcun potere discrezionale, che devono solo applicare quanto previsto dalla normativa vigente. Nel caso specifico, quindi, il Dirigente del Settore Urbanistica, vista la normativa di legge, ha rilasciato il permesso perché quella zona non ha vincolo di natura archeologica. Ovviamente, la Sovrintendenza, qualora ritenesse opportuno classificare quell’area come vincolata, ha pieni poteri e libertà di farlo”. Resta comunque la polemica "sotterranea" tra Soprintendenza e Comune, e il moto di riprovazione di molti lettori che ci hanno scritto. Il progetto di parco archeologico dell'età del bronzo scompare come le capanne.

16/05/2012 Bacoli (NA), il degrado sull'archeologia (Il Mattino)

Il degrado a pochi passi dalla Tomba di Agrippina, l’artistico Odeon edificato dagli antichi romani sulla costa flegrea e considerato dagli storici parte di una villa marittima di età augustea. Sulla spiaggia di Marina Grande antistante il monumento, recintato dalla Soprintendenza per scongiurare devastazioni vandaliche, la guardia costiera di Baia ha rinvenuto una gran quantità di rifiuti e di detriti abbandonati, tanto da inviare una nota al Comune affinché provveda alla pulizia. I militari coordinati dal comandante Antonio Visone, in collaborazione con l’Ufficio circondariale marittimo di Pozzuoli diretto dal comandante Caterina Piccirilli, stanno setacciando con una task force il litorale flegreo. Nello specchio acqueo di Punta Pennata è già stato sottoposto a sequestro un pontile abusivo ai margini dell’antico porto di Miseno. A Marina Grande, nel cuore della baia imperiale, sono scattati sequestri di imbarcazioni depositate illegalmente sul suolo demaniale. Ma l’obiettivo dei guardacoste è quello di salvaguardare l’habitat marino-costiero della litoranea. In questo caso, si punta a proteggere l’arenile a confine con il sito archeologico di epoca imperiale. Plastica, legno, sacchi, reti: è questo lo scorcio di panorama che si può osservare di consueto dalla Tomba di Agrippina, considerata da sempre un sito «minore» e quindi esclusa sia dai grandi piani di recupero che dagli itinerari turistici. Gran fermento ieri pomeriggio in zona per il ritrovamento sui fondali di un ordigno bellico ad opera di un gruppo di cittadini. L’area, in attesa degli artificieri, è stata transennata dai vigili urbani coadiuvati dai carabinieri della locale stazione. Attenzione puntata anche sul parco archeologico di Baia: qui stamattina iniziano opere di manutenzione ordinaria dei giardini e delle strutture monumentali. Il piano prevede anche il ripristino di una tegola moderna caduta sul suolo del peristilio affrescato, molto probabilmente a seguito di un atto vandalico. I frammenti sono parte di una tettoia costruita di recente a protezione degli intonaci dipinti nel corridoio centrale, ora transennato per sicurezza. Il responsabile del parco di Baia, l’archeologo Pasquale Schiano Di Cola, minimizza e spiega: «Si tratta solo di un piccolo crollo di una tegola installata da pochi anni per preservare gli affreschi. Provvederemo quanto prima a ripristinare la tettoia nell’ambito dei lavori di manutenzione che partono oggi. Miriamo a valorizzare il monumento riportandolo alla luce come era negli anni ’70». Maggiore visibilità dunque per il complesso termale ampio 40mila metri quadrati con verifiche delle strutture archeologiche, diserbamento arboreo e potatura della vegetazione. Un giardino che sia cornice delle antiche terme, residenza in età imperiale di aristocratici e imperatori, da valorizzare con le opere che termineranno a novembre. «Rientrano in questo processo di rilancio le conferenze itineranti che abbiamo promosso all’interno del parco archeologico», conclude il responsabile del parco l’archeologo Schiano Di Rosa. Di rilievo l’adesione dei turisti, che possono continuare a visitare il complesso termale dal martedì al venerdì gratuitamente, mentre nel weekend - mancando la biglietteria - devono munirsi del ticket al Museo dei Campi Flegrei, all’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli o al parco archeologico di Cuma. Off-limits di lunedì, giorno di chiusura infrasettimanale.

14/05/2012 Baia (NA), piovono tegole al parco archeologico (Corriere del Mezzogiorno)

Piovono tegole al Parco archeologico delle terme romane di Baia, nel comprensorio dei Campi Flegrei. Alcune tegole del peristilio della natatio centrale si sono staccate rovinando al suolo; l’area nel frattempo è stata transennata. L'associazione Freebacoli denuncia: comprensorio in sofferenza, gravi inadempienze e mancanza di manutenzione.

CADONO LE TEGOLE - Sono tegole moderne quelle cadute in questi giorni, coppi in laterizio che poggiano su antiche colonne, tuttavia rappresentano il sintomo di un crescente decadimento del parco archeologico delle terme romane di Baia. La struttura, una moderna tettoia infatti, ha ceduto in più punti rovinando a terra. L’area è stata transennata, tuttavia sono visibili altre tegole pericolanti che potrebbero cadere da un momento all’altro. «Il cedimento di un'opera di supporto, all’interno del parco archeologico delle terme di Baia, è un ulteriore segnale delle gravi inadempienze di Sovrintendenza e Comune di Bacoli» spiega così l’accaduto Josi Gerado Della Ragione, attivista dell’associazione Freebacoli.
MANCANZA DI MANUTENZIONE - «Dal 2009 l’associazione - ricorda l'attivista - con video e foto ha denunciato all’interno del parco archeologico la presenza di rifiuti ingombranti, oggetti pericolosi, mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Le tegole cadute risalgono all’ultimo intervento di restauro effettuato nel 2005, ma altri ambienti della natatio presentano vistose crepe e sono puntellati da diverso tempo». L’area interessata dal crollo è quella del peristilio della natatio centrale, un lungo corridoio decorato individuato dal Maiuri negli anni ’40 dove si conservano preziosi intonaci ornati con immagini di divinità romane ed egizie; affreschi che soffrono tra l’altro l’aggressione dell’ umidità.
NON SOLO CROLLI – Non bisogna infine dimenticare la mancanza di biglietteria e l'atavica chiusura del varco d'accesso da piazza De Gasperi, area finanziata con fondi della Comunità Europea ed assolutamente non funzionale. Per accedere al parco archeologico di Baia, infatti, occorre recarsi preventivamente alla biglietteria del museo archeologico dei Campi Flegrei allestito nel castello di Baia, distante diversi chilometri.

14/05/2012 Nola (NA), verrà seppellito il villaggio preistorico (Napoli.com)

Sarà interrato il villaggio preistorico di Nola. La decisione di coprire la “Pompei dell’età del Bronzo”, attualmente sommersa dall’acqua di falda, non è priva di polemiche.
Giacomo Stefanile, dirigente ai Beni culturali del Comune di Nola: «soluzione dolorosa: incapacità e immobilismo da parte di Regione, Ministero e Sovrintendenza».
SEPPELLIRE LA POMPEI DEL BRONZO - Grande amarezza da parte dell’associazione Meridies e del comitato per la salvaguardia del villaggio preistorico di Nola che hanno sperato fino alla fine di scongiurare la soluzione dell’interramento del sito archeologico.
Invece, il villaggio di capanne dell’età del bronzo risalente a 4.000 anni fa e distrutto dalla furia dell’eruzione del Vesuvio, sarà nuovamente ricoperto di terra.
L’IMPEGNO DEI VOLONTARI - Venuto alla luce nel 2001 ma progressivamente allagatosi a seguito dell’acqua di falda, ha visto scendere in campo a più riprese nel corso degli anni associazioni e singoli cittadini impegnati affinché fosse adottato un piano di salvaguardia del sito e scongiurata la soluzione finale dell’interramento. Nel 2011, una raccolta di oltre 5.000 firme da parte del comitato per la salvaguardia del villaggio da sottoporre al presidente della Repubblica, ma non è bastato.
NON È COLPA DEL VESUVIO- Inerzia da parte delle istituzioni sovracomunali è l’accusa lanciata dall’attuale dirigente ai Beni culturali del Comune di Nola, Giacomo Stefanile che dalle pagine del quotidiano online ilmediano.it fa sapere: “La morte del Villaggio Preistorico è il risultato incapacità e immobilismo da parte di Regione, Ministero e Sovrintendenza di tutelare di un patrimonio unico al mondo. Personalmente ho fatto l’impossibile per salvaguardare lo straordinario reperto”.
Dunque mani legate per l’amministrazione comunale nolana che a questo punto altro non può fare che adottare la soluzione finale dell’interramento del sito di via Polveriera ed affidarlo alle future generazioni.
I VILLAGGI PREISTORICI - Nell’agenda delle emergenze circa i beni culturali da salvare, dunque, i villaggi preistorici non sembrano avere mordente.
Già interrato a gennaio del 2012 il villaggio protostorico di Poggiomarino, a breve sarà ricoperto di terra anche quello dell’età del bronzo di Nola.
La causa per entrambi, le falde acquifere che col passare del tempo hanno sommerso, quasi per intero i comprensori archeologici. La soluzione delle pompe idrovore troppo onerosa, unita ad un sistema fognario inadeguato per smaltire una grossa mole d’acqua hanno portato a considerare e realizzare la soluzione forse più dolorosa dell’interramento. Restano i reperti, in parte conservati nel museo archeologico di Nola, e la voglia riscoprire nuovamente i siti quando tecnologia, volontà e interesse, stimoleranno le generazioni future.

10/05/2012 Pompei (NA), siglato accordo per distretto archeologico (Il Giornale di Napoli)

I Comuni di Pompei e Sarno e la Soprintendenza di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, nella sala di rappresentanza del Comune di Pompei, hanno siglato un protocollo d'intesa per la creazione di un "Distretto archeologico culturale", volto a valorizzare le ricchezze culturale del loro territorio. Le due città intendono realizzare un progetto di promozione culturale del proprio patrimonio archeologico, attraverso la consapevolezza che è indispensabile innescare un meccanico virtuoso del settore turistico, ovvero azioni comuni capaci di mettere a sistema le risorse, creare una rete di servizi di qualità, tutelare e promuovere il territorio. «Per raggiungere tale obiettivo - evidenzia il sindaco di Pompei, Claudio D'Alessio - è necessario concordare azioni comuni e condivise, strettamente finalizzate all'attivazione di una sezione didattica museale, all'organizzazione di campagne di scavo archeologico e all'individuazione di percorsi tematici». Pompei e Sarno hanno in comune diversi fattori di complementarietà determinati da un elemento naturale, quale il fiume Sarno, e sono ricomprese nell'ambito della perimetrazione dell'Ente Parco Regionale del Fiume. Da qui la decisione di "unire" le due realtà. «L'amministrazione Mancusi - spiega l'assessore proponente del Comune di Sarno, Filomena Amato - è onorata di poter firmare questo protocollo d'intesa che unisce due città bagnate dalla stessa acqua. Siamo lusingati, inoltre, dal totale appoggio accordatoci da Adele Campanelli, soprintendente ai Beni culturali di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta».

04/05/2012 Napoli (NA), Carandini boccia il museo archeologico (Il Corriere del Mezzogiorno)

«Il Museo Nazionale di Napoli ha una capacità di raccontare storie drammaticamente scarsa». Una bocciatura secca quella di Andrea Carandini, archeologo e presidente del Consiglio superiore per i beni culturali. Lo studioso settantaquattrenne ha rilasciato un'intervista a Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere della Sera in edicola ieri. E tra i tanti temi trattati il discorso è caduto anche sull'Archeologico napoletano: «Ci sono stato recentemente con i ministri Ornaghi e Cancellieri. Li ho portati pure a Sing Sing». «Dove, scusi?», ribatte l'intervistatore. E il presidente: «E il nomignolo con cui vengono chiamati i sottotetti del museo, dove sono ammonticchiati tutti i tesori di Pompei». Carandini spiega poi che ogni museo ha una sua Sing Sing e che il problema sarebbe mettere a frutto quei tesori nascosti. Eppure Mario Resca, nelle stesse pagine qualche mese fa, aveva esaltato la bellezza e l'unicità del museo napoletano. Ma che cosa c'è nelle «celle» dell'arte nel Museo Nazionale, che occupano una superficie di circa seimila metri quadrati? Un po' di tutto. C'è chi giura che nemmeno i vertici del museo siano a conoscenza della reale entità di questo patrimonio in giacenza. Ma la direttrice dell'Archeologico, Valeria Sampaolo, smentisce decisamente: «Che sciocchezza, sappiamo benissimo che cosa c'è a Sing Sing». E sono in corso progetti di restauro e catalogazione? «Certo, ma ci vorrà un pezzo a terminarli. E inoltre, una volta finiti, non ci sarà comunque spazio per esporre i reperti. Nonostante ciò, i pezzi che giacciono nelle celle hanno una loro vita». Sarebbe a dire? «Sono quelli che viaggiano più spesso. Ormai la tendenza è quella di prestare ai musei stranieri proprio i reperti non esposti nelle sale. Perché bisogna considerare che se alcuni pezzi dell'Archeologico sono davvero unici, molti altri hanno dei loro "doppioni"». A che cosa si riferisce? «Per esempio al vasellame pompeiano in bronzo, di cui conserviamo diverse serie a Sing Sing, del tutto uguali a quelle esposte in sala». Dunque nessuno scandalo, allora, se ci sono tante giacenze nel depositi? A Carandini la direttrice risponde che «certo si potrebbero fare altri due musei con tutto quello che possediamo. Ma un conto è costruire un museo, un altro conto è mantenerlo e soprattutto far arrivare i visitatori». Per quanto riguarda l'Archeologico, la stagione passata non è stata delle più facili. «Ora», aggiunge Valeria Sampaolo, «stanno tornando le scolaresche e l'America's Cup ha avuto un certo effetto. Stiamo andando meglio dopo lo stallo dell'anno scorso. Aprile è stato un ottimo mese e il primo maggio ha fatto registrare uno straordinario successo». Intanto al Nazionale si lavora (sia pure a rilento e con sempre più scarse risorse) per il riallestimento di alcune sale e per i necessari lavori di consolidamento. «Saranno allestite prossimamente la parte topografica e la Magna Grecia, dove verranno esposti gioielli e armi e tutto ciò che proviene dalle civiltà preromane. Poi si lavorerà al piano terra, in particolare al lato occidentale del piano terra». E verranno fuori questi famigerati tesori segreti? «Macché!» risponde secca la direttrice. «Non ci sono segreti all'Archeologico, basti pensare che fino a metà Novecento era tutto esposto, in sale strapiene, con una logica espositiva molto diversa da quella attuale. Questo però vuol dire che tutti i capolavori del Museo sono stati visti, almeno in passato». Dagli affreschi ai mosaici, tutta l'arte «prigioniera» nei sottotetti ha avuto o ha (per brevi periodi di prestito) un periodo di libertà dalla sua Sing Sing. Che tra l'altro è solo uno dei cinque depositi del museo e ospita i materiali più leggeri e i «ritorni», ovvero i pezzi rubati e poi ritrovati dai carabinieri. Resta comunque il paradosso, non solo napoletano ma italiano, delle collezioni negate al pubblico per mancanza di fondi. Potrebbero intervenire i privati a risollevare la situazione? Un esempio è quello del notaio stabiese Ferdinando Spagnuolo che partecipa al progetto «Restoring ancient Stabiae». «Magari...», replica la direttrice Sampaolo. «Quello è un progetto varato con la sovrintendenza e non con il museo, ma ben vengano iniziative di questo tipo. Per ora non abbiamo però alcun sostegno privato». Forse solo così Napoli potrebbe riuscire ad avere un secondo — e altrettanto bello — Museo Archeologico.

22/04/2012 Pompei (NA), caccia alla mappa rischio crolli (Il Mattino)

All'indomani dell'ennesima ferita che l'incuria e il degrado hanno inferto agli scavi di Pompei, i sindacati tornano all'attacco: «Ma la mappa del rischio, tanto osannata dalla soprintendente, c'è o non c'è? Lo stato di conservazione dell'area archeologica rimane critico - afferma Antonio Pepe segretario della Cisl - e ciò rafforza i nostri dubbi circa il monitoraggio che si dice sia stato effettuato e la relativa esistenza di una mappa del rischio. Se tale documento esiste, perché non lo si sottopone alla visione dei lavoratori, così, da salvaguardarli dai potenziali pericoli di finire sotto le macerie di futuri crolli?». Si apre dunque un giallo sull'esistenza di un report che fotografa quante e quali domus siano a rischio cedimento. Sull'argomento la soprintendente precisa che «la mappa del rischio è un documento tecnico che non tutti possono visionare». Ma i custodi hanno paura. «Si tratta di un altro segnale allarmante per la sicurezza di lavoratori e visitatori - continua Pepe - purtroppo dobbiamo prendere atto delle numerose chiacchiere e dei pochi fatti avvenuti dopo il 6 novembre 2010 con il crollo della Scuola d'Armi. Pompei ha bisogno di personale, qui gli unici a monitorare l'area archeologica e a segnalarne lo stato di conservazione sono quei 27 custodi che si avvicendano alla salvaguardia dei circa 1500 edifici, affreschi e mosaici sparsi nei 600mila metri quadri area archeologica. Sulla equa distribuzione del personale - annuncia il segretario Cisl, che il 24 aprile si siederà con le altre sigle e la soprintendente al tavolo delle trattative proprio per discutere di questa tematica - non faremo sconti a nessuno. Si sta perdendo troppo tempo, noi siamo per nuove assunzioni, ma nel frattempo utilizziamo al meglio e dove occorrono questo esercito di 945 dipendenti sparsi per il territorio della Soprintendenza Speciale peri Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Il nostro personale addetto alla manutenzione, benché volenteroso, continua ad essere poco utilizzato, male organizzato, peggio distribuito e maldestramente gestito, non riuscendo così a garantire l'ordinaria conservazione delle domus che in molti casi custodiscono affreschi e mosaici. Un'operazione, questa, che se fatta in breve tempo garantirebbe, prima dell'imminente arrivo dell'alta stagione turistica, sia di aprire al pubblico tutte le domus agibili, sia di prevenire crolli con interventi puntuali di manutenzione ordinaria di domus, affreschi e mosaici». I custodi, che reputano una missione, più che un lavoro, il vigilare sul patrimonio archeologico, dal canto loro dicono di conoscere ogni centimetro dell'area archeologica, ogni affresco, ogni mosaico e che la mappa del rischio è impressa nella loro mente. «Noi sapremmo dove, come e quando intervenire per salvare il patrimonio archeologico da una seconda morte. Conosciamo ogni crepa che si annida tra le antiche strutture, che rischiamo di farle cedere ad ogni temporale. La nostra professionalità unita alla conoscenza, purtroppo, serve a ben poco se messa a tacere da chi dovrebbe, e avrebbe dovuto, impiegare le risorse, economiche e umane, e vi assicuriamo che ci sono, che ha da sempre a disposizione per prevenire nuovi crolli e per evitare quelli già avvenuti». Allarmati, anche se per motivazioni diverse, si dicono pure gli operatori turistici. «Se gli scavi continuano a crollare e le aree interdette al pubblico continuano ad aumentare, chi ci viene più a Pompei? La nostra economia è in serio pericolo».

22/04/2012 Pompei (NA), ennesimo crollo negli scavi (Repubblica)

Ancora un crollo all’interno degli Scavi di Pompei. L’ennesimo cedimento nel sito archeologico più grande del mondo è avvenuto ieri pomeriggio. Ha riguardato una parte non estesa di un muro di cinta all’interno di una domus senza nome della Regio V. L’area era stata già interdetta al pubblico.
La Soprintendenza Archeologica Speciale di Napoli e Pompei ha confermato il cedimento del muro - di età romana, intonacato. L'area in cui il muro è crollato sarà oggetto di bandi per il restauro. «Stiamo lavorando per la messa in sicurezza anche in questa zona», dice la soprintendente archeologa di Napoli e Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro, che ha redatto un’informativa sul cedimento. Una relazione è stata inviata anche ai carabinieri.
Nei giorni scorsi il Napoletano è stato flagellato da piogge abbondanti che sono probabilmente tra le concause del cedimento.

19/04/2012 Giugliano (NA), gli archeologi tedeschi salveranno Liternum (Il Mattino)

Lo sanno anche i tedeschi che Scipione l'Africano, il grande condottiero romano, scelse come ultima dimora Liternum, cuore della Campania Felix. Gli studiosi tedeschi ne riconosco-no tanto l'importanza che a breve arriveranno gli studenti dell'Istituto di Archeologia Classica della Freie Universitat di Berlino per eseguire nuovi scavi nel sito archeologico di Liternum, lungo le sponde del Lago Patria. Una campagna importante che potrebbe portare alla luce reperti ancora sotterrati dai secoli e di cui si ha traccia anche in testi classici. Reperti da catalogare e custodire gelosamente per evitare altre razzie, altri sfregi alla storia e alla cultura. L'ultima campagna di scavi risale al 2009, grazie allo stanziamento di fondi europei. Gli archeologi portarono alla luce un pezzo dell'antica Domitiana. Una scoperta che emozionò gli appassionati e i responsabili dei lavori. Ma poca cosa rispetto a quel che si propongono oggi i tedeschi. Molti dei ritrovamenti del 2009 sono stati conservati nel museo archeologico di Baia, uno dei più importanti della Campania. Purtroppo però la mancanza di fondi, di personale e di custodi ha costretto a chiudere proprio le sale dedicate a Liternum. L'antica città, il•Foro, il•Capitolium, la Basilica e il Teatro sono stati riportati alla luce, invece, nel 1932 e nel dopoguerra, grazie alle indicazioni del grande archeologo Amedeo Maiuri. Ma, secondo gli esperti, ancora tanto c'è da scoprire. Un'intera città sarebbe sotterrata lungo le rive del lago Patria, bacino artificiale a forma di cuore, una palude in parte bonificata ai tempi di Scipione e quindi proprio là sotto si potrebbe nascondere, a seguire i testi degli antichi, la sua ultima dimora. Un luogo di eccezionale valore, ma, per un'atavica mancanza di fondi, trascurato e abbandonato. La zona era abitata già in epoca preistorica. Successivamente giunsero gli Osci, infine i Romani nel 194 a.C. che fondarono la colonia di Litemum. La città si trovava su quella che oggi è la sponda sud del•Lagodi Patria•efu assegnata a dei veterani della•seconda guerra punita, appartenenti all'esercito di•Scipione l'Africano. Il condottiero si rifugiò e morì a Liternum nel 183 a.C. Sua la celebre frase: «Ingrata Patria non avrai le mie ossa». Anche per questo, nel periodo della bonifica di epoca fascista, il bacino con acqua di mare che serviva a convogliare le acque della palude, fu chiamato Patria. L'antica città ebbe grande sviluppo grazie allavia Domiziana•che, partendo da•Sinuessa, l'odierna Mondragone, la rese luogo di passaggio per Cuma e Puteoli. La notizia della nuova campagna di scavi a cura dell'università tedesca ha suscitato grande curiosità in città: «Bisogna perfezionare ancora l'iter burocratico per lasciare che gli studenti vengano in città - commenta il sindaco Giovanni Pianese -. Noi per adesso abbiamo concesso il nulla osta. Ciò che si rinviene al 20% va all'università di Berlino, il resto alla nostra Soprintendenza. Sarebbe positivo se si instaurasse una sinergia tra noi e l'università di Berlino in modo da ridare slancio agli scavi». La zona nella quale avverrà lo scavo non è ancora ben definita così come spiega Patrizia Gargiulo della Sovrintendenza per i Beni Archeologici, responsabile dell'intera area di Litemum: «Stiamo ancora definendo il punto sul quale intervenire. E presumibile si intervenga sia nell'area comunale, sia in quella del Foro. Riscopriremo e metteremo in luce tutte le testimonianze dei fasti precedenti - commenta -. Dovremmo però, dare vita a studi approfonditi e ad un'indagine accurata per orientare l'intero scavo». Parte dell'antica città, purtroppo, è sotto i palazzi abusivi, ma gli archeologi non perdono le speranze. Luoghi, abitazioni e ritrovamenti se fossero riscoperti, cambierebbero per sempre la vita di Giugliano, che accolse gli antichi abitanti di Liternum e nei secoli successivi quelli di Cuma.

19/04/2012 Torre Annunziata (NA), cemento e degrado sulla villa di Poppea (Corriere della Sera)

«Dormi, o Poppea/terrena dea», canta Amore ne «L'incoronazione di Poppea» di Claudio Monteverdi. E meglio davvero che la bella e ambiziosa moglie di Nerone riposi in pace. Tornasse in vita, la sua vendetta su chi ha ridotto così la sua villa a Oplontis, nello sfacelo economico, urbanistico e morale di Torre Annunziata, sarebbe terribile. Riuscite a immaginare cosa farebbero gli americani o i francesi se avessero la fortuna di avere loro questo tesoro inestimabile che è la «Villa di Poppea»? Vedreste un'area di rispetto tutto intorno, parcheggi, visitor center, una struttura multimediale come «anticamera» per introdurre gli ospiti a capire quanto sia importante ciò che stanno per vedere a partire dalla stupefacente parete coi due pavoni (pavoni che avrebbero fatto appunto attribuire la villa all'imperatrice) dove si vede una prospettiva studiata sui libri di scuola di tutto il mondo. E poi ristoranti, caffè, bookshop e un museo coi reperti più belli e su tutti i meravigliosi «Ori di Oplontis» trovati nel 1984 nella villa di Lucius Crassius, che sta a poche decine di metri, spersa e umiliata come la residenza più famosa dentro una casbah sgangherata di orrende palazzine tirate su per mano di geometri e architetti dementi dal dio stesso della bruttezza. Da noi: zero meno zero. Non c'è una zona di rispetto, non c'è un cartello stradale che aiuti a non perdersi nel casino di una viabilità delirante, non c'è un visitor center, non c'è un parcheggio, non c'è un bookshop e manco un baracchino, una gelateria, un bar... Niente di niente. Uno spreco pazzesco. Che ti fa venire in mente ciò che scrisse nel 1775 sul patrimonio pompeiano, in «Viaggio in Italia», Alphonse de Sade: «Ma in quali mani si trova, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?». Ebbero un successo immenso, quei 65 elegantissimi gioielli trovati addosso ai poveri resti di una ventina di persone che si erano rifugiate in una stanza della villa mentre la lava del Vesuvio inghiottiva ogni cosa, quando furono esposti la prima volta a Castel Sant'Angelo. «La tragedia», disse il sovrintendente Baldassarre Conticello, «è che poi torneranno nel caveau di una banca perché a Torre Annunziata non c'è un museo». Era il lontano 1987. Un quarto di secolo dopo, quel museo non solo non è ancora stato fatto ma manco progettato. E i celeberrimi «Ori di Oplontis», alcuni dei quali sono stati prestati per rarissime esposizioni che hanno fatto luccicare gli occhi anche agli australiani, sono chiusi in una cassetta di sicurezza. Vietati alla vista dei visitatori insieme con tutti gli altri reperti più preziosi che sono ammucchiati in un deposito (da cui peraltro sono appena spariti due pezzi) tra gli indecorosi casotti di cemento accanto alla cosiddetta «Villa di Poppea». Ecco il direttore, Lorenzo Fergola: «Possiamo vedere queste meraviglie in magazzino?». «E tutto chiuso». «I custodi non hanno le chiavi?». «No». «Chi le ha?». «Io». «E allora?». «Le ho dimenticate a casa». E tutti a fare la lagna: «Potessemo campa' solo 'e turismo!». E tutti a ricordare i tempi belli quando la città si chiamava Gioacchinopoli in onore di Gioacchino Murat: «Quant'era bella! 'O sole! 'O mare!». E tutti a citare quanto annotò nel diario Wolfgang Goethe nel 1787: «Pranzammo a Torre Annunziata con la tavola disposta proprio in riva al mare. Tutti coloro erano felici d'abitare in quei luoghi, alcuni affermavano che senza la vista del mare sarebbe impossibile vivere. A me basta che quell'immagine rimanga nel mio spirito». Adesso, qui, sono «felici» di vivere solo i camorristi che arricchiscono, spacciano e ammazzano la gente intorno ai clan degli Aquino-Annunziata, dei Gallo, dei Vangone, dei Gionta. Così potenti e volgari che non solo avevano allestito un quadrilatero con fortificazioni elettroniche (quindici microcamere, tre centraline invisibili a occhio nudo, più alimentatori per ovviare all'eventuale taglio della luce) ma sono arrivati, come scrisse sul Corriere Fulvio Bufi, a «sostituire la pavimentazione stradale con marmi e piastrelle del genere che abitualmente viene utilizzato all'interno delle case». Sono così forti i camorristi, in questa città che ha visto chiudere 93 dei 94 pastifici e le fabbriche siderurgiche e lo «spolettificio» militare che ormai, dopo avere ingoiato parte della vastissima Villa di Poppea, è ridotto a uno stipendificio per meno di duecento dipendenti assistiti in un'interminabile agonia, da permettersi tutto. Anni fa, per la «strage di Sant'Alessandro», quattordici sicari arrivarono in pullman (in pullman!) davanti al Circolo dei Pescatori per annientare con mitra e fucili a pompa otto uomini legati ai Gionta. E non passa mese senza la scoperta di nuovi legami tra i clan locali, la 'ndrangheta della Locride e una certa imprenditoria marcia del Nord. «Fortapaso , chiamava Torre Annunziata il povero Giancarlo Siani, il giovane cronista del Mattino che qui lavorava e venne assassinato. E se c'è un luogo simbolo in cui lo Stato dovrebbe a tutti i costi affermare la sua sovranità, è questo. Anche per proteggere quegli abitanti presi in ostaggio che cercano di ribellarsi alla paura, come hanno fatto i ragazzi dell'Istituto d'Arte «de Chirico» che scagliarono contro la camorra, grazie a grandi pannelli, raffiche di ironie, prese in giro, barzellette che ridevano dei boss più feroci. Macché. Anche se va plaudita una crescente offensiva delle forze dell'ordine, il commissariato di polizia a dispetto di anni di denunce è ancora inchiodato in una sede infossata tra i palazzi di corso Umberto e per uscire in strada, magari per accorrere in aiuto di qualche cittadino in pericolo, le volanti del 113 devono passare attraverso l'androne di un altro palazzo: basta un'auto parcheggiata male e addio. E la situazione del Tribunale, che ammucchia i fascicoli di mezzo milione di abitanti dei dintorni, è più o meno quella di quando il procuratore Diego Marmo denunciò l'invasione di ratti e una tale mancanza di spazio che «per 59 persone non solo non sono disponibili né sedie né scrivanie, ma non vi è posto nemmeno per ospitarle in posizione verticale». Cioè in piedi. Dentro questo sfascio, la villa di Lucius Crassius, come denuncia una lettera di pochi giorni fa dell'assessore Aldo Tolino al ministro dei Beni culturali, è catastrofica: «I locali a piano terra ove furono ritrovati gli "Ori di Oplontis", versano in condizione di grave degrado per infiltrazioni di acqua, che creano pericolo di crollo e dove i resti umani dei nostri antenati giacciono ammassati in cassette di plastica e abbandonati all'oblio più assoluto, mentre la quasi totalità degli affreschi di tutto il complesso, vero vanto dell'arte pittorica romana, versa in condizioni di grave deterioramento...». Quanto alla Villa di Poppea, suscita incanto, rabbia e malinconia. Pavimenti luridi di polvere, mosaici che qua e là si sgretolano, affreschi che si gonfiano, tubi innocenti che reggono ovunque putrelle d'incerta stabilità, nastri di plastica biancorossa di traverso, lampade orrende oscenamente arrugginite, erbacce che crescono divorando il pavimento della piscina... E sopra le teste incombono ovunque, minacciosi, i pesantissimi soffitti sorretti da ciclopiche travi di cemento armato. Li piazzarono lì pensando così di proteggere le stanze affrescate, di una bellezza ineguagliabile. La scienza ha dimostrato, purtroppo, il contrario: in caso di terremoto l'avere ammassato tonnellate di cemento armato sui mattoni e le pietre antiche può moltiplicare i danni rendendoli devastanti. Un Paese serio si precipiterebbe a mettere in salvo tanta bellezza. E tenterebbe di rimediare al disastro fatto anni fa consentendo a queste palazzine bruttissime di assediare e quasi strangolare la residenza imperiale. L'Italia no. E anche se qualche boccone dei nuovi finanziamenti per Pompei pioverà anche qui, manca del tutto, spiega Antonio Irlando, presidente dell'Osservatorio Archeologico, un progetto vero, di respiro, ambizioso. Dorme, Poppea. E certo il suo sonno non sarà disturbato, in queste condizioni, da troppi turisti. Sapete quanti custodi e addetti vari lavorano alla villa? Trentotto. Sapete quanti visitatori paganti hanno comprato il biglietto nel 2011? Tenetevi forte: 10.125. Ventisette al giorno.

18/04/2012 Minori (SA), la villa romana diventa un sito multimediale (Adnkronos)

Sottrarre al degrado uno dei luoghi simbolo dell'otium romano in Costa d'Amalfi, attraverso un progetto capace di risolvere carenze strutturali, e accreditarlo a pieno titolo nel circuito dei grandi attrattori turistici, anche mediante l'impiego di animazioni e multimedialita'. Parte con questo intento il rilancio del sito archeologico della Villa Romana Marittima di Minori, meta ogni anno di migliaia di turisti e che a fine aprile sara' teatro del progetto regionale denominato 'Ozi Marittimi' che, oltre a un evento organizzato da una delle piu' prestigiose aziende italiane nel settore delle installazioni multimediali, prevede interventi strutturali e interattivita'.
Il corposo intervento promosso dal Comune di Minori, e finanziato dalla Regione Campania e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici sara' presentato domani pomeriggio alle ore 18,30 nel corso di un consiglio comunale straordinario a cui partecipera' anche il soprintendente Adele Campanelli, che illustrera' nel dettaglio gli interventi in programma.
Nel complesso archeologico, destinatario del restyling, e' prevista l'implementazione stabile di allestimenti di ultima generazione per la fruizione dei beni archeologici, con modalita' originali quanto accattivanti. Infine, saranno corposi gli interventi di risanamento strutturale, non piu' rinviabili per la sopravvivenza stessa di un'area di notevole pregio storico e monumentale.
"Lo scopo che ci siamo dati e' di arricchire di aspetti innovativi un'offerta turistica, le cui tradizionali risorse ambientali e paesaggistiche vanno coniugate con le nuove possibilita' legate alla segmentazione di un mercato sempre piu' esigente e selettivo - spiega il sindaco Andrea Reale - Le amministrazioni locali della costiera amalfitana hanno fatto fronte comune in vista di un obiettivo fondamentale per la valorizzazione e il rilancio del comprensorio".
E in questa strategia rientra il progetto Ozi Marittimi - storie sensibili nelle 'Villae' Romane della Costa d'Amalfi, che vede coinvolti tutti i paesi costieri attraverso la Conferenza dei Sindaci, col supporto finanziario della Regione Campania e la partecipazione qualificante della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta.
Il Comune di Minori, in particolare, fa da capofila dell'iniziativa a ragione della piena corrispondenza di questa con le linee-guida della propria azione amministrativa. Non e' un caso, quindi, che proprio la Villa Marittima Romana di Minori funga da centro logistico di una serie di interventi e di manifestazioni.

18/04/2012 Giugliano (NA), Liternum ancora allagata (Napoli.com)

Allagata l’area archeologica dell’antica Liternum. A causa dell'innalzamento del livello del lago Patria, dovuta alle piogge incessanti di questi giorni, l’acqua sommerge la passeggiata lungolago e raggiunge parte delle antiche strutture romane.
SCAVI ALLAGATI - Complici le piogge insistenti, l’area archeologica dell’antica Liternum è nuovamente in parte allagata. Un fenomeno che si presenta puntualmente in concomitanza di periodi particolarmente piovosi, quando le acque del lago Patria, a causa di un antico problema della foce, tendono a sollevarsi e straripano, inondando la riva dove insistono i resti dell'antica colonia romana.
“INGRATA PATRIA” - Fondata nel 194 a.C. dai veterani di Zama al seguito di Scipione detto l’Africano, Liternum dunque, passa da un disagio all'altro.
La passeggiata miralago ingoiata dalle acque, infatti è solo un ultimo tassello di degrado che irrompe sull’area archeologica in territorio di Giugliano.
Nonostante gli sforzi compiuti dal Comune, dalla Sopraintendenza di Napoli e dalla locale Pro Loco per rendere fruibile il sito, il futuro dell’area archeologica, nei fatti stenta a decollare. Le erbacce hanno ripreso ad invadere l’area del Foro dov’è conservata l’ara votiva di Scipione l’Africano, l’impianto luci è stato devastato da ignoti e non di rado è possibile ammirare il pascolo di tre caprette e un cavallo, di proprietà delle famiglie di abusivi che occupano le due abitazioni destinate alla demolizione; una costruita proprio sopra l’antica via consolare Domitiana.
A pochi passi dall’ingresso degli scavi, infine, accoglie i turisti una discarica a cielo aperto dove i cumuli di spazzatura vengono depositati ad ogni ora del giorno.
Guarda il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=NZqLEGEVVSo

14/04/2012 Pompei (NA), Ecco i siti da salvare (Il Mattino)

Le ditte che vogliono partecipare ai bandi per «salvare» la città archeologica hanno ancora cinque giorni di tempo per presentare le proprie offerte. Il tempo massimo per partecipare, infatti, è stato fissato per le ore 12 del 18 aprile: un limite ristrettissimo, considerato che i bandi, che interessano il restauro di 5 domus, sono stati pubblicati appena il 4 aprile scorso. La straordinarietà degli interventi ha reso eccezionali anche i tempi di partecipazione alle gare d'appalto, solitamente pubblicate dalla soprintendenza, che sono passati dai 30-60 giorni classici agli attuali 14. La ristrettezza temporale è un chiaro segnale che non c'è più tempo per aspettare. L'intervento di messa insicurezza degli scavi deve partire il prima possibile. L'elemento di accelerazione della tempistica è l'effetto della cooperazione rafforzata e coordinata tra il ministero dei Beni culturali e le strutture del ministero per la Coesione territoriale. Ciò ha consentito la tempestiva e contestuale attivazione delle procedure di gara e la pubblicazione dei primi bandi con conseguente forte riduzione dei tempi di avvio dei cantieri. L'intero processo è stato supportato sul piano procedurale, tecnico e progettuale da uno specifico staff di Invitalia. Il programma degli interventi, per complessivi 105 milioni di euro (41,8 milioni di fondi Ue, 63,2 di fondi nazionali), si articola su cinque linee d'azione: rilievi e diagnostica (8 milioni e 200 mila euro); consolidamento delle opere (85 milioni di euro, 47 milioni dei quali per il finanziamento di 39 progetti già redatti dalla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei (Sanp) e 38 milioni per opere da progettare); adeguamento dei servizi per i visitatori e implementazione di strumenti di comunicazione anche interattivi (7 milioni di euro); potenziamento dei sistemi di sicurezza e di telesorveglianza (2 milioni di euro); rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della Sanp (2 milioni e 800 mila euro). I primi 5 bandi europei, per un importo complessivo di circa 6 milioni di euro, riguardano gli interventi di restauro architettonico e strutturale delle domus: di Sirico; del Marinaio; dei Dioscuri; delle Pareti Rosse; del Criptoportico. Contestualmente all'avvio dei primi bandi, sono stati avviate le indagini idrologiche propedeutiche ai lavori di messa in sicurezza dei terreni demaniali al confine con l'area archeologica. La soprintendenza, dal canto suo, dovrà garantire il flusso di informazioni relative alla filiera delle imprese, istituendo, tra l'altro, entro 30 giorni a partire dal aprile una banca dati relativa alle verifiche antimafia che essa stessa dovrà richiedere alla prefettura di Napoli prima della stipula di ciascun contratto. Intanto, è atteso a Pompei nei prossimi giorni il pool anticamorra, istituito presso la prefettura di Napoli e coordinato dal prefetto Fernando Guida, per un primo sopralluogo delle aree interessate dai lavori di messa in sicurezza. Per garantire massima trasparenza e legalità il «Grande Progetto Pompei» sarà aperto alla partecipazione dei cittadini. Il governo si è impegnato ad informare costantemente i cittadini sulla «ratio della policy», sui processi amministrativi, sulla filiera delle imprese appaltatrici, sullo stato di avanzamento degli interventi e sui flussi finanziari relativi. I ministeri interessati al rilancio della città archeologica sono pronti a recepire le segnalazioni e le proposte dei cittadini che vogliono dare un loro contributo per lo sviluppo dell'area. Tale attività verrà svolta attraverso incontri sul territorio per il coinvolgimento della comunità locale e con l'uso interattivo della rete e dei social media.

06/04/2012 Pompei (NA), Monti vara il piano per gli scavi (Repubblica)

UN PIANO nato all'epoca del ministero di Galan, di cui si rivendicano molte paternità: quella dell'allora ministro Fitto, dell'ex sottosegretario Villari, ma soprattutto del governatore Caldoro. Un piano che si ritrova nel volume stampato da Electa che a un certo punto della sua complessa relazione ha citato il direttore generale del Mibac Antonia Pasqua Recchia, voluto dal suo predecessore ora sottosegretario Roberto Cecchi. Ce ne fu un altro nel 2002, di Guzzo. Ma questo avrà un privilegio: quello di essere attuato, si spera, completamente. Almeno questo ha assicurato ieri il premier Mario Monti in prefettura coni ministri Cancellieri, Barca, Ornaghi e Profumo per annunciare il recupero degli Scavi entro il 2015 grazie al Grande Progetto Pompei finanziato con 105 milioni di fondi europei con il supporto di un Protocollo della legalità sottoscritto ieri con la soprintendenza. Con il prefetto Andrea De Martino che ha promesso: «Nemmeno un euro nelle mani della camorra».
Riduzione del rischio, dunque, anche se non vi sono inchieste in Procura o in Dda su infiltrazioni camorristiche nel sito. Tuttavia il governo affianca tecnicamente all'ufficio del Mibac a Pompei la struttura Invitalia e mette a capo del gruppo di lavoro per la legalità e la sicurezza del Progetto Pompei il prefetto Fernando Guida, che vigilerà sulla trasparenza degli appalti.
«Sin dal protocollo d'intesa lavoriamo con il prefetto - spiega la soprintendente speciale di Napoli e Pompei Teresa Elena Cinquantaquattro - e ci sentiamo supportati. La soprintendenza rimane stazione appaltante e insieme possiamo fornire la garanzia che i soldi europei sono spesi nel migliore dei modi».
«È necessario - ha detto Monti - che Pompei resti in piedi con elevati standard di qualità e con il contributo di imprese oneste e innovatrici. Nonostante le sue condizioni e la scarsa qualità dei servizi offerti, attira in media 6000 visitatori al giorno, con punte di ventimila in alcuni giorni dell'anno. Potrebbero essere di più e trattenersi invece di fuggire subitoe potrebbero spendere di più per prodotti di qualità, mentre la gioventù locale soffre di una gravissima disoccupazione». In prefettura anche il sindaco de Magistris, il governatore Caldoro, il sindaco di Pompei D'Alessio, Domenico Arcuri, ad di Invitalia. Assente il presidente della Provincia Cesaro.
A breve Pompei diventerà tutta un cantiere. Insieme ai sequestri di aree anche vaste operati dalla Procura di Torre Annunziata (che ha tre inchieste aperte), quanto spazio per i visitatori? «Il sito rimarrà sempre aperto - replica Cinquantaquattro - e sarà fatto un grande lavoro di gestione del piano dei cantieri per ridurre l'impatto sui visitatori».
Dopo i primi cinque bandi per la Casa di Sirico, del Marinaio, dei Dioscuri, delle Pareti rosse e del Criptoportico, entro luglio gli altri per le Regiones a rischio.
«Ogni ditta - ha affermato il ministro Cancellieri, che ha annunciato un protocollo d'intesa con i vigili del fuoco per i Beni culturali - sarà verificata anche per lavori di piccola entità». Cinque le linee di azione: per rilievi e diagnostica verranno impiegati 8 milioni e 200 mila euro, 85 milioni per il consolidamento delle opere, 47 per il finanziamento di 39 progetti già redatti dalla soprintendenza e 38 milioni per opere da progettare; adeguamento dei servizi ai visitatori (7 milioni), potenziamento sicurezzae telesorveglianza (2 milioni) e rafforzamento struttura organizzativa e tecnologica (2 milioni e 800 mila euro).

01/04/2012 Pompei (NA), Crolli e restauro del Teatro, dopo Pasqua i primi avvisi (Il Mattino)

L'inchiesta sui fondi spesi per il restauro del Teatro Grande degli scavi è in dirittura d'arrivo e si preannunciano avvisi di garanzia eccellenti. «Dopo Pasqua si concluderanno le indagini - anticipa il capo della procura di Torre Annunziata, Diego Marmo - con risultati eclatanti». Pur senza violare il segreto istruttorio, le parole del numero uno della procura oplontina lasciano presagire che dall'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Rosa Annunziata, sono emersi elementi accusatori tali da formulare accuse gravi, a vario titolo, a carico di chi doveva vigilare sulla ristrutturazione del teatro degli scavi. La magistratura ha passato al setaccio tutta la documentazione degli appalti relativi a tali lavori e le perizie hanno svelato che «i cinque milioni di euro finanziati per il restauro dell'antico teatro in realtà sarebbero stati spesi per allestirlo con il materiale scenico, (luci, palco, impianto fonico, camerini), per consentire l'inaugurazione della stagione concertistica del San Carlo a Pompei». «Non era certo questa la missione del commissario straordinario per l'emergenza scavi», ha evidenziato Marmo, «il compito del commissario era chiaro: risanare l'area archeologica. Se questo è stato fatto, o non fatto, lo stiamo valutando». «Non è facile lavorare in un contesto in cui non c'è collaborazione», ha detto Marmo. «Nel corso delle molteplici inchieste aperte da questa procura, noi magistrati, abbiamo riscontrato un clima ostile da parte di chi invece avrebbe dovuto collaborare. E stato difficile, anche, trovare degli esperti a cui affidare le perizie, persone che non hanno mai svolto incarichi per conto della soprintendenza. Ma, nonostante tutto, stiamo per concludere le inchieste più importanti». L'inchiesta sul Teatro Grande è stata aperta nell'estate del 2010 e affidata alla guardia di finanza di Torre Annunziata, guidata dal colonnello Fabrizio Giaccone. Risvolti giudiziari eclatanti si apprestano ad arrivare, anche, dall'inchiesta relativa ai crolli avvenuti nell'area archeologica dal novembre del 2010 ad oggi. La perizia presentata dal professor Nicola Augenti, lo scorso 16 marzo, al capo della procura oplontina rivela che «la pioggia non è la causa alla base dei cedimenti strutturali della Schola Armaturarum e della casa del Moralista». «Ci sono responsabilità di chi doveva evitare che ciò avvenisse», spiega il procuratore capo. «La perizia del nostro consulente è ancora al vaglio del sostituto procuratore dottor Emilio Prisco, però, è già evidente che, a vario titolo, questo bisognerà stabilirlo, gli iscritti nel registro degli indagati sono responsabili dei crolli colposi. Per tutte le inchieste che riguardano l'area archeologica io ne sono il titolare, con i colleghi sostituti, questo è uno dei motivi per i quali non lascio la procura»

27/03/2012 Pompei (NA), amianto negli scavi (Il Mattino)

«C'è amianto sotto i lapilli. Mi dissero di depositare il materiale inquinante nel perimetro interno dell'area archeologica». È la rivelazione choc che un dipendente della soprintendenza, affetto da tumore ai polmoni, ha reso ai carabinieri nell'ambito dell'inchiesta sulla presenza di amianto negli uffici frequentati dai dipendenti degli Scavi avviata dalla procura di Torre Annunziata. Ieri il capo della procura Diego Marmo ha disposto il sequestro giudiziario di circa duemila metri quadrati di un'area compresa nel percorso «extra-moenia», a Porta San Paolino, ai piedi dell'edificio di nuova costruzione catalogato come il «mostro» per l'ambiguo designer. Una passeggiata archeologica accessibile ai turisti, in particolar modo ai diversamente abili. I visitatori, dunque, calpestano ignari terreno «avvelenato». I carabinieri pompeiani, agli ordini del maggiore Luca Toti e del maresciallo capo Tommaso Canino, nei giorni scorsi avevano effettuato un primo sopralluogo dell'area, ieri sottoposta a sequestro, accompagnati dal dipendente che, con sicurezza e determinazione, aveva indicato loro il luogo preciso dove, nel corso degli anni, gli era stato «ordinato» di seppellire il materiale che, a suo dire, è costituito da eternit. Ad accertare se realmente sotto quel cumulo di terra e lapilli sono state occultate sostanze velenose, sarà la perizia disposta dal capo della procura di Torre Annunziata Diego Marmo. Sulla questione interviene il segretario della Cisl Antonio Pepe: «Se dovessero ritrovare riscontro i sospetti degli inquirenti, per questa grave disattenzione non faremo sconti a nessuno. Sarebbe una mancanza imperdonabile per le unità operative di protezione e di prevenzione, a cui purtroppo è affidata la salute dei lavoratori, per non aver vigilato sul corretto smaltimento dei rifiuti speciali». L'unica certezza, per adesso, è che purtroppo il 59enne operaio della soprintendenza sta affrontando una dura battaglia per vincere un tumore maligno ai polmoni e che, secondo quanto dichiarato agli inquirenti «la malattia sarebbe stata causata dal respiro delle polveri sottili rilasciate dal materiale che per anni ha trasportato da un luogo all'altro tra gli antichi reperti». Una persona che lotta con la morte non avrebbe motivo di mentire. «Capitava di dover smontare alcune lamiere delle coperture dei corpi di guardia - ha raccontato il signor G. agli investigatori - e senza le dovute precauzioni, a mani nude e soprattutto senza mascherina, le seppellivo nel luogo indicatomi». Al signor G. gli inquirenti sono giunti acquisendo le schede dei dipendenti dall'ufficio del personale della soprintendenza. Tra le annotazioni c'era in evidenza la sua richiesta di prepensionamento per «carcinoma polmonare». «Bisognerà accertare se i vari dirigenti, che si sono succeduti nel corso degli anni, erano a conoscenza di tale circostanza e se sono intervenuti per circoscrivere il problema», ha ribadito il procuratore capo di Torre Annunziata Diego Marmo che ha aperto un'inchiesta sul caso amianto in seguito alla denuncia del Mattino. Ad oggi i decessi causati da malattie tumorali sono sette, tra funzionari, archeologi e custodi. L'ultimo è avvenuto lo scorso dicembre.

21/03/2012 Pompei (NA), depositata la perizia sui crolli (Il Mattino)

Non solo la pioggia. Non solo le cause naturali. L'ingegnere Nicola Augenti, nominato dalla procura di Torre Annunziata come perito per stabilire le cause dei crolli della Schola Armaturarum, della domus del Moralista e degli altri cedimenti che hanno interessato l'area archeologica dal 6 novembre del 2010 ad oggi, lo ha sempre pensato e lo ha ripetuto più volte. E adesso lo ha messo per iscritto, nel dossier che ha consegnato ieri nelle mani del procuratore capo Diego Marmo. Ci sono voluti sedici mesi di lavoro, un'attività minuziosa e delicata, per produrre 260 pagine di relazione, suddivise in due volumi, a cui sono allegate 530 fotografie. Senza violare il segreto istruttorio le parole del professor Augenti sono chiare e lasciano intendere che gli avvisi di garanzia stanno per diventare richieste di rinvio a giudizio: «La cosa più semplice è attribuire le cause dei crolli a fattori naturali. Ma non è singolare che se piove vengono giù le cose? La pioggia in sé non fa crollare, ci sono altri fattori collegati». Augenti è certo di essere «venuto a capo di tutte le situazioni»: poi, naturalmente, «spetta alla procura stabilire se si configurano reati e chi siano le persone che hanno commesso tali reati». Nella relazione prodotta dal superperito si tiene conto anche dei rilievi fotogrammetrici. I difensori degli inquisiti non hanno chiesto l'incidente probatorio, così il super perito ha seguito gli accertamenti irripetibili seguendo la procedura prevista dall'articolo 360 del codice penale. «Fondamentali - continua il docente universitario - sono state le indagini attente e minuziose svolte dai carabinieri coordinati dal maggiore della compagnia di Torre Annunziata Luca Toti. Il mio rammarico è l'imminente addio del procuratore Marmo per raggiunti limiti d'età. Mi auguro che la nomina di un suo sostituto avvenga in tempi brevi e che il futuro procuratore capo abbia la stessa sensibilità mostrata dal dottor Marmo sull'inchiesta che interessa l'area archeologica». Il «vagone di carta», come lo ha definito l'ingegnere Augenti, è ora al vaglio del sostituto procuratore Emilio Prisco. Quanto alle prove di resistenza delle strutture interne agli Scavi, che gli sono servite per giungere alle sue conclusioni, Augenti assicura di averle eseguite «nel modo meno invasivo possibile e senza danneggiare le antiche dimore». Infine una stoccata alla soprintendente Elena Teresa Cinquantaquattro che il perito accusa di scarsa collaborazione. «Se io fossi il responsabile dell'area archeologica, o il ministro - ha commentato il professore - vorrei che si accertasse la verità prima di tutto. I magistrati che mi hanno delegato vogliono che io accerti la verità ed è per questo motivo che mi hanno dato carta bianca su come procedere con la perizia. Mi avrebbe fatto piacere ricevere la collaborazione di tutte le parti». Le persone che il pubblico ministero Stefania Di Dona che avviò le indagini (ora è in organico presso la procura di Napoli) ha iscritto nel registro degli indagati sono i responsabili della progettazione, della pianificazione e della esecuzione dei lavori di ripristino della «Schola Armaturarum» e della domus del Moralista. Si tratta dell'ex soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, del direttore degli Scavi Antonio Varone, del capo dell'ufficio tecnico Valerio Papaccio, dell'architetto restauratore Paola Rispoli, del geometra Aldo Borrello, dell'ingegnere Enrico Visciano, dell'architetto Maria Grazia Del Greco, (ex funzionaria), della titolare della ditta «Caccavo» Anna Maria Laccavo e del titolare della ditta «Recos» di Boscoreale, Giovanni Ausiello. Per tutti l'accusa è di crollo colposo.

20/03/2012 Velia (SA), Il piano paesistico regionale di Taglialatela abolisce la legge di tutela dell´area archeologica (Repubblica)

Se Parmenide e Zenone avessero avuto la fortuna di conoscere l´onorevole Marcello Taglialatela sicuramente l´avrebbero condotto tra le rovine di Elea, la nobile città della Magna Grecia ora strangolata dall´alluminio anodizzato, dalle targhe fosforescenti, dalle case di mattoni bucati.
Se solo avessero avuto questa fortuna avrebbero guidato l´assessore regionale all´Urbanistica a osservare come si sia riusciti a ingoiare persino il loro mare, affrontando le onde col cemento, chiudendo agli occhi e al cuore ogni rispetto per la memoria comune.
Ma Taglialatela di Velia, patrimonio dell´umanità rovinato dagli umani, simbolo della mediocrità di un ceto politico che danza al ritmo del calcestruzzo, ha purtroppo scarsa stima. L´assessore, cugino alla lontana di Attila, ha pensato di segnare la sua presenza alla Regione con un grandioso piano paesistico, opera formidabile di scrittura compulsiva, legge fondamentale nella quale trovano posto tutti i più bei gnè-gnè del mondo.
E infatti (e come volete che mancasse all´appello!), è previsto il solito e purtroppo inutile Osservatorio, che dovrà monitorare l´integrità del paesaggio.
Dovrà. Futuro del verbo dovere.
Nell´attesa, la legge annuncia la fine dell´unica legge che ha un poco salvaguardato Velia da altro cemento, un provvedimento speciale, approvato all´unanimità dal consiglio regionale nel 2005, che riduceva - seppure in limine mortis - l´appetito agli speculatori. Sei articoli che imponevano lo stop al consumo del suolo e la misericordia collettiva per i resti che ancora restano in vita.
Era una legge di salvaguardia, che ammetteva nella sua drastica misura il default della politica, l´incapacità delle amministrazioni locali di governare lo sviluppo del territorio per colpa delle collusioni e delle corruzioni, dell´ignoranza assoluta e dell´assoluta inconsapevolezza di cosa siano la bellezza e la cultura. E che valore abbia la nostra memoria, quale saldo anche economico produca.
Cosa è cambiato dal 2005 ad oggi? Cosa? Ce lo dica Taglialatela. Ci dica per esempio cosa ne è oggi della magnifica marina di Ascea, dove le concessioni edilizie sono sempre in eruzione malgrado lo zero spaccato imposto sette anni fa. Figurarsi senza quella normativa! Magari, ecco il bel futuro, avremo il suo ottimo Osservatorio che segnalerà nuovi seminterrati di carta, nuovi piani rialzati, nuove serrande di nuove finestre affacciate sulla Porta rosa.
Se solo Taglialatela facesse amicizia con Parmenide e Zenone…

18/03/2012 Paestum (SA), la necropoli del Gaudo ridotta a discarica (Il Corriere della Sera)

Necropoli del Gaudo, studiosi in fuga: abbiamo sbagliato indirizzo? Templi e piscine. ll problema di Paestum è la proprietà privata e l'abuso che se ne fa. Come le piscine, costruite alle spalle dei templi. Ci passi davanti e sei sicuro di aver sbagliato indirizzo. Ma quando ci torni con una guida esperta non ci sono più scuse, ciò che ti rimane è lo sconforto più totale. Eccola la necropoli del Gaudo: un cumulo di rovi, di macerie, di schifezze. Non si possono vedere le tombe, sono coperte dalle lastre di eternit. Dai filamenti di amianto. Dai copertoni bruciati. Dai materassi bucati. Dagli elettrodomestici buttati via. Ci eri passato davanti e non ci avevi potuto credere. La civiltà del Gaudo, quella testimonianza preziosa dell'età eneolitica: con la diffusione della conoscenza del rame insegnò nei gruppi umani la nozione di ricchezza. Eccola oggi la ricchezza del Gaudo, una orribile discarica sotto il cielo di Paestum. L'avevano scoperta gli alleati americani alla fine della seconda guerra mondiale questa necropoli alle spalle dei templi di Poseidonia. Volevano costruirci un aereoporto su questo terreno. Hanno scavato con gioia la necropoli. O almeno una parte, probabilmente ci sono molte tombe che non sono ancora state portate alla luce. Quelle tombe sono tutto ciò che rimane della preziosa civiltà antica. Sono tombe a «camera» o a «grotticella», ma ci si deve credere per fede alle parole della guida, le tombe adesso non si riesce a vederle. Erano venuti a studiare la necropoli gli archeologi della Sorbona di Parigi, qualche settimana fa. Anche loro erano convinti di aver sbagliato indirizzo. Sono andati via senza parole. Loro, come era successo ai ricercatori spagnoli, svedesi, belgi, inglesi. Tutti quanti arrivano armati di mappa in via Laghetto, alle spalle dei templi di Paestum, e si trovano davanti l'orrore della discarica e il volto impotente di Mauro Gnazzo, già vicesindaco della città, oggi cittadino inerme che abita accanto alla necropoli e spolvera da solo le pietre del tempietto proprio davanti casa sua. «Non è sempre stato così. Ci sono stati anni che la necropoli era ben tenuta e bella e degna della sua archeologia», garantisce Mauro Gnazzo sostenendo che qui tempi erano quando lui era vicesindaco e adesso invece c'è Marina Cipriani, responsabile della soprintendenza, che ha fatto un esposto contro ignoti per quello sfacelo a cielo aperto del quale sarebbe proprio la soprintendenza la responsabile. In verità il terreno di quella necropoli è privato, è di proprietà di Antonio Barlotti che acquistò la terra negli anni Ottanta per metterci le serre di fragole e poco importa se anche sotto le serre ci sono le tombe, secondo Barlotti nemmeno davanti ai suoi occhi adesso c'è una discarica. Nega l'evidenza, alza le spalle e va via. «Il problema principale di Paestum è questo: su 120 ettari di templi e di necropoli, soltanto 20 sono di proprietà dello Stato», allarga le braccia Lucio Capo, uno dei responsabile di Legambiente locale che da anni si batte per il decoro di questo patrimonio dell'umanità dell'Unesco, ma a sentire i suoi racconti è come cercare di svuotare il mare con un bicchiere. Già, perché il problema di Paestum non è la semplice proprietà privata. E' piuttosto l'abuso che di questa proprietà viene fatto, senza alcun ritegno. Esiste, ma si fa meglio a dire esisterebbe, una legge costruita ad hoc da un senatore nella fine degli anni Cinquanta per tutelare questo patrimonio dell'umanità: secondo la legge voluta da Umberto Zanotti Bianco non è possibile costruire dentro il raggio di un chilometro dai templi di Paestum. «Beh di abitazioni contro questa legge ne hanno costruite ben 3 mila, anche dentro ai templi», dice Lucio Capo prima di tirar fuori il vero bubbone abusivo che qui a Paestum si tramanda di bocca in bocca fra imprecazioni e incredulità: la piscina. Meglio: le piscine. Già le piscine, quelle costruite per svago con l'acqua azzurrina. C'è quella proprio alle spalle del tempio di Nettuno: l'ha costruita Italo Voza, oggi candidato sindaco a Paestum a capo di una larga coalizione. E poi c'è la piscina di Villa Rita, appena fuori dagli scavi, di proprietà della famiglia Pisani. E' come se qualcuno avesse costruito una piscina alle spalle del Partenone o del teatro greco di Pompei. La proprietà privata a Paestum è un problema più che serio. Legambiente ha pensato di risolverlo lanciando una provocazione: un azionariato popolare, aperto a tutti i cittadini del mondo visto che è stato proprio l'Unesco a dichiarare Paestum patrimonio dell'umanità. L'iniziativa verrà presentata la prossima settimana, con la speranza che serva a muovere i portafogli se non proprio le coscienze che da queste parti sembrano un'anima divisa in due. C'è chi distrugge, senza ritegno. E chi si danna. «In questa necropoli del Gaudo non hanno messo nemmeno un'insegna, un cartello che possa servire almeno come minimo deterrente», dice ancora Mauro Gnazzo sistemando le pietre del suo tempietto romano, unica piccola oasi nello sfacelo di questa necropoli del Gaudo che oggi esiste soltanto sulle guide e sui tanti libri e manuali di archeologia.

16/03/2012 Pompei (NA), un archeopark per rivivere l'antica Pompei (Repubblica)

Vivere un giorno da antico pompeiano: il Comune di Pompei ha un progetto per ricostruire in chiave contemporanea, l´ambiente dell´antica città romana. Il foro, le domus e le terme saranno "clonate" fuori del perimetro della città archeologica, all´esterno di Porta Vesuvio.
«I turisti potranno così sperimentare i gusti assaporando il vino addolcito con il miele, in un termopolio (il bar dell´antichità) simile a quello visitato il giorno prima negli Scavi - spiega il sindaco Claudio D´Alessio, che ha appena presentato il progetto al Westchester Italian Cultural Center di New York - magari pernottando in una domus fedelmente ricostruita, fantasticando su atmosfere sensuali o sui rituali presenti all´interno di Villa dei Misteri, o assistendo alla colorazione delle stoffe in una piccola fullonica, l´antica tintoria dei romani».
L´amministrazione comunale punta dunque a far nascere a Pompei un terzo polo turistico (dopo Scavi e santuario) che servirà a collegare la città degli scavi con il Parco nazionale del Vesuvio.
Il progetto del parco archeologico "Pompei rivive" è stato inserito nel piano triennale delle opere pubbliche comunale e per l´attuazione di una prima tranche di interventi occorreranno 15 milioni di euro.
«Per il completamento dell´opera, i cui costi sono al vaglio di un gruppo nominato dall´ente attuatore - annuncia il sindaco - il Comune apre le porte ai privati».
L´archeopark, esteso su di una superficie di circa un chilometro quadrato, sarà realizzato con strutture leggere e con il riuso delle vecchie costruzioni ancora esistenti nel verde dell´ager pompeianus, dove il più vecchio insediamento della città moderna sarà l´anello di congiunzione tra passato e futuro.
Oltre al ripristino dell´ingresso agli scavi di Porta Vesuvio, il progetto metterà a sistema la Pompei archeologica con il parco nazionale e con altre attrattive turistiche del territorio vesuviano. L´idea è di sfruttare la direttrice a nord degli scavi, che dalla località Civita Giuliana passa per Boscoreale e sale verso il Vesuvio, consentendo un accesso alla città romana anche dalla parte opposta a quella utilizzata oggi.
Per l´assessore Pasquale Sommese, a New York in rappresentanza del presidente Caldoro, «il progetto s´inserisce all´interno della scelta che Comune di Pompei, Regione Campania, ministero dei Beni culturali e imprenditori privati intendono sostenere per coniugare il rilancio degli studi archeologici con l´integrazione delle aree periferiche, attraverso politiche di tutela attiva del territorio». E sul valore strategico del programma "Pompei rivive" insiste il sindaco D´Alessio per il quale «attraverso questa idea passa il futuro sviluppo della città e di tutto il territorio».

15/03/2012 Pompei (NA), Venere in Conchiglia, in briciole pareti affrescate (Il Mattino)

Fragilità Pompei. Sono bastati due giorni di vento forte per fare guasti nella Domus della «Venere in Conchiglia» e in quella di Loreio Tiburtino. Nella prima domus, scavata da don Amedeo Maiuri nel 1952, e detta appunto di «Venere in Conchiglia» per il grandioso affresco situato sulla parete sud del giardino, le offese ai tesori sono sicuramente più gravi, visto che si sono staccati pezzi di intonaco affrescato con pitture in IV stile, il più bello e scenografico tra quelli ritrovati a Pompei. Ad avere la peggio sono state le pitture dello zoccolo situate nell'ambiente alla destra del locale contenente il grande affresco. I dipinti risultano danneggiati in due punti. Nella prima area era rappresentata, su fondo nero, una bella pianta con foglie di palma, di color verde chiaro. La seconda zona aveva, invece, sempre su fondo nero, un riquadro, a fascia, di colore rosso. Pochi centimetri quadrati, nell'uno e nell'altro caso, eppure preziosi. Testimonianze, quelle degli affreschi distaccati, che forse si perderanno per sempre: i restauri, per quanto possano essere accurati e filologicamente corretti, sono pur sempre delle «toppe» e non restituiranno mai e per nessuna ragione al mondo i colori e le linee eleganti dell'originale. Ad accorgersi e a segnalare il distacco, poco dopo mezzogiorno, è stato uno dei custodi. Nessun commento o spiegazione sui nuovi danni e sulla loro importanza, invece è venuto dai vertici della soprintendenza. Forse si aspetta l'intervento dei tecnici per saperne di più. Nell'altra domus a subire guasti è stata l'area del giardino, nel quale il vento ha schiantato una grata di legno e muratura, lunga circa quindici metri. La griglia, peraltro moderna così come anche la muratura, si trova alla destra del canale con tempietto ed era stata realizzata negli anni novanta per sostenere e ricostruire il pergolato così come era in antico. La casa, una delle più belle della città, si caratterizza per la loggia porticata lungo la quale corre un canale d'acqua impreziosito da statue d'animali, erme, muse e da un tempietto tetrastilo da cui prendono vita giochi d'acqua di fine bellezza. Questa seconda casa, detta di Loreio Tiburtino (in realtà apparteneva a Ottavio Quartione) è chiusa ai turisti dal 22 dicembre 2011, allorché, anche allora, il vento forte provocò il cedimento di uno dei pilastri del pergolato esterno della domus. Uno stop che si è rivelato quanto mai utile perché, nonostante la griglia crollata non sia antica, la sua caduta avrebbe potuto provocare danni consistenti sia a eventuali turisti sia al personale impegnato nella custodia della casa. Poco più di due settimane, invece, è il tempo trascorso da quando da una delle pareti della casa di «Venere in Conchiglia» si staccò un pezzo d'intonaco, affrescato con il rosso pompeiano, con una superficie pari a circa un metro e mezzo per settanta centimetri. Adesso, i nuovi crolli e distacchi. Chissà cosa accadrà quando inizierà la stagione delle piogge e il «Piano per Pompei» sarà ancora di là da venire.

15/03/2012 Pompei (NA), il vento sradica una struttura in legno (Repubblica)

Era già chiusa al pubblico per un precedente crollo la splendida casa di Loreio Tiburtino a Pompei dove il vento ha sradicato stanotte una moderna struttura di legno e muratura che serviva a sostenere le piante: e proprio per il suo giardino, il parco più grande di Pompei, era famosa la domus che attirava tanti turisti tra i suoi viali pergolati dove era stata ripristinata all´inizio degli anni novanta l´antica vegetazione, viti e piante esotiche rare.
Almeno fino al crollo del 22 dicembre scorso, quando era venuta giù una colonna del pergolato esterno e il sito era stato posto sotto sequestro: da allora dopo i primi lavori di messa in sicurezza della soprintendenza, la domus era rimasta chiusa al pubblico e forse è stata una fortuna: cosa sarebbe accaduto se il crollo della struttura fosse avvenuto con la domus aperta o nel corso della ricognizione dei custodi? Recentemente i sindacati dei lavoratori degli scavi, e in particolare la Cisl, avevano rimesso al centro del dibattito la manutenzione ordinaria del sito notando che nonostante le nuove assunzioni di tredici archeologi e nove architetti, restava la carenza di operai specializzati.
La casa di Loreio Tiburtino fu scavata negli anni 50 e studiata anche dal punto di vista botanico da Spinazzola, Amedeo Maiuri e Roberto Pane. Il disseppellimento dei calchi di piante e pali ancora presenti nel giardino resero possibile una ricostruzione molto vicina all´originale. Abbandonato durante la guerra, il verde fu ripristinato alla fine degli anni quaranta con l´inserimento di mandorli, cotogni e melograni. I lavori di restauro più recente hanno interessato i viali pergolati che attraversano l´intero giardino dell´euripus inferiore, dove sorgevano due vasche per i pesci. Lo spazio verde della casa si articola in due lunghe vasche (euripi) disposte a forma di T. L´edificio si completa con l´euripus superiore (ovvero il porticato) decorato da statue allusive all´Egitto, patria della dea Iside: al centro presenta un sacello con fontane, mentre in fondo sorge un doppio letto per pasti da consumare all´aperto e una nicchia con affreschi mitologici.

09/03/2012 Ercolano (NA), il mecenate di Ercolano (Il Corriere del Mezzogiorno)

«L’unica tristezza, per me, è non avere neanche una goccia di sangue italiano».
Le parole pronunciate da David W. Packard durante la cerimonia del due novembre del 2009 in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria di Ercolano hanno una duplice chiave di lettura. Da una parte ci fanno capire quale possa essere il movente morale di un autentico mecenate, dall’altra insinuano il dubbio che questa mancanza di sangue italiano non sia tra le ultime spiegazioni della straordinaria azione di mister Packard. Già, perché in Italia non conosco davvero niente di paragonabile all’Herculaneum Conservation Project, al quale David Packard ha devoluto dodici milioni di euro in undici anni e grazie al quale Ercolano è oggi non solo una sorta di felicissima anti-Pompei, ma addirittura un modello per tutta l’Italia.
Sul sito del progetto si legge che «l’Herculaneum Conservation Project è stato fondato da David W. Packard, Presidente del Packard Humanities Institute, fondazione filantropica, con lo scopo di sostenere lo Stato Italiano, attraverso la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, nella sua azione di salvaguardia di questo fragile sito archeologico, dal valore inestimabile».
Il fine non è dunque quello di ‘sostituire’ lo Stato, ma quello di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi costituzionali. E la garanzia di tutto questo è che il signor Packard non ha affidato il progetto ad un manager, ma ad uno studioso, Andrew Wallace-Hadrill, allora direttore della prestigiosissima British School di Roma.
Ma cosa ci guadagna, mister Packard in tutto questo? Una fama eccellente e una solidissima legittimazione culturale: insomma, niente di materiale. E il punto è proprio questo.
Anche sull’onda del nebuloso ‘manifesto’ sulla cosiddetta costituente della cultura appena lanciato dal giornale di Confindustria, oggi si parla molto di ‘nuovo mecenatismo’: ma il mecenate è appunto un donatore che non chiede nulla in cambio del proprio dono, se non la gloria e la riconoscenza della comunità.
E, in Italia, di questi mecenati vedo solo il non-italiano signor Packard. Ci sono piuttosto degli sponsor, che calcolano con grande attenzione il ricavo economico dei loro investimenti sul patrimonio: e per ottenere un ricavo adeguato in tempi commercialmente utili, il bene (che sia Pompei, il Fondaco dei Tedeschi a Venezia o il Salone dei Cinquecento a Firenze) rischia di essere compromesso, moralmente o perfino materialmente.
L’idea diffusa è che questi sponsor possano sostituire lo Stato, rimanendo però fedeli al dettato costituzionale, il quale prevede che il patrimonio storico e artistico serva non all’aumento dello sviluppo economico, ma a quello della cultura. Ma si tratta di un’idea come minimo assai ingenua.
Come ha notato proprio il responsabile del progetto di Ercolano, Andrew Wallace Hadrill: «Trovare uno sponsor non è la soluzione perché è importante anche che sia quello giusto. Gli effetti di alcune sponsorizzazioni sono chiari e, chi interviene sui beni culturali per fare pubblicità ad un marchio può avere effetti devastanti. Anche perché non sempre quello che vuole fare lo sponsor è la cosa più giusta per il sito. Nel caso specifico Packard è stato uno sponsor eccezionale perché non ha chiesto nulla in cambio».
Invece che celebrare le magnifiche sorti e progressive della cultura come volano dello sviluppo (che tradotto in ‘sangue italiano’ vuol dire: far arricchire alcuni investitori privati su un bene comune), sarebbe forse il caso di ricordare che lo Stato potrebbe mantenere egregiamente il patrimonio storico e artistico della nazione destinando ad esso anche solo il 5% dell’attuale evasione fiscale.
La terza possibilità è quella di sedersi ad aspettare altri
mecenati veri, come mister Packard. E magari, nell’attesa, riseppelire Pompei.

09/03/2012 Pompei (NA), maxi restauro a Villa dei Misteri bocciato dal TAR (Il Mattino)

Villa dei Misteri: va rifatta la gara (1 milione e 120 mila euro l'importo) dei lavori di restauro di apparati decorativi parietali e pavimentali perché ha sbagliato la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei ad aggiudicarla all'impresa Restauri Eu & Ro srl.. Lo ha sentenziato il Tribunale amministrativo regionale che, accogliendo il ricorso di Consorzio L'Officina, Corsale Maria Pia, Studio Crc di Paolo Pastorello e Corsorzio Arké, ha annullato l'assegnazione definitiva dell'appalto, dichiarando l'inefficacia del contratto stipulato dall'allora Soprintendente Giuseppe Proietti. Secondo la sentenza, la commissione giudicatrice ha operato illegittimamente in quanto, dopo che il Tar aveva annullato le precedenti esclusioni di Corsale-Consorzio Arkè-Studio Crc e L'Officina avrebbe dovuto procedere alla rinnovazione integrale delle operazioni di gara, a partire dall'invito rivolto alle concorrenti di presentare nuove offerte. All'appalto da aggiudicarsi con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa partecipavano 11 imprese specializzate, tra le quali le due ricorrenti. Dopo il pronunciamento dei giudici amministrativi di piazza Municipio, che dichiarava illegittima l'esclusione delle due imprese, la commissione riapriva le operazioni di gara e valutava le offerte presentate, collocando al secondo posto in graduatoria L'Officina alle spalle della Restauri Eu & Ro, che restava vincitrice. Il Tribunale ha rilevato che la valutazione delle offerte delle due ricorrenti, con particolare riferimento a quelle tecniche, è avvenuta quando erano già note alla commissione giudicatrice le offerte tecniche ed economiche delle altre concorrenti, in quanto scrutinate nella precedente fase della procedura. Richiamando la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, il Tar ha sentenziato che il seggio di gara ha posto in essere un comportamento illegittimo, avendo proceduto alla valutazione comparativa tra l'offerta presentata dalle società riammesse e quella della società dichiarata originariamente vincitrice. La sentenza, firmata dal presidente Antonino Savo Amodio e dai magistrati Paolo Corciulo (estensore) e Renata Emma Ianigro, contiene anche la condanna della Soprintendenza e dell'impresa Restauri a pagare 4 mila euro dio spese legali. In sede cautelare, il 7 ottobre del 2011 il Tar aveva respinto la domanda sospensiva, provvedimento riformato in appello il successivo 18 ottobre dal Consiglio di Stato. E ora? La Soprintendenza opterà per la gara bis o ci sarà un secondo round giudiziario. Il verdetto che ha bocciato la commissione giudicatrice potrebbe essere appellato davanti al Consiglio di Stato. E' quello che si saprà nei prossimi giorni. Il ricorso è stato redatto dall'avvocato Antonio Ausiello mentre la difesa di Restauri Eu & Ro è stata sostenuta dall'avvocato Federico Titomanlio. La Soprintendenza, condannata già in sede cautelare a pagare 3 mila euro di spese legali, si è costituita nel processo tramite l'Avvocatura Distrettuale dello Stato.

09/03/2012 Pompei (NA), Terme Stabiane aperte ma ci sono già le prime crepe (Il Mattino)

Aperte ieri interamente al pubblico per la prima volta, dopo due annidi restauri ed altrettanti di attesa, le Terme Stabiane rischiano di passare nella stessa giornata dai fasti dell'inaugurazione al disonore del «brogliaccio» delle segnalazioni dei custodi degli Scavi. Che ieri, proprio mentre giornalisti, scolaresche francesi e frotte cosmopolite di turisti affollavano incantati i meravigliosi locali in cui le donne dell'antica Roma si dedicavano alla cura del corpo, hanno notato delle brutte lesioni su uno dei pilastri che sostiene il pesante cancello di ferro delle Terme. «E inconcepibile - si dicevano i due custodi assegnati ieri alla sorveglianza delle Terme - che abbiano restaurato murature, coperture, stucchi e pitture, e nessuno si sia occupato di quel pilastro che re :4; e il cancello. Queste lesioni vanno segnalate subito, prima che si trasformino in uno dei crolli che purtroppo, quotidianamente, ci troviamo a scoprire». Si addensano le prime nubi, dunque, sull'apertura del più antico complesso balneare pubblico della città romana, che, dopo l'ormai eterna stagione dei crolli e subito prima della svolta epocale del I problemi Personale insufficiente difficile garantire l'accesso al pubblico in via definitiva Grande Progetto Pompei, voleva raccontare gli Scavi che nel silenzio delle cronache vengono curati, salvati e restituiti a nuova vita. Inaugurate simbolicamente 1'8 marzo - la sezione femminile dello stabilimento non era stata finora mai visi-tabile, le donne ieri, per decisione del ministero dei Beni culturali entravano gratis in tutti i luoghi dell'arte e della cultura italiana - le Terme sono state oggetto di un progetto di restauro, curato dall'archeologa Marisa Mastroroberto e dal direttore dei lavori Luigi D'Amora della Soprintendenza, iniziato nel 2008 e terminato nel novembre del 2010, e finanziato con mezzo milione di euro dal ministero dei Beni Culturali. E dal 2010 al 2012? «Mancavano dei ritocchi alla facciata», risponde il direttore degli Scavi Antonio Varone. Due anni di restauro e altrettanti soltanto per dei ritocchi? «A novembre 2010 c'è stato il crollo della Schola Armaturarum che ha determinato un brusco cambiamento nella scala delle priorità del sito. E poi, diciamo anche che non c'era il personale per tenerle aperte. Quella dei custodi - continuaVarone - è un'altra delle emergenze di Pompei: sono 160, divisi ogni giorno su cinque turni di lavoro. Cinque andranno in pensione ad aprile, altrettanti a luglio. Noi vorremmo tenere aperte tutte le case ma senza personale di custodia è impossibile: ci accontentiamo di fare delle aperture a rotazione, in modo da permettere che ogni casa possa essere vista e spingere i visitatori a passare più di una giornata agli Scavi». E il rammarico e le perplessità dell'archeologo diventano un vero e proprio grido d'allarme nelle parole dei custodi secondo i quali, con l'organico attuale, sarà difficile assicurare che le Terme Stabiane aperte ieri per la prima volta possano essere regolarmente visitabili. «Ci vorrebbero i 500 custodi dei ministeri Spadolini e Scotti, invece ad ognuno di noi tocca da sorvegliare un'area pari a quella che all'epoca si spartivano in quattro. Oggi due di noi - raccontano i dipendenti - sono qui alle Terme Stabiane, ma questo comporta che a presidiare alcune importanti Domus è rimasta una sola persona, invece che una per ogni casa». A Pompei sono arrivati archeologi, architetti e funzionari, nessun ministro fino ad ora ha ritenuto di dover rinforzare il personale di custodia. «Ma come si può pensare che siamo in numero sufficiente: sulla carta siamo 160, ma tolti i permessi per 104, le ferie, le malattie, ad ogni turno di lavoro siamo ormai pochissimi. Ed è a causa del personale ridotto - concludono i custodi - che delle 54 Domus accessibili, alcune sono visitabili esclusivamente su prenotazione altre soltanto a rotazione».

08/03/2012 Pompei (NA), riaprono le Terme Stabiane (Il Mattino)

Aprono alle visite, dopo quattro anni di restauri e consolidamenti, le Terme stabiane, il più antico complesso balneare pubblico di Pompei. E, assieme al settore maschile, da sempre visibile, a partire da oggi, in occasione della Festa della donna e dell'iniziativa del Mibac che prevede l'ingresso gratuito alle donne in tutti i luoghi di cultura, sarà possibile accedere alla sezione femminile delle terme, mai aperta al pubblico. Un'area, quest'ultima, che aveva un ingresso secondario appunto destinato solo alle pompeiane, era situato in quello che attualmente è conosciuto come «Vicolo del Lupanare» ed era caratterizzato dalla scritta « Foeminae», ormai cancellata dal tempo, sulla facciata esterna. Il varco principale affacciava, invece, su via dell'Abbondanza, proprio di fronte alla piazzetta con la statua dedicata a Marco Holconio Rufo (personaggio di spicco nella Pompei del I secolo avanti Cristo) e a pochi metri dall'incrocio con la via Stabiana. Accanto alla Pompei che crolla, al sito archeologico abbandonato all'incuria e al degrado, c'è dunque una Pompei che nel silenzio viene curata e salvata. All'opera, realizzata con mezzo milione di euro (fondi del ministero) in base a un progetto del 2007, hanno lavorato ditte appaltatrici coordinate da tecnici della Soprintendenza. Il restauro ha riguardato sia le murature e le coperture, che sono state rifatte, sia gli stucchi e le pitture. Un insieme di criticità: dall'umidità di risalita agli intonaci decoesi, dalle infiltrazioni delle acque meteoriche ai distacchi degli intonaci, aveva compromesso in maniera impressionante l'edificio, che ha un valore storico e scientifico eccezionale. Costruito nel II secolo avanti Cristo sfruttando un impianto più antico di altri tre secoli, si struttura nella classica sequenza di ambienti: apodyterium (spogliatoio), frigidarium (per i bagni in acqua fredda), tepidarium (c'era una vasca con acqua tiepida, per acclimatarsi) e calidarium. Quest'ultimo era formato da una sala in cui si immettevano vapori umidi che raggiungevano i quaranta gradi; era presente anche una vasca con acqua calda in cui ci si poteva bagnare. Per aumentare la traspirazione, poi, si beveva acqua fresca da un bacino circolare di marmo. L'unicità del complesso è data dall'impianto di riscaldamento, fornito da un'unica fornace collocata sotto il pavimento, il più antico esempio sopravvissuto di epoca romana. L'accesso destinato alle donne prevedeva il passaggio attraverso un lungo corridoio. Una volta giunte al settore loro riservato, potevano spogliarsi, lasciare gli abiti nelle apposite nicchie e fruire degli impianti. Il settore maschile, nel 79 dopo Cristo, era in fase di restauro sia per i danni subiti dal terremoto del 63 dopo Cristo sia per le numerose scosse sismiche che in quegli anni si succedevano. La sezione femminile, invece, era in funzione. Gli stabilimenti balneari offrivano bagni caldi, piscine, saune, palestre e spazi porticati, locali per il massaggio e la toeletta. Nell'ingresso e nella palestra si conservano raffinate decorazioni in stucco policromo, con soggetti e figure mitologiche. E, appunto lo stucco.si stava perdendo del tutto. «Abbiamo lavorato sul consolidamento delle murature - spiega Giancarlo Napoli, uno degli specialisti che hanno contribuito a salvare la struttura - rifatto il percorso in cocciopesto, puliti e consolidati gli intonaci, eliminati i microrganismi infestanti, e stuccate le pareti, ricostruendo la superficie anche con colori molto simili a quelli originali. Se non si fosse intervenuti con rapidità avremmo rischiato di perdere anche quest'altra testimonianza dell'unicità di Pompei». La storia Le più moderne della città le alimentava l'acquedotto A Pompei c'erano tre stabilimenti termali pubblici: la Terme del Foro, le Terme Suburbane e le Terme Stabiane. Erano in avanzata fase di costruzione anche altri edifici termali. Esistevano anche numerosi stabilimenti privati. I più noti erano quelli di Giulia Felice, un elegante complesso termale per clienti facoltosi. In genere, le terme pubbliche erano gratuite o costavano un as lavatum, asse per il bagno. Le Terme stabiane, nel Il secolo avanti Cristo, erano state ristrutturate e migliorate. Erano persino alimentate con acqua dell'acquedotto e non attraverso i pozzi. All'ingresso c'era un a meridiana affiancata da un testo, in lingua osca, in cui si affermava che lo stabilimento era stato realizzato con denaro pubblico.

07/03/2012 Pompei (NA), agonia infinita, i crolli  che nessuno vede (Il Mattino)

La fragilità della Pompei antica ha due volti: quello finito sotto i riflettori (malgrado i tentativi di tenerlo il più possibile nascosto) e per il quale si sono mobilitati Unesco, Unione Europea e «pa-peroni» di tutto il mondo impegnando risorse finanziarie a 9 cifre. E quello «oscurato» da decenni, non soltanto indifeso e privo di tutele ma oltraggiato con il silenzio. I crolli che hanno ferito la città eterna non sono solo quelli denunciati fino ad oggi, e che hanno fatto il giro del mondo. Ci sono altre ferite, in certi casi anche più gravi, che invece di essere medicate vengono lasciate sanguinanti. Per mancanza di risorse, di uomini e soldi, ma anche - probabilmente - nel timore che il macigno delle responsabilità possa far saltare qualche poltrona. La Casa del Marinaio, ad esempio, è crollata da tempo, indifferente agli annunci di mappe del rischio e priorità di interventi. E intanto pregiati mosaici sono stati lasciati agonizzanti, abbandonati alle intemperie, al degrado e all'usura del tempo. Le foto scattate da chi è potuto passare per la Regio VII - area interdetta al pubblico in direzione di Porta Nola - e che pubblichiamo in questa pagina, sono eloquenti. «I mosaici oltraggiati, deturpati e abbandonati della casa del Marinaio, ma anche della domus cosiddetta della Regio VII - racconta con amarezza chi lavora agli Scavi - rappresentano uno spettacolo deprimente, tenuto nascosto da decenni di proposito. Nessuno dei ministri che sono venuti in visita, né gli ispettori dell'Unesco e tanto meno il commissario europeo Hahn sono stati accompagnati da queste parti. Ci troviamo di fronte a gravi omissioni». La soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro dal canto suo si limita a dire che «il restauro della Casa del Marinaio è al primo posto tra gli interventi da realizzare» Che la soprintendenza eviti di denunciarei crolli che avvengono all'intervo dell'area archeologica è un sospetto che il procuratore capo della Repubblica di Torre Annunziata Diego Marmo ha rilanciato più volte. Anche il professor Nicola Augenti, il superperito nominato dalla procura per accertare le cause dei crolli della Schola Armatura-rum e della casa del Moralista - e che adesso ha sulla scrivania anche le foto della Regio VII - ricorda che «ancor prima dei cedimenti strutturali avvenuti il 6 novembre del 2010, in soprintendenza non c'era la buona abitudine di denunciare i crolli». E ricorda: «Non denunciare è reato per un libero cittadino, figurarsi per un ente pubblico». Intanto, le perizie dei primi crolli saranno consegnate in procura entro la metà di marzo. Mentre il piano di rilancio continua come previsto dalla tabella di marcia stilata dal governo. Sarà con *** vocato per gli inizi di aprile il primo tavolo tecnico Unesco e Mibac. Un incontro attraverso il quale l'agenzia delle Nazioni Unite fornirà al ministero assistenza tecnica nella realizzazione del programma di salvaguardia e restauro del sito archeologico di Pompei. Il piano prevede interventi per la cosiddetta «Buffer zone», owero la zona tampone all'esterno degli scavi. Il programma prevede il coinvolgimento di Acen, associazione dei costruttori edili napoletani, che a Parigi, lo scorso novembre, siglò un'apposita intesa con la Regione Campania e la Camera di Commercio per un sistema integrato di sviluppo che riguarda anche i collegamenti e l'accoglienza. Per la fine di marzo sono attesi i 5 bandi per consolidamento e restauro di altrettante domus. A metà aprile, invece, il ministro Lorenzo Ornaghi ha assicurato la pubblicazione del bando perla riduzione del rischio idrogeologico nel terrapieno delle Regiones III e IX, ossia l'area interessata dal crollo del novembre 2010 lungo via dell'Abbondanza. Entro i131luglio sarà la volta dei bandi per la messa in sicurezza di tre Regiones. Entro il 31 dicembre 2012 altri bandi per la messa in sicurezza delle altre cinque Regiones. Il piano, secondo il ministro per i Beni e le Attività Culturali, si concluderà alla fine del 2015 con la spesa complessiva dei 105 milioni di euro finanziati dall'Ue.

03/03/2012 Ercolano (NA), sponsor francesi pronti ad investire (Il Mattino)

Alla fine Ercolano ha avuto la meglio su Pompei. C'è stato un cambio di programma nella «trasferta» napoletana della «delegazione» di imprenditori francesi disponibili a finanziare restauri nel sito archeologico: niente tour agli Scavi, ma una visita alle antiche dimore del Miglio d'oro, Villa Favorita e Villa Campolieto, per Joelle Ceccaldi, presidente del consorzio Epadesa, sindaco di Puteaux e parlamentare uscente, e Joelle Chauvin, presidente del gruppo internazionale assicurativo Aviva. Una visita «privata», quella delle due manager francesi ospiti in città della senatrice Diana de Feo, programmata però già da qualche settimana per verificare tempi e modalità di attuazione del programma di investimenti, 200 milioni per i primi dieci anni, stabilito in base alle intese firmate a novembre a Parigi. Nel corso dell'incontro - al quale erano presenti anche Patrizia Nitti, direttore artistico del Museo Maillol di Parigi, i presidenti dell'Unione industriali, dell'Acen e della Camera di Commercio di Napoli, rispettivamente Paolo Graziano, Rodolfo Girardi e Maurizio Maddaloni, la senatrice Diana De Feo della Commissione Cultura del Senato, il consigliere speciale Unesco, Francesco Caruso, e il presidente di Icomos Italia, Maurizio de Stefano - Epadesa ha ribadito la volontà di intervenire nell'area, in attuazione dell'accordo firmato tra il Ministero dei Beni culturali e l'Unesco, teso a favorire investimenti privati nel sito archeologico. E il Governatore Caldoro, dal canto suo, ha ringraziato per la disponibilità a realizzare investimenti sul territorio, dando seguito alle determinazioni assunte negli accordi siglati a novembre (a Parigi è stata firmata anche un'intesa tra Regione, Uin e Acen). Dopo i documenti e le firme, dunque, si muovono i primi passi verso la realizzazione del piano di intervento dei privati, dentro e fuori l'area archeologica, di cui ha parlato mercoledì alla Camera anche il ministro Lorenzo Ornaghi rispondendo al question time sulla situazione degli Scavi, che insieme ai 105 milioni di fondi europei dovrà portare al rilancio della zona archeologica e del territorio circostante. L'elenco degli interventi da finanziare mediante sponsor privati, in applicazione della procedura semplificata prevista dal decreto legge n. 34 del 2011 su Pompei, sta per essere pubblicato. La prossima tappa, adesso, sarà la convocazione, in tempi brevi, di un tavolo ufficiale con tutti i soggetti coinvolti. In quella occasione, la presidente de l'Epadesa visiterà gli Scavi. La trasferta francese, le due manager e la direttrice del Museo Maillol sono ripartite stamattina per Parigi, si è conclusa ieri sera con una cena a Villa Lucia, ospiti della Feo insieme a Paolo Graziano, Ambrogio Preziosi, Maurizio Maddaloni, Francesco Caruso, Maurizio Di Stefano e Paolo Romanello, direttore generale della Fondazione Ente Ville vesuviane.

01/03/2012 Pompei (NA), crolli a Pompei presto un tavolo interministeriale, ma accuse dai sindacati (Il Mattino)

Tra poche settimane si aprirà un tavolo di consultazione su Pompei insieme ai ministeri della coesione territoriale e dell'Interno: lo ha detto il Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi nel corso del question time di ieri alla Camera riferendo sulla situazione del sito archeologico. Il ministro ha ricordato che fino ad ora si è operato su due piani, «quello degli interventi di urgenza su danni localizzati» e «quello di parziali interventi di consolidamento e restauro sulle singole aree Domus». «Questi due livelli di azioni, pur necessari, tuttavia non bastano», ha spiegato Ornaghi aggiungendo che «il programma di governo è un progetto complessivo e oltremodo complesso in grado di affrontare in forma interconnessa i principali problemi di Pompei: la riduzione del rischio idrogeologico con la messa in sicurezza dei terrapieni non scavati; la messa in sicurezza delle insulae; il consolidamento e restauro delle murature; il consolidamento e il restauro delle superfici decorate; la protezione degli edifici dalle intemperie; il potenziamento del sistema di videosorveglianza». «Il piano - ha spiegato il ministro - è un modello di cooperazione interistituzionale e rafforzata, che è stato molto apprezzato dall'Unione europea. Intende mettere in campo le migliori forze del Mibac e le competenze internazionali» ed è «frutto dell'intesa con i ministeri della coesione territoriale e dell'Interno. Insieme con i colleghi di questi dicasteri oltre che con il ministro dell'Università' e con l'Autorità di vigilanza - ha aggiunto Ornaghi - ho già sottoscritto un protocollo di legalità, con l'obiettivo di garantire legalità e trasparenza nella gestione delle risorse messe a disposizione dell'Unione europea che, ricordo, ammontano a 105 milioni di euro». «In questo quadro di condivisione, opportunità e assunzione di responsabilità - ha concluso - il ruolo degli enti territoriali si rivela cruciale».

«Conosciamo ogni centimetro dell'area archeologica, ogni affresco, ogni mosaico e la mappa del rischio è impressa nella nostra mente. Noi sapremmo dove, come e quando intervenire per salvare il patrimonio archeologico da una seconda morte. La nostra professionalità unita alla conoscenza, purtroppo, serve a ben poco se messa a tacere da chi dovrebbe, e avrebbe dovuto, impiegare le risorse, economiche e umane, da sempre a disposizione per evitare i crolli». Passano i giorni ma l'amarezza dei sindacati degli Scavi non si placa. «Gli archeologi e gli architetti neoassunti - evidenzia Antonio Pepe segretario Cisl -non servono a nulla se ad affiancarli non ci sono gli operai. La soprintendenza può contare su 268 dipendenti, tra operai generici, assistenti tecnici e funzionari per tecnologie, diagnostica, restauratori e conservatori». Secondo il «piano di emergenza» stilato dai lavoratori, mai preso in considerazione dalla soprintendenza, ma che per gli autori sarebbe stato efficacissimo, sarebbe bastato prelevare le varie figure professionali distribuite tra Oplonti, Stabia, Ercolano, Bacoli e da altri siti, e incentivarli con progetti di lavoro mirati. «La somma urgenza e l'emergenza - afferma ancora Pepe, a cui fanno eco Aldo Avitabile e Giuseppe Marigliano del direttivo Cisl - avrebbero spazzato via tutta la burocrazia di circostanza. La presunta messa in sicurezza degli scavi di Pompei annunciata per il 2015 sarebbe già stata attuata prima del 6 novembre 2010, e avrebbe evitato i crolli».

28/02/2012 Pompei (NA), ancora un crollo nella Casa della Venere in conchiglia (Repubblica)

Questa volta è colpa del vento, dicono, ma le polemiche infuriano lo stesso. La tramontana che a Napoli ha fatto volare anche un tabellone pubblicitario in una via del centro, ferendo una ragazza, nell´area archeologica invece ha provocato il distacco di un pezzo di intonaco rosso pompeiano, anche se sbiadito dalle intemperie, nella Casa di Venere in Conchiglia su via dell´Abbondanza, a trenta metri dalla Schola armaturarum, il primo dei crolli "eccellenti" di Pompei. È andato in pezzi l´ennesimo brandello di un´archeologia preda del degrado. Una delle case più belle per le pitture naturalistiche di scene di giardini, fauna e mitologia, finisce nell´ormai interminabile elenco dei danni. A cinque giorni da un altro episodio: la caduta di parte dell´intonaco del tempio di Giove. Anche questo, per fortuna, non affrescato. La domus resterà aperta. «Circoscritti distacchi - sottolinea in una nota la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei - hanno riguardato 70 centimetri per un metro e mezzo di rivestimento in cocciopesto grezzo di una delle pareti della fullonica della Regio VI, insula 14, 22, e venti centrimetri quadrati di uno stipite lungo vicolo delle Terme». Piccoli terremoti ovunque. La prima a dare la notizia, annunciando una interrogazione al Senato, è stata Diana De Feo (Pdl): «Manca una vera squadra di manutenzione: sono in 4 tra Pompei e i Campi Flegrei». Ma il danno è ridotto e basterà la squadra di restauratori. Incalza l´Osservatorio patrimonio culturale di Antonio Irlando: «La situazione è drammatica, per un crollo reso noto ce ne sono altri nove di cui non si viene a sapere», aveva detto lanciando l´allarme nei giorni scorsi. Oltre venti i cedimenti notevoli, negli ultimi anni. Ma per il segretario generale del Mibac, Antonia Pasqua Recchia, «è rispettato il cronoprogramma Ue». «Le risorse - informa la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro - 105 milioni, sono già disponibili al ministero dell´Economia, entro fine marzo saranno pronti i primi bandi di gara per il restauro di cinque domus, entro metà aprile sarà bandita la gara per la mitigazione del rischio idrogeologico dei terrapieni a nord di via dell´Abbondanza; entro luglio i bandi per la messa in sicurezza delle prime tre regiones e entro dicembre parte il bando per le altre. Un progetto che si sviluppa fino al 2015».
Cinque le domus della prima short list delle urgenze. Le stanno individuando in base ai progetti più avanzati. I tecnici mandati dal ministero, 23, sono stati divisi in squadre e messi a lavorare sui diversi progetti. Quattro erano i siti a rischio individuati dopo la prima ispezione del Mibac dopo il crollo della Schola: Trebio Valente, Moralista, Fontana Piccola e la via Stabiana. In una rivista specializzata ("Ananke"), l´ex segretario generale del ministero, Roberto Cecchi, ora sottosegretario, firmando un dossier su "L´altra Pompei", parla di interventi di restauro che si sono succeduti dal 1946 al primo decennio degli anni 2000 definendoli «un accrocco che poco ha a che vedere con le buone regole dell´arte». Un giudizio pesantissimo uscito, riferisce una nota, dalle verifiche effettuate da Stefano Podestà (Università di Genova) nel novembre 2010 dopo il crollo della Schola, su incarico del ministero. E anche un giudizio che attribuisce la responsabilità dei crolli non solo alla cattiva manutenzione, ma anche a restauri precedenti fatti male.

Pompei in sicurezza entro il 2015. «Entro fine marzo infatti - informa la segretaria generale del Mibac, Antonia Pasqua Recchia - la soprintendenza farà i primi bandi di gara per il restauro di 5 domus, scelte tra quelle con i progetti più avanzati». Diciannove crolli maggiori negli ultimi otto anni, l´ultimo scoperto ieri nella Casa della Venere in conchiglia: la parte alta dell´intonaco di preparazione dell´atrio scoperto, ma la domus non è stata chiusa ai visitatori. Ogni caduta di muratura sembra una novità, in realtà è dal 2003 che Pompei perde pezzi. Quella fu un´annata disastrosa per gli Scavi, con cinque cedimenti: mura, solai, infiltrazioni anche nella domus della Regina Margherita. Nei due anni seguenti caddero pezzi consistenti di coperture: al Menandro, al Labirinto. Poi è stata la volta dei muri: nelle Insule quinta, settima e seconda, cedimenti che proseguono nel 2010 nella domus degli Augustali fino al mese di novembre, quando c´è il crollo più grave, quello della Schola Armaturarum, di un bel tratto del muro di cinta della Casa del Moralista. Ha fatto molto scalpore, per via dell´anniversario, la caduta a ottobre 2011 di un pezzo di un muro di Porta di Nola.

26/02/2012 Pompei (NA), per ogni crollo di cui si ha notizia, 9 restano nascosti (Il Corriere.it)

Lentamente muore, Pompei. Al di là del clamore di crolli imponenti e fragorosi. Lentamente muoiono, gli scavi archeologici più famosi del mondo. Guardare, per credere.
Le tre foto che pubblichiamo qui sopra basterebbero da sole. Ma purtroppo sono soltanto un esempio. Appartengono ad un album fin troppo documentato e cospicuo. Sono state scattate qualche giorno fa. Obiettivi implacabili sopra un patrimonio dell'umanità gettato alle ortiche. Allo sbando. La parola manutenzione ordinaria non esiste nel vocabolario di chi gestisce oggi il patrimonio di Pompei.
Guardare per credere. Cosa c'è di più famoso a Pompei del rosso «pompeiano»? Oggi c'è la pioggia, che massacra il patrimonio. Perché nessuno si è premurato di mettere un tetto sopra l'affresco della domus nella zona dei teatri (rappresentata nella foto). Ma nessuno ha pensato neanche di proteggere il mosaico della Casa del Fauno: è sommerso dall'acqua, da quasi due settimane. E le tessere salteranno come birilli, ora che l'acqua sta divorando la malta. Lentamente muore, Pompei. Camminare per le rovine, per capire. I mosaici ridotti a cubetti, neanche fossero i pezzi di costruzioni per bambini. Nella regio VI, nella via di Mercurio, quei cubetti del mosaico stanno lì abbandonati e divelti chissà più da quanto tempo, ormai.
Dimenticati come i mosaici della casa di Cecilio Giocondo dove il muschio ha preso possesso di un affresco che non potremo vedere mai più. E dire che questa domus era stata inserita nel progetto di restauro dei fondi europei. Sei anni fa furono spesi quasi nove milioni di euro per sistemare la casa di Cecilio Giocondo insieme ad altre quattro case. Dopo il restauro la domus non è mai più stata aperta al pubblico. Del resto oggi si contano sulla punta delle dita le domus che possono essere visitate. C'è la domus del Menandro, fra queste. Entrate dentro e guardate le pitture delle sue sale: sembrano essere rimaste vittime di un vandalo incallito. Semplicemente non sono mai state protette. Curate.
Dimenticate, come i mosaici, tanti, che a Pompei sono in balia di tutti gli eventi. Nella Casa del Fauno nemmeno la copia della bellissima «Battaglia di Alessandro», in uno dei saloni laterali, è rimasta indenne, attraversata com'è longitudinalmente da una lesione piuttosto profonda. Semplicemente nessuno si è mai premurato di proteggerla.
«Semplicemente a Pompei non esiste più da tempo la figura professionale del mosaicista», dice Antonio Irlando, architetto, responsabile dell'Osservatorio culturale della Regione. Poi spiega, scuotendo la testa: «La verità è che a Pompei fino a due mesi fa non esistevano altro se non quattro operai non specializzati che dovevano badare a tutti e 66 ettari di scavi. Oggi sono state fatte 22 assunzioni: 10 archeologi, 8 architetti, 2 amministrativi. Ma oltre Pompei devono occuparsi di Ercolano, Napoli e tutti gli altri beni della Provincia». In attesa dei nuovi fondi europei (davvero i 105 milioni saranno tutti per questi scavi, alla fine?) a Pompei non si riesce a capire perché i tanti milioni di fondi annunciati con spot negli anni scorsi durante le varie fasi di commissariamento non sono mai finiti nelle domus, o nei teatri, o sulle pitture o sugli affreschi. Dove sono finiti, invece? Nella casa dei Casti Amanti 4 milioni ci sono finiti. L'allora commissario Marcello Fiori definì questo il «cantiere evento». Sono passati due anni. L'evento oggi è che il cantiere non si ancora mosso da lì.
Lentamente muore, Pompei. Al di là del clamore dei crolli. «La verità è che a voler essere ottimisti negli scavi ad ogni crollo di cui si ha notizia ne corrispondono almeno nove che rimangono nell'ombra», garantisce l'architetto Irlando, facendo i suoi calcoli drammatici: «Un crollo per ogni Regio in cui è suddivisa l'antica città romana. Un vero strazio».

25/02/2012 Pompei (NA), recuperati reperti in casa privata (Il Mattino)

Fanno parte del tesoro degli antichi romani i 20 reperti rinvenuti dalla polizia municipale nel corso di uno sgombero forzato da un'abitazione popolare occupata illecitamente da un imprenditore. Brocche, piatti e boccali in creta dal valore inestimabile, scoperti per caso e riconsegnati al patrimonio dell'umanità. Grande è stata la sorpresa dei caschi bianchi quando si sono trovati di fronte ai tesori dei 79 dopo Cristo. Su delega del pubblico ministero Francesca Sorvillo, gli agenti agli ordini del colonnello Gaetano Petrocelli hanno richiestola perizia tecnica dei funzionari archeologi della soprintendenza di Napoli e Pompei, i quali hanno potuto accertare l'autenticità dei reperti. Il materiale rinvenuto, ritenuto di particolare pregio, è stato così affidato in custodia giudiziale alla Soprintendenza che, oltre a tutelarlo, dovrà tenerlo a disposizione dell'autorità giudiziaria per ogni successiva esigenza di giustizia. Il detentore dei reperti, un imprenditore incensurato di Pompei, A.C. di 50 anni, che non ha saputo indicarne la provenienza, è stato deferito in stato di libertà per ricettazione e illecito possesso di beni archeologici di proprietà dello Stato. Secondo gli esperti i tesori rinvenuti sono stati trafugati dalla parte non scavata dell'area archeologica, circa due terzi dei 66 ettari della città sepolta, in quanto oggetti non repertati e catalogati dalla soprintendenza. «Si tratta di una brillante operazione compiuta dagli agenti della polizia municipale - spiega il sindaco Claudio D'Alessio - che pone in evidenza l'incessante controllo a tutela del territorio operato dai vigili urbani. I reperti rinvenuti sono tornati ad arricchire il nostro patrimonio culturale». L'episodio riaccende i riflettori sulla vulnerabilità del sito archeologico e sui tombaroli che si dimostrano, ancora una volta, abili archeologi, capaci di trovare reperti preziosi di cui gli studiosi dell'area ignorano l'esistenza.

23/02/2012 Pompei (NA), a terra frammenti di intonaco dal Tempio di Giove (Il Mattino)

Neanche la forza del re degli dèi, il grande Giove, è riuscita ad evitare che il suo tempio cedesse all'incuria e alle intemperie. Così, in un freddo e ventoso giorno di febbraio, l'intonaco che affresca uno dei templi più suggestivi dell'antica città romana ha ceduto. Ad accorgersi che un metro quadrato, circa, dell'antico rivestimento parietale del Tempio di Giove, il monumento che sovrasta il Foro, si era staccato finendo a terra e, forse, era stato anche calpestato dai pochi turisti che in questo periodo visitano gli scavi, sono stati gli addetti alla vigilanza nel corso dei controlli dell'area archeologica. Erano le 13. Nel controllo precedente, risalente a poche ore prima, l'intonaco era ancora al suo posto. Sul posto sono giunti i carabinieri della stazione pompeiana, coordinati dal maggiore Luca Toti e dal maresciallo capo Tommaso Canino, che hanno subito sequestrato l'area interessata e informato la procura di Torre Annunziata che ha aperto un nuovo fascicolo d'inchiesta. L'enne- cimo. Al direttore degli scavi, l'archeologo Antonio Varone, l'infausto compito di periziare l'entità del danno. Dalla soprintendenza, in seguito alle perizie, minimizzano sostenendo che il danno "non è di rilievo ed è circoscritto in una minima area». «In data odierna - fa sapere attraverso una nota la soprintendenza di Napoli e Pompei - si è verificato il distacco di un pezzo di intonaco grezzo di circa un metro dal paramento esterno della parete orientale della cella del Tempio di Giove di Pompei. I restauratori della soprintendenza sono prontamente intervenuti e i frammenti raccolti saranno presto assemblati e ricollocati in sito». Il pezzo di intonaco, ha fatto sapere ancora la soprintendenza, era stato restaurato in epoca borbonica e ricollocato sul sito. La sua caduta è da ricondurre agli effetti del maltempo e del vento in particolare. L'episodio non avrebbe coinvolto la struttura del Tempio. Le rassicurazioni della soprintendenza non bastano a tranquillizzare gli animi di chi teme per le sorti della città archeologica. «Mi auguro che i lavori finanziati dall'Ue siano appaltati quanto prima», dice il sindaco Claudio D'Alessio. Le polemiche sui ritardi e soprattutto sull'impiego dei 13 archeologi 9 architetti assunti proprio per evitare che scempi del genere si ripetessero, non tardano a venire. «La situazione rimane critica», evidenziano Antonio Pepe della Cisl, Maria Rosa Rosa della Uil e Vincenzo Sabini dell'Unsa. «Abbiamo forti dubbi circa il monitoraggio che si dice sia stato effettuato e la relativa mappa degli interventi da fare. Il monitoraggio o non è stato fatto, oppure è stato perfettamente inutile se poi non si interviene. Perché per la messa in sicurezza non si inizia utilizzando i soldi delle casse della soprintendenza?». Dello stesso parere è la senatrice Diana De Feo, membro della Commissione cultura: «In questo momento - dice - sarebbe grave non utilizzare i fondi già disponibili mettendo a rischio la prossima stagione turistica per uno dei siti archeologici più importanti al mondo.

Ritardi? No, tempi della burocrazia. Intervista Recchia, segretario generale Mibac «Entro aprile la gara per i lavori di consolidamento idrogeologico»

«Danni che a Pompei certamente possono verificarsi e si verificano, ma che non devono creare preoccupazione. Ancora una volta, per fortuna, il crollo non ha interessato parti decorate, i frammenti sono stati recuperati e verranno ricollocati». Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del Ministero dei Beni culturali ridimensiona l'allarme per l'ultimo crollo. Ogni pietra che cade a Pompei fa giustamente rumore. «Pompei è sempre al centro dell'attenzione. Ma bisogna cominciare a considerare che adesso abbiamo la prospettiva di mettere in sicurezza tutto il sito. Da un evento sciagurato come il crollo della Schola Armaturarum sta nascendo una bella avventura che ci permetterà di mettere in sicurezza l'area secondo il disegno strategico del nostro governo». A che punto è ll Grande Progetto Pompei? «Si stanno ultimando i bandi di gara. Il primo, che sarà pronto tra la fine marzo e gli inizi di aprile, riguarda proprio la messa in sicurezza idrogeologica dell'area interessata dal crollo della Schola Armaturarum e consiste nel consolidamento del terrapieno a ridosso di via dell'Abbondanza. A luglio, invece, la seconda ondata di bandi perla messa in sicurezza delle regiones». Mai soldi da Bruxelles sono arrivati? «Sono al ministero dell'Economia, quindi già nella disponibilità del governo italiano. L'attesa ora riguarda l'espletamento di tutte le procedure burocratiche». A Pompei, per il recupero dell'area esterna al sito, arriveranno anche i soldi dei privati, italiani e stranieri. «Il Mibac si occupa soltanto del progetto all'interno degli Scavi ma di pari passo procede il piano di riqualificazione extramoenia che deve essere sviluppato con il coinvolgimento dei privati e degli enti locali, seguendo comunque il grande disegno strategico del nostro governo. E chiaro che il Mibac è uno dei convitati di questo tavolo, e che esprima anche dei fabbisogni come, ad esempio, migliorare la viabilità nell'area del cantiere, o lo smaltimento delle acque all'esterno del sito. Anche perché la realizzazione del Grande Progetto porterà a Pompei tecnici, studiosi e giovani che avranno bisogno di essere accolti. Ripeto, quanto è accaduto dopo il crollo della Schola deve oggi essere considerato un'opportunità non soltanto per gli Scavi, ma anche per l'area e per l'intero territorio. Una sorta di fertilizzante. Quanto alle sponsorizzazioni straniere, la convenzione tra Mibac e Unesco, il primo atto che ho firmato, ci aiuterà a realizzare questo piano nel migliore dei modi».

21/02/2012 Pozzuoli (NA), affari e sprechi sul Rione Terra (Il Mattino)

Le lunghe braccia immobili di quattro gru sovrastano il cantiere ormai deserto dove dal '94 ad oggi sono stati spesi 100 milioni di euro per fare del Rione Terra, e soprattutto del suo percorso archeologico, un complesso turistico e alberghiero che desse nuova attrattività ai Campi Flegrei. Il quartiere ha un'estensione di 35mila metri quadri, di cui 16 mila occupati da fabbricati, 20mila da strade e piane; 22mila metri quadri il percorso archeologico completo di cui appena 6 o 7 fruibili oggi, se soltanto si trovasse chi lo prenda in gestione. Il Consorzio ci ha provato per qualche anno, vanta un credito di 700mila euro dalla Regione. Se il costone di tufo giallo del Rione Terra è il luogo dove il tempo si è divertito a scrivere pagine e pagine di storia, Palazzo De Fraja Frangipane, come l'Armadio nelle Cronache di Narnia, è la porta per un altro mondo. Da li parte il percorso archeologico, il viaggio nel tempo, indietro fino a 2mila anni fa, in quella che poteva essere la Pompei dei Campi Flegrei conservata dai capricci del bradisismo e che oggi è un altro sogno interrotto da un brutto risveglio. Con la luce delle torce, perché l'impianto di illuminazione nel percorso che dal 2007 nessuno visita più ha dato forfait, camminiamo sui baso li tra le anti -che botteghe. Accanto alle macine e al forno della panetteria. Il lupanare ha vetrine dove le ragazze si mettevano in mostra e camere dell'amore. Lungo il decumano del Duomo, l'antenato plurisecolare dell'omologa via che corre all'esterno sulla rocca, un grosso muro nasconde una fontana con dei mascheroni per proteggerla da vandali e trafugatori, visto che di turisti non se ne vedono più. Il tronco in marmo della statua di un cavallo, spunta nel reticolo di cunicoli dell'impianto di smaltimento delle acque che gli antichi abitanti di Puteoli avevano creato: «Gli intonaci erano perfetti - racconta il direttore tecnico del cantiere Giuseppe Giannini - tanto che adesso gli interventi di manutenzione alle facciate li abbiamo rifatti come li facevano loro, con pozzolana e calce stagionata». Si torna su dal portone del Palazzo Russo Damiani, un altro degli Armadi di Narnia che sulla Rocca del Rione Terra separano l'oggi e i suoi restauri in acciaio, cristalli e calcestruzzo, dai suoi ieri, i palazzi settecenteschi, la città medievale, quella romana. Il Duomo seicentesco, restaurato da Marco Dezzi Bardeschi recuperando l'antico Tempio pagano di Augusto che il vescovo de Lèon y Cardenas aveva nascosto tra pietre cristiane, è un trattato di compromessi: uno scivolo in legno ha messo d'accordo Soprintendenza e vescovo sul pavimento in marmo del tempio pagano con quello piastrellato della cattedrale. Però dentro arriva l'acqua: la Soprintendenza non ha permesso che le grosse lastre di cristallo poggiassero direttamente sulle colonne di marmo romane e così nelle fessure, che non si è ancora trovato come riempire, si insinua la pioggia. Al Duomo manca il campanile: nell'incontro fissato per i124 febhraio si saprà se dalla Regione verranno i 6 milioni che servono. «Ma il campanile può attendere - si lascia scappare l'ingegnere Giannini - perché 6 milioni non risolveranno niente. Serve un intervento per massimizzare l'ingresso degli operai, in cassa integrazione da oltre un anno». Per completare il progetto che prevede 32 fabbricati, di cui 28 alberghi per un totale di 250 posti di letto, 60 tra botteghe artigiane, bar e ristoranti, museo diocesiano, museo civico, auditorium, centro congressi e centro policulturale, servono ancora 106 milioni in project financing (di cui 25-30 da investitori privati). Tre edifici della Soprintendenza e quattro alberghi sono già pronti: mancano solo arredamenti e finiture e i bandi di gara per darli in gestione ai privati. Potrebbero essere aperti per il 2014, in coincidenza con il Forum delle Culture: «A patto - spiega Giannini - di voler tenere degli ospiti accanto agli operai di un cantiere». Intanto alcuni degli edifici già terminati vanno in malora. Anche Palazzo Migliaresi, la sede che il Comune non ha mai preso in consegna pur avendoci tenuto alcune infuocate sedute del consiglio. Oggi, commissariato dopo essere stato sciolto perla terza volta in quattro anni, il Comune viene da alcuni ritenuto colpevole di inerzia nella vicenda del Rione Terra: «A seguito dei continui ritardi dell'amministrazione - ricorda Ugo Marani, docente di Politica economica alla Federico 11 - il Progetto venne di fatto commissaria-to dalla Regione». Nicola Magliulo, figlio dello sfiduciato sindaco Agostino, è dal 2007 il direttore dei lavori per il Rione Terra. «Colpisce, vero? - continua il professore - ma Pozzuoli è sempre stata un mondo politico a parte dove destra e sinistra, maggioranza ed opposizione sono categorie dello spirito. E dal bradisismo in poi la gestione politica è stata sempre in stretto rapporto con il business».
 

15/02/2012 Pompei (NA), gestione da dare ai privati, intervista a De Caro (Il Mattino)

Intervista De Caro, direttore dell'Iccrom «Pochi fondi? Necessario scegliere. No alla logica del tutto o niente»
«Non ci sono più soldi per terminare i restauri? Questo purtroppo non mi sorprende, perché in tempi di crisi è sempre più difficile trovare denaro per i beni culturali. Ma certamente non ci si può permettere che quanto già restaurato finisca nel degrado. Bisogna vedere subito se quello che esiste può essere usato, in questo momento non ci si può permettere la logica del tutto o niente». È questa la posizione sul futuro del Rione Terra di Pozzuoli di Stefano De Caro, direttore generale dell'Iccrom, l'International centre for the study of preservation and restoration of cultural property fondato nel 1959 sotto l'egida dell'Unesco, dopo aver fatto nei Beni Culturali del nostro Paese tutta la sua carriera di archeologo fino a diventare direttore generale delle Antichità. Centoquindici milioni di euro per recuperare ll sito storico-archeologico di Pozzuoli sempre chiuso al pubblico dove la cattedrale, appena restaurata con una spesa di dieci milioni di euro è minacciata dalle infiltrazioni... «I fermi effettivamente sono un problema. I cantieri dovrebbero chiudere e poi i siti restaurati dovrebbero entrare immediatamente in un circuito di valorizzazione. Ma questo, purtroppo, è un problema che riguarda tutti i Campi Flegrei dove è sempre mancata una efficiente politica di gestione. La commissione nominata ha sempre lavorato a fasi alterne e poi, adesso, ci si è messa la crisi economica che ha investito anche i beni culturali e che ci impone di riprogrammare le urgenze: vanno privilegiati quegli interventi che sono più funzionali alle esigenze del territorio, bisogna cercare di scegliere quello che serve di più». E qual è la cosa più urgente da fare per il Rione Terra, adesso? «Il primo passo è cominciare a vedere se quello che esiste può essere usato. Non utilizzare quello che è già stato restaurato è assolutamente dannoso, bisogna provvedere immediatamente alle gare d'appalto per i servizi. L'uso è la migliore cura perla manutenzione». Quale futuro era stato pensato per il Rione Terra? «Il restauro era nato soprattutto per il recupero urbanistico, civile e storico, prima che archeologico, del rione dopo il bradisismo. Si tratta di un sito di eccezionale importanza perla storia antica non solo dell'Italia ma di tutto il Mediterraneo. Una città antica sopravvissuta dall'epoca romana fino all'epoca medievale, e di cui, grazie al bradisismo, sono state trovate non solo le fondamenta ma l'intero Insediamento edilizio ed abitativo. Una sorta di Pompei dell'area flegrea ma con mille anni in più. Il restauro, dunque, è una delle grandi occasioni possibili del nostro territorio. All'epoca l'idea era quella di metterci anche alcuni istituti stranieri impegnati nell'archeologia e un museo con la storia della città proprio per fame un polo di attrazione culturale e turistico insieme». Chi e come dovrebbe gestire il Rione Terra? «Era una città di privati ed è diventata interamente pubblica. Adesso deve recuperare la sua funzionalità, affidandone ai privati non la proprietà ma certamente la gestione. D'altronde, realizzare un nuovo modello di collaborazione pubblico-privato era la sfida del recupero dei Campi Flegrei».

15/02/2012 Ercolano (NA), viaggio nell'incubo scavi (Il Corriere della Sera)

I tour operator descrivono gli scavi di Ercolano come un centro abitato fermo a una lontana mattina del 79 d.C». Non dicono, però, che fermi a una lontana mattina di chissà quale anno sono anche i lavori di recupero dell'intera area archeologica. Meno conosciuto di quello di Pompei, il sito di Ercolano è un piccolo gioiello d'archeologia. Peccato che su 47 siti presenti, ben 26 siano chiusi al pubblico. Alcuni addirittura da quasi mezzo secolo. E, in effetti, più che un sito archeologico sembra un museo dell'incompiuto.
Chiediamo del "teatro Antico". Viene pubblicizzato su quasi tutte le guide turistiche. E' il primo scavo fatto nel 700. «Era visitabile negli anni '70-80, quando forse nemmeno eravamo nati» ci dice la bigliettaia all'ingresso. E non è una battuta. Qui, quello che chiude difficilmente riapre. Oppure non apre affatto. Come nel caso dell'Antiquarium. E' una struttura fantasma costruita negli anni '70 con i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Doveva essere un museo.
«Nei sotterranei - raccontano i custodi - sono conservati reperti di eccezionale valore». Ma nessuno li ha mai visti perché in 40 anni la struttura non ha mai aperto. Persino i bagni sono inagibili. «Sono rotti da ottobre e solo ieri (il 20 gennaio 20012, ndr) ne hanno aggiustati una parte. Ci sono stati turisti inferociti che hanno protestato e persino persone anziane che se la sono fatta addosso» racconta un'impiegata.
CANTIERI INFINITI - Lungo il percorso è un susseguirsi di divieti e cartelli che avvertono di crolli e lavori in corso. Ma a vedere bene sono lavori che si sarebbero dovuti concludere già da tempo. Nella casa del rilievo di Telefo, ad esempio, il cantiere è stato aperto nel marzo del 2008. Durata prevista: 9,5 mesi. Ad oggi è chiuso. I lavori di pulitura archeologica e irreggimentazione delle acque per l'accesso alle antiche spiagge durano dall'ottobre del 2008 e ancora non si intravede la fine. Altre opere portano come data di fine lavori il 31 luglio 2010 ma è ancora tutto fermo. Gli esempi sono numerosi. Nelle aree degli scavi ci sono transenne posticce che chiunque può evitare. E così decidiamo di toccare con mano lo stato dei restauri. Altri, invece, hanno preferito incidere indelebilmente il nome dell'amata sui preziosi affreschi. Benché siano rimasti pochi reperti di valore, ci spiegano che alcuni visitatori portano via persino le pietre. Come souvenir.
ACCESSO LIBERO - Nei granai sono conservati alcuni scheletri rinvenuti durante gli ultimi scavi archeologici. I lavori di recupero sono iniziati anch'essi nel 2008 e sono attualmente in corso. Entriamo a vedere da vicino senza che nessuno ci fermi. Eppure il sito è videosorvegliato, come è possibile? I vigilantes, in effetti, ci sono. Tre anziani fanno a turno per sorvegliare tutta l'area. Altri impiegati, invece, li troviamo a chiacchierare al box office, a discutere delle ferie del Natale 2012 o a prendere il sole. Più volte abbiamo chiesto spiegazioni. Al Comune di Ercolano ci hanno informato che la gestione dipende dal sito archeologico; al sito archeologico dicono che è competenza della soprintendenza; alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, nonostante le insistenti richieste inoltrate, non ci hanno degnato nemmeno di una risposta. Così l'unica spiegazione plausibile è quella che ci dà Peppino, un agente di sicurezza che lavora da anni ad Ercolano: «All'inizio vedevo solo pietre, poi mi sono documentato, ho studiato, sono andato alla ricerca dei reperti più preziosi, ho scoperto che i romani aveva la lavatrice, che molti mezzi meccanici li abbiamo ereditati da loro. Solo allora sono riuscito a dare una risposta a tanto degrado: non hanno capito l'importanza di questi strumenti, di questi scavi e di questa popolazione».

08/02/2012 Pompei (NA), lavori con gli sponsor (Il Mattino)

Investimenti privati a Pompei sempre più vicini. È pronto e dovrebbe essere reso noto a breve, infatti, l'elenco degli interventi a evidenza pubblica che potranno essere realizzati grazie a sponsorizzazioni private all'interno degli Scavi, così come era stato previsto dal decreto 34, il cosiddetto decreto Bondi, approvato a marzo dello scorso anno e poi convertito in legge. Lo comunica il senatore Riccardo Villari, ex sottosegretario ai Beni Culturali del governo Berlusconi ed appena insediato nella consulta Beni culturali istituita dal commissario del Pdl Nitto Palma. «Il ministero ci ha informato che finalmente la Soprintendenza ha messo a punto l'elenco degli interventi da sponzorizzare - dice Villari - era questo lo strumento che i vari imprenditori che avevano già manifestato la loro intenzione a finanziare alcuni restauri all'interno degli Scavi stavano aspettando per poter intervenire». Subito dopo i crolli, da parte dei privati c'era stata più di una manifestazione di interesse a sponsorizzare lavori nel sito archeologico più grande del mondo sulla scia di quanto, d'altronde, aveva già fatto fin dal 2008 l'Unione nazionale dell'industria conciaria. Da Diego Della Valle, che aveva dato la sua disponibilità dopo essere stato sollecitato ad intervenire dall'ex ministro Galan, alla minicordata di imprenditori napoletani dell'abbigliamento, capitanata dal patron della Harmont&Blaine Domenico Menniti, che hanno già messo a disposizione sette milioni di euro da spendere in un triennio, all'Unic che si è offerta di sponsorizzare il secondo lotto di lavori dell'antica conceria, agli stessi imprenditori dell'Unione industriali della Provincia di Napoli, che oltre ad essere impegnati in un piano di investimenti extramoenia, si sono sempre detti disponibili anche a finanziare il restauro di singole Domus. «Si concretizza così - sottolinea Villari - quel rapporto tra pubblico e privato che anche il ministro Ornaghi che ha ribadito la grande attenzione anche di questo governo per Pompei, ha indicato come strategico per il futuro dei nostri beni culturali. L'ultimo tassello istituzionale perché le tanto auspicate sponsorizzazioni si realizzino verrà poi dal decreto semplificazioni che prevede procedure facilitate anche per l'accesso ai fondi privati. Agli Scavi sono arrivati gli uomini promessi e nel giro di qualche mese arriveranno anche i fondi europei per i quali il precedente governo si era mobilitato, ma tutto ciò, come ha detto lo stesso commissario Hahn durante la sua visita non sarà sufficiente a veder tornare Pompei al suo splendore. Interventi ad evidenza pubblica - spiega il senatore - potranno riguardare, ad esempio, quelle insulae magari meno pregiate dal punto di vista dei decori e delle strutture architettoniche che non rientreranno negli interventi finanziati con i 105 milioni di fondi europei». Pompei, dunque, resta in primo piano. Sarà uno degli argomenti al centro della prima riunione della Consulta Beni culturali del Pdl che si terrà venerdì prossimo. «Il nostro obiettivo politico - spiega Villari - è quello di creare un punto di contatto tra il governo tecnico che noi vogliamo sostenere ed il nostro territorio, in cui noi continuiamo a riconoscere a Pompei il ruolo di grande attrattore culturale».

07/02/2012 Bacoli (NA), quella spiaggia nasconde altri tesori (Il Mattino)

La Soprintendenza ai beni archeologici ha avviato una serie di indagini conoscitive per chiarire l'entità e la provenienza dei ritrovamenti affiorati alcuni giorni fa sulla battigia della piccola spiaggia di Baia a Punta Epitaffio, presumibilmente a seguito delle violente mareggiate degli ultimi giorni. In particolare, gli archeologi sono al lavoro per capire se quel blocco bianco di grandi dimensioni sia davvero di marmo e se provenga dalla vicina area del parco archeologico sommerso di Baia. Solo nei prossimi giorni si potrà avere un quadro preciso, anche se sarebbe stato chiarito un primo punto: il blocco affiorato sul bagnasciuga non sarebbe stato trasportato dalle correnti, bensì si tratterebbe di un reperto che da anni era sepolto sotto una spessa coltre di sabbia ora spazzata via dai marosi. Solo la prossima settimana avremo i risultati delle indagini che stanno compiendo i nostri archeologici nella zona - spiega l'archeologa Paola Miniero, direttrice del Museo archeologico dei Campi Flegrei - Dai primissimi riscontri, in ogni caso, si ipotizza che quel grosso reperto sarebbe emerso per colpa delle mareggiate, piuttosto che essere trasportato lì dalle correnti. In ogni caso le analisi continuano per chiarire ogni aspetto e fugare ogni dubbio su questo ritrovamento». Sul punto, però, il responsabile dell'area archeologica di Cuma, l'archeologo subacqueo Paolo Caputo che è tra i massimi esperti in Italia di archeologia subacquea e referente per la soprintendenza per il parco sommerso di Baia, ridimensiona i giallo. «Dai primi, sommari accertamenti tenderemmo a escludere l'ipotesi che si tratti di un blocco di marmo usato per le decorazioni dell'antica area di epoca romana oggi sommersa - nota l'archeologo Caputo, che per conto del Mibac ha stilato una relazione sullo stato del Parco sommerso di Baia in occasione della XIV Borsa mediterranea del turismo archeologico - Piuttosto si tratterebbe di uno strato calcareo probabilmente appartenente alla vecchia scogliera che è stata, nel corso degli anni, sommersa dalla sabbia e spinta verso gli abissi. Comunque proseguiremo le verifiche nell'area che attualmente è sottoposta alla vigilanza della capitaneria di porto di Baia». Restano, dunque, molti dubbi che saranno sciolti soltanto nelle prossime settimane, anche perché quel blocco calcareo potrebbe nascondere altri reperti di interesse archeologico. Sul fatto indagano anche gli uomini della locale guardia costiera, che hanno avviato accertamenti innanzitutto per trovare conferme all'ipotesi che quei resti provengano dall'area del parco archeologico sommerso di Baia. Ma si indaga anche sul rinvenimento di altri reperti: in particolare di cocci di epoca romana trovati da alcuni pescatori sulla battigia appena un paio di giorni fa. Cocci e frammenti che proverrebbero dall'area archeologica sommersa, com'è capitato a Baia altre volte in occasione di condizioni meteomarine particolarmente inclementi. Simili a quelle degli ultimi giorni. Le mareggiate, infatti, hanno restituito negli ultimi anni diversi cocci e resti di epoca romana: tracce dell'antica struttura della Villa dei Pisoni e del Portus Julius, che si trovano a poco più di sei metri di profondità, al largo di Punta Epitaffio.

«La spiaggia sotto Punta Epitaffio e gli abissi di Baia potrebbero nascondere altri importanti reperti archeologici, sarebbe opportuno che la Soprintendenza e il ministero per i Beni culturali decidessero di finanziare nuove campagne di scavo. Anche perché all'appello mancano tre statue che alcuni studiosi localizzano nell'antico Ninfeo». Sergio Coppola è una guida archeologica del Centro Sub Campi Flegrei, il diving center che da anni accompagna i turisti in immersioni mozzafiato tra le rovine del parco archeologico sommerso di Baia. Che idea si è fatto del materiale affiorato dopo la mareggiata? «Quel grosso blocco di marmo odi altro materiale sul quale sta indagando la Soprintendenza è affiorato nella porzione di spiaggia che, alla fine della seconda guerra mondiale, fu oggetto di una serie di azioni predatorie da parte dell'esercito americano in risalita verso la Linea Gotica. Qui a Baia lo sanno tutti che gli americani a colpi di benna scandagliarono i fondali e la battigia proprio a pochi metri dall'area dei ritrovamenti archeologici. Chissà che sotto quella sabbia si nascondano altri preziosi reperti». Si parla dl tre statue che avrebbero fatto parte del complesso del Ninfeo, ma di cui non v'è mal stata traccia. Secondo lei che fine hanno fatto? «Nel 1969 le statue di Ulisse e il compagno con l'otre Baio furono trovate in situ, ancora in posizione eretta e non sulla spiaggetta, come erroneamente spesso si pensa. La campagna di scavo tra il 1981 e 1982 portò alla luce le statue di Antonia Minore (madre dell'imperatore Claudio) Ottavia Claudia (figlia) due statue di Dioniso e un frammento di statua maschile, che poi furono collocate nell'attuale Museo Archeologico del Campi Flegrei nella sala del Ninfeo. Ma secondo una ricostruzione del professore austriaco Bernard Andreae, la scena dell'ubriacatura di Ulisse rinvenuta nei fondali di Baia lascia ipotizzare anche la presenza di Polifemo, che non si è mai trovato. Come sono ancora da cercare le statue di Livia e di Augusto». Ipotesi decisamente suggestive. E se quelle statue fossero state trafugate dal tombaroli degli abissi? «Il boom dei trafugamenti illegali si è registrato fino agli anni '80, poi i controlli rafforzati e l'avvio delle campagne di scavo della soprintendenza hanno decisamente posto un freno al fenomeno, che comunque tuttora esiste. Ma il problema è legato anche alle carcasse di navi mercantili che per anni sono state negli abissi del porticciolo di Baia. Quelle navi fino a venti anni fa uscivano dal porto cariche di pozzolana, ma in alcuni casi le loro ancore hanno danneggiato mosaici e strutture del Portus Julius». Un cimitero delle navi a pochi passi dal paradiso degli archeosub. Uno stridente contrappasso. «Per capire l'importanza del sito sommerso di Baia, basta guardare ai reportage realizzati appena tre mesi fa da History Channel e dalla Bbc». In merito al blocco affiorato dalla sabbia di recente, si ipotizza che si tratti dl materiale calcareo piuttosto che dl vero e proprio reperto. E comunque la prova evidente che la spiaggia di Punta Epitaffio, a pochi metri dall'area sommersa, potrebbe nascondere ancora altre ricchezze archeologiche coperte dalla sabbia».

06/02/2012 Bacoli (NA), reperti dalle mareggiate (Il Mattino)

E’ mistero fitto sui ritrovamenti archeologici affiorati sul bagnasciuga della piccola spiaggia di Baia a Punta Epitaffio: qualche giorno fa le forti correnti marine hanno trascinato a riva un blocco di marmo bianco di grandi dimensioni, mentre ieri mattina altri cocci e piccoli frammenti di epoca romana sono stati avvistati sull'arenile da alcuni pescatori. Sul fatto indagano gli uomini della capitaneria di porto di Baia, che hanno avviato accertamenti innanzitutto per capire se quei resti provengano dall'area del parco archeologico sommerso di Baia. Com'è capitato altre volte in occasione di condizioni meteomarine particolarmente inclementi, le mareggiate hanno riportato in superficie cocci e resti di epoca romana: tracce dell'antica struttura della Villa dei Pisoni e del Portus Julius, che si trovano a poco più di sei metri di profondità. Il blocco di marmo ha una forma che lascia ipotizzare che possa appartenere ad una struttura scultorea di epoca romana. Ma potrebbe essere anche uno dei classici rivestimenti in marmo bianco caratteristico delle ville imperiali romane. Un particolare ha lasciato ipotizzare la possibilità che si possa trattare di un blocco di marmo lavorato da esperte mani: il reperto portato a riva dai marosi su un lato presentava una linea retta appena levigata. Materiale tipico, come quello utilizzato dagli architetti romani per rivestire le lussuose residenze dell'antica Baia, dove gli imperatori trascorrevano il tempo dell'otium lontano dagli incarichi di governo e dalle faccende militari dell'Urbe. Il ritrovamento sarebbe stato segnalato da qualcuno al locale ufficio della capitaneria, mentre solo nei prossimi giorni saranno compiuti indagini ed esami dettagliati da parte degli archeologi della Soprintendenza centrale per i beni archeologici. «Nessuno ci ha segnalato questi ritrovamenti - dice al telefono l' archeologa Paola Miniero, direttrice del Museo archeologico dei Campi Flegrei - Non so se la segnalazione è stata inoltrata al responsabile dell'ufficio archeologico di Baia. Comunque, prima di esprimere un parere su queste vestigia vanno preliminarmente accertate una serie di cose». L'area della spiaggetta di Punta Epitaffio, comunque, viene monitorata dagli uomini della guardia costiera anche per scongiurare il rischio trafugamenti. Nella zona sono sempre in agguato i tombaroli senza scrupoli che potrebbero approfittare delle mareggiate per depredare i reperti affiorati nell'ultima settimana. Se si tratta di un nuovo e importante reperto archeologico proveniente dalla città sommersa lo si potrà sapere soltanto nei prossimi giorni, ma attraverso il web è già partito il tam-tam tra appassionati e studiosi per saperne di più.

L'allarme
Scrigno marino ad alto rischio tombaroli
«L'area marina protetta del parco sommerso di Baia è tra le zone archeologiche marine più vulnerabili ai fenomeni dei trafugamenti da parte del tombaroli subacquei. Lo ha ribadito appena quattro mesi fa il capitano dei carabinieri Carmine Elefante del nucleo tutela patrimonio culturale dell'Arma a Napoli, dopo i controlli in mare perla tutela dell'immenso patrimonio archeologico sommerso. E le criticità di uno scrigno marino sempre più vulnerabile, come emerso dai controlli effettuati a settembre scorso, sono finite in un dossier inviato al ministero per i Beni culturali. Ma l'area sommersa di Baia da sempre deve difendersi anche dalla furia del mare in tempesta. Come accadde nel f 96 a seguito di una violenta mareggiata, casualmente affiorarono sulla spiaggetta di Punta Epitaffio due sculture di estremo pregio archeologico, che furono ribattezzate dagli studiosi come Ulisse e compagno con l'otre. che la furia delle onde scalzò dal loro posto, nell'abside dell'edificio rettangolare del Ninfeo. Solo negli anni '80, però, furono avviate le campagne di scavo per rendere visitabile ai turisti subacquei e mettere in sicurezza l'area sommersa, composta dal porto, dal complesso termale a quaranta metri ad est di Punta Epitaffio e dalla villa dei Pisoni; una villa con ingresso a protiro e splendide decorazioni pavimentali, prospiciente un tratto di strada affiancato da tabernae. E ora l'attenzione di studiosi e archeologi è concentrata sul blocco di marmo bianco portato dalla tempesta sulla spiaggia di Punta Epitaffio alcuni giorni fa.

28/01/2012 Pompei (NA), prove di carico sulle domus (Il Mattino)

Avanti con le prove di carico disposte dall'esperto nominato dalla procura di Torre Annunziata, il professor Nicola Augenti, per fare luce sulle cause dei crolli. Le prove strutturali interessano murature ricostruite nel dopoguerra, come del resto lo erano le strutture che hanno ceduto, e quindi il patrimonio culturale sarà tutelato in tutti i suoi aspetti. Tale procedura, la prima applicazione nel suo genere, ai fini delle indagini fornirà elementi utili a stabilire le reali cause dei crolli. Avranno, inoltre, una importantissima valenza scientifica nella prevenzione dei dissesti. Si può, infatti, avere contezza di ciò che potrebbe accadere se si viene a conoscenza della portata dei carichi delle domus. “Il ministero dei Beni culturali avrebbe già da tempo dovuto avviare un simile iter», ha in più occasioni precisato il professor Augenti. Al termine delle prove le tavole grafiche saranno messe a disposizione delle parti, inquisiti e Soprintendenza, in quanto si svolgono in contradditorio e avranno una efficacia probatoria.

28/01/2012 Pompei e Cuma (NA), canali intasati e niente pulizia (Il Mattino)

Crolli e infiltrazioni d'acqua, caditoie al momento senza pulizia. È scaduto il contratto con la vecchia ditta. La Soprintendenza corre ai ripari per Pompei come per Cuma e gli altri siti archeologici della provincia di Napoli che sono ad alto rischio. Ma il ritardo si accumula e torna la paura di piogge e dissesti. Il nuovo appalto sarà assegnato soltanto a fine marzo o forse a inizio aprile. Per il momento fango, sabbia ed erbacce ostruiranno più le vasche di raccolta delle acque meteoriche, una concausa dei cedimenti strutturali della scuola dei gladiatori, della Casa del Moralista, del muro di contenimenti di Porta Nola, della colonna del pergolato esterno della Casa di Loreio Tiburtino e degli altri crolli che hanno ferito la città sepolta dal 6 novembre del 2010. In attesa che l'Unione europea finanzi il restauro degli scavi, dunque, per scongiurare nuovi crolli la soprintendenza istruisce la procedura per l'aggiudicazione dell'appalto relativo al «servizio di espurgo e pulizia di pozzi neri, vasche di raccolta ed annesse condutture». I quattrocentomila euro che serviranno per finanziare il servizio, che avrà una durata di 18 mesi, saranno anticipati dalle casse della soprintendenza di Napoli e Pompei. Le ditte interessate avranno tempo fino al 12 marzo per presentare l'offerta più vantaggiosa. Fino ad allora tale servizio non sarà assicurato. La rete fognaria di tutti i siti di competenza della soprintendenza di Napoli e Pompei, che raccoglie acque nere e meteoriche, è costituita da pozzetti di raccolta e ispezione, canalizzazioni di raccordo, vasche e pozzi di raccolta e fosse biologiche. L'espurgo dei pozzi neri consiste nel rimuovere ed asportare sabbie e materie solide sia dal fondo che dalle pareti di pozzetti ed eventuali manufatti di convogliamento, in modo che in essi i liquami fognari e la pioggia possano defluire liberamente. La pulizia dei pozzetti e delle caditoie, invece, consiste nel rimuovere ed asportare sabbie, materiali depositati e qualsiasi altra materia solida e organica. I siti archeologici di Pompei, Oplonti, Stabia ed Ercolano non sono allacciati alla rete fognaria, che consentirebbe il normale deflusso degli scarichi, quindi per raccogliere i liquidi reflui si avvalgono di un serbatoio sotterraneo. I pozzi neri, le vasche di raccolta e di depurazione, dislocati sul territorio dei vari comuni sui quali insiste la soprintendenza, sono in totale venti. La ditta che si aggiudicherà il servizio di manutenzione, oltre alla normale attività di espurgo pozzi da liquami, avrà l'obbligo della pulizia sistematica dei manufatti fognari secondo un programma stabilito e della ispezione sistematica delle zone, al fine di prevenire ogni inconveniente derivante da ostruzioni. Una delle probabili cause dei crolli. Il bando stabilisce che gli automezzi impiegati dalla ditta dovranno essere idoneamente attrezzati per svolgere la preventiva e completa ricerca e individuazione dei tracciati e pozzetti non noti o non visibili in guanto coperti da manti o asfaltature. I siti oggetto di espurgo si trovano: all'ingresso degli scavi, dei servizi pubblici e degli uffici della Masseria del Gigante, Villa Virgiliana e archeologico a Cuma; uffici del castello di Baia, della Soprintendenza di Pompei, Villa dei Misteri. Ancora, al corpo di guardia di Porta Ercolano e di Porta Stabia, area dei teatri e servizi pubblici di Porta Stabia; uffici; corpo di guardia pronto soccorso di Casa Bacco; laboratorio di restauro; corpo di guardia in via dell'Abbondanza uffici e servizi pubblici della Casina dell'Aquila; corpo di guardia e servizio pubblico di Porta di Nola, corpo di guardia di Porta Vesuvio; corpo di guardia e servizi pubblici di Villa di Arianna.

26/01/2012 Poggiomarino (NA), nuovo presidio per salvare gli scavi (Il Giornale di Napoli)

Un nuovo presidio permanente per gridare nuovamente le ragioni della protesta contro la chiusura degli scavi di Longola. Gli attivisti dei gruppi archeologici e gli operai della ditta titolare dei lavori nell'area archeologica hanno ripreso l'altro ieri sera l'occupazione del sito contro le istituzioni «finora sorde alle nostre rivendicazioni». «Siamo molto arrabbiati - riferisce Gennaro Barbato, in prima linea nel sit-in - perché non vediamo risultati concreti finora, ma solo chiacchiere. Non ci accontentiamo delle promesse della politica, vogliamo dei documenti scritti che attestino l'impegno delle istituzioni a tutelare e valorizzare questo sito che, lo ricordiamo, è di rilevanza mondiale». I manifestanti sono in attesa di buone nuove anche dall'incontro di stamane tra il sindaco di Poggiomarino Leo Annunziata, il vice presidente della Regione Campania Giuseppe De Mita e il soprintendente ai Beni archeologici di Napoli e Pompei, Teresa Elena Cinquantaquattro. Proprio dopo la decisione di quest'ultima di interrare i circa 130 mila reperti finora rinvenuti è partita la protesta delle associazioni. Mancano infatti i fondi necessari a completare i lavori di scavo. Dopo due settimane di manifestazioni pubbliche, incontri, tavoli istituzionali, tutto tace dal Ministero della Cultura. Solo il dicastero di via del Collegio Romano potrebbe infatti stanziare i fondi necessari al proseguimento degli scavi. «Siamo davvero sconcertati - è l'accusa dei manifestanti - per il silenzio del ministro Ornaghi nonostante le nostre ripetute sollecitazioni». Intanto, è già pronto un documento contenente un appello lanciato dal gruppo archeologico "Terramare 3000", da 12 anni in prima linea per il sito di Longola, rivolto ad associazioni, forze politiche, testate giornalistiche e semplici cittadini per chiedere al ministro Ornaghi un impegno concreto per Longola. Si quantifica in circa due milioni di euro l'investimento che il governo dovrebbe fare per completare i lavori di scavo e portare alla luce l'antico villaggio dell'età del Bronzo costruito dal popolo dei Sarrasti. Dal canto suo, la Regione Campania attraverso il vice di Caldoro ha assunto l'impegno a stanziare quanto in suo potere almeno per la valorizzazione del sito. Proprio su questo tasto battono ora gli attivisti. «Ci aspettiamo - spiega Linda Solino, responsabile di "Terramare 3000" - che nell'incontro di domani vengano prese in seria considerazione le proposte formulate in tanti anni di attivismo per la salvaguardia e la valorizzazione di Longola. Pensiamo a un centro sperimentale di archeologia e ad aree fruibili per i turisti». Intanto, nel freddo delle campagne di Poggiomarino i manifestanti sono pronti a dare di nuovo battaglia. «Non ci muoveremo di qui finché non sarà garantito il futuro di Longola e dei 24 operai licenziati» annunciano gli attivisti.

25/01/2012 Santa Maria Capua Vetere (CE), devastate le tombe sannite nel parco dell'anfiteatro (Il Mattino)

Nel mirino dei vandali anche il patrimonio storico e archeologico di Santa Maria Capua Vetere. E ora si contano i danni. Ieri il personale della Soprintendenza in servizio presso l'Anfiteatro ha notato che alcuni dei reperti erano stati distrutti. Non si può escludere che l'atto vandalico sia stato messo a segno qualche notte fa. Di sicuro gli incursori hanno approfittato dell'oscurità per penetrare all'interno dell'area senza essere visti. Sono state prese di mira alcune tombe di epoca sannitica databili intorno al IV secolo avanti Cristo, colpendole con un tubo che faceva parte delle dotazioni and-incendio. Il tubo è stato attaccato alle tombe, distruggendone in parte due. Ieri anche il sopralluogo dei carabinieri della stazione di Santa Maria Capua Vetere che hanno constatato il danno. La Soprintendenza è al lavoro in queste ore per preparare il dossier da allegare alla denuncia e si riserva di intervenire sulla vicenda solo dopo aver completato gli atti. Le tombe prese di mira dai vandali non fanno parte del «blocco» dell'Anfiteatro che non è stato oggetto di danneggiamento, ma sono comunque posizionate nel perimetro interno dell'area dove è racchiusa l'arena. Costituiscono uno dei tanti reperti - posizionati probabilmente in un secondo momento - ivi custoditi ed esposti a beneficio dei visitatori. Utili alle indagini saranno anche le riprese delle telecamere poste a controllo dell'area, sorvegliata di notte da tre dipendenti. «Si tratta di un atto ignobile - ha commentato il sindaco, Biagio Maria Di Muro - ancora di più perché privo di senso e mirante solo a distruggere quanto di bello abbiamo sul territorio. Azioni come quella perpetrata da questi vandali oscurano anche tutta l'azione di valorizzazione turistica che l'amministrazione comunale sta ponendo in essere». Di reato «particolarmente grave nei confronti del patrimonio storico e culturale della intera umanità» parla l'assessore alla Cultura Mario Tudisco che ha inviato un esposto-denuncia al procuratore della Repubblica, Corrado Lembo. Il delegato della giunta esclude l'ipotesi di una ragazzata. «Per le modalità con cui si è consumato tale scempio si può escludere una bravata. Tale gesto deleterio rappresenta un nitido campanello di allarme per chi a cuore la tutela e la salvaguardia della nostra storia e dei nostri monumenti».

24/01/2012 Pompei (NA), pronti per sponsorizzare i restauri, nessuna risposta dal Ministero (Il Mattino)

«Abbiamo scritto al ministro per i Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, non solo per assicurargli la nostra più ampia disponibilità a collaborare per la valorizzazione di ogni traccia della nostra lunga storia nella penisola, ma anche per sapere se è stata o meno accetta la nostra proposta di sponsorizzazione del secondo lotto di lavori per il recupero della conceria, negli scavi di Pompei: a quattro mesi dalla dichiarazione di volontà a continuare a sostenere il restauro dell'edificio, dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei non abbiamo ancora avuto risposta alcuna». È amareggiato, Salvatore Mercogliano, direttore dell'Unic, l'Unione nazionale industria conciaria, che del recupero di quell'edificio è stato lo sponsor sin dal 2008, allorché venne sottoscritta una prima convenzione con l'allora soprintendente Guzzo. Tanto più che quell'opificio, secondo gli archeologi, potrebbe far parte di un vero e proprio «distretto conciario» attrezzato nella Pompei di duemila anni fa. Il finanziamento di questo terzo lotto di lavori dovrebbe vedere il recupero della strada di accesso alla conceria, in maniera da favorire l'accesso alla struttura. Quindi, si sarebbe esteso il restauro non solo agli edifici circostanti ma all'intero isolato in modo da giungere sino alla via Stabiana. La conceria, che venne scoperta nel 1873, si trova a pochi metri dall'importante asse viario che attraverso Porta Stabia, duemila anni fa, doveva indirizzare traffici e commerci appunto verso la vicina Stabiae. Nella fabbrica si lavoravano le pelli che arrivavano in prevalenza dall'Irpinia. Una delle caratteristiche dell'edificio è data dalla divisione degli ambienti che accoglievano sia l'abitazione del proprietario sia i locali perla lavorazione delle pelli. Il portico era diviso in scompartimenti, separati da tramezzi nella cui muratura era contenuta la condotta che portava l'acqua alle giare. Nell'area retrostante il portico si trovano 15 vasche; dodici di esse venivano usate per la concia vegetale di pelli grandi e tre per quella delle pelli piccole in cui si impiegava l'allume di rocca. Numerose anfore piene di quel minerale, provenienti dalle isole Eolie, sono state difatti rinvenute in un primo intervento di scavo. Sotto il portico centrale della casa si sviluppava la prima fase del lavoro: l'animale veniva scuoiato e la pelle immersa nei tini contenenti tannino. Il recupero comprenderebbe anche tutti gli attrezzi: coltelli, raschietti, adoperati per la lavorazione del cuoio, in modo da poterli mostrare ai visitatori. «Non escludiamo alcuna ipotesi di recupero - riprende Mercogliano - non è questione di finanziamenti. Aspettiamo ci venga sottoposto un progetto, poi saremo subito operativi». «Stiamo mettendo a punto proprio quel progetto - sottolinea dal canto suo la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro - guardi, noi siamo obbligati a seguire le regole sulle sponsorizzazioni private. A breve incontreremo l'Unic per sottoscrivere questa nuova convenzione».

24/01/2012 Campi Flegrei (NA), appello al Parlamento europeo (Il Mattino)

Da un anno non viene convocata la speciale commissione, nata in seno all'accordo di programma quadro comunitario Mibac-Regione Campania per rendere pienamente fruibile il patrimonio archeologico, perché la Regione non ha ancora provveduto a nominare il suo rappresentante, e così il Grand Tour dei Campi Flegrei resta un miraggio. La commissione paritetica, che ha II compito di coordinare gli interventi di tutela e valorizzazione dei siti di interesse archeologico, a rotazione, viene presieduta da un membro nominato dal ministero e da uno designato dalla Regione: nel 2010 alla guida c'era il delegato ministeriale, ma nel 2011 toccava a Palazzo Santa Lucia indicare il suo referente. Premessa necessaria per una convocazione che non c'è più stata. E nell'attesa si allunga l'elenco dei siti chiusi o parzialmente visitabili. Il tour dei siti negati annovera il Rione Terra, l'Anfiteatro Flavio, il Serapeo (al momento oggetto di un intervento di restauro), il Tempio-Duomo, lo Stadio di Antonino Pio a Pozzuoli. L'Antro della Sibilla è aperto ma parzialmente interdetto per il temuto pericolo di ulteriori crolli dalla volta e di infiltrazioni di acqua, mentre il resto del Parco archeologico di Cuma è un percorso a ostacoli tra nastri segnaletici e cartelli che intimano l'alt alle comitive di turisti. E la vicenda arriva anche all'attenzione della Commissione e del parlamento europeo Alcuni giorni fa l'ex assessore regionale ai Beni culturali, Marco Di Letto, ha lanciato un appello al governatore Stefano Caldoro «affinchè risolva subito tali questioni anche per evitare sanzioni dall'Ue, trattandosi di beni per il cui restauro e valorizzazione negli anni scorsi sono stati spesi fondi europei perché producessero ricchezza, come avvenuto finora, e la cui chiusura sarebbe ingiustificabile agli occhi della Commissione europea». Ieri invece il coordinatore Pd area flegrea, Vincenzo Figliolia, ha chiesto al vicepresidente vicario del Parlamento europeo Gianni Pittella, a Pozzuoli per presentare il libro su Angelo Vassallo, «un suo intervento a Bruxelles per meglio tutelare l'immenso patrimonio storico-archeologico dei Campi Flegrei, dopo mesi di incuria e abbandono». Ma arriva la puntuale replica dell'assessore regionale Giuseppe De Mita: «Con la Soprintendenza stiamo procedendo a una ricognizione complessiva dei beni da tutelare e delle attività di valorizzazione da compiere. In una recente chiacchierata con il ministro Ornaghi, ho posto alla sua attenzione la necessità di riattivare l'accordo di programma quadro Mibac-Regione Campania stilato nel 2009 e mai completamente attuato». «Come Regione Campania si è provveduto sin da subito alla nomina dei componenti della commissione paritetica - continua De Mita - II Mibac ha provveduto a fare lo stesso solo con il ministro Galan, su mia sollecitazione, ma a poche settimane dalla caduta del governo Berlusconi. Per questo abbiamo ora sollecitato un incontro con Ornaghi per riprendere le fila del discorso. In caso di avvio di una procedura di infrazione comunitaria, come ipotizzato da qualcuno rispetto alla spesa delle risorse destinate alla zona flegrea, spiegheremo alla Commissione europea che è stata proprio la qualità di quella spesa pubblica portata avanti dalla passata gestione politica regionale la causa di quanto sta accadendo oggi nei Campi Flegrei».

20/01/2012 Poggiomarino (NA), dall'assessorato regionale ai beni culturali fondi per gli scavi se collegati a progetti di sviluppo (Il Mattino)

Fondi per la Longola, a patto che siano legati ad un progetto di sviluppo dell'area archeologica e di tutto il territorio vesuviano e sarnese. Li ha garantiti Giuseppe De Mita, vicepresidente della Regione e assessore ai beni culturali, che ieri ha incontrato il sindaco di Poggiomarino, Leo Annunziata, proprio per discutere del sito preistorico scoperto nel 2000, ora chiuso e a rischio seppellimento. Era stato lo stesso Annunziata a sollecitare un summit col vice di Caldoro, dopo la conferenza di servizi di martedì scorso, alla quale aveva partecipato anche Elena Cinquantaquattro, soprintendente ai beni archeologici di Napoli e Pompei. Cinquantaquattro era stata chiara: «Gli scavi vanno interrati per consentirne la tutela, ma se ci sono ipotesi di valorizzazione del sito noi siamo disponibili a collaborare». E proprio per cercare strade di valorizzazione, il sindaco ha parlato con De Mita: «È stato un incontro proficuo. Abbiamo ragionato sui fondi da utilizzare, per esempio quelli che serviranno perla bonifica del Sarno (il sito preistorico si trova proprio sul fiume, ndr). De Mita ha anche espresso la volontà di venire a Poggiomarino a visitare gli scavi», dice Annunziata. Gli fa eco Antonio Marciano, consigliere regionale del Pd, che da tempo segue la vicenda: «Esistono tutte le condizioni perché Soprintendenza, assessorato regionale ai Beni Culturali e Comune lavorino insieme per definire il progetto di messa in sicurezza e di valorizzazione degli scavi di Longola». Importanti saranno i prossimi incontri, con quelli della Soprintendenza. Intanto Anita Sala, consigliera regionale dell'Italia dei Valori, ha fatto visita alle imbarcazioni esposti a Città della Scienza e trovate proprio a Longola: «La famosa canoa ritrovata a Poggiomarino non necessita di nessun ricorso a speciali soluzioni idrosaline, così come sostenuto da più parti. In altri termini, la canoa attualmente esposta all'interno di una teca, dove sicuramente sono previste particolari tecniche di conservazione, ma di certo non c'è quell'acqua che, pare, rappresenti il vero ostacolo all'eventuale ritorno della canoa a Longola. Inoltre a Città della Scienza mi hanno comunicato che la piroga resterà negli spazi post industriali di Bagnoli fino a luglio. Ma io credo che debba assolutamente ritornare nel suo luogo di origine, ovvero quella piana del Sarno in cui i coevi abitanti della necropoli protostorica avevano costruito queste speciali imbarcazioni per muoversi agevolmente tra i canali». A Poggiomarino, però, i summit tra le istituzioni non convincono del tutto associazioni e cittadini, nonostante le rassicurazioni. Domenica mattina ci sarà una nuova assemblea, nei locali della scuola primaria di via Roma, e Gennaro Barbato, del comitato civico di Ottaviano, specifica: «Noi saremo contenti solo quando le centinaia di migliaia di reperti saranno esposti a Poggiomarino, a beneficio dei cittadini, degli studenti e di tutti coloro che vogliono ammirare le meraviglie dell'età del Bronzo». Scontenti anche gli operai che lavoravano nel cantiere chiuso con la fine degli scavi: per loro non si vedono spiragli. In generale, le associazioni chiedono un maggiore coinvolgimento. Marciano è con loro: «E fondamentale che le associazioni, che con il loro impegno costante hanno portato l'attenzione di tutti sul sito archeologico di Poggiomarino vengano coinvolte nei progetti di valorizzazione e gestione degli scavi: il loro contributo futuro sarà prezioso e irrinunciabile». Del resto, la gestione della passeggiata fluviale, vicina al sito, è già stata affidata dal Comune a Terra-mare 3000.

20/01/2012 Pozzuoli (NA), esposto contro il biglietto "ingannevole" (Il Mattino)

La parziale interdizione al pubblico dell'Antro della Sibilla per il pericolo di crolli, i disservizi nella gestione delle visite guidate all'interno dell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli per colpa dell'assenza di personale e la chiusura di un terzo delle stanze del Museo Archeologico Campi Flegrei di Baia finiscono in un esposto legale della Federconsumatori: l'ipotesi è il mancato rispetto della normativa europea in materia di divieto di pubblicità ingannevole. Alla clamorosa azione legale, che al momento non ha precedenti in Campania, sta lavorando lo staff del presidente di Federconsumatori Rosario Stomaiuolo. «I turisti che acquistano il biglietto al prezzo di quattro euro, valido per due giorni, di ingresso agli scavi di Cuma e all'Antro della Sibilla - sottolinea Rosario Stomaiuolo - hanno diritto ad un pacchetto che comprende anche la visita all'Anfiteatro Flavio e Tempio di Serapide, al Museo Archeologico Campi Flegrei e alla zona archeologica di Baia. Si tratta di siti al momento chiusi o solo parzialmente accessibili. Noi ipotizziamo che si possa trattare di una pubblicità ingannevole, che serve solo ad attirare i turisti. Un biglietto all inclusive, ma poi nei fatti ci si trova dinanzi a cancelli chiusi e a nastri bianchi e rossi che sbarrano il passo ai turisti. Da tempo lo denunciamo anche attraverso le associazioni flegree». Ipotesi che, naturalmente, spetterà alla magistratura vagliare. Ma sul sistema turistico-culturale dei Campi Flegrei piove sul bagnato. Con un decreto dirigenziale dello scorso ottobre, la Regione ha concesso un finanziamento complessivo di circa ottocentomila euro per realizzare il progetto dal titolo «I miti dei Campi Flegrei e Storie di Terra»: fondi europei cofinanziati dall'Asse 1 OB 1.9 che sarebbero serviti a realizzare un percorso di visite turistiche, culminate in aprile nel cartellone di iniziative challenger delle pre-regate di America's Cup. Ma il Comune di Pozzuoli è commissariato e non ci sono le condizioni economiche per reperire i circa trecentomila euro che spettano all'ente locale. Con il disappunto degli albergatori locali e dell'Assoturismo. «Si tratta di progetti che prevedono interventi di riqualificazione e la creazione di un itinerario turistico innovativo - sottolinea Luigi Esposi-to, coordinatore Assoturismo provincia di Napoli - Vengono coinvolti importanti siti quali il Tempio di Nettuno, lo Stadio di Antonino Pio, il Rione Terra, la Necropoli Romana di Pozzuoli, oltre alla Piscina Mirabilis e Tomba di Agrippina a Baia e la necropoli della Fescina a Quarto. Un tour già promozionato con i buyers inglesi e tedeschi, che sono i più attenti all'area flegrea, in vista delle settimane di regate della Coppa America ma il Comune di Pozzuoli in una lettera inviata ieri alla Regione ha chiesto una proroga, con il concreto rischio di perdere questi importanti finanziamenti. Oltre al danno enorme per albergatori e operatori turistici flegrei. «Chiediamo al governatore Stefano Caldoro e all'assessore regionale ai Beni culturali Giuseppe De Mita di convocare immediatamente in Regione il commissario prefettizio di Pozzuoli per scongiurare l'ennesimo flop». Nella lettera inviata ieri in Regione e firmata dal dirigente comunale Carlo Pubblico, si chiede la proroga motivata da tre circostanze: «tempi troppo stretti, sponsor privati che potrebbero non coprire la quota chiesta per il cofinanziamento e ritardi dovuti al commissariamento prefettizio del Comune di Pozzuoli».

20/01/2012 Capri (NA), chiudono gli scavi di Villa Jovis (Il Mattino)

Chiudono a Capri gli scavi archeologici di Villa Jovis. La visita ai resti della villa imperiale di Tiberio sarà vietata ai visitatori che scelgono l'isola per le vacanze in bassa stagione a partire da oggi sino al 31 marzo. La motivazione ufficiale per lo stop è che lo storico complesso che vide i fasti dell'Impero di Tiberio per oltre dieci anni necessita di lavori urgenti di restauro e manutenzione. L'annuncio è stato dato dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici che lo ha comunicato agli uffici competenti dell'amministrazione comunale. Resteranno quindi chiusi i cancelli per oltre due mesi, ed è un'altra cattiva notizia per gli amanti delle bellezze archeologiche dopo la drastica riduzione dovuta ai tagli di spese per il personale che aveva ridotto i giorni di visita dal giovedì al lunedì dalle 10 alle 16. L'annunciata chiusura per lavori di Villa Jovis ha fatto sorgere polemiche e non pochi dubbi sul motivo della decisione, anche perché restano ancora chiusi al pubblico gli scavi di Villa Damecuta, la dimora imperiale di Tiberio ad Anacapri.

19/01/2012 Poggiomarino (NA), gli scavi saranno ricoperti (Il Giornale di Napoli)

Si è concluso con un nulla di fatto sostanziale il tavolo di concertazione tra Comune di Poggiomarino, Regione Campania, Soprintendenza ai Beni archeologici di Pompei e gruppi archeologici locali per discutere della questione del sito protostorico di Longola. Permane lo stallo attuale: il soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro ha confermato la decisione di interrare i reperti finora venuti alla luce. Tanti i nodi da sciogliere ancora, a partire dall'immediato proseguimento dei lavori, ad oggi bloccati ufficialmente per mancanza di fondi. Poi, il futuro dell'area, sotto la quale giace un intero villaggio palafitticolo risalente all'età del Bronzo. La Regione, intervenuta al tavolo con il coordinatore dell'area Turismo e Beni archeologici Ilva Pizzorno, ha ribadito il suo impegno a stanziare fondi per la valorizzazione del sito, già peraltro espresso dal vice presidente della giunta regionale Giuseppe De Mita nei giorni scorsi. L'amministrazione regionale è disposta a fare quanto è in suo potere per la valorizzazione di questo importante sito protostorico» ha spiegato il dirigente dell'Ente di Santa Lucia. La mobilitazione dei giorni scorsi, con manifestazioni pubbliche organizzate dai gruppi archeologici locali e appoggiate dalle amministrazioni comunali e dalle scuole della valle del Sarno, non ha fatto recedere di un passo il soprintendente Cinquantaquattro. «L'interramento è un atto purtroppo necessario affinché i reperti non si polverizzino - ha affermato -. Tale disposizione è stata dettata dalla mancanza dei fondi per l'uso delle pompe idrauliche necessarie ai lavori di scavo. Ciò non significa che Longola morirà. Si tratta solo di una scelta doverosa, finalizzata a conservare in questo momento le ricchezze del sito». In pratica si procederà alla ricopertura delle aree scavate a Longola, una decisione determinata dalle particolari caratteristiche del villaggio. Presenti in aula, oltre al sindaco di Striano Antonio Del Giudice, dal primo momento al fianco degli attivisti, anche i consiglieri regionali del Pd Angela Cortese, Antonio Marciano e Mario Casillo. In particolare, Marciano ha sottolineato che «esiste già un protocollo d'intesa tra Ministero dei Beni Culturali e Regione Campania, risalente al 2009. Abbiamo dunque già una traccia di lavoro da seguire, non resta che darsi da fare per Longola», ha detto. Anita Sala, consigliere regionale dell'Idv, ha invece chiesto «di portare avanti tutte le procedure per una richiesta all'Unesco affinché il sito in questione venga dichiarato "patrimonio dell'umanità"». Ha chiuso gli interventi il primo cittadino di Poggiomarino Leo Annunziata, il quale ha aperto uno spiraglio d'intesa con la Soprintendenza. «Siamo disposti a sopportare - ha detto - anche l'interramento, ma solo a patto che si vedano fatti concreti e la volontà chiara di portare avanti progetti di sviluppo per Longola. Chiedo inoltre un incontro urgente con il vice presidente De Mita per fissare alcuni punti fondamentali». Ritto è rinviato alla prossima settimana con una nuova conferenza dei servizi, ma la strada per i tanti tra attivisti e cittadini che hanno dato il via alla protesta sembra ancora in salita.

15/01/2012 Pozzuoli (NA), indagine sull'Antro della Sibilla (Il Mattino)

Un'indagine conoscitiva è stata aperta dalla polizia per fare luce sul pericolo di crollo dell'Antro della Sibilla, dopo la parziale chiusura del percorso archeologico che conduce alla sala della Sibilla per colpa dei calcinacci di tufo crollati dalla millenaria volta. E, parallelamente, si mobilitano anche le associazioni del territorio che, attraverso Facebook, chiedono l'immediato avvio degli interventi di messa insicurezza della grotta per renderla di nuovo completamente fruibile: disagi che potrebbero comportare danni economici per mancati incassi stimati in circa cinquantamila euro. Per ora non sarebbe emerso nulla di penalmente rilevante, ma si indaga. Anche perché si tratta di un bene archeologico dall'inestimabile valore sottoposto ad una speciale normativa vincolistica particolarmente rigida. Un pericolo di crollo e di infiltrazioni di acqua dalla collina soprastante che, di fatto, si ripercuote anche sull'attrattiva turistica del sito. L'Antro della Sibilla è il pezzo forte del parco archeologico di Cuma, ma i turisti che si recano nell'area degli scavi diretti nella sala, dove - secondo la leggenda - la Sibilla vaticinava il futuro, devono ora uscire dal tunnel tufaceo, percorrere un centinaio di metri all'esterno della galleria e poi rientrarvi attraverso un'apertura laterale. Percorso tortuoso che rovina l'atmosfera di mistero. Disagi che si ripercuotono sulle presenze. Il sito cumano è stato tra i più visitati nella provincia di Napoli nel 2011. Ora la parziale interdizione a scopo precauzionale della grotta della Sibilla induce i gruppi turistici a dirigersi altrove. Un danno economico stimato in almeno cinquantamila euro che suona come l'ennesima beffa. Il progetto di recupero c'è: l'ha predisposto l'ufficio locale della sovrintendenza che subito dopo il crollo informò il sovrintendente. Ma si è ancora in attesa dell'ok definitivo, mentre si moltiplicano le critiche dei tour operator. Anche perché chi si reca nell'area archeologica di Cuma si trova in un percorso zeppo di nastri segnaletici che sbarrano il passo per il pericolo dei crolli o per gli scavi aperti. E sulla vicenda intervengono con una nota anche i Verdi, che denunciano la chiusura dell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli e su Cuma dicono: «Meraviglia che in difesa di questi straordinari beni archeologici non ci sia la stessa mobilitazione popolare che c'è stata in difesa delle case abusive a Bacoli».

15/01/2012 Poggiomarino (NA), anche le scuole in campo per gli scavi di Longola (Il Giornale di Napoli)

Dopo i gruppi archeologici e le associazioni culturali, scendono in campo anche le scuole contro la chiusura degli scavi di Longola. Gli istituti scolastici di Poggiomarino e dei comuni limitrofi non sono stati sordi all'appello lanciato da "Terramare 3000", da 12 anni in prima linea per la tutela e la salvaguardia dell'area. L'associazione ha convocato per oggi alle 11, in piazza De Marinis, una manifestazione pubblica che coinvolgerà centinaia di studenti e che intende sensibilizzare istituzioni e cittadini sull'importanza del villaggio preistorico di Longola, una vera e propria "Pompei" dell'età del Bronzo. Insieme a loro, gli attivisti che da domenica presidiano il sito impedendo di fatto l'arrivo dei camion carichi dell'argilla che avrebbe sotterrato gli oltre 130mila reperti archeologici e faunistici rinvenuti finora. «Il patrimonio culturale rende unico il nostro paese - riferisce Linda Solino, responsabile di "Terramare 3000"-. L'abbandono e il degrado offendono la memoria e l'identità storica e mortificano ogni speranza di riscatto del territorio. Sono queste le motivazioni che hanno indotto la convocazione della manifestazione ed è questo che ha spinto le associazioni a chiedere sostegno e partecipazione a tutte le scuole e agli studenti, per stimolare maggiormente in loro il senso civico». Il gruppo archeologico di Poggiomarino lancia inoltre un appello «alle scuole, ma anche alle testate giornalistiche e agli altri presidi culturali e sociali della Campania, a sottoscrivere un appello al ministro dei Beni e delle attività culturali, Lorenzo Ornaghi, affinché si impegni a salvare Longola». Solo da via del Collegio Romano potrebbe, difatti, giungere il via libera allo stanziamento dei due milioni di euro necessari al completamento degli scavi. Alla manifestazione, intitolata "Più cultura meno chiusura", hanno aderito anche esponenti del mondo della politica regionale e nazionale. Proprio negli ultimi giorni si erano interessati alla vicenda il consigliere regionale del Pd Antonio Marciano e il vice presidente della Regione Campania, Giuseppe De Mita. Il primo aveva lanciato un appello per il reperimento di tre milioni al fine del completamento di tutti i lavori necessari per giungere all'apertura al pubblico del sito; l'altro ha formalmente promesso una cifra destinata alla valorizzazione immediata dell'area, di competenza proprio dell'Ente di Santa Lucia. Fronte comune anche dai sindaci della valle del Sarno, tutti uniti nella lotta dell'amministrazione comunale di Poggiomarino contro l'interramento degli scavi. Proprio dalla casa comunale martedì mattina potrebbero giungere nuove sul destino di Longola. Per quella data è previsto un tavolo a cui parteciperanno Comune, Soprintendenza ai Beni archeologici di Pompei e Regione. Ammessi all'incontro anche gli attivisti con un loro rappresentante.

15/01/2012 Pozzuoli (NA), chiuso l'anfiteatro flavio per mancanza di custodi (Il Corriere del Mezzogiorno)

«Chiuso per problemi tecnici» diceva il cartello affisso ieri alle 12 al cancello dell'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli, e subito si è pensato a un pericolo di crollo o ennesima catastrofe imminente. Nessun pericolo invece, ma qualcosa a nostro a avviso di peggio: il perdurare scandaloso di una condizione intollerabile in un paese civile, ovvero la mancanza di personale. Sedici custodi, divisi in quattro turni (anche di notte); e dei quattro di ieri mattina due hanno dovuto assentarsi per motivi più che giustificabili. Quando il personale è, per così dire, al completo, sono in tre a sorvegliare le comitive di visitatori che si aggirano stupiti e ammirati nei sotterranei e sugli spalti; quando i custodi sono solo tre, le visite vengono contingentate, non entrano più di una ventina di persone per volta. Ma quando restano in due, l'Anfiteatro deve esser chiuso al pubblico perché è impossibile qualsiasi sorveglianza, e lì di marmi e pietre e immagini asportabili o vandalizzabili ce ne sono a iosa. Ci permettiamo un consiglio alla dirigente archeologa Costanza Gialanella: invece di «problemi tecnici» faccia scrivere sul cartello qualcosa di più dettagliato, in cui si riferisca la verità anche se questa rivela la vergogna in cui si trovano i nostri Beni Culturali: «Chiuso perché non c'è personale sufficiente». Non è neanche il caso di aggiungere il dettaglio «e nessuno se ne frega» perché la deduzione logica viene da sola. E’ questa la condizione miserevole e vergognosa in cui viene tenuto uno dei monumenti d'epoca romana più famosi, le cui immagini sono in tutti i libri di storia e di arte, oggetto di descrizioni accurate e di ammirazione per le tecnologie usate per gli spettacoli con le belve e con i gladiatori, per l'imponenza delle strutture fuori terra e dei sotterranei, e perché si ritiene che la cavea venisse anche allagata consentendo spettacoli di scontri navali. Ogni anno nei sotterranei si svolge anche una piccola processione in ricordo di San Gennaro e dei sui compagni di martirio, che si dice siano stati uccisi da quelle parti. Oltre 80mila visitatori che vengono ogni anno da ogni parte del mondo per vedere l'imponente struttura che per grandezza è il terzo in Italia dopo quello di Capua e il Colosseo. Si ritiene che i patrizi puteolani abbiano chiamato i costruttori del Colosseo per realizzare questa seconda struttura di divertimento, quando l'anfiteatro vecchio divenne insufficiente: si trova a poca distanza più a monte, e in occasione delle costruzione della linea ferroviaria "Direttissima" (oggi Metropolitana 2) nel 1925 gli ingegneri dell'epoca non esitarono a tagliarlo in due seppellendolo nel trincerone sopraelevato dei binari. Lungo 150 metri e largo116, con una arena ovale di 75 metri per 42, l'Anfiteatro contava quasi 40mila posti a sedere sulle gradinate: la costruzione iniziò sotto l'imperatore Vespasiano (seconda metà del primo secolo dopo Cristo) e fu terminata quando era imperatore il figlio Tito, ma i puteolani fecero otto a loro spese e ci tennero a farlo sapere: «Colonia Flavia Augusta Puteolana pecunia sua» dice infatti una targa marmorea. Notizie decisamente più confortanti da Cuma: gli Scavi e l'Antro Bela Sibilla non sono affatto chiusi, si è solo verificato un lievissimo distacco nel tufo del camminamento che aorta alla stanza dell'oracolo. Un eccesso di cautela ha indotto a stendere un nastro sul percorso, la piccola tona interdetta è facilmente aggirabile. Gli Scavi di Cuma hanno raggiunto il record di 2500 visitatori nei due giorni delle "Giornate del Patrimonio europeo", l'imponente commesso archeologico è sempre aperto in tutte le festività (e non ha chiusura settimanale) e i nuovi scavi e le sistemazioni a cui lavora da anni il direttore Paolo Caputo con una schiera di specialisti universitari e di volontari rivelano costantemente nuovi tesori. Ma dall'acropoli di Cuma si "ammira" tutto intorno il degrado del territorio: abusivismo edilizio e montagne di rifiuti assediano gli scavi.

14/01/2011 Cuma (NA), chiuso l'Antro della Sibilla per rischio crollo (Il Mattino)

L'Antro della Sibilla cumana è a rischio crollo e per tutelare l'incolumità dei visitatori la parte iniziale della galleria è stata interdetta da due nastri segnaletici: per raggiungere la sala dove - secondo la leggenda - la Sibilla vaticinava il futuro bisogna adesso uscire dal tunnel tufaceo, percorrere un centinaio di metri all'esterno della galleria e poi rientrarvi attraverso un'apertura laterale. Un percorso tortuoso che rovina l'atmosfera di mistero, che da sempre accompagna l'Antro, e che provoca l'inevitabile disappunto dei visitatori. Come segnalato alcuni giorni fa da un gruppo di turisti in visita all'area archeologica di Cuma in cui si trova la galleria di tufo vulcanico dal tracciato rettilineo, che corre con la sua caratteristica forma trapezoidale per oltre centotrenta metri sotto il monte dell'antica acropoli cumana. Un antro che da quasi duemilacinquecento anni è un sito pieno zeppo di misteri e di leggende legate all'astrologia e al culto dei morti. Storie narrate anche da Virgilio. Qualche mese fa dal soffitto si staccarono pezzi di tufo, ancora visibili nell'area interdetta. Pericoli di crollo che persistono, al punto da convincere il responsabile dell'area archeologica di Cuma, l'archeologo Paolo Caputo, a chiudere parzialmente il percorso pedonale chiedendo l'intervento dell'ufficio centrale della sovrintendenza ai beni archeologici. Ma quel nastro bianco e rosso consunto dall'umido è ancora lì, a guastare l'immagine immortalata da migliaia di flash e fotocamere digitali dei tanti turisti che si recano negli scavi cumani. E c'è poi il problema delle infiltrazioni di acqua piovana: evidenti anche nel vano quadrangolare alla fine del tunnel tagliato nel tufo intorno al IV secolo a. C. per ragioni di difesa militare, ma che la tradizione da sempre designa come la mitica sala nella quale la sacerdotessa seduta sul suo trono prediva il sibillino futuro. Mancano i fondi. E così chi si reca a Cuma si trova nel bel mezzo di un percorso irto di ostacoli. Dall'area del Tempio di Apollo a quello di Diana, fino ad arrivare ai piedi delle fortificazioni dell'acropoli è un fiorire di nastri segnaletici che sbarrano il passo ai turisti e ostacolano persino la visuale. Reti che servono a delimitare le aree di scavo ancora aperti, ma anche i tratti nei quali la staccionata di legno a strapiombo è stata divelta o dove sono crollati calcinacci delle mura di duemila anni fa. Per non parlare poi delle sconnessioni del pavimento di epoca romana che collega l'area dell'acropoli con la zona sottostante. Eppure tutto citi stride in modo eclatante con il boom di presenze registrato negli ultimi mesi: nella sola settimana dedicata alle Giornate europee della cultura, a ottobre scorso, si registrarono quasi cinquemila presenze. Un sito archeologico che è un fiore all'occhiello anche per quanto riguarda la ricerca scientifica, con due campagne di scavo gestite ogni anno dagli studiosi della Federico II e della Seconda università degli studi di Napoli. È di pochi mesi fa, tra l'altro, l'importante ritrovamento delle tombe di epoca paleocristiana e degli affreschi altomedievali scoperte nello scavo nell'area del Tempio di Giove, condotto lo scorso autunno da una equipe di studiosi della facoltà di Lettere e filosofia della Sun guidati dal professore Carlo Rescigno. Uno scrigno archeologico dal valore incommensurabile e dalla portata storica, per meglio decifrare la genesi affascinante e ancora poco conosciuta del cosiddetto Tempio di Giove, mentre l'Antro della Sibilla va in malora.

E’ conosciuta nel mondo soprattutto per l'Antro della Sibilla. Strano destino, quello di Cuma. Nacque da essa tutta una civiltà, ed essa oggi come realtà amministrativa non esiste. Non è altro, la Cuma di oggi, che una frazione del comune di Pozzuoli, e sugli annuari turistici non viene registrato nemmeno il numero dei suoi abitanti. La città, insomma, i cui abitanti fondarono Partenope, cioè Napoli, e Zancle, cioè Messina; la città che inizialmente comprese anche le attuali Pozzuoli, Baia, Miseno e Bacoli e che più tardi estese il suo potere nell'intera Campania, oggi è semplicemente un «parco archeologico». Strano destino perché Cuma non fu soltanto il regno della più celebre delle sibille del mondo antico, ma fu anche il teatro delle principali leggende popolari dell'universo pagano: l'approdo del greco Ulisse e del troiano Enea, le scorribande dei ciclopi, l'ingresso al mondo degli Inferi (cioè l'aldilà) tramite la palude Averno, e inoltre la lotta fra Giove e i Giganti. Tutto quanto Roma ha ricevuto dal mondo greco venne filtrato da Cuma. A loro volta i greci che avevano fondato Cuma provenivano da Eubea. L'anno dello sbarco venne fissato nel 1050 avanti Cristo da Strabone e da altri storici romani; la recente critica storica, però, ha avvicinato a noi di un paio di secoli l'epoca di quello sbarco. Diventati cumani di fatto e di diritto, questi oriundi greci fondarono un presidio militare a Dicearchia, l'attuale Pozzuoli, e diedero vita nel 680 avanti Cristo a Neapolis, l'attuale Napoli. Cuma, o meglio lo stato cumano, raggiunse il massimo dello splendore fra il 750 e il 500 avanti Cristo. Nella metà del quarto secolo avanti Cristo, Cuma diventa vassalla di Roma, ma è proprio con Roma che rifiorisce. A Baia, «rione» di Cuma, ogni imperatore si farà una villa. Nel periodo dell'Impero, insomma, la costa cumana è, per i ricchi, quella che oggi è, per molti, la Costa Smeralda. Con un valore aggiunto: quello conferitole dalla presenza della Sibilla. Il mondo classico, bisogna precisare, conosceva una decina di sibille, cioè vergini dotate di virtù profetiche, ma la più nota e accreditata era appunto quella cumana. Si chiamava Deifobe ed era una sacerdotessa di Apollo. Secondo la leggenda Apollo si era innamorato di lei e, per ingraziarsela, si era offerto di rendere reale qualsiasi desiderio lei avesse esternato. «Voglio vivere tanti anni quanti granellini di sabbia può contenere il mio pugno», aveva risposto la Sibilla. Si era dimenticata, però, di chiedere anche l'eterna giovinezza, e perciò si era ridotta stravecchia e raggrinzita. Per pudore, non si faceva vedere e bisognava accontentarsi di ascoltare la sua voce. Nella realtà dei fatti la sibilla cumana, che effettivamente abitava in un antro presso il tempio di Apollo, non era un'unica persona ma una successione di varie sacerdotesse appartenenti a generazioni diverse. Il culto della Sibilla incontrò un immenso favore presso i romani. E del prestigio riconosciuto alla Sibilla si avvalse Virgilio, nel sesto libro dell'Eneide per descriverne la dimora: «Un antro immanso che nel monte penetra. Avvi dintorno cento vie, cento porte; e cento voci n'escono allor che la Sibilla le sue risposte intuona», tradusse Annibal Caro. Quei versi, i versi di Virgilio suscitarono per secoli la curiosità degli studiosi e degli archeologi. Dov'era quella grotta dalle cento porte in cui la profetessa declamava le sue frasi ambigue? Nel Medio Evo fu scoperta una grotta presso il lago di Averno e si gridò vittoria: perfino Petrarca e Boccaccio credettero che fosse quella la dimora della Sibilla. Ma troppi particolari erano in contrasto con la descrizione di Virgilio. Ma ecco che, intorno al 1920, arriva a Cuma l'archeologo Amedeo Maiuri. Sta per cadere il bimillenario virgiliano e Maiuri vuol fare il gran colpo. Abbattendo e sfabbricando, scopre anche lui una grotta e ne dà l'annuncio all'Italia intera: «Ho ritrovato il vero antro della Sibilla». Proseguendo i lavori, Maiuri si accorge però che quella grotta non può essere identificata con il mitico antro. Ma tutto è pronto per i festeggiamenti e Maiuri non può fare macchina indietro. Solo nel 1954, Maiuri scoprirà quello che tuttora viene indicato come il vero antro della Sibilla. Proprio «vero»? Alcune fenditure nelle pareti fanno pensare alle «cento porte» citate da Virgilio. Ed è quanto basta per nuovi, anche se estemporanei festeggiamenti. E per apporre targhe di marmo alle pareti. Al di là della leggenda e al di là anche della letteratura e delle possibili «bufale», il luogo è senza dubbio suggestivo. C'è da rabbrividire al pensiero che l'incuria o altri fattori non ancora accertati possano averlo guastato.

14/01/2012 Poggiomarino (NA), manifestazione per salvare il sito preistorico (Metropolis)

Continua a rimanere alta l'attenzione sul sito archeologico della Longola dove persistono i sit in di protesta da parte delle associazioni riunite in presidio, contro il rischio interramento dei tesori d'arte per mancanza di fondi per consentire lo scavo. E così questa mattina hanno deciso di scendere nuovamente in corteo dinnanzi al sito protostorico per lanciare l'ennesimo allarme per la tutela e salvaguardia degli scavi e per le urgenti azioni di valorizzazione. A partecipare le scuole della cittadina della valle del Sarno e quelle dei Comuni limitrofi. Centinaia gli studenti attesi per la nuova iniziativa, che partirà da piazza De Marinis, che intende sensibilizzare istituzioni e cittadini sull'importanza del villaggio preistorico della Longola. "Il patrimonio culturale rende unico il nostro paese. L'abbandono e il degrado offendono la memoria e l'identità storica e mortificano ogni speranza di riscatto del territorio. Sono queste le motivazioni che hanno indotto la convocazione della manifestazione ed è questo che ha spinto le associazioni a chiedere sostegno e partecipazione a tutte le scuole e agli studenti, per stimolare maggiormente in loro il senso civico", spiega Linda Solino, coordinatrice del gruppo archeologico "Terramare 3000”. Alle scuole, ma anche alle testate giornalistiche e agli altri presidi culturali e sociali della Campania, "Terramare 3000" chiede di sottoscrivere un appello al Ministro dei beni culturali, Lorenzo Ornaghi, affinché si impegni a salvare Longola. Alla manifestazione, dal titolo "Più cultura meno chiusura" hanno aderito anche esponenti del mondo della politica regionale e nazionale. Ad unirsi all'appello anche gli Ecologisti e Reti Civiche agli scavi di Longola.Per Roberto Duraccio, dell'Assemblea Federale degli Ecologisti e Reti Civiche e presidente dell'associazione Jamm di San Giuseppe Vesuviano: "L'area di Longola è una riserva archeologica, faunistica, naturale e agricola di inestimabile valore: in un periodo di crisi economica tanto grave è intollerabile abbandonare quelle risorse che sono patrimonio esclusivo dell'Italia e del Meridione intero e che tutto il mondo ci invidia. "Il concetto che ci sta a cuore è quello della valorizzazione delle risorse per creare sviluppo, un indotto sostenibile: laddove si abbandona un'area dalle potenzialità enormi si abbandona un'opportunità di sviluppo e la possibilità di proporre un modello di economia sostenibile, che è quella che dovrà muovere tutte le logiche del futuro".

12/02/2012 Poggiomarino (NA), protesta ad oltranza per gli scavi (Il Giornale di Napoli)

«Non ci muoveremo di qui finché non incontreremo il ministro Ornaghi». È chiara la posizione dei manifestanti e degli operai impegnati nella protesta contro la chiusura del sito archeologico di Longola. Associazioni, istituzioni locali, semplici cittadini e i 24 operai del cantiere, da lunedì ufficialmente senza lavoro: tutti impegnati a fermare la decisione della Sovrintendenza ai Beni archeologici di Pompei di sotterrare gli scavi a causa della mancanza dei fondi necessari alla prosecuzione dei lavori. Un primo effetto del presidio permanente ò stata la sospensione dell'arrivo dei camion trasportanti l'argilla con cui si interrerebbero i preziosi reperti appartenenti all'antica civiltà dei Sarrasti. Con essi andrebbero sotterrati i sogni di tanti fra cultori dell'archeologia e semplici cittadini che vedono nel sito di Longola un'imperdibile occasione di attrazione turistica e sviluppo economico per i territori circostanti. Grazie alla pressioni dei manifestanti, dei sindaci del comprensorio e all'impegno profuso dal consigliere regionale del Pd Antonio Marciano e del vice presidente della Regione Campania Giuseppe De Mita, si è ottenuto uno stop temporaneo all'abbandono del sito. L'esponente dell'esecutivo regionale si è impegnato peraltro a stanziare una somma per la valorizzazione dell'area, ma la strada per il pieno recupero di Longola ò tutta in salita. Occorrono infatti circa due milioni di euro per portare a termine le operazioni di scavo e circa un milione per la sua valorizzazione. Soldi che attualmente non ci sono. «Eppure - fa notare Gennaro Barbato, tra i promotori del sit-in permanente - non possiamo assolutamente perdere un patrimonio del genere. Pochi sanno che solo fino ad oggi sono stati rinvenuti ben 500mila reperti archeologici, oltre a circa 80mila resti faunistici». Un patrimonio che potrebbe essere subito valorizzato, sostengono le associazioni, «attraverso la creazione di un museo. Ciò porterebbe in breve tempo uno sviluppo turistico e un immediato ritorno economico». Negli ultimi anni, nell'Agro Sarnese e nel Vesuviano, sono stati portati alla luce importanti reperti di interesse archeologico: dall'antico teatro di Sarno alle ville romane di Terzigno ed Ottaviano, fino alla cosiddetta "Villa Augustea" di Somma Vesuviana, attribuita da alcuni studiosi addirittura all'imperatore romano Ottaviano Augusto. Ma il sito di Longola, fanno rilevare i manifestanti, «non ò secondo a nessuno in quanto ad importanza storica ed archeologica. Basti pensare che qui sotto c'è un intero villaggio di palafitte di età assai più antica dei più famosi Scavi di Pompei ed Ercolano. Si tratta di una scoperta forse unica nell'intera Europa». Per ora da Roma tutto tace. Mentre la macchina della politica è in azione per trovare le possibili soluzioni praticabili, intanto la protesta prosegue senza sosta nel freddo delle campagne di Poggiomarino.

09/01/2012 Poggiomarino (NA), no alla "sepoltura" del villaggio preistorico (Il Mattino)

Conto alla rovescia per la «sepoltura» del villaggio protostorico rimasto senza fondi «Assurdo, li fermeremo». L'assessore De Mita al telefono: intervenga il ministro Omaghi. la Regione non ha competenza.
Rabbia al sit-in organizzato da comitati e comuni per salvare il sito sul fiume Sarno. La battaglia di associazioni, cittadini e sindaci per salvare la Longola, il sito protostorico di Poggiomarino emerso nel 2000 durante i lavori per il depuratore del Sarno e ora chiuso per mancanza di fondi, ha fatto segnare un'altra tappa: una manifestazione davanti agli scavi, per gridare ancora una volta tutto il dissenso verso il ministero dei Beni culturali e la Soprintendenza di Napoli e Pompei. Si sentono abbandonati, i cittadini di Poggiomarino ma anche quelli della vicina Siriano, di San Valentino e di San Marzano, ai quali dieci anni fa fu spiegato che l'area della Longola era un «unicum» in Europa nel campo dell'archeologia: risaliva all'età del Bronzo e documentava l'esistenza di un insediamento precedente a quello di Pompei, probabilmente il villaggio dei Sarrastri, il popolo che abitava lungo il fiume Sarno. Dodicimila anni e migliaia di reperti dopo (sono stati trovati quasi un milione di reperti ceramici, centinaia di migliaia di reperti faunistici e persino due barche intatte, esposte alla Città della Scienza) il rischio è che tutto venga sepolto da uno strato di argilla: una vera e propria tomba che metterebbe la parola fine al sogno di uno sviluppo turistico del territorio. Ieri a dare l'allarme c'erano un centinaio di persone. Linda Solino, responsabile dell'associazione «Terramare 3000», ha fatto una proposta: «Chiediamo, tra le altre cose, che venga istituito un centro archeologico sperimentale che funga da collante fra gli studiosi, le istituzione e soprattutto le scuole.. Il sindaco di Poggiomarino Leo Annunziata ha annunciato: «Istituiremo presto un tavolo a cui parteciperanno istituzioni e associazioni per discutere le possibili iniziative da portare avanti per salvare quest'area» e quello di Striano Antonio Del Giudice si è detto d'accordo. Il parroco di Poggiomarino, padre Silvano Controne ha invitato alla «mobilitazione per il riscatto del Sud». Il consigliere regionale del Pd Antonio Marciano, invece, ha preso il cellulare e chiamato, davanti a tutti, il vicepresidente della Regione e assessore alla cultura Giuseppe De Mita: «In assenza di segnali dal ministero e dalla Soprintendenza è urgente che la Regione trovi le risorse necessarie per completare gli scavi, mettere in sicurezza e valorizzare il sito, e per evitare che il lavoro portato avanti fino a ora dagli archeologi venga irrimediabilmente perduto», ha detto il consigliere all'assessore. Qualche ora dopo, con un comunicato, Giuseppe De Mita ha promesso il suo impegno: «Faremo quanto possibile perla valorizzazione del sito archeologico della Longola, ma non potremo fare quello che va al di là delle nostre competenze. La Regione Campania, infatti, non ha competenze specifiche sulla manutenzione, la tutela ed il recupero dei siti archeologici e circa le questioni occupazionali collegate alle aree di interesse culturale. Informerò della vicenda il ministro Lorenzo Orna-ghi, certo di un suo interessamento e gli chiederò una risposta tempestiva». Il destino della Longola, insomma, resta incerto ma da ieri associazioni e istituzioni hanno stretto un patto per tentare un salvataggio last minute che passi almeno per la valorizzazione di quanto è venuto alla luce finora. I camion con l'argilla, però, potrebbero arrivare da un momento all'altro: da stamattina gli addetti alla manutenzione non lavorano più sul sito, dove sono rimasti giusto un pugno di operai, perla gestione ordinaria. Contro il pericolo che venga seppellito tutto Gennaro Barbato, del comitato civico di Ottaviano, è perentorio: «La protesta continua. Se sarà necessario fermeremo i camion».

04/01/2012 Pompei (NA), ecco la task force (Il Mattino)

Tredici, nove, uno: sono i numeri su cui ha puntato il ministro ai Beni Culturali Lorenzo Omaghi, che ha inviato a Pompei altrettanti archeologi, architetti e funzionari amministrativi per strappare al degrado l'antica città. Nella tarda mattinata di ieri i neo assunti dal ministero si sono recati a Pompei per «respirare» l'aria degli scavi. Domani l'incontro con la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro, negli uffici di Porta Marina Superiore, sancirà il loro insediamento ufficiale. Quale sarà la loro base operativa, a parte le strade delle antiche vestigia sulle quali dovranno intervenire per prevenire altri crolli, ancora non è stato chiarito. Si è pensato agli uffici demaniali della zona di San Paolino, ma è ancora un'ipotesi. Di certo i neoassunti avranno bisogno di tempo per ambientarsi, visto che arrivano un po' da tutta Italia, da Frosinone all'Aquila, da Mantova a Bari, da Palermo a Campobasso e Milano. Solo due sono i campani, precisamente di Benevento e Castel San Giorgio. Per le assunzioni, infatti, nonostante le proteste dei sindacati si è attinto alle graduatorie di concorsi che si sono svolti in passato in diverse regioni, Campania esclusa. «Una iniezione di energia indispensabile per i nostri uffici», li ha definiti la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro, che auspica un potenziamento anche per il settore di vigilanza. «I nuovi funzionari - spiega - saranno impiegati nei lavori di normale amministrazione che si stanno svolgendo a Pompei, come la tutela, la salvaguardia e la conservazione dell'area archeologica e la messa in sicurezza del sito attualmente in corso con i fondi ordinari della soprintendenza. Per poter iniziare i lavori, per i quali è previsto il bando europeo, bisogna attendere l'estate, secondo quanto ha spiegato il ministro dei Beni Culturali». Il presidente della Commissione nazionale per l'Unesco, Giovanni Puglisi, frena l'entusiasmo, auspicando che i nuovi assunti non rappresentino solo un fuoco di paglia. «Sono felicissimo - ha detto - che siano entrati in servizio i nuovi funzionari incaricati della tutela, della salvaguardia e della conservazione dell'area archeologica di Pompei. Mi auguro solo che non si tram solo di una misura di emergenza, ma di un provvedimento che segni realmente l'inizio di una politica diversa sui beni culturali, a partire da Pompei. Prendo. comunque, atto di un cambio di passo e non potevo auspicare di meglio da parte del nuovo ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Omaghi. Auspico, ripeto, che tutto questo non sia un fatto episodico, ma entri in una diversa logica di governo dei beni culturali in Italia». Accoglie la notizia con entusiasmo il sindaco di Pompei Claudio D'Alessio. «Il nuovo anno - dice - inizia nel migliore dei modi perla città antica con l'arrivo di nuovi professionisti a tutela del nostro patrimonio archeologico. E un primo segnale concreto di cambiamento di rotta verso la tutela e la salvaguardia del sito. Aspettiamo il successivo: l'arrivo delle risorse finanziarie. Ribadisco che l'impegno e la disponibilità dell'amministrazione comunale a voler attivamente partecipare al rilancio degli scavi è sempre valido». Buone notizie, sul fronte finanziamenti, arriva dal segretario generale del Mibac, l'architetto Antonia Pasqua Recchia. «II Progetto Pompei - dice - sarà pienamente operativo per 105 milioni di euro già da questo mese. Sono sulla linea di partenza gli interventi di diagnosi delle insulae e di mitigazione del rischio idrogeologico. I primi interventi di restauro e messa in sicurezza - conclude Recchia - saranno messi a bando nei primi mesi del 2012 ed i cantieri avviati entro la prima metà dell'anno. Le gare per gli altri interventi (per un valore di 38 milioni di euro) potranno essere realizzate, come ha ricordato il ministro nella sua recente visita a Pompei, secondo una previsione prudenziale, entro i mesi di settembre-ottobre del prossimo anno».

«Finalmente una notizia molto confortante dopo tante cattive notizie». Andrea Carandini, decano degli archeologi e presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali commenta positivamente la notizia dell'arrivo a Pompei dei nuovi assunti.

Contento professore?

«Mi farebbe molto piacere poterli incontrare per incoraggiarli ed accoglierli come in una famiglia. Sono talmente contento che credo che l'avvenimento meriti una cerimonia di celebrazione. II capo di gabinetto dovrebbe organizzare un incontro al ministero».

I beni culturali hanno bisogno di cerimonie?

«Queste assunzioni, non soltanto quelle per Pompei, ai Beni Culturali sono un fatto talmente eccezionale in un momento in cui il Paese è ai limiti della bancarotta che meritano una celebrazione. Una buona notizia inaspettata soprattutto dopo l'ultima sforbiciata subita in favore delle carceri. Una boccata d'ossigeno che porta respiro a chi è in stato comatoso. Una cerimonia servirebbe anche a compattare quello spirito di squadra invocato dal presidente Napolitano nel suo discorso di fine anno».

Anche Pompei potrà tirare un respiro dl sollievo?

«Tredici archeologi a Pompei, che fino ad oggi ne ha avuto avuto uno solo, è oltre dieci volte di più. Spero che adesso l'archeologo di Pompei possa averli sotto di sè il tempo sufficiente a spiegare Pompei, bisogna garantire alle nuove assunzioni, che rappresentano un ringiovanimento importante del personale, il trasferimento del vecchio sapere. Magari potesse avvenire per tutte le Soprintendenze quello che sta accadendo per Pompei che, pure, merita tutta l'attenzione che sta avendo».

Questi rinforzi saranno sufficienti per Pompei?

«Sono indispensabili perché gli archelogi rappresentano l'ossatura portante del sito archeologico, soprattutto in vista della realizzazione del Grande Progetto Pompei. Non è possibile immaginare nessun piano di conoscenza odi manutenzione per un'area che conta ben 1500 case con un solo archeologo».

Archeologi, architetti e un funzionario ma nessun operaio: si potrà fare manutenzione?

«Senza operai non è possibile nessuna manutenzione perché né archeologi né architetti hanno abilità operative. Ma certo entrambe le figure professionali, gli archeologi e gli architetti, sono indispensabili per costruire quel piano di conoscenza integrata che è una pane fondamentale del Grande Progetto Pompei. E proprio la presenza degli architetti, al fianco degli archeologi, potrà garantire per Pompei un ventaglio di interventi differenziati».